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 “The Fauci/COVID-19 Dossier”  FAUCI\The FauciCOVID-19 Dossier.pdf   elaborato dal medico americano David E. Martin che ha sviluppato un colossale studio sui brevetti finanziati dal governo americano in relazione ai Coronavirus fin dal 2000, tanto da indurlo a sospettare che pure il SARS del 2003 sia stato costruito in laboratorio dal microbiologo Ralph Baric del centro di ricerca di Chapel Hill della University of North Carolina (UNC) sotto l’egida dello stesso Fauci.

«Il finanziamento AI23946-08 del National Institute of Health rilasciato al Dr. Ralph Baric presso l’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill (ufficialmente classificata come affiliata al NIAID del Dr. Anthony Fauci almeno dal 2003) ha iniziato il lavoro sull’alterazione sintetica dei Coronaviridae (la famiglia dei coronavirus) per l’espresso scopo di ricerca generale, potenziamento patogeno, rilevamento, manipolazione e potenziali interventi terapeutici mirati allo stesso. Già il 21 maggio 2000, il Dr. Baric e l’UNC hanno cercato di brevettare sezioni critiche della famiglia del coronavirus per il loro vantaggio commerciale».

“The Fauci/Covid-19 Dossier” pubblicato dal dottor Martin: «In breve, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti è stato coinvolto nel finanziamento dell’amplificazione della natura infettiva del coronavirus tra il 1999 e il 2002 prima che la SARS fosse mai rilevata nell’uomo»

Come riferisce il dossier di Martin, in uno dei numerosi articoli derivati dal lavoro sponsorizzato da questa sovvenzione, Baric ha pubblicato quello che ha riferito essere il cDNA a lunghezza intera di SARS CoV in cui è stato chiaramente affermato che SAR CoV era basato su un composto di segmenti di DNA.

Nell’Istituto Nazionale di Allergie e Malattie infettive (NIAID) ecco lo studio SARS genetica inversa AI059136-01. $ 1,7 milioni di costi totali, RS Baric. Il progetto sviluppa un cDNA infettivo integrale SARS-CoV, lo sviluppo del replicone SARS-CoV particelle che esprimono geni eterologhi e cerca di adattare SARS-CoV ai topi, producendo un patogeno modello murino per l’infezione da SARS-CoV. Poi, successivamente, lo stesso NIAID realizza la ricerca “Rimodellare il coronavirus SARS Rete di regolamentazione del genoma. RS Baric, PI 10% di impegno. 7/1/04-6/30/09. $ 2,1 milioni.

Il 22 novembre 2004 l’Università di Hong Kong brevetta la proteina spike associata alla SARS su CoV e persegue il brevetto US 7.491.489. Ma nel giugno 2005 anche l’agenzia militare DARPA (Defense Advanced Research Project Agency) del Pentagono (il Dipartimento della Difesa degli Usa) entra nel gioco con un evento intitolato Synthetic Coronaviruses. Biohacking: abilitazione alle tecnologie della guerra biologica organizzato a Washington, DC. Evento sponsorizzato DARPA/MITRE.

Nel 2008 il finanziamento per la BioDifesa U54 AI057157 inizia con $ 10.189.682 a UNC Chapel Hill. Dove, nei laboratori della North Carolina University, tra il 2014 ed il 2017 saranno effettuati gli esperimenti sui supervirus chimerici condotti inderoga alla moratoria di Barack Obama sui guadagni di funzione. E nel 2010 il “Biodefense Grant U54 AI057157” continua con $ 8.747.142 a UNC Chapel Hill (sovvenzione non competitiva da NIAID).

«Il CDC e il NIAID guidati da Anthony Fauci sono entrati in affari tra Stati (incluso, ma non limitato a lavorare con EcoHealth Alliance Inc.) e con nazioni straniere (in particolare, l’Istituto di virologia di Wuhan e l’Accademia cinese delle scienze) attraverso il 2014 et seq National Institutes of Health Grant R01AI110964 per sfruttare i loro diritti di brevetto» si legge in The Fauci/COVID-19 Dossier.

«Nell’ottobre 2013, la proteina spike del coronavirus S1 del Wuhan Institute of Virology 1 è stata descritta nel lavoro finanziato dal NIAID in Cina. Questo lavoro ha coinvolto NIAID, USAID e Peter Daszak, il capo di EcoHealth Alliance. Questo lavoro, finanziato con R01AI079231, è stato fondamentale nell’isolare e manipolare frammenti virali selezionati da siti in tutta la Cina che contenevano un alto rischio di grave risposta umana» aggiunge Martin.

 

«Nel 2013, il programma Autonomous Diagnostics to Enable Prevention and Therapeutics (ADEPT) ha assegnato un finanziamento a Moderna Therapeutics per lo sviluppo di un nuovo tipo di vaccino basato sull’RNA messaggero. La sovvenzione DARPA iniziale era W911NF-13-1-0417» rivela il dottor Martin.

«2015 Moderna firma un accordo per lo sviluppo di vaccini con NIAID e lo esegue con il responsabile dello sviluppatore e inventore principale mRNA-1273 Giuseppe Ciaramella» afferma il dottor Martin facendo riferimento al “prototipo” del siero genico sperimentale antiCovid denominato nel 2020 Spikevax.

 

«Nel 2016 NIH attraverso Scripps Institute e Dartmouth College depositano la domanda di brevetto WO 2018081318A1 “Prefusion Coronavirus Spike Proteins and their Use” che rivela la tecnologia mRNA che si sovrappone (e viene utilizzata in tandem con) alla tecnologia di Moderna. L’inventore principale Barney Scott Graham era ben noto a Moderna in quanto è la persona del NIH che Moderna ha “contattato via e-mail” per ottenere la sequenza per SARS CoV-2. Nel 2017 inoltre, il co-inventore Jason McLellan ha lavorato con Graham su un brevetto di vaccino di proprietà congiunta con il governo cinese depositato in Australia nel 2013».

mRNA-1273 – il vaccino sperimentale sviluppato da Moderna per COVID-19 – utilizza la tecnologia LNP che Moderna pensava di aver concesso in licenza da Acuitas Therapeutics Inc., un’azienda sviluppata da un ex titolare della precedente società di Arbutus, Tekmira. Quella licenza non autorizzava Moderna a utilizzare la tecnologia per il vaccino COVID-19.

«M·CAM e Knowledge Ecology International (enti di riferimento di Martin – ndr) hanno confermato in modo indipendente che Moderna ha violato la legge statunitense non rivelando l’interesse finanziario del governo degli Stati Uniti nei loro brevetti e domande di brevetto» si legge in The Fauci/Covid-19 Dossier.

Sebbene questa negligenza abbia un impatto su tutti gli oltre 130 brevetti statunitensi concessi da Moderna, è particolarmente problematica per il brevetto statunitense 10.702.600 (‘600) che è il brevetto relativo a “un acido ribonucleico messaggero (mRNA) comprendente un frame di lettura aperto che codifica per un betacoronavirus (BetaCoV ) proteina S o subunità proteica S formulata in una nanoparticella lipidica.

Le affermazioni specifiche relative al “perno” del Coronavirus SARS sono state brevettate il 28 marzo 2019, 9 mesi prima dell’epidemia di SARS CoV-2! Sia il brevetto che il finanziamento DARPA per la tecnologia sono stati divulgati in una pubblicazione scientifica (New England Journal of Medicine) ma i fondi del governo non sono stati riconosciuti nel brevetto» è la rivelazione shock del dottor Martin.

Il brevetto è aggiornato al 7 luglio 2020 ma è stato registrato per la prima volta il 28 febbraio 2020 però in continuazione della precedente registrazione del 28 marzo 2019: l’unica a non aver cambiato il numero di brevetto (Pat. No.) come si vede nell’estratto storico del vaccino.

«Continuation of aplication No.16/368,270, filed on Mar.28,2019, which is a continuation of aplication No. 16/040,981, filed on Jul.20,2018, now Pat.No. 10,272,150, which is a continuation of aplication No.15/674,599, filed on Aug.1,2017, now Pat.No.10,064,934, which is a continuation of aplication No.PCT/US2016/058327, filed on Oct.21,2016».
 

The Daily Exposé. «Un accordo di riservatezza mostra che i potenziali candidati al vaccino contro il coronavirus sono stati trasferiti da Moderna all’Università della Carolina del Nord nel 2019, diciannove giorni prima dell’emergere del presunto virus che causa il Covid-19 a Wuhan, in Cina» scrisse il media inglese il 18 giugno 2021.

«L’accordo confidenziale (link a fondo pagina) afferma che i fornitori “Moderna” insieme al “National Institute of Allergy and Infectious Diseases” (NIAID) hanno accettato di trasferire “candidati per il vaccino contro il coronavirus mRNA” sviluppati e di proprietà congiunta di NIAID e Moderna ai destinatari “The Università della Carolina del Nord a Chapel Hill” il 12 dicembre 2019» scrive la redazione di Exposé pubblicando gli estratti delle pagine 105 e 108.

«L’accordo di trasferimento materiale è stato firmato il 12 dicembre 2019 da Ralph Baric, PhD, presso l’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill (il microbiologo degli esperimenti sui virus SARS chimerici da laboratorio – ndr), e poi firmato da Jacqueline Quay, Direttore del Licensing and Innovation Support presso l’Università della Carolina del Nord il 16 dicembre 2019. Gli ultimi firmatari dell’accordo sono stati Sunny Himansu, l’investigatore di Moderna, e Shaun Ryan, il vice consiglio generale di Moderna. Entrambe le firme sono state fatte il 17 dicembre 2019. Tutte queste firme sono state fatte prima di qualsiasi conoscenza della presunta emergenza del nuovo coronavirus»

 

 

 

Mercoledì scorso, in qualità di membro della classifica della sottocommissione HSGAC del Senato per le minacce emergenti e la supervisione della spesa, ho tenuto la prima audizione del Congresso sulla ricerca sul guadagno di funzione in relazione alle origini della pandemia di COVID-19.

Lo scopo di questa audizione era di esaminare le questioni che coinvolgono la ricerca sul guadagno di funzione, che tenta di aumentare la gravità e la trasmissibilità dei virus esistenti che possono infettare gli esseri umani o altri mammiferi. Tra i testimoni c'erano il Dr. Richard H. Ebright, Ph.D., Direttore di laboratorio del Waksman Institute of Microbiology, il Dr. Steven Quay, MD, Ph.D., Chief Executive Officer di Atossa Therapeutics, Inc. e il Dr. Kevin M. Esvelt, Ph.D., Professore Associato di Arti e scienze dei media del MIT Media Lab.

Questi professionisti medici e scientifici hanno informato e istruito i legislatori e il pubblico sulle molte questioni che coinvolgono la ricerca rischiosa che migliora i virus finanziata dai soldi dei contribuenti e le raccomandazioni per la futura supervisione del Congresso.

Se il COVID-19 fosse trapelato dal laboratorio di Wuhan, sarebbe un virus creato in laboratorio che gli scienziati di Wuhan non hanno ancora, ed è improbabile che mai, rivelare.

Ritengo che le tecniche che il NIH ha finanziato a Wuhan per creare agenti patogeni potenziati potrebbero essere state utilizzate anche per creare COVID-19.

Quello che abbiamo sentito mercoledì è che tre eminenti scienziati concordano sul fatto che a Wuhan è stata finanziata una pericolosa ricerca sul guadagno di funzione. Ciò riconferma che il dottor Fauci non è onesto con noi riguardo al National Institutes of Health (NIH) e al National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) che finanziano la ricerca sul guadagno di funzione a Wuhan.

Abbiamo imparato molto da questa udienza di mercoledì, ma è solo l'inizio.

Il Congresso ha bisogno di una maggiore supervisione da parte del governo su come i nostri soldi delle tasse vengono utilizzati per finanziare la sperimentazione di malattie mortali mutanti con tassi di mortalità straordinariamente alti.

E anche se potremmo non sapere mai se la pandemia è nata da un laboratorio a Wuhan o si è verificata naturalmente, l'emergere di COVID serve a ricordare che la ricerca pericolosa condotta in un paese segreto e totalitario è semplicemente troppo rischiosa da finanziare.

Non vedo l'ora di continuare queste discussioni e di ospitare future udienze come presidente di una commissione del Senato quando i repubblicani riprenderanno la maggioranza l'anno prossimo
.

Puoi guardare le osservazioni di apertura del Dr. Paul QUI e l'audizione completa QUI .
 

 

 

 

 

 

 

Pesantissima condanna per la ASL che sospende l’OSS con funzioni amministrative non vaccinato. Oltre 10.000 euro di risarcimento oltre gli arretrati maggiorati degli interessi legali. IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI IVREA N.179-2022


Un’altra sentenza, finora con la condanna più pesante nei confronti dell’ASL, arriva da Ivrea.

Con una lunga sentenza (la N.179 del 1 luglio 2022), che riportiamo di seguito in forma integrale, il Tribunale ha riconosciuto l’illegittimità della sospensione di un OSS con mansioni amministrative non vaccinato e ha condannato l’ASL TO3 ad oltre 10.000 euro di spese (7.025 euro oltre rimborso spese forfettarie del 15%, iva, cassa di previdenza e assistenza e contributo unificato) e a corrispondere al ricorrente tutti gli arretrati maggiorati degli interessi legali.

SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA


IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE ORDINARIO DI IVREA

Sezione Civile – Lavoro


in persona della dott.ssa Magda D’Amelio,

all’udienza del 1/07/2022 , ha pronunciato ex art. 429 c.p.c. la seguente

SENTENZA

XXXXXX – PARTE RICORRENTE

-
contro
 ASL DI COLLEGNO E PINEROLO TO3 , c.f. XXXXXX,

ass. avv. XXXXXXX – PARTE CONVENUTA

-
Oggetto: sospensione per inadempimento obbligo vaccinale

CONCISA ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Il presente giudizio ha ad oggetto la legittimità del provvedimento di sospensione dal servizio e dalla retribuzione comminato al signor XXXXX dalla ASL TO 3 per non avere ottemperato all’obbligo vaccinale anti Sars Cov 2 previsto dall’art. 4 D.L. 44/2021.


Il signor XXXXXX è dipendente della ASL TO 3 con formale inquadramento di OSS.

Egli, tuttavia, a decorrere dal 1.9.2018, dopo essere stato ritenuto idoneo alla mansione con prescrizioni, è stato adibito ad attività di tipo esclusivamente amministrativo presso l’anagrafe zootecnica e degli animali da affezione ubicata in Venaria Reale.

Entrato in vigore il D.L. 44/2021, il SISP inviava al signor XXXXX lettera raccomandata con la quale gli chiedeva di produrre la documentazione attestante l’effettuazione della vaccinazione anti Sars CoV 2 ovvero la documentazione attestante l’esonero o il differimento dall’obbligo nel termine di cinque giorni dal ricevimento della stessa. Il signor XXXXX rispondeva facendo

presente di svolgere da oltre tre anni mansioni esclusivamente amministrative e chiedeva, pertanto, di essere sollevato dall’obbligo anche per timore che il vaccino potesse interferire con le pluripatologie di cui lo stesso è portatore. Al che il SISP chiedeva una formale dichiarazione da parte del datore di lavoro attestante il suo stato lavorativo. Il signor XXXXX trasmetteva, dunque, 
le dichiarazioni della dott.ssa XXXXX, direttore della S.C. Prevenzione e Sicurezza negli ambienti di Lavoro dell’ASL TO 3, e del dott. XXXXXX, sostituto del direttore della S.C. Sanità animale, con le quali gli stessi attestavano che il lavoratore svolgeva mansioni esclusivamente di tipo amministrativo pur essendo formalmente inquadrato quale OSS. Nonostante ciò, con provvedimento del 23.11.2021 il datore di lavoro disponeva la sospensione dal servizio e dalla retribuzione per inosservanza dell’obbligo vaccinale previsto per gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario di cui al D.L. 44/2021 sino al 31 dicembre 2021.

Il signor XXXXX contestava il provvedimento ribadendo di svolgere funzioni meramente amministrative e ne chiedeva la revoca. Tuttavia, la missiva rimaneva priva di riscontro. L’impugnazione veniva, dunque, reiterata a mezzo del proprio difensore. 
In data 24 dicembre 2021 l’ASL TO 3 confermava il proprio provvedimento sulla scorta della 
considerazione che il signor XXXXXX, essendo ancora formalmente inquadrato come Operatore Socio Sanitario e non avendo mai chiesto il formale passaggio ad un diverso profilo, rientrava nel novero dei destinatari dell’obbligo vaccinale.

In data 28 dicembre 2021, stante l’approssimarsi dell’originario termine di scadenza del provvedimento sospensivo, l’ASL comunicava al ricorrente che per effetto del D.L. 172/20 21 il termine di efficacia della sospensione era stato differito al 14 giugno 2022.
 Il signor XXXXX, dunque, nel preannunciare la propria volontà di impugnare giudizialmente i provvedimenti di sospensione di cui era risultato destinatario, chiede va il pagamento degli assegni previsti dall’art. 82 D.P.R. 3 /1957. L’ASL , però, rigettava anche detta richiesta.

In data 25 gennaio 2022 egli chiedeva, poi, di essere riammesso in servizio svolgendo la propria attività da remoto; anche questa volta, però, l’ASL riscontrava negativamente la richiesta del lavoratore.
 Il signor XXXXX instaurava, dunque, il presente giudizio lamentando l’illegittimità del provvedimento di sospensione irrogato gli per i seguenti motivi:

a) egli non rientrerebbe nel novero dei soggetti destinatari dell’obbligo vaccinale atteso che le sue mansioni sono di tipo 
esclusivamente amministrativo;

b) in ragione delle pluripatologie da cui è affetto e del suo status di invalido civile al 67% e portatore di handicap ex art. 3 L. 104/1992 egli è qualificabile quale lavoratore fragile e, dunque, da un lato non sarebbe assoggettato all’obbligo vaccinale e dall’altro l’asl avrebbe il dovere di fargli svolgere le proprie mansioni da remoto;

c) la vaccinazione sarebbe una misura del tutto in efficace nel prevenire il contagio e, dunque, la limitazione dei diritti costituzionali del lavoratore sarebbe priva di giustificazione;

d) l’ASL non aveva adempiuto al 
proprio onere di verificare la presenza di mansioni disponibili che non prevedessero contatti interpersonali a cui adibire il ricorrente . Infine, il ricorrente lamentava il diniego opposto dall’ASL a corrispondergli durante il periodo di sospensione gli assegni previsti dall’art. 82 D.P.R. 3/1957.

Il signor XXXXX chiedeva, pertanto, che il giudice accertata l’illegittimità dei provvedimenti di sospensione ordinasse all’ASL di riammetterlo in servizio e la condannasse a pagare le differenze retributive medio tempore maturate.
L’ASL TO 3 si costituiva tempestivamente in giudizio difendendo la correttezza del proprio operato. La stessa deduceva che, a fronte del formale inquadramento del ricorrente come OSS, nessun rilievo potesse ascriversi alle mansioni effettivamente espletate, anche il ragione dello ius variandi del datore di lavoro che in qualsiasi momento avrebbe potuto reimpiegarlo nelle originarie mansioni: egli, dunque, era a pieno titolo destinatario dell’obbligo vaccinale e, non avendovi adempiuto, necessariamente era stato sospeso. Osservava, inoltre, come le mansioni espletate implicassero contatti con i due veterinari del complesso, nonché con i proprietari degli animali da affezione e con gli allevatori; dunque, anche con riferimento alle mansioni specifiche espletate, sussisteva quella condizione di rischio di propagazione del virus che giustificava l’obbligo vaccinale. Deduceva, poi, come l’art. 2 D.L. 172 /2022 a decorrere dal 15 dicembre 2021 avesse esteso l’obbligo vaccinale previsto nel D.L. 44/2021 anche al personale amministrativo operante nelle strutture sanitarie e che il successivo D.L. 1/2022 avesse introdotto l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori che avessero compiuto il cinquantesimo anno di età. Alla luce delle normativa sopravvenuta , dunque, l’ASL non avrebbe comunque potuto ricevere la prestazione lavorativa del signor XXXXXXX posto che l’assoggettamento all’obbligo vaccinale discendeva anche da dette norme.

Contestava, inoltre, la possibilità del ricorrente di svolgere la propria mansione in modalità agile e rilevava come l’ASL avesse affidato ad un’apposita commissione il compito di individuare
 mansioni alternative per i soggetti non vaccinati. Tale indagine aveva, tuttavia, avuto esito negativo, con la conseguenza che nulla poteva essere rimproverato al datore di lavoro neanche in termini di mancato assolvimento dell’obbligo di repêchage .

Da ultimo eccepiva l’infondatezza della domanda volta ad ottenere il pagamento degli assegni ex art. 82 D.P.R. 3/1957 atteso che detta norma si riferisce al lavoratore sospeso in via cautelare e, dunque, ad una fattispecie diversa da quella oggetto di giudizio. 
All’udienza odierna le parti davano atto che il lavoratore era stato riammesso in servizio in data 19 aprile 2022 avendo egli contratto la malattia ed essendone poi guarito.

***************

L’art. 4 D.L. 44/202 0 nella versione ratione temporis applicabile recita:

1. In considerazione della situazione di emergenza epidemiologica da SARS -CoV -2, fino alla completa attuazione del piano di cui all’ articolo 1, comma 457, della legge 30 dicembre 2020, n. 178, e comunque non oltre il 31 dicembre 2021, al fine di tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione delle prestazioni di cura e assistenza, gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario di cui all’ articolo 1, comma 2, della legge 1° febbraio 2006, n. 43 , che svolgono la loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, nelle parafarmacie e negli studi professionali sono obbligati a sottoporsi a vaccinazione gratuita per la prevenzione dell’infezione da SARS -CoV -2. La vaccinazione costituisce requisito essenziale per l’esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative dei soggetti obbligati. La vaccinazione è somministrata nel rispetto delle indicazioni fornite dalle regioni, dalle province autonome e dalle altre autorità sanitarie competenti, in conformità alle previsioni contenute nel piano.


6. Decorsi i termini per l’attestazione dell’adempimento dell’obbligo vaccinale di cui al comma 5, l’azienda sanitaria locale competente accerta l’inosservanza dell’obbligo vaccinale e, previa acquisizione delle ulteriori eventuali informazioni presso le autorità competenti, ne dà immediata comunicazione scritta all’interessato, al datore di lavoro e all’Ordine professionale di
 appartenenza. L’adozione dell’atto di accertamento da parte dell’azienda sanitaria locale determina la sospensione dal diritto di svolgere prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali o comportano, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del contagio da SARS -CoV -2
.

8. Ricevuta la comunicazione di cui al comma 6, il datore di lavoro adibisce il lavoratore, ove possibile, a mansioni, anche inferiori, diverse da quelle indicate al comma 6, con il trattamento corrispondente alle mansioni esercitate, e che, comunque, non implicano rischi di diffusione del contagio. Quando l’assegnazione a mansioni diverse non è possibile, per il periodo di sospensione di cui al comma 9 non sono dovuti la retribuzione né altro compenso o emolumento, comunque denominato.

9. La sospensione di cui al comma 6 mantiene efficacia fino all’assolvimento dell’obbligo vaccinale o, in mancanza, fino al completamento del piano vaccinale nazionale e comunque non oltre il 31 dicembre 2021. 
La disposizione in commento, al dichiarato fine di tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione delle prestazioni di cura e assistenza ha previsto l’obbligatorietà del vaccino per gli esercenti le professioni sanitarie e per gli operatori di interesse sanitario che operino all’interno di strutture ospedaliere, RSA o studi privati, considerando la vaccinazione per il Covid -19 requisito essenziale per l’esecuzione della prestazione lavorativa.

Come noto, al momento dell’introduzione della disposizione, non vi erano altre categorie professionali assoggettate all’obbligo vaccinale. È evidente, dunque, che la scelta della categoria cui è stato imposto l’obbligo vaccinale non è stata casuale: si tratta, infatti, di soggetti che operano a stretto contatto con quella categoria di persone che, una volta infettatasi, sconta un’alta probabilità di sviluppare la malattia in forma grave con esiti anche mortali. Il legislatore ha, quindi, scelto di limitare la libertà di autodeterminazione dell’appartenente a dette categorie al fine di salvaguardare
 il bene salute dei soggetti più fragili che si trovano costretti ad avere contatti con i primi in quanto bisognosi di cure.
 La sospensione dal servizio, nell’ottica del legislatore, non si configura, dunque, come una misura punitiva; la stessa, invece, risponde all’esigenza di allontanare il lavoratore che, in quanto non vaccinato, viene considerato una fonte di rischio per quei soggetti fragili che con lo stesso devono necessariamente venire a contato.
Così ricostruita la ratio della norma è allora evidente che, al fine di determinare se in capo al lavoratore sussista o meno l’obbligo in oggetto, ciò che rileva non è il suo formale inquadramento, ma le mansioni in concreto esercitate. Infatti, solo qualora nella fattispecie concreta si ravvisi quel rischio specifico che il legislatore ha voluto neutralizzare risulta giustificata la compressione del diritto di autodeterminazione del singolo e può configurarsi l’obbligo vaccinale.


Nel caso di specie è pacifico, oltre che provato documentalmente, che il signor XXXXXX svolge mansioni amministrative. In ragione di ciò non può che concludersi che lo stesso sfugge dal campo 
di applicazione del disposto di cui all’art. 4 D.L. 44/2021. Non porta a conclusioni diverse l’obiezione fatta dall’ASL secondo la quale il signor XXXXXXX 
entra a contatto con svariati soggetti quali allevatori e proprietari di animali i quali ben potrebbero essere soggetti anziani o portatori di gravi patologie. Non è, infatti, questo il rischio specifico che ha indotto il legislatore a introdurre l obbligo vaccinale; i soggetti con cui si relazione il signor
 XXXXXX non sono necessariamente anziani e/o uno stato di salute compromesso e non sono esposti necessariamente a contatti stretti e ravvicinati con il lavoratore. Un con to è, infatti, 
l’impiegato in attività di front office (quale è il ricorrente) che può tenersi a distanza dagli utenti e può anche essere fisicamente separato da questi mediante barriere fisiche di plexiglass; altro è il medico o l’operatore sanitario che visita il paziente, gli somministra la terapia e si occupa della sua igiene personale, con un conseguente contatto prolungato e ravvicinato. 
Il rischio che si correla all’attività lavorativa del ricorrente non è dunque dissimile ed anzi appare decisamente inferiore a quello propri o della cassiera al supermercato, ovvero a quello 
dell’impiegato delle poste o della banca. Tutti questi lavoratori entrano giornalmente a contatto con una pluralità di clienti, molti dei quali anziani e probabilmente anche con patologie. Eppure il legislatore non ha previsto l obbligo vaccinale per queste categorie di persone.

Non può, dunque, che concludersi nel senso che, mancando il rischio specifico che la norma mira a neutralizzare, è inconfigurabile un obbligo di vaccinarsi a carico del lavoratore e conseguentemente non risulta giustificata la sua sospensione dal servizio. Quanto sin qui detto sarebbe sufficiente per accogliere la domanda .

Il datore di lavoro ha giustificato la sospensione dal servizio richiamando l’inadempimento 
all’obbligo vaccinale previsto dall’art. 4 D.L. 44/2021. È, dunque, in relazione a detta fattispecie 
che deve essere vagliata la legittimità del provvedimento e non con riferimento a distinte fattispecie introdotte da norme sopravvenute. 
In ogni caso, e a meri fini di completezza, si prosegue nell’analisi delle tesi difensive esposte 
dall’ASL al fine di dimostrarne l infondatezza.


L’ASL fonda la salvezza del provvedimento di sospensione sulla normativa sopravvenuta che, estendendo l’obbligo vaccinale dapprima a quanti svolgano attività amministrativa nell’ambito di strutture sanitarie e poi a tutti i lavoratori ultracinquantenni, avrebbe comunque reso la prestazione del ricorrente irricevibile. L’art. 4 ter D.L. 44/2021 nella versione prevista dall’art. 2, comma 1, L.172/2021 recita:

Dal 15 dicembre 2021, l’obbligo vaccinale per la prevenzione dell’infezione da SARS -CoV -2 di cui all’articolo 3-ter, da adempiersi, per la somministrazione della dose di richiamo, entro i termini di validità delle certificazioni verdi COVID -19 previsti dall’articolo 9, comma 3, del decreto -legge n. 52 del 2021, si applica anche alle seguenti categorie :


c) personale che svolge a qualsiasi titolo la propria attività lavorativa nelle strutture di cui
 all’articolo 8-ter del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, ad esclusione di quello che svolge attività lavorativa con contratti esterni, fermo restando quanto previsto dagli articoli 4 e 4 – bis
 (…)
. I soggetti di cui al comma 2 verificano immediatamente l’adempimento del predetto obbligo vaccinale acquisendo le informazioni necessarie anche secondo le modalità definite con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di cui all’articolo 9, comma 10, del decreto-legge 22 
aprile 2021, n. 52, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 giugno 2021, n. 87. Nei casi in cui non risulti l’effettuazione della vaccinazione anti SARS -CoV -2 o la presentazione della richiesta di vaccinazione nelle modalità stabilite nell’ambito della campagna vaccinale in atto, i soggetti di cui
 al comma 2 invitano, senza indugio, l’interessato a produrre, entro cinque giorni dalla ricezione dell’invito, la documentazione comprovante l’effettuazione della vaccinazione oppure l’attestazione relativa all’omissione o al differimento della stessa ai sensi dell’articolo 4, comma 2, ovvero la presentazione della richiesta di vaccinazione da eseguirsi in un termine non superiore a venti giorni dalla ricezione dell’invito, o comunque l’insussistenza dei presupposti per l’obbligo vaccinale di cui al comma 1. In caso di presentazione di documentazione attestante la richiesta di
 vaccinazione, i soggetti di cui al comma 2 invitano l’interessato a trasmettere immediatamente e comunque non oltre tre giorni dalla somministrazione, la certificazione attestante l’adempimento all’obbligo vaccinale. In caso di mancata presentazione della documentazione di cui al secondo e terzo periodo i soggetti di cui al comma 2 accertano l’inosservanza dell’obbligo vaccinale e ne danno immediata comunicazione scritta all’interessato. L’atto di accertamento dell’inadempimento determina l’immediata sospensione dal diritto di svolgere l’attività lavorativa, senza conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del rapporto di lavoro. Per il periodo di sospensione, non sono dovuti la retribuzione né altro compenso o emolumento, comunque denominati. La sospensione è efficace fino alla comunicazione da parte dell’interessato al datore di lavoro 
dell’avvio o del successivo completamento del ciclo vaccinale primario o della somministrazione della dose di richiamo, e comunque non oltre il termine di sei mesi a decorrere dal 15 
dicembre 2021.


A sua volta, l’art. 8-ter, comma 1, D.lgs 502/1992 recita: La realizzazione di strutture e l’esercizio
 di attività sanitarie e socio-sanitarie sono subordinate ad autorizzazione. Tali autorizzazioni si applicano alla costruzione di nuove strutture, all’adattamento di strutture già esistenti e alla loro diversa utilizzazione, all’ampliamento o alla trasformazione nonché al trasferimento in altra sede di strutture già autorizzate, con riferimento alle seguenti tipologie:


strutture che erogano prestazioni in regime di ricovero ospedaliero a ciclo continuativo o diurno per acuti;


b) strutture che erogano prestazioni di assistenza specialistica in regime ambulatoriale, ivi 
comprese quelle riabilitative, di diagnostica strumentale e di laboratorio;


c) strutture sanitarie e socio-sanitarie che erogano prestazioni in regime residenziale, a ciclo continuativo o diurno. Si è detto che il signor XXXXXX svolge la sua mansione presso l’Anagrafe zootecnica e degli 
animali da affezione della S.C. Sanità Animale del Dipartimento di Prevenzione dell’A.S.L. TO3, ubicata a Venaria Reale nell’ex Presidio Ospedaliero. È pacifico che dal dicembre del 2019 l’edificio non è più destinato alla cura o all’assistenza dei pazienti ed è altresì ubicato a distanza
 dalle strutture ospedaliere.
 Pertanto la fattispecie oggetto di giudizio non può essere sussunta nella fattispecie astratta invocata; anche sotto questo aspetto, dunque, il provvedimento di sospensione risulta illegittimo in quanto irrogato ad un lavoratore non sottoposto ad obbligo vaccinale.
 Infine, l’art.1, comma 1, D.L. 1/2022 ha introdotto l’art. 4-quater il quale, nella sua formulazione originaria, recita:

1. Dalla data di entrata in vigore della presente disposizione e fino al 15 giugno 2022, l’obbligo vaccinale per la prevenzione dell’infezione da SARS -CoV -2, di cui all’articolo 3-ter, si applica ai cittadini italiani e di altri Stati membri dell’Unione europea residenti nel
territorio dello Stato, nonché ai cittadini stranieri di cui agli articoli 34 e 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 , che abbiano compiuto il cinquantesimo anno di età, fermo restando quanto previsto dagli articoli 4, 4-bis e 4-ter.


3. La disposizione di cui al comma 1 si applica anche a coloro che compiono il cinquantesimo anno di età in data successiva a quella di entrata in vigore della presente disposizione, fermo il termine del 15 giugno 2022, di cui al comma 1.
 Il richiamato art. 3-ter chiarisce che l’adempimento dell’obbligo vaccinale previsto per la prevenzione dell’infezione da SARS -CoV -2 comprende il ciclo vaccinale primario e, a far data dal 15 dicembre 2021 , la somministrazione della successiva dose di richiamo, da effettuarsi nel rispetto delle indicazioni e dei termini previsti con circolare del Ministero della salute.


Non vi è dubbio che il ricorrente, alla data di entrata in vigore della disposizione, avesse già compiuto cinquanta anni. Tuttavia, ciò non è sufficiente al fine di ritenere legittimo il provvedimento 
di sospensione. È, infatti, necessario rinvenire il fondamento normativo che giustifichi la misura.

Si ricorda, infatti, che in relazione ai sanitari e alle altre categorie professionali per le quali è stato di volta in volta introdotto l’obbligo vaccinale, il legislatore ha espressamente chiarito che il vaccino costituiva un requisito per l’esercizio della professione e ha previsto l’automatica sospensione dello stesso a seguito dell’avvenuto accertamento dell’inottemperanza all’obbligo vaccinale.

Nel caso di specie il legislatore si è mosso in direzione diversa: non ha considerato il vaccino
 requisito per l’espletamento della mansione e non ha previsto la possibilità per il datore di lavoro di sospendere il soggetto non vaccinato dal servizio; ha, invece, introdotto una sanzione pecuniaria e disciplinato i requisiti per l’accesso ai luoghi di lavoro. 
L’art. 4-quinquies, infatti, nella sua versione originaria, richiedeva ai lavoratori ultracinquantenni di essere in possesso e di esibire la certificazione verde Covid 19 da vaccinazione o guarigione al fine di accedere sul luogo di lavoro. In difetto, il lavoratore sarebbe stato considerato assente ingiustificato, senza diritto alla retribuzione, ma con diritto alla conservazione del posto. Successivamente la norma è stata modificata e, a decorrere dal 25 marzo 2022, ai fini dell’accesso sui luoghi di lavoro è stato ritenuto sufficiente il possesso del cd. green pass base, ovvero quello ottenuto mediante semplice test.


L’art. 8 del D. L. 24/2022, comma 6, dispone, infatti, che: L’articolo 4-quinquies del decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 2021, n. 76 , è sostituito dal seguente:


Art. 4-quinquies (Impiego delle certificazioni verdi COVID -19 nei luoghi di lavoro per coloro che sono soggetti all’obbligo vaccinale ai sensi degli articoli 4 -ter.1, 4 -ter.2 e 4 -quater).

– 1. Fermi restando gli obblighi vaccinali e il relativo regime sanzionatorio di cui all’articolo 4-sexies, i soggetti di cui agli articoli 4-ter.1, 4-ter.2, comma 3, ultimo periodo, e 4-quater, fino al 30 aprile 2022, per l’accesso ai luoghi di lavoro, devono possedere e, su richiesta, esibire una delle certificazioni verdi COVID -19 da vaccinazione, guarigione o test, cosiddetto green pass base di cui all’articolo 9, comma 1, lettera a -bis ), del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 giugno 2021, n. 87 . Si applicano le disposizioni di cui agli articoli 9-ter .1, 9-ter .2, 9-quinquies , 9-sexies , 9-septies , 9-octies e 9-novies del decreto-legge n. 52 del 2021 .»

Così ricostruito il quadro normativo, risulta chiaro come il legislatore non abbia mai previsto la sospensione dal servizio e dalla retribuzione per i lavoratori ultracinquantenni.
 In origine il vaccino costituiva uno dei presupposti insieme all’avvenuta guarigione – per ottenere il cd. green pass rafforzato, necessario per accedere sul luogo di lavoro. 
In ogni caso, poi, a decorrere dal 23 marzo 2022 il lavoratore avrebbe potuto accedere al luogo di lavoro sottoponendosi a i test antigenici o molecolari e ottenendo così il cd. green pass base. Possibilità, tuttavia, che al signor XXXXX è stata preclusa dall’illegittimo provvedimento di sospensione.

In sintesi e per concludere:

il ricorrente non può essere ricompreso tra i destinatari dell’obbligo vaccinale ex art.4 D.L. 44/2021 in quanto attende a mansioni squisitamente amministrative; egli, inoltre, non può essere ricompreso tra i destinatari dell’obbligo vaccinale ex art.4-ter D.L. 44/2021 in quanto non svolge le sue mansioni presso strutture dedicate all’assistenza e al ricovero dei pazienti; da ultimo, la sospensione dal servizio non può essere comminata in ragione dell’inadempimento dell’obbligo vaccinale previsto per i lavoratori ultracinquantenni in quanto, in quest’ultima fattispecie, la norma non prevede la sospensione dal servizio quale conseguenza della mancata somministrazione del vaccino. 
In ragione di quanto sin qui esposto, il provvedimento di sospensione risulta illegittimo;

l’ASL deve, dunque, essere condannata a pagare al ricorrente le somme maturate e non percepite nel periodo di illegittima sospensione, maggiorate degli interessi di legge, dal dovuto al saldo effettivo.

Non si annulla il provvedimento di sospensione e non si dispone la riammissione del lavoratore in servizio atteso che sul punto la materia del contendere risulta cessata; il ricorrente è, infatti, già stato riammesso in servizio a far data dal 19 aprile 2022 dopo aver contratto la malattia.
 Tutte le ulteriori questioni rimangono assorbite.

Le spese di lite seguono la soccombenza e vengono liquidate ai sensi del D.M.55/2014, tabella cause di lavoro, valore indeterminabile complessità bassa (scaglione 26.000 – 52.000) valori medi, omessa la fase istruttoria che non si è tenuta, in 7.025 euro, oltre 15% spese generali, Iva e c.p.a., nonché 259 euro per esposti. Non viene rimborsata la marca da bollo da 27 in quanto nelle cause di lavoro non è dovuta.

P.Q.M.


visto l’art. 429 c.p.c., ogni altra domanda, istanza, eccezione e deduzione disattesa:


- Accerta e dichiara l’illegittimità del provvedimento di sospensione dal servizio e dalla retribuzione comminato al signor XXXXXXX con provvedimento del 23.11.2021, poi prorogato con provvedimento del 28.12.2021 e per l’effetto


- Condanna l’ASL TO3 e pagare al signor XXXXXXX le somme che avrebbe 
percepito nel periodo in cui lo stesso è risultato illegittimamente sospeso dal servizio, maggiorate degli interessi legali dalle singole scadenze al saldo effettivo


- Condanna l’ASL TO3 a rifondere al signor XXXXXX le spese di lite, liquidate 
in 7.025 euro, oltre rimborso spese forfettarie del 15%, oltre CPA ed IVA come per legge, oltre 259 euro per contributo unificato.

Ivrea, 1 luglio 2022

Il Giudice dott.ssa Magda D’Amelio

 

 

BIL GATES HA INFLUITO SULLA OMS PER ORIENTARE LA POLITICA VACCINALE

I Democratici di Washington si oppongono agli appelli del Dr. Paul a vietare il finanziamento statunitense della ricerca sul guadagno di funzione in Cina

L'anno scorso, pur considerando il disegno di legge di sovvenzione originale per i semiconduttori, il Senato ha approvato all'unanimità il mio emendamento per impedire che i dollari dei contribuenti vengano utilizzati per finanziare la ricerca sul guadagno di funzione condotta in Cina.

La scorsa settimana, invece di consentire al comitato della conferenza di completare i suoi lavori, il Senato si è affrettato ad approvare la cosiddetta legislazione CHIPS-Plus, un disegno di legge che spenderà decine di miliardi in salvataggi finanziati dai contribuenti e welfare aziendale.

Ma, nella fretta di approvare questa legislazione appena emersa, alcune delle disposizioni che il Senato aveva precedentemente concordato sono state tagliate dal disegno di legge, incluso il mio emendamento progettato per aiutare a prevenire la prossima pandemia.

Quindi, nonostante abbia approvato all'unanimità il mio emendamento un anno fa, ei miei sforzi la scorsa settimana per farlo leggere, questo disegno di legge non contiene il divieto di finanziare la ricerca sul guadagno di funzione in Cina.

La ricerca sul guadagno di funzione migliora la gravità o la trasmissibilità dei virus esistenti che possono infettare gli esseri umani. I pericoli sono così acuti che dal 2014 al 2017 il National Institutes of Health ha sospeso i finanziamenti per tutti i progetti di guadagno di funzione.

Anche se potremmo non sapere mai se la pandemia è nata da un laboratorio a Wuhan o si è verificata naturalmente, l'emergere di COVID serve a ricordare che la ricerca pericolosa condotta in un paese segreto e totalitario è semplicemente troppo rischiosa da finanziare.

Nessun denaro dei contribuenti dovrebbe mai essere utilizzato per finanziare la ricerca sul guadagno di funzione in Cina e, a causa degli alleati del dottor Fauci nella palude di Washington, il Congresso continuerà a inviare i tuoi soldi per finanziare questa ricerca sconsiderata.

Potete guardare il mio intervento completo QUI e leggere il mio emendamento QUI .
 

LA GESTIONE SPERANZA DELLA PANDEMIA HA TOLTO LIBERTA' E DIGNITA' AI MEDICI

Il 12 settembre 2021, una manciata di settimane prima dello scoppio “ufficiale” della pandemia in Cina, la Commissione Europea si riunì a Bruxelles alla presenza del direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Gebreyesus  e di altre autorità politiche e sanitarie mondiali per discutere di un progetto d’immunizzazione globale proposto dai direttori di ben 4 ONG fondate sempre da Gates, a cui presero parte anche un dirigente di Facebook e, soprattutto, unica rappresentante delle Big Pharma, Nanette Cocero responsabile del ramo vaccini di Pfizer Biopharmaceuticals Group!!!
Un mese prima si era tenuta a New York l’esercitazione Event 201 finanziata da Gates e Klaus Schwab (WEF e Great Reset) in cui si predissero in quasi tutti i dettagli l’emergenza Covid-19 già profetizzati da Bill Gates,  ma anche da una grande protagonista di tale “simulazione”: l’avvocatessa Avril Haines, esperta di armi batteriologiche e vicedirettrice del controspionaggio USA durante l’amministrazione Obama-Biden proprio quando i biolaboratori di Chapel Hill della North Carolina University effettuarono i pericolosissimi esperimenti sui virus chimerici SARS del 2003 con carica virale potenziata (Guadagno di Funzione).

Haines è stata poi nominata da Biden Direttore Nazionale dell’Intelligence USA .

Varie ricerche per l’utilizzo dell’ossido di grafene in campo biomedico ed anche nei vaccini pare siano state finanziate da «Horizon 2020 il più grande programma di ricerca e innovazione dell’UE mai realizzato. Quasi 77 miliardi di euro di finanziamenti sono disponibili in sette anni (dal 2014 al 2020).

GRAPHENE FLAGSHIP, con un budget di 1 miliardo di euro, è una delle iniziative su larga scala organizzate dal programma Future and Emerging Technologies, insieme allo Human Brain Project e alla Quantum Technologies Flagship.

E’ di proprietà dell’Unione Europea e fu progettato nel 2009 dalla Commissione Europea che lo rese operativo nel 2013 per attuare grandi sfide scientifiche e tecnologiche.

Dal 2014, proprio mentre in Cina e negli USA si facevano gli esperimenti sui virus SARS, fu inserito nel più ampio progetto Horizon che  aveva scadenza proprio nel 2020, anno della pandemia e dei nuovi vaccini a RNA messaggero con nanoparticelle.

 

Il Safety Sheet di Comirnaty, vaccino antiCovid di Pfizer e Biontech, riferisce di una biotecnologia con una tossicità ancora ignota: «Le proprietà tossicologiche non sono state studiate a fondo» si legge nel documento Pfizer aggiornato al 7 dicembre 2021.

Le nanoparticelle lipidiche sono mescolate con l’adiuvante ALC-0315 dentro al Comirnaty, l’unico vaccino autorizzato anche per i bambini dai 5 anni in su.

Il tenente colonnello Theresa Long, Medical Doctor (MPH, FS) sotto giuramento ha depositato una dichiarazione ufficiale avvalendosi della norma che consente ai testimoni di gravi reati di violare il loro vincolo alla segretezza, come lei stessa spiega.

«Ho personalmente osservato la donna soldato più fisicamente in forma che ho visto in oltre 20 anni nell’esercito, passare dall’allenamento di atleta di livello collegiale per la scuola di ranger, all’essere fisicamente debilitato con problemi cardiaci, tumore al cervello ipofisario di nuova diagnosi, disfunzione tiroidea in poche settimane dalla vaccinazione».

Nel punto 36 della sua “denuncia” un ufficiale medico in servizio una base dell’US Air Force racconta la tragedia di alcuni militari che lei dovrebbe curare ma che sono stati danneggiati o uccisi dai vaccini per il Covid-19 sebbene fossero giovani e sanissimi come deve essere un soldato per poter pilotare un aereo militare capace di trasportare bombe e missili micidiali.

«Oggi ho ricevuto notizia di un decesso e di due casi in terapia intensiva a Fort Hood; il defunto era un pilota dell’esercito che avrebbe potuto volare in quel momento. Tutti e tre gli eventi di embolia polmonare si sono verificati entro 48 ore dalla vaccinazione. Non posso attribuire questo risultato a nient’altro che ai vaccini Covid 19 come fonte di questi eventi. Ogni persona era in ottime condizioni fisiche prima dell’inoculazione e ciascuna ha subito l’evento entro 2 giorni dopo la vaccinazione. La correlazione di per sé non è uguale alla causalità, tuttavia, esistono modelli causali significativi che elevano la correlazione in una causa probabile; e l’onere di dimostrare il contrario ricade sulle autorità come CDC, FDA e produttori farmaceutici. Trovo che le malattie, gli infortuni e i decessi osservati siano l’effetto prossimo e causale delle vaccinazioni Covid 19».

Il suo ragionamento è logicamente ineccepibile anche alla luce delle rivelazioni del direttore della Divisione di Patologia di Heilderberg (Germania) che dopo aver condotto alcune decine di autopsie su vaccinati morti confermò che per almeno il 30 % di loro c’era un nesso di causalità tra il siero antiCovid ed il decesso.

 la denuncia del tenente colonnello Theresa Long entra nel merito dei rischi dell’emergenza Covid e dei vaccini. «Esistono numerosi agenti terapeutici che hanno dimostrato di ridurre significativamente l’infezione e quindi di fornire protezione dagli effetti dannosi di SARs-CoV-2» ribadisce.

«La letteratura ha dimostrato che l’immunità naturale è durevole, completa e superiore all’immunità vaccinale contro SARs-CoV-2. I vaccini mRNA prodotti da Pfizer e Moderna sono stati entrambi collegati alla miocardite, specialmente nei giovani maschi tra i 16 ei 24 anni. La maggior parte dei giovani aviatori dell’esercito ha poco più di vent’anni. Sappiamo che esiste il rischio di miocardite con ogni vaccinazione con mRNA. Ora sappiamo inoltre che la vaccinazione non previene necessariamente l’infezione o la trasmissione di SARs-CoV-2. Pertanto, gli individui completamente vaccinati con vaccini mRNA hanno almeno due fattori di rischio indipendenti per la miocardite dopo la vaccinazione. È impossibile eseguire un’analisi rischio/beneficio sull’uso dell’mRNA come contromisure al SARs-CoV-2 senza ulteriori dati… L’uso di vaccini mRNA nella nostra forza di combattimento, presenta un rischio di entità indeterminata, in una popolazione in cui meno più di 20 dipendenti in servizio attivo su 1,4 milioni sono morti a causa dei SARs-CoV-2 sottostanti».

La dottoressa militare evidenzia l’urgenza di «inviare una guida chiara a tutti gli operatori sanitari del Dipartimento della Difesa sui rischi di miocardite da vaccinazione. Il programma obbligatorio di vaccinazione contro l’mRNA SARs-CoV-2 dovrebbe essere immediatamente sospeso fino a quando non sarà possibile effettuare ricerche per determinare la reale entità del rischio di miocardite negli individui che sono stati vaccinati. Dobbiamo valutare e implementare immediatamente alternative ai vaccini mRNA, per includere Ivermectin (approvato dalla FDA 1996), Remdesivir (approvato dalla FDA 2020), Idrossiclorochina (approvato dalla FDA 1955), Regeneron (approvato dalla FDA UE 2020)».

Segnala inoltre la necessità di «stabilire un programma di screening per identificare quelli a maggior rischio di miocardite, cioè quelli che hanno ricevuto vaccinazioni mRNA con Comirnaty, BioNTech o Moderna, o hanno uno dei seguenti sintomi dolore toracico, mancanza di respiro di respiro o palpitazioni Dovrebbero essere sottoposti a test di screening eseguiti in conformità con le raccomandazioni del CDC prima di tornare ai compiti di volo».

L’esperto medico militare fa poi riferimento ad alcuni studi che confermano le sue analisi. «Ho anche esaminato l’affidavit del Dr. Peter McCullough a sostegno e in relazione al reclamo presentato in questo caso e ho esaminato i suoi dati a supporto. Un ulteriore studio peer-reviewed non citato nei materiali del Dr. McCullough supporta anche le stesse conclusioni tratte e riporta che l’immunità naturale fornisce una protezione 13 volte migliore contro le infezioni da Covid 19 rispetto a qualsiasi vaccino Covid 19 attualmente disponibile»

«Le iniezioni trasportano mRNA che induce il ricevente a creare trilioni di proteine ​​spike. Questo è un problema per cinque ragioni. In primo luogo, si scopre che le proteine ​​spike non rimangono localmente nel sito di iniezione (spalla), ma sono state trovate circolanti nel sangue e praticamente in tutti gli organi del corpo. In secondo luogo, è stato dimostrato che le proteine ​​spike stesse sono patogene (che causano malattie) e si attaccano alle cellule endoteliali, polmonari e di altro tipo, formando coaguli e attaccando le cellule cardiache. In terzo luogo, le proteine ​​spike e le loro nanoparticelle lipidiche attraversano la barriera ematoencefalica, con effetti a lungo termine sconosciuti sul cervello e grande preoccupazione per i disturbi neurodegenerativi cronici».

«In quarto luogo, queste proteine ​​spike interagiscono in molte vie di segnalazione che possono innescare la formazione di tumori, cancro e altre malattie gravi. In quinto luogo, secondo lo studio di distribuzione giapponese di Pfizer sull’accumulo di LNP, la ritenzione inaspettata negli organi riproduttivi e nella milza solleva preoccupazioni molto serie a lungo termine. Dal punto di vista della valutazione della gestione del rischio, senza dati sulla sicurezza a lungo termine relativi a questi cinque problemi, questo è un rischio di gestione del rischio inaccettabile» sentenzia l’ufficiale medico.

«I fogli illustrativi di Comirnaty e BioNtech affermano chiaramente che la vaccinazione non deve essere somministrata a soggetti allergici agli ingredienti. Uno degli ingredienti primari elencati di questi iniettabili è il glicole polietilenico (“PEG”) che è vicino nella composizione molecolare e nella stessa famiglia di polimeri sintetici del glicole propilenico, un ingrediente comune nell’antigelo. Altri sembrano concordare sul mio punto di vista sui recenti studi scientifici che hanno indotto un gruppo di 57 medici e scienziati a chiedere l’interruzione immediata del programma di vaccinazione».

«La mia valutazione è che ALC 0315 è una tossina nota con pochi studi, in particolare manca ancora di studi di tossicità, cancerogeno e teratogeno ed è specificamente limitato alla “solo ricerca” ed effettivamente non ha una storia di utilizzo precedente, con la designazione SDS di (GHS02), elencato come H315 e H319, ovvero pericoloso se inalato, ingerito o a contatto con la pelle e pericoloso per la salute con la designazione (P313). Una revisione della SDS sottolinea che non è per uso umano o veterinario».

«Non ho impiegato molto tempo per delineare i rischi di altri vaccini Covid 19 diversi dalla scheda di dati di sicurezza dell’ingrediente chiave di Moderna, SM-102 (allegato come Allegato C). Basti dire che SM-102 è significativamente più pericoloso del Pfizer ALC 0315 e sembra che il DOD non stia acquisendo o distribuendo attivamente questo IND/EUA. Se il DOD dovesse intraprendere l’uso del vaccino Moderna, ci si può aspettare un evento avverso grave e un tasso di mortalità molto più alti dato che SM-102 porta un avvertimento espresso “Skull and Crossbones” caratterizzato da GHS06 e GHS08. In altre parole, questo ingrediente di Moderna è mortale».

«Posso riferire di conoscere oltre quindici medici militari e operatori sanitari che hanno condiviso esperienze di ignorare i loro problemi di sicurezza e di essere ostracizzati per aver espresso o segnalato problemi di sicurezza in relazione alle vaccinazioni COVID. La politicizzazione di SARs-CoV-2, i trattamenti e le strategie di vaccinazione hanno completamente compromesso i meccanismi di sicurezza di vecchia data, il dialogo aperto e onesto e la fiducia dei nostri membri del servizio nel loro sistema sanitario e fornitori di servizi sanitari».

«L’oggetto della presente Mozione per un’ingiunzione preliminare e i suoi effetti devastanti sui membri delle forze armate mi costringono a concludere e a comportarmi di conseguenza come segue» termina la dottoressa Long.

1.a) Nessuno dei vaccini per uso di emergenza Covid 19 ordinati può o fornirà un’immunità migliore di una persona guarita dall’infezione;

2.b) Tutti e tre i vaccini EUA Covid 19 (Comirnaty non è disponibile), nella fascia di età e livello di forma fisica dei miei pazienti, sono più rischiosi, dannosi e pericolosi che non avere alcun vaccino, indipendentemente dal fatto che una persona sia guarita dal Covid o affrontare un’infezione da Covid 19;

3.c) Esistono prove dirette e suggeriscono che tutte le persone che hanno ricevuto un vaccino Covid 19 sono danneggiate nel loro sistema cardiovascolare in modo irreparabile e irrevocabile;

4.d) A causa della produzione di proteine ​​Spike che è ingegnerizzata nel genoma dell’utente, ciascuno di questi destinatari dei vaccini Covid 19 ha già microcoaguli nel proprio sistema cardiovascolare che rappresentano un pericolo per la propria salute e sicurezza;

5.e) Che tali microcoaguli nel tempo diventeranno coaguli più grandi per la natura stessa della forma e della composizione delle proteine ​​Spike prodotte e che tali proteine ​​si trovano in tutto il corpo dell’utente, compreso il cervello;

5.f) che nella fase iniziale questo danno può essere scoperto solo da una biopsia o da una risonanza magnetica (“MRI”);

6.g) Che a causa del fatto che non è attualmente in corso uno screening miocardico funzionale, è mia opinione professionale che attualmente esistano rischi sostanziali previsti, che richiedono uno screening adeguato di tutti gli equipaggi di volo.

7.h) Che, in ragione delle loro occupazioni, detti equipaggi di volo presentano rischi straordinari per se stessi e per gli altri in considerazione dell’equipaggiamento che utilizzano, delle munizioni trasportate su di essi e delle aree di operazione in prossimità di aree popolate.

8.i) Che, senza alcuna procedura di screening in atto, incluso qualsiasi messaggio aereo (avviso del chirurgo di volo) relativo a questo rischio dimostrabile e identificabile, devo e pertanto metterò a terra tutto il personale di volo attivo che ha ricevuto le vaccinazioni fino al momento in cui il la causa di questi gravi rischi per la salute sistemica può essere valutata in modo più completo e adeguato.

9.j) Che, sulla base dei protocolli e degli studi del DOD, le uniche due metodologie valide per valutare adeguatamente questo rischio sono la risonanza magnetica o la biopsia cardio che devono essere eseguite.

10.k) Che, in conformità a quanto sopra, raccomando al Segretario della Difesa che tutti i piloti, l’equipaggio e il personale di volo in servizio militare che hanno richiesto il ricovero in ospedale per iniezione o abbiano ricevuto una vaccinazione contro il Covid 19 siano motivati ​​allo stesso modo per un’ulteriore valutazione del dispositivo .

11.l) Che questa Corte dovrebbe concedere un’ingiunzione immediata per fermare l’ulteriore danno a tutto il personale militare per proteggere la salute e la sicurezza del nostro servizio attivo, riservisti e truppe della Guardia Nazionale.

Sono queste le conclusioni del tenente colonnello medico Theresa Long che poi elenca in modo dettagliato, anno per anno, tutto il suo lunghissimo e qualificato curriculum professionale

Le autorità sanitarie nazionali nell’ignorare terapie efficaci: tra cui la Cinanserina finanziata nel 2005 da un progetto dell’Unione Europea per la cura del SARS 2003 ma inutilizzata nella pandemia da SARS-Cov-2 sebbene fosse in grado di determinare l’inibizione della proteasi 3-CLpro: enzima necessario per la replicazione del virus nell’organismo.

la neurologa Roberta Ricciardi, luminare internazionale di miaestenia, una patologia iperimmune anche fatale se non curata in modo adeguato, la “chiave di volta” per salvare le vite è proprio tutta radicata nella tempestività dell’intervento terapeutico contro il Covid-19.

La dottoressa Ricciardi ha guarito migliaia di pazienti di Covid con il cortisone, somministrato ai primi sintomi e non dopo “vigile attesa e paracetamolo” per 72 ore come prescritto dalle linee guida del Ministero della Salute, ma il suo appello al ministro Roberto Speranza, firmato da altri 33 medici era rimasto senza concreta risposta. Come è rimasta senza cenno la missiva di 156 altri medici per l’uso della vitamina D quale preventivo dell’infezione sintomatica da SARS-Cov-2, dopo la ricerca del professor Giancarlo Isaia, primario di Geriatria dell’Ospedale Molinette di Torino e presidente dell’Accademia di Medicina della medesima città sabauda.

La “pistola fumante” di una consapevole volontà di ignorare cure efficaci da parte delle autorità sanitarie nazionali è stata individuata dal biologo nutrizionista in una molecola sperimentata con successo per la cura del SARS-Cov del 2003 e finanziata dall’Unione Europea che si è però “dimenticata” di utilizzarla con autorizzazione di emergenza contro il SARS-Cov-2.

Al paragrafo 5.2 del Safety Data Sheet (Foglio dei Dati di Sicurezza – Fonte -1 in calce all’articolo) del Pfizer-BioNTech COVID-19 Vaccine si legge questo in relazione ai “Pericoli speciali derivanti dalla sostanza o dalla miscela” che rientra nella Famiglia Chimica delle “Nanoparticelle lipidiche contenenti PF-07305885 (BNT162b2) e lipidi”.

Sia Comirnaty che Spikevax (di Moderna) sono stati «costituiti da mRNA modificato con N1-metil-pseudouridina che codifica per la proteina Spike SARS-COVID-19 e sono stati “consegnati” con una formulazione di nanoparticelle lipidiche (LNP). Poiché il problema della consegna degli acidi ribonucleici era noto da decenni, il successo degli LNP è stato rapidamente salutato da molti come l’eroe sconosciuto dei vaccini mRNA COVID-19».

Lo hanno spiegato  Hironori Adachi e Yi-Tao Yu del Dipartimento di Biochimica e Biofisica dell’University of Rochester Medical Center, New York (USA) insieme a Pedro Morais di ProQR Therapeutics a Leiden (Paesi Bassi) per evidenziare l’importanza della pseudouridina, senza far venir meno il contributo prezioso delle nanoparticelle.

Sul vaccino della Pfizer aleggia ormai da mesi anche il sospetto che siano state inserite occultamente nanoparticelle di ossido di grafene (GO) come scoperto dal chimico spagnolo Paulo Campra grazie al suo microscopio elettronico puntato sul contenuto di alcune fiale di lotti dichiarati.

«Il grafene è un sottile “foglio”, dello spessore di un atomo, costituito interamente da atomi di carbonio, legati insieme da fortissimi legami interatomici. Gli atomi di carbonio sono legati per tre dei loro quattro elettroni di valenza, cioè gli elettroni più esterni di un atomo, che formano legami chimici con altri atomi. Il quarto elettrone di valenza, lasciato libero, consente a questi “fogli” di legarsi ad altri strati di grafene, formando la grafite. Quest’ultima, quindi, non è altro che un blocco di più strati di grafene impilati, e legati insieme da deboli legami intermolecolari, detti forze di Van der Waals, facilmente spezzabili» spiega Andrea Savino in un articolo su ScienceCue in relazione ai nuovi impieghi di questo materiale.

La presenza di ossido di grafene (GO) nel siero Comirnaty è stata segnalata dal chimico spagnolo Pablo Campra, docente e ricercatore dell’Università di Almeria, che ha analizzato il contenuto di una fiala e, dopo aver incontrato contrarietà dal mondo biologico della stessa accademia, nel novembre 2021 ha pubblicato la versione finale della sua analisi confermando di aver individuato con certezza almeno 8 nanoparticelle di ossido di grafene tra un totale di 28 molto sospette per la forma bidimensionale (2D) di questo allotropo del carbonio.

Nel FDA full Pfzer-BioNTech Fact Sheet (Fonte 3) si elencano «I nanolipidi, o minuscole molecole di grasso, proteggono l’mRNA e fornisce un esterno “grasso” che aiuta l’mRNA a scivolare all’interno delle cellule. I componenti nanolipidici nel vaccino Pfzer-BioNTech includono: ((4-idrossibutil)azanediil)bis(esano-6,1-diil)bis(2-esildecanoato), 2[(polietilenglicole)-2000]-N,N-ditetradecylacetamide , 1,2-distearoil-sn-glicero-3-fosfocolina e colesterolo».

Resta comunque avvolta dal mistero la reale composizione delle «Nanoparticelle lipidiche contenenti PF-07305885 (BNT162b2) e lipidi» che rappresentano la “tessitura chimica” del siero genico Comirnaty.

Mentre viene menzionato il PF-07305885 derivante dal brevetto Biontech BNT162b2 e perciò inerente il principio attivo dell’RNA messaggero, non viene svelata la natura del composto principale PF-07302048 che lo ingloba.

«Solo il GO (ossido di grafene – ndr) ammino-funzionalizzato è stato in grado di indurre una specifica cellula dendritica monocitoide (mDC) e l’attivazione dei monociti distorta verso una risposta T helper (Th) -1/M1. Questi risultati sono punti di partenza per lo sviluppo di piattaforme su nanoscala in medicina come strumenti immunoterapici, vettori di vaccini o nanoadiuvanti».

E’ quanto ha scritto in uno studio del 2017, insieme ad altri ricercatori europei, la dottoressa Lucia Gemma Delogu, giovane scienziata sarda del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Padova, divenuta il punto di riferimento mondiale dalla Graphene Flagship, l’associazione internazionale che, come spiegato nella parte introduttiva, sta monitorando le potenzialità di questo nuovo materiale derivato dal carbonio per iniziativa della Commissione Europea.

«Potrebbero anche essere esplorati strumenti di nanotecnologia per inattivare SARS-CoV-2 nei pazienti. In questo caso, i nanomateriali potrebbero essere utilizzati per fornire farmaci al sistema polmonare per inibire l’interazione tra i recettori dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2) e la proteina S virale. Inoltre, il concetto di “nanoimmunità in base alla progettazione” può aiutarci a progettare materiali per la modulazione immunitaria, stimolando o sopprimendo la risposta immunitaria, che troverebbero applicazioni nel contesto dello sviluppo di vaccini per SARS-CoV-2 o nel contrastare la tempesta di citochine, rispettivamente» ha precisato la stessa dottoressa Delogu con altri scienziati (tra cui l’accanita veterinaria PRO VAX Ilaria Capua) in un’altra ricerca pubblicata nel 2020, pochi mesi prima che il siero genico sperimentale fosse messo in commercio.

Ma non è tutto: «L’ossido di grafene funzionalizzato con gruppi amminici (GO-NH2) induce l’attivazione della segnalazione dell’interferone STAT1/IRF1 nei monociti e nei linfociti T, con conseguente produzione di chemioattrattivi dei linfociti T e polarizzazione macrofago 1 (M1) 1/T- helper 1 (Th1) della risposta immunitaria, con tossicità trascurabile».

«Comprendere e controllare l’interazione dei materiali a base di grafene con le membrane cellulari è fondamentale per lo sviluppo di tecnologie biomediche abilitate al grafene e per la gestione dei problemi di salute e sicurezza del grafene. Si sa molto poco sul comportamento fondamentale delle membrane cellulari esposte a materiali sintetici 2D ultrasottili. Qui indaghiamo le interazioni di microfogli di grafene e grafene a pochi strati (FLG) con tre tipi di cellule e con modelli a doppi strati lipidici combinando dinamica molecolare a grana grossa (MD), MD di tutti gli atomi, modellazione analitica, visualizzazione a fluorescenza confocale e visualizzazione a microscopio elettronico».

«La porzione penetrata della membrana si propaga quindi lungo l’intero bordo, determinando la piena penetrazione (Film S2). In questo processo, la barriera energetica alla penetrazione viene superata dalla perforazione locale in corrispondenza di angoli acuti lungo il bordo nominalmente piatto, e la piena penetrazione è guidata dall’attraente interazione tra il grafene e i gruppi di coda dei lipidi una volta che la perforazione iniziale ha avuto successo».

E poi aggiungono l’inquietante considerazione finale: «La capacità dei microfogli di grafene con un’ampia dimensione laterale di penetrare ed entrare nelle cellule, qui documentata sia sperimentalmente che attraverso la simulazione, può portare a rottura del citoscheletro, ridotta motilità cellulare, funzione di barriera epiteliale compromessa o altri effetti geometrici e sterici che meritano ulteriori studi».

«Dei cristalli di grafene multistrato dello spessore di 10 µm sono stati capaci di perforare le membrane cellulari in soluzione; una ricerca della Brown University descrive la potenziale tossicità del grafene: intaccherebbe e danneggerebbe le cellule umane per via della sua natura bidimensionale, soprattutto quando finemente frammentato»

«Gli studi fino ad oggi indicano che la tossicità del grafene potrebbe dipendere dalla forma, dalle dimensioni, dalla purezza, dalle fasi di lavorazione post-produzione, dallo stato ossidativo, dai gruppi funzionali, dallo stato di dispersione, dai metodi di sintesi, dalla via e dalla dose di somministrazione e dai tempi di esposizione. Il danno cellulare mediato da specie di ossidazione reattiva è stato postulato come un meccanismo di citotossicità primario del grafene. I fogli di grafene con spigoli vivi potrebbero indurre danni fisici diretti e interagire con i fosfolipidi portando alla destabilizzazione della membrana. Il rivestimento superficiale del grafene con diverse frazioni biocompatibili (ad esempio polimeri naturali) può mitigare questi effetti di citotossicità» hanno scritto tre anni dopo gli scienziati del Dipartimento di Ingegneria Biomedica della Stony Brook University (dell’omonima città nello stato di New York), Gaurav Lalwani, Michael D’Agati, Amit Mahmud Khan e Balaji Sitharaman.

«Per tutti i tipi di nanoparticelle di grafene, è importante studiare e valutare criticamente i potenziali rischi per la salute a breve e lungo termine e i rischi di tossicità dopo esposizioni acute, subacute e croniche utilizzando modelli in vitro e in vivo (piccoli e grandi animali). Per la traduzione clinica di qualsiasi applicazione biomedica a base di grafene che richieda la sua somministrazione sistemica, sono altamente desiderabili formulazioni con elevata purezza, disperdibilità in mezzi acquosi e proprietà fisico-chimiche controllate. Per ciascuna di queste formulazioni, la conformità normativa richiederebbe la mappatura del processo di chimica, produzione e controllo (CMC) e il completamento di studi preclinici abilitanti nuovi farmaci (IND)»

 

 

 

 

Il regolamento (UE) 2021/953 del 14 giugno relativo all'introduzione del certificato COVID digitale esclude l'obbligo vaccinale stabilendo anzi il principio di non discriminazione di coloro che non sono vaccinati, specificando che il possesso di un certificato di vaccinazione non deve costituire una condizione preliminare per l'esercizio del diritto di libera circolazione.

Tuttavia la scelta del governo francese – che altri Stati (come quello italiano) hanno annunciato di voler replicare – di prevedere l'obbligatorietà del passaporto sanitario per l'accesso a ogni luogo con più di 50 persone introduce una discriminazione nei fatti, in quanto impone delle restrizioni allo svolgimento della vita quotidiana dei cittadini, come l'ingresso in bar, negozi, trasporti pubblici, e così via.

Lo svolgimento di tali attività infatti costringerebbe il cittadino a sottoporsi a test per la rilevazione del SARS-CoV-2 con una frequenza insostenibile dal punto di vista sia organizzativo sia economico (visto che in nazioni come l'Italia il costo del tampone è a carico del cittadino), non lasciando dunque altra soluzione che la vaccinazione.

Alla luce di ciò si chiede dunque alla Commissione se misure come quelle annunciate dal governo francese non costituiscano una violazione del principio di non discriminazione più volte assicurato dalla stessa Commissione ed esplicitato nel sopra menzionato regolamento 2021/953.
 
 
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 Da inizio pandemia abbiamo usato almeno 46 miliardi di mascherine e abbiamo sempre sbagliato a smaltirle
Germana Carillo
Pubblicato il 3 Maggio 2022
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Un impatto “abnorme”, dicono gli esperti, quello dei famosi dispositivi di protezione individuale sull’ambiente e sulle nostre tasche. Dall’1 maggio sono cambiate parecchie regole, ma oramai il danno è fatto

Sono almeno 46 miliardi le mascherine utilizzate in Italia da quando ha avuto inizio la pandemia e 129 i miliardi a livello globale quelle consumate ogni mese, pari a circa 3 milioni di mascherine al minuto.

È quanto emerge da una stima effettuata SIMA, la Società Italiana di Medicina Ambientale, secondo cui ai circa 2 miliardi di mascherine utilizzate in Italia dalla popolazione scolastica a partire dallo scoppio dell’emergenza sanitaria nel nostro Paese, andrebbero ad aggiungersi i 16 miliardi in capo ai lavoratori e una quota stimabile in 28 miliardi per l’uso quotidiano nelle varie situazioni indoor e outdoor dall’inizio dell’emergenza sanitaria.

Raggiungendo così il catastrofico totale di 46 miliardi di mascherine.

Quanto gravano sull’ambiente?

Tantissimo. Secondo l’Oms sono 3,4 miliardi le mascherine che finiscono ogni giorno nella spazzatura, su scala globale, assieme a 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi (principalmente plastica) e 731mila litri di rifiuti chimici.

Uno studio apparso su Environmental Advances ha rivelato come buona parte delle mascherine finisca in acqua (quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima ottimistica al ribasso), evidenziando inoltre come una singola mascherina sia in grado di rilasciare fino a 173mila microfibre di plastica al giorno negli oceani, con possibili danni da ostruzione in seguito ad ingestione, ed effetti tossicologici dovuti alla veicolazione di contaminanti chimici e biologici. Preoccupa inoltre la presenza di frazioni sub-micrometriche, potenzialmente capaci di attraversare le barriere biologiche.

Come società scientifica siamo favorevoli al proseguimento dell’utilizzo delle mascherine negli ambienti indoor, ma al contempo abbiamo il dovere di evidenziare che ponendo adeguata attenzione alla qualità dell’aria indoor con semplici (oltre che economici) dispositivi di monitoraggio della CO2 ed eventuale ricorso a sistemi di purificazione dell’aria o ventilazione meccanica controllata (VMC) è possibile recuperare una fruibilità in piena sicurezza di tutti gli spazi al chiuso o ambienti confinati anche senza usare questi dispositivi di protezione individuale, di cui speriamo di poter fare presto tutti a meno, conclude Alessandro Miani, presidente Sima.

Noi cosa possiamo fare? Assolutamente informarci in modo da conoscere i modi adeguati per smaltire correttamente le mascherine chirurgiche. Noi ve ne abbiamo parlato qui.

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QUANDO  FINALMENTE SI SCOPRIRA' CHE IL VACCINO PER IL COVID NON VACCINA PERCHE'  IL VIRUS E' ANTIGENICO, NON ACCETTA VACCINI, E CHE IL DECRETO sul GREEN PASS DRAGHI e' illegale e antidemocratico, secondo il regolamento (UE) 2021/953 che stabilisce  il principio di non discriminazione di coloro che non sono vaccinati, specificando che il possesso di un certificato di vaccinazione non deve costituire una condizione preliminare per l'esercizio del diritto di libera circolazione, continueranno a decidere quelli che ora sbagliano. E' successo in Italia depo il fascismo per mantenere il contrtollo da parte degli antifascisti con gli ex fascisti. Ecco perche' l'ITALIA e' il paese dei signorsi. Le maggioranze hanno tutti i poteri mentre le minoranze hanno il solo potere di liberta' di manifestazione del dissenso. A chi manifesta e' stato imposto il green pass , non si puo' anche imporre come quando manifestare ! Quanti fumatori ci sono fra gli infetti e morti di Covid ? Non lo vogliono dire. Perche' ?

Mb

Commissione Dubbio e Precauzione | Live streaming [08|12|2021]

https://youtu.be/_ZLFlY7y_2w

UN NUOVO PARTITO PER IL GOVERNO DELLA DEMOCRAZIA

La scienza avanza sempre ed è venuto in nostro aiuto un altro virus. È la combinazione dei batteri e del virus che insieme riesce a dare la malattia. E sin dall’inizio il lavoro di alcuni ha dimostrato che un antibiotico avrebbe potuto fermare il virus. I virus non sono sensibili agli antibiotici. Era un batterio e questo batterio è stato trovato da una equipe italiana, dal dottor Carlo Brosnia. E si tratta di lavori recenti che non sono ancora stati pubblicati. Ci sono già delle immagini ? Ci sono delle immagini di batteri intestinali pieni di virus. Questa è una malattia nata da batteri e virus che va combattuta anche con l’igiene ?

 Non è solo il vaccino a curare: è una combinazione di cure che curerà questa malattia. Questo vaccino non cammina da solo. C’è stato un enorme errore di strategia. Contrariamente a quello che era stato detto, questi vaccini non proteggono assolutamente. È quello che sta venendo fuori piano piano. Questo è riconosciuto a livello scientifico oggi ? Non sono solo gli esperimenti scientifici che lo dicono ma anche gli esami sui malati ? Invece di proteggere, può succedere che favorisca altre infezioni ? La proteina che è stata utilizzata nei vaccini in realtà è tossica ?

 

l Dr. Rand Paul Grills Dr. Fauci sui colpi di richiamo COVID per i bambini e sui pagamenti di royalty ricevuti dai burocrati del governo

Giovedì, come membro della commissione per la salute, l'istruzione, il lavoro e le pensioni del Senato, ho potuto interrogare il dottor Anthony Fauci, direttore dell'Istituto nazionale di allergie e malattie infettive (NIAID) sui vaccini di richiamo COVID per i bambini e se i burocrati del governo, come lui, ricevono i pagamenti delle royalty da aziende e produttori di Big Pharma.

Ancora una volta, il dottor Fauci è stato sorpreso a offuscare la verità e si è rifiutato di rispondere alle mie domande.

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In primo luogo, ho chiesto se ci sono studi che mostrano una riduzione del ricovero o della morte per i bambini che prendono un vaccino di richiamo COVID-19. La sua risposta è stata no. Allora, perché il governo dovrebbe raccomandarlo?

Il dottor Fauci e l'amministrazione Biden sono così impegnati a garantire che ogni uomo, donna e bambino in America si sottometta alle loro regole da ignorare completamente la scienza reale.

Il tasso di mortalità COVID per i bambini è di circa uno su un milione. In effetti, è più probabile che tuo figlio venga colpito da un fulmine piuttosto che muoia per COVID. E, prima di consigliare un vaccino per i bambini, non vorremmo anche sapere se la grande percentuale di ragazzi già guariti dal COVID è a rischio di ricovero o morte?

Non è scientifico e davvero scorretto spingere i vaccini sui bambini senza rivelare se l'infezione precedente li sta già proteggendo.

Le persone al governo pensano di sapere cosa è meglio per noi, ma in un paese libero, le persone prendono le proprie decisioni sanitarie e alla fine possono decidere in base ai fattori di rischio se il vaccino COVID è il migliore per loro.

Ho anche potuto chiedere al dottor Fauci se lui o chiunque fosse coinvolto nell'approvazione o nella promozione di vaccini, farmaci o trattamenti, avesse ricevuto pagamenti di royalty dalle aziende che producono o vendono questi prodotti. La sua risposta è stata che le persone che ricevono i diritti d'autore non sono obbligate a rivelarle.

Tuttavia, credo che il contribuente americano meriti di conoscere il grado in cui medici e ricercatori governativi hanno un interesse finanziario nei farmaci e nei prodotti che supportano e se esiste una relazione tra le sovvenzioni federali concesse dal National Institutes of Health (NIH) e le royalty pagamenti ricevuti dal personale NIH .

Gli americani meritano maggiore trasparenza e, come vostro senatore, prometto di continuare a lottare per avere risposte e di esporre la DC per la palude che è.

Puoi guardare le mie domande e osservazioni complete QUI e QUI .

 

 

 

 

 

COSTITUZIONE ITALIANA

Articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Articolo 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Articolo 32

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

 

Fonti di finanziamento della FONDAZIONE GIMBE

La Fondazione GIMBE è un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro e non riceve alcun finanziamento pubblico.

La Fondazione GIMBE realizza i propri scopi statutari grazie a:

Abbiamo lavorato con...

Fondazioni

Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus
Fondazione Poliambulanza - Istituto Ospedaliero
Fondazione Roma Sanita'
 

Internazionali

Istituto per la Sicurezza Sociale
 

Enti e Organi del SSN e della PA

Agenas
Agenzia Sanitaria Regionale Emilia Romagna
Istituto Superiore di Sanità
Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sardegna G. Pegreffi
Sardegna Ricerche
 

Università

Università degli Studi di Bologna - Facoltà di Medicina e Chirurgia
Università degli Studi di Catania - Facoltà di Medicina e Chirurgia
Università degli Studi di Firenze - Scuola di Specializzazione in Pneumologia
Università degli Studi di Messina - Scuola di Specializzazione in Pediatria
Universita' degli Studi di Milano - Facolta' di Medicina e Chirurgia
Universita' degli Studi di Padova
Università degli Studi di Padova - Facoltà di Medicina e Chirurgia
 

Aziende Sanitarie Locali

ASL 1 Imperiese
ASL 2 Savonese - Ospedale Santa Corona
ASL 3 Genovese
ASL 4 Chiavarese
ASL di Milano
ASL NO
ASL Oristano
ASREM - Azienda Sanitaria Regionale Molise
ASS n.2 Isontina
ASUR Zona Territoriale 13 Ascoli Piceno
Azienda per i Servizi Sanitari n. 4 Medio Friuli
Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari Provincia Autonoma di Trento
Azienda Sanitaria dell'Alto Adige
Azienda Sanitaria dell'Alto Adige - Comprensorio Sanitario di Bolzano
Azienda Sanitaria Firenze
Azienda Sanitaria Locale 2 - Lanciano - Vasto - Chieti
Azienda Sanitaria Locale 8 Cagliari
Azienda Sanitaria Locale BN1
Azienda Sanitaria Locale di Carbonia
Azienda Sanitaria Locale di Lanusei
Azienda Sanitaria Locale di Matera
Azienda Sanitaria Locale Teramo
Azienda Sanitaria Locale TO2 - Torino Nord
Azienda Sanitaria Locale VC
Azienda Sanitaria Provinciale di Messina
Azienda ULSS 1 Belluno
Azienda ULSS 12 Veneziana
Azienda ULSS 13 Mirano
Azienda ULSS 2 Marca Trevigiana
Azienda ULSS 3 Bassano del Grappa
Azienda ULSS 5 Ovest Vicentino
Azienda ULSS 7 Pieve di Soligo
Azienda ULSS 9 Treviso
Azienda Unità Sanitaria Locale Modena
Azienda Unità Sanitaria Locale n. 5 Spezzino
Azienda Unita' Sanitaria Locale Roma F
Azienda USL 11 Empoli
Azienda USL 3 Pistoia
Azienda USL 4 Prato
Azienda USL di Bologna
Azienda USL di Ferrara
Azienda USL di Piacenza
Azienda USL di Ravenna
Azienda USL di Reggio Emilia
Azienda USL di Rimini
Azienda USL Imola
Azienda USL Roma E
Azienda USL Valle d'Aosta
Comprensorio Sanitario di Merano
 

Strutture di Ricovero

AO Legnano
Arcispedale S. Maria Nuova - Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia
Azienda Ospedaliera Complesso Ospedaliero San Giovanni - Addolorata
Azienda Ospedaliera di Avellino - San Giuseppe Moscati
Azienda Ospedaliera di Padova
Azienda Ospedaliera di Rilevo Nazionale e di Alta Specializzazione - Garibaldi - San Luigi - San Currò - Ascoli - Tomaselli
Azienda Ospedaliera di Torino - Ordine Mauriziano
Azienda Ospedaliera Istituti Ospedalieri di Cremona
Azienda Ospedaliera Niguarda Ca'Granda
Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti Villa Sofia - Cervello
Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo - Potenza
Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini
Azienda Ospedaliera Santa Maria - Terni
Azienda Ospedaliera Specializzata in Gastroenterologia Saverio de Bellis
Azienda Ospedaliera Spedali Civili di Brescia
Azienda Ospedaliera Universitaria di Genova - San Martino
Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer
Azienda Ospedaliero - Universitaria Policlinico - Vittorio Emanuele
Azienda Ospedaliero Universitaria di Catanzaro - Mater Domini
Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna - Policlinico S. Orsola - Malpighi
Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara - Arcispedale S. Anna
Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Lecco
Casa di Cura Privata - Di Lorenzo
Casa di Cura Privata - Nomentana Hospital
Casa di Cura Privata - San Giacomo s.r.l.
Centro di Riferimento Oncologico
Centro Riabilitazione Motoria INAIL
Fondazione Stella Maris
I.R.C.C.S. Eugenio Medea - Associazione La Nostra Famiglia
I.R.C.C.S. Materno Infantile Burlo Garofolo
ISMETT
Istituto Clinico Humanitas
Istituto Europeo di Oncologia
Istituto Giannina Gaslini - Ospedale Pediatrico IRCCS
Istituto Ortopedico Rizzoli
Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori (I.R.S.T.) S.r.l.
Istituto Tumori Giovanni Paolo II - IRCCS Ospedale Oncologico di Bari
Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza
Ospedale Classificato Villa Salus
Ospedale di Pietra Ligure - Santa Corona
Ospedale Pediatrico Bambino Gesù
Presidio Ospedaliero Sant’Elia
 

Società e Associazioni Scientifiche

A.Ps.I.A. - Associazione Psicoterapia Infanzia e Adolescenza
AIFI - Associazione Italiana Fisioterapisti
AIFI - Associazione Italiana Fisioterapisti - Sezione Lazio
AIFI Sardegna
AIGO - Associazione Italiana Gastroenterologi & Endoscopisti Digestivi Ospedalieri
AISF
AITN - Associazione Italiana Tecnici di Neurofisiopatologia
AIUC Onlus - Associazione Italiana Ulcere Cutanee
AMD - Associazione Medici Diabetologi
AME - Associazione Medici Endocrinologi
AMIQA - Associazione Italiana per il Miglioramento della Qualità e per l'Accreditamento dei soggetti erogatori di assistenza sanitaria
ANUPI TNPEE - Associazione Nazionale Unitaria Terapisti della Neuro e Psicomotricita' dell'Eta' Evolutiva Italiani
Cooperativa Sociale Medicina del Territorio - MEDI-TER
FASTeR - Federazione delle Associazioni Scientifiche dei Tecnici di Radiologia
Gada + Eurosets + Getinge + Medtronic
GSTM-Gruppo di Studio della Terapia Manuale e Riabilitazione Muscoloscheletrica
Keiron - As.Me.G. Veneto
SIED
SIFO - Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie
SIGENP - Societa' Italiana Gastroenterologia Epatologia e Nutrizione Pediatrica
SIGOs - Società Italiana Geriatri Ospedalieri
SIMG - Società Italiana di Medicina Generale
SIMLA - Societa' Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni
SIN - Societa' Italiana di Neonatologia
SIN - Società Italiana di Neurologia
SIRU - Societa' Italiana della Riproduzione Umana
SISET - Società Italiana per lo Studio dell'Emostasi e Trombosi
SNAMID - Società Nazionale per l’Aggiornamento del Medico di Medicina Generale
SNO - Societa' dei Neurologi, Neurochirurghi, Neuroradiologi Ospedalieri
UNP - Unione Nazionale Pediatri
 

Ordini e Collegi Professionali

Collegio IPASVI Bolzano
Collegio IPASVI Milano - Lodi
 

Media

Il Pensiero Scientifico Editore Srl
Il Sole 24 Ore Sanità
MIDIA srl
 

Industria

3M Italia
Abbott Italia S.r.l.
Abbvie srl
AstraZeneca Spa
Biogen Idec Italia S.r.l.
Celgene srl
Chiesi Farmaceutici Spa
Covidien Italia Spa
Daiichi Sankyo Spa
Doc Generici Srl
Genzyme Srl
GlaxoSmithKline Spa
Janssen-Cilag Spa
MSD Italia srl
Pfizer Italia Srl
Roche Spa

Shire Italia Spa
Sofar Spa
Takeda Italia Farmaceutici Spa
Teva Pharma Italia Srl
Valeas Spa Industria Chimica e Farmaceutica
 

Altro

AIOP Giovani
Associazione Atlante
ASSOGENERICI - Associazione Nazionale Industrie Farmaci Generici e Biosimilari
COGEST M.& C. Srl
Consorzio ISMESS
EGAS - Ente per la gestione accentrata dei servizi condivisi
EOM Italia srl
Etna Congressi s.r.l.
Fondazione Sigma-Tau
INAIL - Sovrintendenza Medica Regionale Emilia Romagna
IntraMed Communications Srl
Noesis s.r.l.
Planning Congressi Srl
Spazio Congressi S.r.l.
Umbria Servizi Innovativi S.p.A.
UPMC ITALY srl

DA https://www.gimbe.org/pagine/370/it/fonti-di-finanziamento

 

Dr. Rand Paul on Martin Luther King Jr. Day
 
When one sees an injustice so great, he must make a choice — to continue tolerating the injustice or make sacrifices in the name of stopping it. Thankfully for us, Dr. Martin Luther King Jr. chose the path less traveled.
 
On this Martin Luther King Jr. Day, let us celebrate the life and legacy of Dr. King, and keep building the kind of America that is worthy of memory and that our children — of every race, creed and color — deserve.
 
Dr. Rand Paul Challenges Dr. Fauci on his Authoritarian Claim that he Solely Represents Science
 
The idea that a government official would claim to solely represent science and that any criticism of that official would be considered a criticism of science itself, is quite dangerous.

Last Tuesday, I challenged Dr. Anthony Fauci, Director of the National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) on his authoritarian claim that he unilaterally represents science.

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In a recently released email exchange with Dr. Collins, Dr. Fauci conspired, to create “a quick and devastating published takedown of three prominent epidemiologists from Harvard, Oxford, Stanford and label them, “fringe.”
 
Instead of engaging with the epidemiologists on merits, Dr. Fauci and Dr. Collins sought to smear and discredit any questions, opinions, and concerns they had. This is not only antithetical to the scientific method; it is the epitome of cheap politics that Dr. Fauci continues to prioritize over any questions surrounding COVID-19.
 
While Dr. Fauci continues to deflect from answering questions, I will continue to demand answers, and promise to thoroughly investigate the origins of COVID-19 once Republicans take back the Senate majority in 2022.
 
You can watch my full remarks and questions to Dr. Fauci HERE.
 
Dr. Rand Paul on U.S. Supreme Court Decision to Block Biden’s Vaccine and Testing Mandates
 
On Thursday, the Supreme Court blocked President Biden’s unlawful and unconstitutional vaccine and testing mandates for businesses across the U.S.
 
Under Biden’s vaccine and testing mandates, Kentucky risked losing up to 34 percent of its labor force, not to mention it would have cost Kentucky businesses at least $50 million.
 
People have the right to make their own healthcare decisions, and Biden’s command that working Americans and private businesses submit to his mandate upon penalty of loss of livelihood is a flagrant abuse of power that would have destroy Kentucky’s economy and work force.
 
While I have been outspoke against these mandates from the beginning and even more recently I joined fellow lawmakers in filing a amicus brief to the Supreme Court in opposition, I am thankful the Supreme Court ruled in a 6-3 decision to reject this unamerican federal takeover of individual freedom.
 
You can learn more about the cost of vaccine mandates in Kentucky by reading my committee’s report HERE.

 

 

11.11.21

Da quando Draghi e' diventato Presidente del Consiglio gli ho scritto queste lettere a cui non ha mai dato nessuna risposta

https://onedrive.live.com/?authkey=%21AFcMjDOYOAZIuQQ&id=A9BE3F8B29C04651%21890&cid=A9BE3F8B29C04651

giudicate voi se Draghi e' il caso che diventi Presidente della Repubblica o resti Presidente del Consiglio anche in considerazione del fatto che molto probabilmente scatenando la tempesta perfetta per scatenare la guerra civile passerà alla storia per aver scatenato una guerra civile per la furbata del green pass.

31.08.21

Dopo una pausa dal 30.10,20 al 31.08.21 ho deciso di aggiornare questo sito perche’ l’apertura del semestre bianco Draghi pare cambiato. Mi sembra meno indipendente nelle scelte giuste rispetto a quelle piu’ opportune per la Sua elezione a Presidente della Repubblica.

Se un Presidente della Repubblica dovrebbe essere indipendente e super partes non essere riconosciuto tale se si comporta in modo dipendente dal consenso nazionale del M5S-PD ed internazionale della Merkel.

Il tema fondamentale e’ la gestione dei rapporti con la Cina di  Xi Jinping, che nasconde le verita’ piu’ scomode, come i Talebani, per cui  aspira ad influenzare l’occidente ad avere rapporti guidati da Lui. Ed ecco che i soliti collaboratori interessati cinesi non perdono l’occasione per mettersi a disposizione : Conte, Prodi e soprattutto la Merkel che controlla l’Europa, strumento degli interessi tedeschi. Infatti Performance fuori scala dell'azienda che coproduce il vaccino per il Covid con Pfizer

Il boom dei vaccini fa decollare i conti di Biontech e traina anche il Pil tedesco. Nel secondo trimestre la piccola società di biotecnologie, che insieme a Pfizer ha sviluppato il primo siero contro il Covid-19, ha realizzato ricavi per 5,3 miliardi di euro, contro i 41,7 milioni del secondo trimestre 2020: nel primo semestre i ricavi sono stati pari a 7,3 miliardi, contro i 69,4 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. Un incremento spettacolare, che la stessa società in una nota attribuisce «alla rapida crescita dell'offerta del vaccino Covid-19 nel mondo».

Ma a rendere eccezionale questa performance, come ha fatto notare l'economista tedesco Sebastian Dullien, è il fatto che i risultati della sola Biontech sono «in grado di far aumentare il Pil della Germania di 0,5 punti percentuali». Un risultato definito «decisamente straordinario per una startup».

Dullien, professore di economia internazionale alla Htw-Università di scienze applicate di Berlino e direttore dell'istituto di studi macroeconomici Imk, ha argomentato le sue affermazioni in una serie di tweet. «Solitamente, in quanto studioso di macroeconomia non commento i risultati delle singole società. Tuttavia, può capitare in certi casi che i risultati di alcune aziende siano tali da avere una rilevanza macroeconomica, e Biontech è uno di questi rari esempi».

Facendo alcuni «rapidi calcoli», Dullien ha spiegato: «Biontech ha stimato che i ricavi provenienti dai vaccini contro il Covid-19 per il 2021 ammonteranno a 15,9 miliardi di dollari, cifra che rappresenta circa lo 0,5% del prodotto interno lordo tedesco», mentre lo scorso anno le vendite della società non avevano raggiunto livelli significativi.

 

Quest' anno, pur ammettendo la presenza di una componente estera - materiali acquistati oltreconfine - che non impatta sul Pil tedesco, secondo Dullien «la maggioranza dei ricavi viene realizzata in Germania, e per questo influisce direttamente sul prodotto interno lordo della nazione». Un caso più unico che raro. «Non ho memoria», scrive l'economista, «di un'altra società che abbia avuto un impatto paragonabile sul prodotto interno lordo della Germania».

Nemmeno Volkswagen, un colosso «che genera ricavi ben più importanti e che tra il 2018 e il 2019 ha visto crescere il fatturato di 18 miliardi di euro». Tuttavia, osserva Dullien, «in questo caso l'incremento è stato determinato da cambiamenti nei processi produttivi fuori dalla Germania, e per questo non ha influito sul Pil, al contrario di quanto accade per la gran parte dei ricavi di Biontech».

Questo essenzialmente per due ragioni: «In primis, Biontech realizza 1 miliardo di dosi di vaccino all'anno nello stabilimento di Marburg, e il valore aggiunto viene conteggiato nel Pil tedesco. In secondo luogo, la società ha siglato un accordo con Pfizer per la compartecipazione agli utili, e anche questi profitti vengono conteggiati nel prodotto interno lordo tedesco.

Un vaccino inutile per chi lo assume,  secondo Baric

 

Torino 19.07.21

 

ALL’ECC.MA Procura Generale di Torino

 

 Oggetto: probabile responsabilita’  della prof.ssa Shi del laboratorio virologico di Wuhan e di Xi Jinping, capo della Repubblica Popolare Cinese, nella creazione e diffusione di patogeni che hanno cambiato la loro antigenicita’ e qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus

 

Il sottoscritto Marco BAVA, nato a TORINO il 07.09.57  email: marcobava@pec.ordineavvocatitorino.it

rappresenta che :

 

Ho raccolto, ed ordinato una serie di informazioni che ho denominato: doppia pistola fumante;  sulle origini del virus  Sars-CO-2, da cui emergono probabili responsabilita’ della prof.ssa Shi del laboratorio cinese di Wuhan nella creazione e diffusione di patogeni che hanno cambiato la loro antigenicita’ e qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus

In un regime come quello cinese e’ ovvio che la  prof.ssa Shi condivida tale responsabilita’ con il capo dello stato Xi Jinping in quanto il laboratorio e’ statale e la stessa non si sa piu’ dove sia.

  1. Nel 1983 viene identificato il virus dell’HIV . Simon Wain-Hobson dell’Istituto Pasteur di Parigi e’ stato il primo a vedere la sequenza alla fine del 1984. Con il Sars-Cov-2 abbiamo avuto la sequenza in 10 giorni per la sequenza di fuoco genetica che oggi abbiamo. Si puo’ modificare un virus come si vuole.
  2. 2004 la Francia di CHIRAC dopo l’epidemia Sars del 2003 , stipula un’accordo intergovernativo per la lotta contro le malattie infettive emergenti .
  3. Nel 2011 in Olanda all’Universita’ Erasmus di Rotterdam e in contemporanea all’Universita’del Wisconsin negli Usa, per rendere piu’ contagioso il virus dell’influenza aviaria H5N1, un patogeno molto aggressivo che ha una letalita’ del 60% secondo l’Oms, ma che nell’uomo non si trasmette efficacemente per via aerea. Grazie a modifiche del virus e passaggi da un animale all’altro i ricercatori erano riusciti a fare in modo che i furetti in laboratorio si contagiassero solo attraverso un flusso d’aria senza contatti. I risultati erano talmente pericolosi che le riviste Science e Nature ne hanno vietato la pubblicazione per piu’ di 1 anno. All’Universita’ di Hannover lavora il prof.Osterhaus che era a capo dell’equipe olandese che sostiene che all’epoca eravamo nel mezzo di una epidemia di aviaria in cui l’H5N1 era un virus devastante per i volatili ma nel sud-est asiatico si ammalassero anche delle persone che venivano infettate dal pollame che morivano al 50%. Ma il virus non si trasmetteva in modo efficace da persona a persona . Per cui finanziati anche dall’NHI abbiamo costruito un laboratorio piu’ sicuro in 6 anni ma ad oggi non ci sono norme internazionali codificate.
  4. Nel 2012 6 uomini erano entrati in una miniera di rame abbandonata nello Yunnan per pulirla, era piena di guano. Pochi giorni dopo si erano  ammalati ti polmonite e 3 di loro erano morti. Il primo minatore aveva 63 anni, ed e’ morto dopo 12 giorni. Il secondo dopo 1 mese il 3° dopo 100 giorni. I sintomi erano febbre alta, tosse e dolore agli arti. Tutti, tranne uno facevano fatica a respirare. Tutti e 3 avevano gi anticorpi GM segno di una infezione virale recente. I test li aveva fatti il laboratorio di Wuhan. Si trattava di un coronavirus ed il dr.Nanshan aveva concluso che si trattava di polmoniti virali. Per 4 volte i ricercatori di Wuhan sono andati nella miniera per capire quali virus fossero presenti nei pipistrelli. Il collegamento fra RATG13 ed i casi di polmonite .
  5. Nel 2013 in una grotta di una miniera di rame abbandonata nello Yunnan viene  ritrovato il virus RATG13 - RABT-COV-4991.
  6. Il 12 luglio 2014 un laboratorio di massima sicurezza del CDC di Atlanta scambia inavvertitamente l’H5N1 , il virus della AVIARIA, per un ceppo di un virus dell’influenza inviandolo ad un altro laboratorio di ricerca. Tre giorni prima in un laboratorio vicino a Washington durante le pulizie le pulizie in un ripostiglio vengono trovate sei fiale con il virus del vaiolo dimenticate in una scatola dal 1950. Qualche settimana prima 80 dipendenti di un laboratorio  del CDC si infettano con batteri vivi dell’antrace.
  7. Nell’ottobre 2014 Obama blocca i fondi agli esperimenti di “gain of function” e chiede a tutti i paesi una pausa di valutazione.
  8. Nel 2015 la professoressa Shi si rivolge al prof.Baric , dell’Universita’ del North CAROLINA , uno dei maggiori esperti nella creazione di virus sintetici. Insieme i due scienziati costruiscono un virus ibrido la chimera innestando una proteina presa dal virus dei pipistrelli sul virus della Sars ricavato dai topi. E ne esce un super virus dannoso per l’uomo realizzato un Usa finanziato dal Dipartimento della Salute degli Usa , che dimostra che la proteina Spike e’ in grado di legarsi al recettore umano ed infettare le cellule direttamente. Nei data base c’erano le sequenze di molti Coronavirus di pipistrelli simili alla Sars, identificati in Cina. In quel bacino si immaginano dei ceppi che sarebbero potuti crescere bene nelle cellule umane. Da questi esperimenti e’ emerso che esistono dei ceppi nei pipistrelli che sono preprogrammati per saltare da una specie all’altra. Si puo’ sintetizzare chimicamente la sequenza del virus in laboratorio e poi ricreare il virus. Grazie ai fondi americani i ricercatori di Wuhan hanno partecipato ad esperimenti come la chimera del 2015 con il virus della Sars. Gli stessi autori del paper tra cui il prof.Baric e la prof.ssa Shi  a scrivere che :”Non e’ possibile prevedere la pericolosita’ del nuovo virus che si vuole creare come la chimera SHC014-MA15.”(NATURE-MEDICINE A SARS-like cluster of circulating bat coronavirus shows potenzial for human emergence.)
  9. Quindi nel 2015 la prof.ssa Shi, responsabile del laboratorio di Wahan si rivolge al prof.Baric dell’Universita’ del North Carolina , esperto sia nella costruzione di virus sintetici, sia di coronavis. Insieme i due scienziati costruiscono un virus ibrido , la famosa chimera di cui aveva parlato il Tg Leonardo, tornato a circolare in rete qualche tempo fa: “Dei ricercatori cinesi innestano una proteina presa dai pipistrelli sul virus della Sars ricavato di topi e ne esce un super virus che potrebbe colpire l’uomo.”

Realizzato in Usa con il finanziamento anche dell’agenzia del dipartimento della Salute degli Usa l’esperimento aveva dimostrato che la proteina Spike era in grado di legarsi al ricettore umano e infettare le cellule direttamente , come sostiene il prof.Baric protagonista di questa ricerca :””Nei data base c’erano le sequenze di molti Coronavirus dei pipistrelli simili alla Sars. Erano virus identificati in Cina. In quell’enorme bacino si potevano immaginare dei ceppi che sarebbero potuti crescere bene nelle cellule umane. La domanda nella comunita’ scientifica era : se emerge un nuovo ceppo e’ in grado di causare una epidemia ? o deve passare attraverso una serie di mutazioni ? A questo serviva l’esperimento del 2015. Ora sappiamo che nei pipistrelli esistono dei virus che sono preprogrammati per saltare da una specie all’altra. Se lo fanno si riprodurranno bene negli esseri umani . In quel caso non abbiamo avuto accesso ai virus in Cina. Avevamo solo la sequenza. Si puo’ sintetizzare chimicamente la sequenza del virus in laboratorio e poi ricreare il virus.” Dopo l’esperimento con il prof.Baric nel 2017 il team di Wuhan pubblica le sequenze di 11 nuovi Coronavirus di tipo Sars identificati ancora nel sud della Cina , nello Yunnan. Ricombinando alcuni di questi virus in un progetto sempre cofinanziato dal governo americano i ricercatori costruiscono 8 diverse chimere e due di loro sono in grado di infettare le cellule umane. La prova ancora una volta che i Coronavirus dei pipistrelli sono pronti a fare il salto senza passare da un altro animale. Nel 2015 c’erano due team al mondo molto bravi a creare virus chimerici ed entrambi lavoravano su Coronavirus simili alla Sars. Uno era in North Carolina sotto il prof.Baric e l’altro a Wuhan sotto la prof.ssa Shi. Entrambi hanno sviluppato tecniche per combinare due parti diverse di virus diversi in un unico virus. Si usa lo scheletro di un virus e la proteina Spike di un altro virus. Entrambi i due team sono diventati bravi a fare questi esperimenti. E a farlo senza lasciare traccia. Questi esperimenti sono stati fatti per capire quanto aggressivi e pericolosi fossero i Coronavirus, con la scusa di essere pronti a combattere una eventuale pandemia che invece potrebbero aver cagionato con una ennesima fuga accidentale , dopo quelle dal laboratorio di Wahan. Erano quindi giustificati a fin di bene , ma il team del prof.Baric e della prof.sssa Shi avevano avvertito il mondo del fatto che erano in grado di creare dei patogeni piu’ pericolosi e che questa era un tipo di ricerca rischiosa. Baric sostiene che “L’unica funzione in piu’ che abbiamo dato al virus e’ che abbiamo cambiato la sua antigenicita’ e qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus nel caso fosse apparso in futuro .”

L’intervista al prof.Baric e’ stata fatta dalla giornalista LISA LOTTI per la     trasmissione Presadiretta nella puntata  Sars-Cov-2:identikit di un Killer del 15 settembre 2020.

  1. Nel 2016 un articolo parla del RABT-COV-4991, firmato anche dalla professoressa Shi a capo del gruppo dell’istituto di Virologia di  Wuhan.”Coexistence of multiple coronaviruses in several bat colonies in an abandoned mineshaft” aveva descritto 152 virus che aveva identificato nella miniera abbandonata nello Yunnan. Il 4991 era l’unico beta Coronavirus del tipo Sars con caratteristiche molto diverse : un nuovo ceppo.
  2. Nel 2017,  il 23 febbraio 2017  il primo ministro Francese Cazenueve inaugura il laboratorio  scientifico di Wuhan, il primo di classe P4 in Asia,  che nasce da una collaborazione del mondo scientifico francese e degli USA. La Francia aveva venduto le strumentazioni alla Cina e a dirigere i lavori per la realizzazione dell’impianto , un cubo di 3000 mq. E’ capace di resistere ad un terremoto di magnitudo 7, sta sopra l’area esondabile, e con telecamere di controllo in tutta l’area circostante . Entro il 2017 il team di Wuhan pubblica le sequenze di 11 nuovi Coronavirus di tipo SARS identificati ancora nel sud della Cina, nello Yunnan. Ricombinando alcuni di questi virus sempre cofinanziato dal governo americano i ricercatori costruiscono otto diverse chimere di cui due di loro sono in grado di infettare le cellule . I Coronavirus dei pipistrelli possono infettare direttamente l’uomo.  Un articolo di “Nature” uscito nel 2017, poco prima dell’inaugurazione del laboratorio di Wuhan riferivano che molti membri dello staff cinese , fra cui la prof.ssa Shi, avevano studiato al P4  di Lione il gemello di Wuhann, e c’era il timore che un patogeno fuoriuscisse dall’impianto  in quanto il virus della Sars era sfuggito 4 volte dai laboratori : nel settembre 2003 Singapore, a dicembre 2003 a Taiwan; 2 volte ad aprile 2004 a Pechino .  Inoltre sotto la presidenza di Trump riprende a finanziare gli esperimenti nel mondo.
  3. “Nel 2017 e nel 2018 dal laboratorio di Wuhan vengono prodotte delle sequenze relative allo stesso virus RaTG13. Grazie ai fondi americani i ricercatori di Wuhan hanno partecipato ad esperimenti come quello del 2017 con diversi ceppi di pipistrelli.
  4. Nel 2018 due ufficiali dell’ambasciata statunitense a Pechino visitano l’impianto di Whan, e rilevano una grave carenza di tecnici e ricercatori addestrati per operare in sicurezza. Gene Olinger, direttore scientifico di una societa’ americana che cerifica i livelli di sicurezza dei laboratori P3 e P4 nel mondo sostiene che oltre all’incidente di contenimento quello classico e’ che un tecnico puo’ infettarsi senza sapere di essere contagiato o si rifiuti di ammettere di aver avuto un incidente attraverso l’uso errato dei dispositivi di sicurezza personale. Gli incidenti capitano purtroppo nonostante gli aiuti al personale dato dagli Usa per aprire i laboratori.
  5. Nel 2019 grazie alla rivista Science si viene a sapere che dei lavori erano stati autorizzati 2 progetti sul virus dell’influenza aviaria perche’ si trasmettesse piu’ facilmente nei furetti, senza che se ne sapesse nulla.  Quindi si sarebbe diffuso piu’ facilmente nei mammiferi . Nel febbraio 2019 Antoine  Izambard giornalista del settimanale francese Challenger ha visitato il laboratorio di Wuhan, e nel suo libro France-Chine les liaison dangereuses, racconta in un capitolo come la collaborazione fra Francia e Cina non sia mai partita perche’ la Cina era molto poco trasparente e la Francia non si fidava. Pechino metteva 44 milioni di dollari e i francesi fornivano tecnologie e scafandri e le stanze a tenuta stagna come quelle dei sottomarini. Ma i francesi non hanno mai messo piede a Wuhan. La Cina decide da sola quello che si fa nel laboratorio di Wuhan.
  6. Fine luglio 2019 la prof.ssa Shi dice in un’intervista a Science,  che ha studiato il virus dei pipistrelli a Wuhan , ma nessuno pipistrello era portatore di CORONAVIRUS simile alla Sars
  7. Dal 12 settembre 2019  e’ inacessibile dal web la pagina intera che la prof.ssa Shi aveva messo a disposizione della comunita’ scientifica con un ricco database specializzata in virus di pipistrelli , di roditori che conteneva dati relativi a piu’ di 20.000 campioni, con informazioni molto dettagliate come le coordinate GPS del luogo del campionamento il tipo di virus trovato e se era stato sequenziato o isolato cioe’ fatto crescere in culture cellulari. Il database prevedeva un accesso tramite password per consultare i dati dei virus non ancora pubblicati prima con l’obbligo solo di non divulgare le informazioni fino alla loro pubblicazione.
  8. il 30 dicembre 2019 all’istituto di Virologia di Wuhan arrivano i campioni di 2 pazienti colpiti da una polmonite atipica.
  9. il 3 febbbario 2020 su “Nature” esce articolo “A pneumonia outbreak associated with a new coronavirus of probabile bat origin” in cui si informa la comunita’ scientifica che l’istituto di Virologia di Wuhan ha trovato un virus originato dai pipistrelli che condivide con il nuovo Coronavirus il 96,2% del genoma. E’ il coronavirus piu’ vicino al Sars-Cov-2. Questo virus viene chiamato Bat CoV RaTG13, perche’ trovato in un pipistrello nella zona sud-ovest della Cina e il laboratorio di Wuhan ne sequenzano l’intero menoma. Monali Rahalkar e’ una microbiologa indiana di scienze e tecnologia del Governo indiano, che appena e’ uscito l’articolo su “Nature comincia l’indagine su RATG13 e mette in relazione la sequenza di un gene che corrispondeva al RATG13 con RABT-COV-4991. NESSUN animale e’ risultato positivo al Sars-Cov2 Perche’ la prof.ssa Shi ha  cambiato il nome dello stesso virus da RABT-COV-4991 a RATG13 ?
  10. Il 16 marzo 2020 la prof.ssa Shi Zhengli e’ la prima ed unica volta che racconta in prima persona a una giornalista di Scientific American “How China’s Bat Woman Hunted Down Viruses from Sars to the New Coronavirus “
  11. Nell’APRILE 2020 si scopre l’esistenza di 2 vecchie tesi una di LAUREA ed una di Dottorato, che raccontano come nel 2012, nella stessa miniera dove e stato scoperto il nuovo virus RATG13 delle persone erano morte di polmonite. La professoressa Shi fino ad aprile 2020 faceva parte di un grande progetto internazionale di ricerca lanciato dagli Usa.
  12. Il 20 aprile del 2020 hanno sospeso il finanziamento del progetto a Whan.
  13. nel MAGGIO 2020, il laboratorio di Wuhan ha caricato sui database altre sequenze relative allo stesso virus. Sono 33 e coprono diverse parti del genoma fra cui il gene della proteina Spike che permette il virus di entrare nelle cellule umane e replicarsi.
  14. Dal GIUGNO 2020 e’ stata rimossa dal web la pagina intera che la prof.ssa Shi aveva messo a disposizione della comunita’ scientifica con un ricco database specializzata in virus di pipistrelli , di roditori che conteneva dati relativi a piu’ di 20.000 campioni, con informazioni molto dettagliate come le coordinate GPS del luogo del campionamento il tipo di virus trovato e se era stato sequenziato o isolato cioe’ fatto crescere in culture cellulari. Il database prevedeva un accesso tramite password per consultare i dati dei virus non ancora pubblicati prima con l’obbligo solo di non divulgare le informazioni fino alla loro pubblicazione.
  15. L’8 luglio 2020 EcoHealth Alliance ha ricevuto una lettera dell’NIH in cui l’agenzia americana propone di riattivare i fondi se un team indipendente ispeziona i laboratori di Wuhan. Morin Miller e’ una epidemiologia della Columbia University che ha collaborato per anni con EcoHEALTH Alliance e con la professoressa Shi in un progetto  per la prevenzione degli spillover ed afferma che  EcoHealth Alliance ha ricevuto una lettera e una settimana dopo il loro progetto e’ stato cancellato da Antony Fauci responsabile dell’NIH che  successivamente ha finanziato con 7,5 milioni di $ su un nuovo progetto sulle malattie infettive emergenti senza esperimenti di “gain of function” e di genetica inversa. Patner scientifici  sono Usa, Thailandia e Singapore.
  16. Fine luglio 2020 rispondendo a domande della rivista “Science” la professoressa Shi ha confermato che conoscevano la sequenza intera del virus da 2 anni ma ora il campione non c’e’ piu’ con la scusa che dopo l’ultimo sequenziamento si e’ esaurito. Le chimere hanno fornito ai virus dei pipistrelli la capacita’ di infettare le cellule umane, che in natura non avevano.

CONCLUSIONI

Sars-Cov-2 e’ stato preadattato all’uomo. Il Coronavirus che causa il Covid-19 e’ abile ad infettare le cellule umane . Secondo il prof.Nikolai Petrovsky dell’Universita’ di Adelaide, ha analizzato l’interazione fra la proteina Spike di Sars-Cov-2 e il recettore umano ACE2 che e’ la serratura che il virus usa per entrare nelle nostre cellule. Il Sars-Cov-2 ha una chiave per entrare nelle cellule umane. Ma e’ molto meno efficace per entrare nel recettore dei pipistrelli. Analizzando la proteina SPIKE che e’ la parte del virus che si lega al recettore umano, ha un sito di taglio per l’enzima umano della furina  che facilita il contagio tra uomini. Le tecniche moderne per inserire o apportare modifiche ai geni non lasciano tracce. Fra le caratteristiche anomale di Sars-cov-2 c’e’ il sito di taglio della furina. La furina e’ un enzima che taglia le proteine umane per attivarle e renderle funzionanti. Sars-COV-2 e’ l’unico coronavirus in grado di ingannare la cellula per entrare. La Sars dei pipistrelli non ha la sequenza segnale riconosciuta da questo enzima. Ci sono 2 amminoacidi che devono essere presenti in un ordine particolare affinche’ la furina riconosca la proteina.

Il virologo Numberg e’ stato il primo nel 2006 ad inserire il sito di taglio per la furina nella Sars. Senza creare un virus pericolo ha dimostrato che la proteina Spike favoriva l’entrata   del virus nella cellula umana. Quindi si tratta di una ingegneria genetica da laboratorio usando le tecnologie di genetica inversa si puo’ costruire una copia dell’intero genoma virale manipolarlo in laboratorio metterlo nelle cellule e nelle giuste condizioni si genera un nuovo virus uguale ad uno naturale. Che si replica come un virus naturale.

C’erano 2 team al mondo molto bravi a creare virus chimerici ed entrambi lavorano su coronavirus simili alla Sars: North Carolina sotto prof.Baric e l’altro a WUHAN sotto la prof.ssa Shi. Entrambi hanno sviluppato tecniche per combinare due parti diverse di due virus diversi in uno unico: si usa lo scheletro di un virus e la proteina SPIKE di un altro. Senza lasciare traccia. Questi esperimenti sono stati fatti per capire quanto aggressivi e pericolosi i fossero i Coronavirus per poter essere pronti a combattere una pandemia.

BARIC e la SHI hanno dato al virus una funzione in piu’ cambiando la sua antigenicita’ per cui qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus. Quindi entrambi i team di Barrric e della Shi erano in grado di creare dei patogeni piu’ pericolosi che cambiando la loro antigenicita’ a qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe potuto proteggere le persone da questo nuovo virus.  Ci sono milioni di sequenze di virus.

I rapporti scientifici fra Wuhan ed USA prima della pandemia erano strettissimi. Il governo americano e’ stato uno dei maggiori finanziatori sulla Sars dell’istituto di Virologia di Wuhan.  3,7 milioni di dollari dal 2014 al 2020 per sorvegliare catalogare i virus dei pipistrelli del sud della Cina con l’organizzazione EcoHealth Alliance e altri istituti del Paese. Questi esperimenti di “gain of function” sono pericolosi perche’ di fatto potenziano i virus dando loro nuove capacita’ attraverso il “guadagno di funzione” rendendoli piu’ contagiosi o aggressivi per motivi di studio determinando il punto debole del virus puo’ permettere agli scienziati di identificare nuovi bersagli antivirali. Da 10 anni si fa questa nuova ricerca senza che la popolazione lo sappia,

Il prof.Amir Attaran   fa parte  del Cambridge    Working Group un gruppo di un centinaio di scienziati ed esperti in campo etico e legale  che si batte per la sospensione dei lavori di “gain of function” per non sono serviti per difenderci da nessun virus, che si cura con terapie classiche ma tempestive.

Secondo il prof.Richard Ebright biologo molecolare della Rutgers University quello che si faceva a Whan negli ultimi anni insieme all’organizzazione americana EcoHealth Alliance era una ricerca di gain of function che potrebbe produrre nuovi potenziali virus pandemici.

Basta il codice genetico anzi un frammento lo si puo’ iniettare direttamente o si puo’ mettere questa porzione di codice genetico di Sars-Cov-2 dentro un altro virus innocuo da usare come navicella nel corpo.

                                               PQM

Il sottoscritto chiede che codesta Ecc.ma Autorità giudiziaria verifichi se esistano estremi di reato per i fatti sopra indicati.

Chiede di essere informato a norma dell’art. 408 c.p.p di un’eventuale richiesta di archiviazione.

Con deferenza.

Marco BAVA

 

Un vaccino dalle proprieta’ piu’ conosciute da chi ne fa la promozione, come una bottiglia d’acqua, che dai suoi produttori.

Infatti come l’acqua in bottiglia il vaccino e’ sempre piu’ caro e con un’efficacia che nessuno controlla, rispetto alle acque potabili.

Ma utile alla Cina visti i ritardi nelle spedizioni dai porti cinesi a quelli europei e americani salgono a livelli mai visti. Così come i prezzi, da capogiro. Un caso di Covid e la Cina ha deciso di chiudere uno dei terminal del porto di Ningbo, il terzo più grande al mondo, mettendo in crisi ancora di più la già ingolfata catena delle spedizioni. Proprio mentre il periodo di maggior picco dell'anno si avvicina.

C'è da far arrivare in tempo sugli scaffali la merce per il Natale. E potrebbe non essere così facile. Dopo la chiusura di Yantian a fine maggio, durata quasi un mese, si rischia di rivivere un incubo, con il sistema marittimo mondiale che lotta per gestire una domanda senza precedenti. «Il fatto che le navi accumulino ritardi e che ora siano in aumento i focolai nei principali centri di produzione cinesi potrebbe avere conseguenze di vasta portata per lo shopping natalizio», ha spiegato Josh Brazil, dell'americana project44. Ma è solo una parte del problema.

Dal cibo all'elettronica, dall'abbigliamento all'arredamento soffrono tutti. Se due anni fa un container di 40 piedi (cioè lungo 12 metri) da Shanghai a Rotterdam costava 2.100 dollari, oggi si arriva a 13.700. «In 30 anni prezzi così non li avevo mai visti », spiega Fabio Ciardi, branch manager a Pechino della Savino Del Bene, primo spedizioniere italiano con una decina di uffici in tutta la Cina. «Per un container sulla Shanghai- Genova oggi bisogna sborsare 12.800 dollari. Due anni fa eravamo tra i 1.500 e i 2mila».

Dopo il lungo lockdown della scorsa primavera e la crescita incredibile della domanda sulle rotte dalla Cina e dai Paesi asiatici nella prima metà dell'anno l'export cinese verso l'Ue è cresciuto del 25,5%, quello verso gli Usa del 17,8% si è prodotto un ingorgo mai visto. Ma più si esporta meno container ci sono, più la domanda si alza più i prezzi delle spedizioni crescono, come quelli della merce.

ARTICOLO INTEGRALE:

https://www.repubblica.it/esteri/2021/08/14/news

Draghi punta al Quirinale e quando ci sara’ arrivato dove puntera’ ?

Come si comportera’ ? Con queste premesse non posso che essere preoccupato  visto che rinnovare i pronto soccorso , assumere medici per l’assistenza domiciliare, ed investire nella telemedicina invece che sul Ponte sullo stretto di Messina.

 

 

 

 

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Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».”

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche e meteriologiche  imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

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La giustizia non esiste se mi mettessero sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni all'auto.

(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

Non prendo la vita di punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

La siccità e le alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che invece che utilizzare risorse per cercare  inutilmente nuovi pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo, dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui rischiano di estinguersi . (31.10.!7)

L'Italia e' una Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)

La prepotenza della FIAT non ha limiti . (05.11.17)

I mussulmani ci comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)

In Italia mancano i controlli sostanziali . (09.11.17)

Gli alimenti per animali sono senza controllo, probabilmente dannosi,  vengono utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza alcun rispetto ai loro veri bisogni  alimentari. (20.11.17)

Ho conosciuto l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)

L'elicottero di Jaky e' targato I-TAIF. (20.11.17)

La Coop ha le agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato. (20.11.17)

Sono 40 anni che :

1 ) vedo bilanci diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?

2) faccio esposti e solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al Parlamento sia andato avanti ?

 (21.11.17)

La Fornero ha firmato una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)

Si puo' cambiare il modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)

La FIAT-FERRARI-EXOR si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la residenza fiscale in Sw (21.11.17)

La prova che e' il femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si sono rotte ossa, (21.11.17)

Carlo DE BENEDETTI un grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993 aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori CARENA-FIGINI. (21.11.17)

Quando si dira' basta anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)

Per i consiglieri indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo (11.12.17)

La maturita' del mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione dei bitcoin (18/12/17)

Chi risponde civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)

Non e' la FIAT filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI (13.02.18).

Infatti quando si comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella scissione

Tesi si laurea sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e' diventato il padrone :

https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4

 

Prima di educare i figli occorre educare i genitori (13.03.18)

Che senso ha credere in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito  Gesu' che e' il figlio di DIO come provato  per ragioni storiche da almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani  declassano Gesu' da figlio di DIO  a profeta perché riconoscono implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio di DIO. E tutti gli usi mussulmani  rappresentano una palese involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne (19.03/18)

Il valore aggiunto per i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)

I medici lavorerebbero gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi per pagarle ? (26.03.18 )

lo sfregio delle auto di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio alla polizia  con i loro autisti (19.03.18)

Se non si tassa il lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)

Quanto poco conti l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).

Credo che la lotta alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare tangenti (27/04/2018).

Non riusciamo neppure piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i mirtilli....(27/04/2018)

Abbiamo un capitalismo sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e degli operai (27.04.18)

Le imprese dell'acqua e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente (29.05.18)

Nel 2004 Umberto Agnelli, come presidente della FIAT,  chiese a Boschetti come amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang che avrebbe dovuto  essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128 che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO  venne licenziato da Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO ! Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI, molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)

(   vedi :  https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).

La differenza fra ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.

FATTI NON PAROLE E FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA DIRETTA.  Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI GABETTI (04.06.18).

Piero ANGELA : un disinformatore scientifico moderno in buona fede  su auto elettrica. auto killer ed inceneritore  (29.07.18)

Puoi anche prendere il potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto (01.08.18)

Ho provato la BMW i8 ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete ! (20.08.18)

LA Philip Morris ha molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso, aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari. Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67 milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio 2018 ). E PROSSIMAMENTE  un'uomo Philip Morris uccidera' anche la FERRARI .   (20.08.18) (25.08.18)

verbali assemblee italiane azionisti EXOR :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx

verbali assemblee italiane azionisti FIAT :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq

 

Prodi e' il peccato originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo dell'ALFA ROMEO alla FIAT) ad oggi (25.08.18)

L'indipendenza della Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)

Ho sempre vissuto solo con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed oggettive. (28.08.18)

Buono e cattivo fuori dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza che i bambini non hanno (20.10.18) 

Ma la TAV serve ai cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri soldi ? PERCHE' ?

Un ruolo presidenziale divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una Repubblica Presidenziale (11.11.2018)

La storia occorre vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e' finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)

I SITAV dopo la marcia a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)

La storia politica di Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della lungimiranza di Fassino , (18.12.18)

Perche' sono investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione non vanno bene ? (27.12.18)

Le auto si dividono in auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di valore (28.12.18)

Fumare non e' un diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)

Questo mondo e troppo cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)

Le ONG non hanno altro da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli scafisti ? (11.02.19)

La giunta FASSINO era inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)

Quello che l'Appendino chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)

La spesa pubblica finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari  (19.07.19)

AMAZON e FACEBOOK di fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il Governo Americano ?

(09.08.19)

LA GRANDE MORIA DI STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)

Il computer nella progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed innovazione. (17.08.19)

L' uomo deve gestire i computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non annullarle  (18.08.19)

LA FIAT a Torino ha fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO ! Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo di saperlo ! (13.09.19)

Non potro' mai essere un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)

L'arretratezza produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a dx.sx, che costa molto (09.10.19)

IL CSM tutela i Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI  e Davide Rossi ? (10.10.19).

Le notizie false servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole (12.10.19)

L'illusione startup brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie al alto valore aggiunto (15.10.19)

Gli esseri umani soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)

Non e' logico che l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di lavoro. (22.10.19)

L'intelligenza artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori  (24.11.19)

Quando ci fanno domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)

La prova che la qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^ si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere (27.11.19)

Per combattere l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e nel pagamento (29.11.19)

La famiglia e' come una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti (25.12.19)

Le tasse sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa e sa non importa (25.12.19)

Il calcio e l'oppio dei popoli (25.12.19)

La religione nasce come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)

L'auto a guida autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini

Il vero potere della burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per crearli.  Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)

Gli immigrati tengono fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le etnie piu' queste  divideranno l'Italia sovrastando gli italiani imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio. (05.01.20)

La sinistra e la lotta alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere come ragione di vita (07.01.20)

Credo di avere la risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no a mangiare la mela ?  Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti. (07.01.20)

Le sardine rappresenta l'evoluzione del buonismo Democristiano  e la sintesi fra Prodi e Renzi,  fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta  (08.01.20)

Un cavallo di razza corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)

PD e M5S 2 stampelle non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)

non riconoscere i propri errori significa sbagliare per sempre (12.04.20)

la vera ricchezza dei ricchi sono i figli dei poveri, una lotteria che pagano tutta la loro vita i figli ai genitori che credono di non avere nulla da perdere  ! (03.11.21)

GLI YESMEN SERVONO PER CONSENTIRE IL MANTENIMENTO E LO SVILUPPO E L'OCCULTAMENTO DEGLI INTERESSI OCCULTI DEL CAPITALISMO DISTRUTTIVO. (22.04.22)

DALL'INTOLLERANZA NASCE LA GUERRA (30.06.22)

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere  .Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

  31. Gli immigrati per protesta nei centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli  affinché  li redistruggono? (18.10.20)

  32. Abbiamo più rispetto per le cose che per le persone .29.08.21

     

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

IL TRIBUNALE DI  TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE

Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto come e quando vuole, basta leggere la sentenza SENT.FIAT Mb

 

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08.03.16

 

TEMI STORICI :

 

VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
Storie italiane
Puntata del 19/11/2019

SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

https://www.raiplay.it/video/2019/11/storie-italiane-504278c4-8e8c-4b79-becc-87d5c7a67be6.html

 

10° Convegno
 
La grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
 
Roma, 7 Dicembre 2019
 
Auditorium Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del Serafico 1 - Roma

 
alle ore 17,50
 
Vincenzo Tarantino
Gino Saladini
 
Elio Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista, Criminologo
 
Il “suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali criminologici e grafopatologici.

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 
NON DIMENTICARE CHE:

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da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
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come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.

Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.


MARCO BAVA

 

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

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http://www.dinoferrari.altervista.org/homepage.htm

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ULTIMO AGGIORNAMENTO 11/08/2022 00.12.10

 

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LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI

BOSSI PRODI DE BENEDETI GIANNI AGNELLI SCALFARI 1 SCALFARI 2 PANELLA GIANNI AGNELLI 2

ORIGINALI CUSTODITI DALLA BIBLIOTECA DI SETTIMO TORINESE  LETTERA SETT.T

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COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE , COME AZIONISTA ATLANTIA, NEL PROCESSO A CARICO DI CASTELLUCCI PER IL CROLLO DEL PONTE MORANDI

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NESSUNA RISPOSTA AI MIEI COMMENTI

2021 sono nella cartella NUOVO MODELLO DI SVILUPPO  sotto-cartela  POTERI FORTI 2021 e ERA DRAGHI 21,22

2020 sono nella cartella NUOVO MODELLO DI SVILUPPO  sotto-cartela  ERA GIUSEPPE CONTE

 

 

L'Ucraina in fiamme - Documentario di Igor Lopatonok Oliver Stone 2016 (sottotitoli italiano)

https://www.youtube.com/watch?v=2AKpsBF-bvo

"Abbiamo creato un archivio online per documentare i crimini di guerra della Russia". Lo scrive su Twitter il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. "Le prove raccolte delle atrocità commesse dall'esercito russo in Ucraina garantiranno che questi criminali di guerra non sfuggano alla giustizia", aggiunge, con il link al sito in inglese

https://war.ukraine.ua/russia-war-crimes/

 

 

CARO PIERO ANGELA

CARO

 

 

LA CHIMERA MANGIA-SOLDI DELLA FUSIONE NUCLEARE    FUSIONE NUCLEARE    QUANTE RINNOVABILI SI POSSONO FARE ?

E' ASSURDO CONTINUARE A PENSARE DI GESTIRE A COSTI BASSI ECONOMICAMENTE VANTAGGIOSI LA FUSIONE NUCLEARE QUANDO ESISTONO ENERGIE RINNOVABILI MOLTO più CONTROLLABILI ED EFFICIENTI A COSTI più BASSI, COME DIMOSTRA IL : https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_22_3131

 

   INFETT VIRUS  DIO UOMINI      IL DOPPIO SACRILEGIO DELLA BESTEMMIA     BESTEMMIA

   RICETTA LIEVITO MADRE LIEVITO MADRE

 

Cosa c’entra il climate change con l’incidente al ghiacciaio della Marmolada?

 

Temperature di 10°C a 3.300 metri di altezza da giorni, anomalie termiche pronunciate da maggio. Sono questi i fattori alla base del crollo del seracco che ha travolto due cordate di alpinisti domenica 3 luglio sotto Punta Penia

 
Ghiacciaio della Marmolada: il climate change fa almeno 6 morti
crediti: Local Team

Il ghiacciaio della Marmolada si sta ritirando di 6 metri l’anno

(Rinnovabili.it) – Almeno 10 morti, 9 feriti e un disperso. È il bilancio provvisorio dell’incidente che ha coinvolto il 3 luglio due cordate di alpinisti nella zona di Punta Rocca, proprio sotto il ghiacciaio della Marmolada. Una parte del ghiacciaio è collassata per le temperature elevate, scivolando rapidamente a valle in una enorme valanga di ghiaccio, pietre e acqua fusa.

La dinamica dell’incidente

Verso le 14 del 3 luglio ha ceduto un seracco del ghiacciaio della Marmolada, la vetta più alta delle Dolomiti, tra Punta Rocca e Punta Penia a oltre 3000 metri di quota. La scarica che si è creata è stata imponente, alta 60 metri con un fronte largo circa 200, e ha investito un tratto della via normale per la cima di Punta Penia precipitando a 300 km/h.

Il punto di distacco del seracco è ben visibile in alto a destra. Crediti: Local Team.

Ogni ghiacciaio ha dei seracchi, blocchi di ghiaccio che assomigliano a dei pinnacoli e si formano con il movimento del corpo glaciale. Scorrendo verso il basso, il ghiacciaio incontra delle variazioni nella pendenza della montagna. Queste deformano il ghiacciaio e provocano la formazione di crepacci, che a loro volta danno luogo a delle “torri” di ghiaccio, i seracchi. Queste formazioni, seppur normali, sono per loro natura instabili. Tendono a cadere a valle, ricompattandosi con il resto del corpo glaciale, ed è difficile prevedere quando esattamente un evento del genere si può verificare.

Il climate change sul ghiacciaio della Marmolada

Il distacco del seracco dal ghiacciaio della Marmolada, con ogni probabilità, è stato facilitato e reso più rovinoso dal cambiamento climatico. Negli ultimi giorni, anche sulle cime di quel settore delle Dolomiti il termometro è salito regolarmente a 10°C. Ma è da maggio che si registrano anomalie termiche molto pronunciate.

Anomalie che investono tutto l’arco alpino. Sulla cima del monte Sonnblick, in Austria, 100 km più a nord-est, uno degli osservatori con le serie storiche più lunghe e affidabili della regione alpina ieri segnalava il quasi completo scioglimento del manto nevoso. Un dato che illustra molto bene quanto l’estate del 2022 sia eccezionale: lì la neve non si era mai sciolta prima del 13 agosto (capitò nel 1963 e nel caldissimo 2003).

Che legame c’è tra il crollo del seracco e le temperature elevate? Secondo la società meteorologica alpino-adriatica, “il ghiacciaio si è destabilizzato alla base a causa della grande disponibilità di acqua di fusione dopo settimane di temperature estremamente elevate e superiori alla media”. Il caldo ha accelerato lo scioglimento del ghiacciaio: “la lubrificazione dell’acqua alla base (o negli interstrati) e l’aumento della pressione nei crepacci pieni d’acqua sono probabilmente le cause principali di questo evento catastrofico”.

Normalmente, il ghiaccio sciolto – acqua di fusione – penetra fra gli strati di ghiaccio o direttamente sul fondo del ghiacciaio, incuneandosi tra massa glaciale e rocce sottostanti, per sgorgare poi al fondo della lingua glaciale. Questo processo “lubrifica” il ghiacciaio, accelerandone lo scivolamento, ma può anche creare delle “sacche” piene d’acqua che non trova uno sfogo e preme sul resto del ghiacciaio.

Come tutti gli altri ghiacciai alpini, anche il ghiacciaio della Marmolada è in veloce ritirata a causa del riscaldamento globale. L’ultima campagna di rilevazioni, condotta dal Comitato Glaciologico Italiano e da Arpa Veneto lo scorso agosto, ha segnalato un ritiro di 6 metri in appena 1 anno, mentre la perdita complessiva di volume raggiunge il 90% in 100 anni.

Il cambiamento climatico corre più veloce sulle Alpi che nel resto del pianeta, facendo delle terre alte uno dei settori più vulnerabili. Un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi si traduce in un innalzamento, sulle montagne italiane, di 1,8 gradi (con un margine d’errore di ±0,72°C). Superare i 2 gradi a livello globale significa invece Alpi 2,51°C più calde (±0,73°C). Ma durante i mesi estivi, l’aumento di temperatura è ancora più pronunciato e può arrivare, rispettivamente, a 2,09°C ±1,24°C e a 2,81°C ±1,23°C.

 

 

https://www.rinnovabili.it/ambiente/impatti-ambientali-delle-guerre/

 

11.08.22
  1. LA LEGGE FAVORISCE LA CONTINUITA' POLITICA, PENALIZZANDO I NUOVI INGRESSI CON LA RACCOLTA NON DIGITALE DELLE FIRME  E LA CONSEGNA FISICA A ROMA PRESSO IL MINISTERO DEGLI INTERNI DEI SIMBOLI DI PARTITO.
  2. PUTIN SI BLIDA SEMPRE DI PIU ': Putin blocca gli asset delle società straniere in fuga dal mercato russo. Mosca ha vietato alle società dei Paesi considerati «ostili», tra i quali l'Italia, la vendita di quote nelle banche e nei settori ritenuti strategici, in particolare quelli dell'energia e delle materie prime. Il divieto resterà in vigore fino alla fine dell'anno, con possibilità di prolungamento. L'unica possibile scappatoia per le società interessate: il via libera di Putin tramite un permesso speciale. Si tratta di una contromisura volta a punire le società dei Paesi che hanno aderito alle sanzioni imposte alla Russia in seguito all'invasione dell'Ucraina.
    Il decreto, firmato qualche giorno fa dal presidente russo, sembra mirare a colpire in primo luogo l'americana Exxon Mobil, che ha annunciato l'intenzione di cedere la sua quota del 30% nel progetto energetico Sakhalin-2. La settimana scorsa, il gigante del petrolio russo Rosneft ha accusato la società Usa di aver causato un crollo nella produzione dell'impianto. Ma tra le società finite nel mirino di Putin c'è anche l'Enel. Il gigante italiano dell'energia si apprestava a vendere la sua quota del 56,43% in Enel Russia alla Lukoil e al fondo Gazprombank-Frezia. Gli asset oggetto della trattativa includono tre centrali elettriche da 5,6 GW e due parchi eolici. Gli accordi di vendita, firmati separatamente con le due società russe il 16 giugno, prevedevano l'intera cessione di partecipazione nel capitale di Pjsc Enel Russia per un totale di 135 milioni di dollari. Enel era in attesa del via libera delle autorità locali per finalizzare l'operazione. Secondo il quotidiano russo Kommersant, la vendita è ora sospesa a tempo indeterminato ma la decisione diventerà ufficiale solo nei prossimi giorni, quando Putin approverà una lista delle società soggette alle restrizioni. A quel punto il closing dell'operazione, previsto per il terzo trimestre del 2022, potrebbe saltare. E il blocco della transazione non avrà conseguenze solo in termini di incassi. Come fa notare Kommersant, le società occidentali dovranno continuare a gestire gli impianti senza le tecnologie necessarie alla loro manutenzione, difficilmente reperibili in Russia a causa delle sanzioni. Insomma, un grattacapo di non facile soluzione. Ma il decreto non riguarda solo il settore energetico: anche le banche occidentali che figureranno nella lista si vedranno bloccare l'uscita dal mercato russo. Tra le italiane interessate ci sono Unicredit e Intesa Sanpaolo, che nei mesi precedenti hanno attuato un approccio cauto all'exit strategy dalla Russia.
  3. PUTIN L'IRRESPONSABILE : Siamo dunque giunti in Ucraina al fosco capitolo del ricatto atomico o del terrorismo nucleare? Come sempre accade in quel gran ciarpame di confusione in cui già si preparano i peggiori avvenimenti domina un misterioso rispetto per la bugia e la disinformazione. Zaporizhzhia: non dimenticate questo nome. Corrisponde a lugubri e per fortuna possenti (garantisce la Agenzia internazionale per l'energia atomica) cubi di cemento armato che ospitano una delle quattro centrali atomiche ucraine. Da alcuni giorni sono il bersaglio di frequenti tiri di artiglieria per ora senza conseguenze. Gli ucraini accusano i russi. Il presidente Zelensky, sempre alla ricerca di una buona battuta per il copione delle prediche serali alla nazione e non solo, ha denunciato esplicitamente «il terrorismo atomico russo»: la Russia «Stato terrorista», talmente criminale da esser l'unico che osa manovrare cinicamente la possibilità di una catastrofe nucleare per ricattare il mondo. «Perché se a Chernobyl - ha rammentato - il reattore esploso era uno a Zaporizhzhia potrebbero essere sei».
    A seguire la logica verrebbe da dubitare dell'accusa visto che la centrale è stata da tempo occupata dai soldati russi. E appare quanto meno singolare che siano così malaccorti o diabolici da bombardarsi da soli. Va bene il disinvolto macchiavellismo criminale stile Kgb. Ma causerebbero un disastro di cui sarebbero le prime vittime.
    I russi contrattaccano sostenendo che colpevoli sono gli ucraini che sparano dalle loro linee oltre il fiume Dniepr e mostrano come prove «inoppugnabili» alcuni filmati: come sempre di impossibile decifrazione e accertamento. Alla fine quello che resta sono solo parole. Di concreto ci sono le cannonate e la possibilità di essere annientati da una esplosione atomica.
    Di Zaporizhzhia si parlava, ma sottovoce, da tempo. L'improvvisa raffica di attenzione propagandistica mentre corrono voci di un agosto di grandi e risolutivi avvenimenti militari, fa sorgere qualche dubbio. Il pericolo nucleare è da sempre il pretesto perfetto di quando si decidono «escalation» militari su cui non si è certo di avere il consenso.
    Quello che è certo è che i russi hanno dedicato alle centrali atomiche ucraine dal primo giorno di guerra un capitolo della loro strategia. Due centrali le hanno occupate: Zaporizhzhia e Chernobyl, evocatrice di spettri a prescindere. Anche lì si sono registrati incidenti dovuti ad attività bellica come la interruzione dei sistemi di controllo a distanza della radioattività. Una terza, Kostiantinivka, è invece sfuggita ai loro attacchi.
    Occuparle dà la possibilità di privare l'Ucraina di energia elettrica visto che il nucleare ne fornisce la metà, creando gravi impicci ai progetti di riscossa sul campo. Secondo gli ucraini che aggiungono anche prove filmate i militari russi usano i siti atomici soprattutto per farne delle piazzeforti e depositi al riparo dei colpi della artiglieria nemica. A Zaporizhzhia infatti sarebbero nascosti ingenti quantitativi di munizioni e postazioni di artiglieria al riparo di una sorta di intangibile santuario atomico.
    Piano che gli ucraini, peraltro, non avrebbero esitato disinvoltamente a scombinare. Circolano infatti immagini di un drone di Kiev che polverizza soldati russi accampati all'interno della centrale. Verità da brividi o semplice propaganda a cui la comunicazione militare ucraina si dedica con successo tra gli ingenui collezionisti social di brividi bellici di tutto il mondo. Ma che poco svelano della verità della situazione militare.
    Accanto a una possibile apocalisse di chilotoni tattici e strategici c'è chi rammenta altri rischi forse più concreti: ovvero che a causa della situazione possa sopravvenire un calo di alimentazione che blocchi il raffreddamento dei reattori. Oppure in un sito in cui i tecnici sono costretti a lavorare tra bombardamenti e minacce possa verificarsi un irreparabile errore umano. Senza dimenticare che un guasto sarebbe difficile da riparare in un luogo costeggiato da fronti di guerra impegnati a scambiarsi cannonate. La nostra unica assicurazione quindi è nei metri di cemento armato. Proiettili di artiglieria, si assicura, difficilmente possono sfondare i ciclopici spessori della centrale. Ma siamo come sempre alle simulazioni. La realtà chissà…
    All'inizio della guerra si è discusso, poco, sui rispettivi arsenali atomici russo e americano e le possibili prospettive di fine del mondo. In quel caso la sorprendente assenza di panico universale si poteva far risalire alla certezza che funzionasse sempre la vecchia, saggia regola non scritta della Guerra fredda prima maniera. Mille bombe di qua mille di là: ma servivano solo come ipotesi, come deterrenza contro i colpi di testa. Conoscendo entrambi le conseguenze.
    Ora dopo sei mesi siamo già scivolati su un piano ben più inclinato. Le centrali atomiche sono diventate arma di guerra, che sia ricatto o propaganda in fondo è dettaglio poco importante.
    Cito Zelensky: un incidente a Zaporizhzhia sarebbe la fine dell'Europa, la fine di tutto. Se il presidente ucraino pensava di sollevare fervide indignazioni contro l'ennesima, apocalittica conseguenza dell'aggressione russa deve esser rimasto deluso. Ci stiamo, non c'è dubbio, avviando a una stagione di grande indifferenza nei confronti della tragedia ucraina. Di più: di sincera avversione. Dalle spiagge di tutta Europa salgono sospiri di noia verso questa guerra ormai di trincee, di avanzate millimetriche, di offensive mostruose e risolutive ma che non arrivano mai. La guerra, soprattutto quella degli altri stanca. Persino gli europei dell'est finora zelantissimi nei confronti degli sventurati profughi ucraini danno segni di volere che i fratelli ucraini tornino a casa.
    Perfino una nuova Chernobyl causata da cannonate non ha la densità dell'incubo e lo splendore dello spavento. C'è solo l'aria appiccicosa legata al vecchio dibattito di politica interna sul nucleare civile da far risorgere in epoca di penuria energetica. Niente che valga iperboli violente e parole terribili.
    Tutti si sono autoconvinti che la guerra atomica sia qualcosa di anacronistico. Già: ma Zaporizhzhia?
  4. I BAMBINI NON SI TOCCANO MAI : Paul Pogba non ha mai avuto paura di mostrare bandiere, lui stesso potrebbe definirsi così, nome di un calcio ancora ribelle e indipendente, talento che a volte non ha reso al meglio anche perché fuori dal sistema. Oggi, rientrato alla Juve dopo 6 anni al Manchester United, torna a sostenere la causa di Gaza: «Allah protegga il nostro popolo». Idealmente sventola di nuovo i colori della Palestina, come ha fatto davvero, in campo, nel maggio del 2019.
    Oggi aggiunge un post alle sue storie di Instagram, non lo ha scritto lui, lo prende da un account che si definisce «Islam is my deen» (l'Islam è la mia guida) e si limita a lasciarlo come è, con le facce dei bambini uccisi nei bombardamenti dei giorni scorsi, prima del cessate fuoco mediato dall'Egitto che regge, come sempre su precari equilibri. Il testo scarno è una denuncia: «Bambini uccisi. Nessuna notizia. Ma siete umani?». La Palestina elenca i minorenni morti, 16, il più piccolo di 4 anni e Israele fa altri conti, dà altri numeri e allontana le responsabilità. In mezzo alla faida la gente continua a soffrire e Pogba sa bene da che parte stare.
    Il campione del mondo si è convertito già da stella del pallone, in tempi recenti. Sua madre è musulmana, ma non l'ha cresciuto secondo i principi della religione, lui ne ha sentito il bisogno quando ricco e famoso ha capito di non avere un proposito. Di non avere chiari i valori che servono per mettere in fila ciò che conta ed evitare di farsi stravolgere da ogni cattiva notizia: «L'Islam mi ha dato una identità. A volte mettiamo in discussione la vita per qualsiasi stupidaggine, serve un fulcro». Se oggi Pogba, infortunato e lontano dal campo per più di un mese, scrive, «vedi il buono in ogni cosa» è per il culto che segue. È per l'esempio di Muhammad Ali che lui ha scelto come punto di riferimento: «Il Corano mi ha detto come affrontare le mie giornate, Ali è come me, un uomo che si è convertito per capire la sua storia».
    Qualche anno fa Pogba ha iniziato a pregare con gli amici, si è confrontato con i numerosi colleghi praticanti, è stato alla Mecca, poi ha semplicemente capito «che cosa mi avrebbe messo in pace». E ha individuato esempi. E ha scelto le lotte, molte cause e quella palestinese abbracciata subito senza temere di finire in mezzo alle critiche, di essere contestato. Non è il tipo che si lascia spiegare che cosa fare. Su tutte le questioni vuole decidere in proprio, lo ha fatto anche sul suo menisco, dopo vari consulti e in accordo con la Juve, ma ha avuto lui l'ultima parola: ha optato per una terapia conservativa, non proprio la più consigliata, per poter riprendere a giocare prima ed essere ai Mondiali del Qatar, i primi in un Paese arabo. Gli interessa per difendere il titolo con la Francia, gli interessa per quel che rappresentano.
    Nel 2019, la bandiera palestinese gli è stata calata dalla tribuna, lanciata da un tifoso e lui l'ha raccolta e non ha esitato. Non si è limitato ad alzarla: dopo la partita contro il Fulham, ha fatto il giro del campo con il compagno Amad Diallo, ivoriano e musulmano. Erano altri giorni di bombardamenti e di morti, anche allora ha pubblicato la foto sui suoi profili e anche allora si è scatenato il solito rumore di fondo. Sul conflitto arabo-israeliano non si muovono solo i differenti fronti, pure degli interessi. Diversi giocatori hanno litigato con i propri sponsor per aver manifestato solidarietà a Gaza. Pogba ha reso il suo credo evidente, tutti sanno come la pensa, i marchi che lo accompagnano e le squadre che lo vogliono quindi la Juve non può essersi stupita. Neanche se pochi giorni fa era a Tel Aviv dove avrebbe dovuto giocare un'amichevole contro l'Atletico Madrid. La partita è saltata proprio perché la situazione era instabile, pericolosa. Pogba è fermo e non si è dovuto porre il problema del viaggio.
  5. POTEVA SUCCEDERE ANCHE A ME : Era sempre col suo papà, a gironzolare nel ristorante aperto un anno fa, tra l'impasto della pizza e la farina. Prima ancora nella panetteria a pochi passi da qui, in via Monte Ceneri, nella periferia nord ovest della città. Sul suo profilo Facebook c'è una foto vecchia di sette anni che lo ritrae bambino e sorridente, in mano un pezzo di pizza alto la metà di lui.
    Avrebbe compiuto dodici anni l'8 dicembre Mohanad Abdalla Salem Moubarak, se lunedì sera, qualche minuto dopo la mezzanotte, non fosse stato travolto e ucciso da un pirata della strada: un ventenne italiano di origine marocchina senza patente, risultato lievemente positivo al test della droga, che quattro ore e mezzo più tardi si è consegnato al commissariato della polizia stradale di via Jacopino da Tradate, a duecento metri da piazza Prealpi, dove vive.
    Poco più di un ragazzo anche lui, aveva già avuto qualche guaio con la giustizia, alle spalle alcune denunce per spaccio. Agli investigatori ha confessato: «Non l'ho visto», Mohanad «è sbucato all'improvviso» sulla sua bicicletta in via Bartolini, accanto alle strisce pedonali, vicino al semaforo non si sa se verde o rosso, dove si è consumato l'impatto che non gli ha lasciato scampo. «Ho avuto paura perché non ho la patente», ha spiegato il ventenne. Così è scappato via.
    Ora è stato denunciato dalla polizia locale, ed è indagato a piede libero (non ci sono gli estremi per il fermo) per omicidio stradale e fuga aggravati dalla mancanza della patente. Che in realtà non ha mai avuto, nonostante lunedì sera fosse alla guida di una Smart regolarmente assicurata e intestata a una società privata su cui ora il pm di turno Rosario Ferracane ha disposto tutti gli accertamenti. Prima di mettersi alla guida, forse diretto a casa, non aveva bevuto: l'alcol test è risultato negativo. Stando agli esami preliminari, invece, aveva consumato qualche droga, ma si attendono analisi più precise.
    Mohanad aveva cenato nel ristorante del papà Abdallah, che tutti qui chiamano Mimmo, e come ogni sera stava aspettando che finisse di lavorare. «Erano sempre insieme - racconta un negoziante della zona - anche l'altra figlia più grande che studia all'università era spesso qui». Soprattutto da quando la loro mamma, un anno fa, è morta all'improvviso d'infarto: «Persone perbene, lavoratori». Una donna che neanche conosceva la famiglia lascia una rosa bianca sulla grata all'angolo, forse proprio nel punto in cui il ragazzino è stato travolto.
    Forse. Perché le tracce bianche segnate dai vigili sull'asfalto consumato tra le vecchie rotaie del tram sono tante. Perché proprio qui è stata trovato, sul marciapiedi, quel che restava della bicicletta del piccolo Mohanad. Il suo corpo invece è stato trascinato per almeno venti metri e nessuna telecamera ha immortalato l'impatto. I filmati che ritraggono la fuga della Smart, invece, sarebbero già stati acquisiti dagli investigatori che hanno depositato una prima informativa in procura.
    A chiamare i soccorsi del 118 è stato un passante arrivato qualche istante più tardi, che ha visto il ragazzino per terra e i pezzi della carrozzeria dell'auto: se pure l'investitore non si fosse costituito, quei resti avrebbero portato gli agenti della Locale sulle sue tracce.
    Il papà Mimmo, già colpito dalla recente perdita della moglie, ora si trincera nel silenzio e nel dolore della sua casa popolare nel quartiere QT8. Non riesce a uscire, se non per andare all'obitorio. Non riesce a parlare neanche con gli investigatori: «È sotto choc, è disperato», dice uno zio che per tutto il giorno gli è stato accanto. La comunità egiziana e gli amici si stringono attorno a lui: «Preghiamo l'onnipotente di colmarlo della sua misericordia» si legge in un post di cordoglio su Facebook.
    Lunedì sera il figlio era uscito da circa un'ora in bicicletta, per queste strade calde e semideserte come ogni anno nell'agosto milanese. Papà Mimmo stava iniziando a preoccuparsi quando ha sentito le prime sirene. Si è precipitato fuori dal suo locale, «el Sultan». Proprio all'angolo della strada ha visto una scarpa di suo figlio. Dopo sono state solo urla, strazio e dolore.

 

 

10.08.22
  1. «Gli Usa hanno autorizzato il più grande pacchetto di assistenza alla sicurezza per l'Ucraina sino a oggi». Lo ha scritto su Twitter Joe Biden a proposito dell'invio di nuove armi a Kiev per un totale di un miliardo di dollari.
  2. IL VERO FANTASMA DI PUTIN CHE LA UE NON USA :   Fin dall'inizio dell'invasione su larga scala dell'Ucraina lanciata dalla Russia il dibattito internazionale, e soprattutto quello italiano, è stato monopolizzato dall'assunto che a causare la fiera sia stata l'espansione della Nato a Est. In esulta, il vero problema per la Russia è sempre stata l'integrazione dell'Ucraina nella Ue, non nella Nato.
    In seguito alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, ci sono stati diversi tentativi di rimuovere processi di integrazione nello spazio postsovietico. Erano emerse una serie di organizzazioni a guida russa - la Comunità di Stati indipendenti (Csi), l'Organizzazione nel trattato sulla sicurezza collettiva (Csto), che fungevano prevalentemente da piattaforme di cooperazione, più che di integrazione. Dopo diversi tentativi falliti di promuovere l'integrazione nello spazio post sovietico, il 1 gennaio 2015 venne fondata l'Unione economica euroasiatica (Uee), nella quale la Russia ha unito il Kazakhstan, il Kyrgyzstan, la Bielorussia e l'Armenia. Lo scopo dichiarato era la formazione di un mercato comune per materie prime, servizi, capitale e lavoro; per l'elettricità, il petrolio e il gas; l'eliminazione di barriere amministrative e tecniche per incentivare il commercio tra gli Stati membri; lo sviluppo dell'infrastruttura dei trasporti. Gli interrogativi retrostanti erano due: quali erano gli obiettivi principali della Uee? Era un'organizzazione finalizzata alla cooperazione economica, o soltanto un tentativo del presidente Putin di creare una cornice istituzionale per la sua sfera d'influenza nel cosiddetto «vicino estero»?
    All'epoca, il tasso di transazioni tra i membri dell'Unione aveva mostrato un'integrazione molto squilibrata, con tendenze negative nel commercio della Russia con gli altri Stati. Inoltre, una dinamica lenta del movimento dei capitali e della forza lavoro, così come una asimmetria nella distanza tra i centri delle economie della Russia e della Bielorussia e quelli della Russia e il Kazakhstan, hanno rappresentato ulteriori sfide a un processo di integrazione economica alla crescita del commercio interno all'Uee. La Russia aveva anche avvertito l'impatto negativo della riesportazione di beni attraverso Paesi terzi via Kazakhstan e Bielorussia.
    Più in generale, dopo il collasso dell'Urss il peso economico e il volume commerciale della Russia rispetto ai Paesi postsovietici era sceso in maniera considerevole. Oggi, la zona della Csi possiede un'influenza molto limitata sull'economia russa e pesa meno del 14% del commercio estero russo e meno dell'1% dei suoi investimenti esteri. L'economia russa è - sarebbe più corretto dire «era» - molto più interconnessa con quella dell'Ue, che insieme alla Cina era diventata la principale protagonista del commercio nella regione, non solo con la Russia.
    L'Europa ha iniziato a sviluppare le sue relazioni economiche con i Paesi postsovietici nell'ambito del programma «European Eastern Partnership», e nel caso di Ucraina, Georgia e Moldova le aveva rese più profonde grazie all'accordo «Deep and Comprehensive Free Trade Agreement» (Dcfta). Questo programma ha spinto le economie postsovietiche a orientarsi ulteriormente verso l'Europa a scapito della Russia, come era già successo in precedenza negli Stati Baltici. L'anno scorso, per esempio, l'Ue era diventata il maggior partner commerciale ucraino, con una quota del 39,5%. L'Ue era diventata anche il principale investitore in Ucraina.
    Kiev si era rifiutata fin dall'inizio di aderire alla Unione economica euroasiatica di Putin. Oltre a un ragionamento geopolitico, questa decisione era stata dettata dalla razionalità economica, in particolare dopo l'esperienza negativa di Armenia e Kyrgyzstan, ai quali la Uee aveva chiesto di alzare le tariffe doganali oltre i limiti imposti dalla Organizzazione mondiale del commercio (Wto), della quale erano membri. Se l'Ucraina avesse optato per la Uee, avrebbe messo a rischio la sua permanenza nella Wto: in Ucraina la tariffa doganale era del 5,8%, e in Russia del 7,8%: l'Ucraina avrebbe dovuto quindi compensare agli altri membri della Wto perdite per quasi 2 miliardi di dollari, oltre a perdere la libertà di commercio verso Paesi terzi e organizzazioni commerciali. Non soltanto: l'adesione di un Paese postsovietico alla Uee avrebbe rallentato la sua modernizzazione, in quanto le tecnologie e i know-how venivano solitamente importate dall'Europa.
    Avendo chiara questa visione, si potrebbe affermare che fino ad ora l'Unione Eurasiatica si sia espansa solo grazie alla coercizione e alle sovvenzioni. Riguardo alla partecipazione della Bielorussia alla Uee, Putin era stato molto chiaro: «Il prezzo del gas praticato per la Bielorussia beneficia dello "sconto integrazione"». In effetti, Minsk resta dipendente dalle risorse energetiche russe e dalle sovvenzioni del Cremlino, e oggi la sopravvivenza stessa del regime di Lukashenko viene garantita essenzialmente da Putin.
    Mosca ha esercitato il suo potere anche sull'Armenia, a più livelli. L'Armenia dipende dalle rimesse dei migranti che lavorano in Russia, che inoltre possiede le sue infrastrutture energetiche e delle comunicazioni. La Russia opera la centrale atomica di Metsamor e ha una base militare a Giumri. Con la prospettiva di un avvicinamento dell'Armenia all'Ue attraverso la Eastern Partnership, e in attesa della firma di un accordo di associazione nel 2013, la Russia aveva iniziato ad aumentare le pressioni su Yerevan. Nel 2013 Putin visitò Baku e firmò con l'Azerbaigian un accordo per massicce vendite di armi, mentre contemporaneamente il Cremlino aveva alzato il prezzo del gas per l'Armenia del 50%. Per ragioni di sicurezza legate al conflitto all'epoca irrisolto con l'Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, le autorità armene furono costrette ad abbandonare ogni idea di un accordo di libero commercio con l'Ue e a optare invece per l'adesione alla Uee. In cambio, la Russia premiò l' Armenia con una riduzione del prezzo del gas (circa 140 milioni di dollari l'anno).
    Putin cercò di usare le stesse carote con l'Ucraina, per convincere l'allora presidente Victor Yanukovych ad aderire alla Uee. In più, promise che la Russia avrebbe pagato le multe alla Wto per le tariffe doganali incrementate. L'accordo di Kharkiv, firmato tra Russia e Ucraina, avrebbe dovuto ridurre il prezzo del gas per l'Ucraina, ma si rivelò una finzione. In cambio, l'Ucraina accettò di prorogare l'affitto alla flotta del Mar Nero russa a Sebastopili per altri 25 anni. Invece di ricorrere agli strumenti legali per ricevere lo sconto, il governo di Kiev optò per una soluzione politica, e la Russia offrì di nuovo condizioni inaccettabili per l'Ucraina: aderire alla Unione doganale e creare joint venture con Gazprom, allo scopo di entrare nella gestione del settore del gas ucraino. Mosca non riuscì a persuadere Kiev e quindi negò uno sconto sul gas.
    Prima del 2014, le relazioni tra la Russia e l'Ucraina si erano sempre basate su una dipendenza reciproca, con frequenti scontri in seguito ai tentativi di Mosca di imporre all'economia Ucraina norme euroasiatiche e spostarla nella sfera dei propri interessi economici. La Russia voleva che Kiev aderisse alla Unione doganale e abbandonasse l'idea dell'accordo Dcfta con l'Europa. Dal punto di vista ucraino, il modello di integrazione promosso dalla Russia è sempre stato un problema, in quanto Kiev aveva scelto l'integrazione con l'Ue. Kiev aveva sempre visto l'eventuale adesione alla Uee come la trasformazione in «partner minore» di Mosca, alla quale avrebbe dovuto delegare le decisioni cruciali in politica estera.
    Lo scopo principale della Uee era invece sempre stato quello di coinvolgere l'Ucraina, fondamentale per la sua riuscita economica. Essendo il secondo Paese per dimensioni della Csi, l'Ucraina avrebbe automaticamente garantivo agli altri membri della Uee un mercato più grande di quello di qualunque altro Paese postsovietico. Secondo, non essendo basata sul settore minerario, l'economia Ucraina è molto più diversificata, e poteva offrire grandi opportunità di ampliare i commerci all'interno della Uee. Putin aveva sottolineato in diverse interviste che, senza l'Ucraina - con i suoi 45 milioni di abitanti, la sua industria e i suoi legami economici, culturali e storici con la Russia - l'Uee non sarebbe stata un progetto importante. Come aveva detto l'ideologo di Putin, Aleksandr Dugin, «la battaglia per l'integrazione dello spazio postsovietico era la battaglia per Kiev». Eppure fin dall'inizio fu chiaro che l'Ucraina non era interessata a un'adesione a pieno titolo alla Uee: rimase a titolo di osservatore nella Comunità economica euroasiatica (EurAsEc) limitandosi a sviluppare relazioni commerciali bilaterali con i membri della Csi.
    La Russia si è sempre opposta alla firma da parte dell'Ucraina dell'accordo di associazione e dell'accordo Dcfta con l'Europa. Mosca sosteneva che questo le avrebbe impedito di commerciare con i suoi vicini per via dell'incompatibilità tra il sistema tariffario dell'Ue e quello della Uee. Però, anche se ciò è vero, la Russia mantiene ancora accordi di libero commercio in ambito Csi con Ucraina, Moldova e Georgia (che mantiene un accordo di libero commercio con la Russia anche dopo essersi ritirata dalla Csi in seguito alla guerra con la Russia nell'agosto 2008. L'articolo 18 comma 1 della carta della Csi stabilisce che «il presente trattato non preclude agli Stati membri di partecipare a unioni doganali, di libero commercio o di commercio frontaliero che rispettino le regole della Wto».
    Nel settembre 2013 il consigliere del presidente russo Sergey Glazyev aveva ammonito l'Ucraina che, in caso di firma del trattato di associazione con l'Ue, la Russia non solo avrebbe reagito imponendo sanzioni economiche, ma il Cremlino «non avrebbe più garantito lo status dell'Ucraina come Stato, e avrebbe potuto intervenire se le regioni filo russe si sarebbero rivolte direttamente a Mosca». La guerra in Ucraina fu infatti il risultato dell'opposizione russa alla decisione Ucraina di preferire l'integrazione con l'Unione Europea al progetto geopolitico putiniano della Uee.
    Questa strategia di coercizione ha portato alla Russia come membro della Uee soltanto benefici economici insignificanti, e questo porta a ipotizzare che il progetto euroasiatico sia essenzialmente di natura politica, permettendo a Mosca di rivendicare il suo status di grande potenza nella regione e nel mondo, garantendo la sua posizione dominante nello spazio postsovietico. Timofei Bordachev e Andrei Skriba hanno affermato nelle loro analisi che «nella visione delle relazioni internazionali degli autori della politica russa, lo status di grande potenza non è mai stato legato direttamente alla efficienza economica o al benessere nazionale, ma è semmai condizionato dalla capacità di ricorrere al potere della nazione per garantire interessi russi». Secondo questi autori, la creazione dell'Unione economica euroasiatica era stata la reazione di Putin alle «rivoluzioni colorate» e alla «Eastern Partnership» dell'Europa (percepita dalla Russia come ingerenza occidentale in quello che considerava ancora il suo «vicino estero»), con lo scopo ultimo di riaffermare lo status della Russia come grande potenza nell'intera regione.
  3. LA CATTIVERIA DI PUTIN NON HA LIMITI :  Cresce la paura della catastrofe nucleare in Ucraina. La centrale di Zaporizhzhia si trova da giorni nel mezzo del fuoco incrociato tra le forze di Mosca e Kiev. Le due parti si sono accusate a vicenda di aver bombardato la centrale più grande d'Europa, che si trova sotto il controllo delle forze russe dai primi di marzo. Secondo le autorità ucraine, un bombardamento russo avrebbe danneggiato tre rilevatori di radiazioni e ferito un manutentore dell'impianto durante il fine settimana. «La Russia starebbe intenzionalmente danneggiando la centrale per causare dei blackout nel sud dell'Ucraina», ha dichiarato il rappresentante ucraino all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), Yevhenyi Zimbaliuk. Secondo il ministero della difesa russo, invece, sono le truppe di Kiev ad aver bombardato l'impianto, danneggiando le linee che riforniscono di elettricità la regione. «Solo grazie alle azioni efficaci e tempestive dell'esercito russo nella copertura dell'impianto nucleare, la sua infrastruttura critica non è stata colpita», ha dichiarato l'ambasciata russa a Washington in un comunicato.
    Secondo le autorità ucraine, le forze russe si sono insediate intenzionalmente nel territorio della centrale. In questo modo, i russi vorrebbero dissuadere attacchi da parte ucraina e impedire la controffensiva che Kiev sta preparando nella regione. «Naturalmente gli ucraini non possono rispondere al fuoco per timore che si verifichi un terribile incidente che coinvolga la centrale nucleare», ha detto il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken. Nel mezzo delle accuse reciproche tra Mosca e Kiev, Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha definito «suicida» ogni attacco alla centrale nucleare. Guterres ha poi richiesto che i rappresentanti dell'Aiea vengano ammessi nella centrale ucraina al fine di scongiurare una possibile catastrofe. Petro Kotin, il presidente dell'ente nucleare ucraino Energoatom, ha invece proposto la creazione di una zona demilitarizzata intorno alla centrale e l'invio di peacekeepers internazionali per garantirne la sicurezza. Le autorità russe si sono dette favorevoli a una missione di monitoraggio internazionale per poi accusare Kiev di impedirne la realizzazione continuando a bombardare la centrale. «L'Ucraina prende di fatto in ostaggio tutta l'Europa bombardando la centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.
    Intanto, nella regione di Zaporizhzhia, occupata per due terzi dalle forze di Mosca, si stanno avviando i preparativi per l'annessione alla Russia. Lunedì, l'amministrazione filo-russa della regione ha sancito con un decreto la preparazione di un referendum di adesione alla Federazione russa. Secondo le fonti di Bloomberg, Mosca pianifica di condurre referendum nei territori occupati entro il 15 di settembre. Un'eventualità che allontanerebbe ulteriormente le prospettive di un accordo di pace. Se un tale «pseudo referendum» dovesse avere luogo, ha infatti avvertito il presidente ucraino Volodymir Zelensky, si chiuderebbe ogni possibilità di dialogo con l'Ucraina e «con l'intero mondo libero». Un avvertimento a cui il Cremlino ha risposto sprezzante. «Zelensky non dovrebbe rivolgersi al governo russo con queste dichiarazioni - ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov -. Piuttosto dovrebbe chiedere ai suoi cittadini perché molti di loro non vogliono vivere nel suo Paese
  4. BUGIE E VERITA' :    Il Pnrr sta cambiando l'Italia ma finora non ha modificato difficoltà della pubblica amministrazione a spendere le risorse assegnate. Il richiamo arriva dai magistrati della Corte dei Conti che hanno passato in rassegna tutti gli interventi del primo semestre 2022, confermando il «conseguimento pressoché totale degli obiettivi previsti dal Piano». Ma a fronte di una «reazione positiva» delle amministrazioni centrali, restano «difficoltà notevoli nella capacità di spesa delle singole amministrazioni». E per i magistrati ciò dimostra che «una maggiore disponibilità ed un maggior impiego di risorse non corrispondono automaticamente a reali capacità di sviluppo». Non è ancora il momento di fare bilanci conclusivi perché per arrivare a fine anno, e raggiungere i 100 obiettivi, c'è molta strada da percorrere. Infatti per la Corte «l'attenzione sull'esecuzione del Piano resta particolarmente elevata e il giudizio complessivo sul 2022 potrà aversi solo a fine anno». Ma una prima analisi è già possibile, in particolare sugli obiettivi del primo semestre e su un «campionamento qualitativo e quantitativo» sullo stato di attuazione di 31 su 45 interventi. «Malgrado il dato formale positivo, nei settori esaminati sono emerse sostanziali criticità» soprattutto alla luce del quadro economico-finanziario peggiorato rispetto alle previsioni iniziali, che ha generato incertezza e portato ad un rialzo dei costi di realizzazione di alcuni progetti. In tale prospettiva, la Corte ha sottolineato «il permanere di difficoltà notevoli nella capacità di spesa delle singole amministrazioni». C'è poi un altro aspetto che per la magistratura contabile è essenziale: «Il rafforzamento delle strutture amministrative e l'adeguatezza delle risorse umane», nonché «adeguate attività di assistenza tecnica». Su quest'ultimo punto, la Corte si è soffermata sulla necessità di superare la questione della finanziabilità dell'assistenza tecnica, «attualmente non finanziabile con i fondi del Pnrr». Molto potrà essere fatto con l'introduzione del nuovo portale "Capacity Italy". Infine, guardando al post Pnrr, quando i fondi per gestire i progetti finiranno, la Corte suggerisce di attrezzarsi: «Alla conclusione del Piano, per governare il ritorno a una gestione ordinaria priva delle attuali, ma momentanee, disponibilità legate alle risorse europee, sarà fondamentale garantire la stabilizzazione dei flussi finanziari destinati alle amministrazioni, anche per evitare la messa in sofferenza delle imprese che hanno tarato organizzazione e strategie aziendali sull'attuale entità degli stimoli economici e finanziari.
  5. LE STRAVAGANZE PERICOLOSE ED INCONTROLLATE : Caro Lorenzo,
    non ci conosciamo personalmente, ma ti scrivo in relazione al tuo Jova Beach Party e alle polemiche che si stanno scatenando per la tua risposta piccata alle critiche di cittadini e associazioni. Mi permetto di darti del tu come a un amico di lunga data, visto che seguo con attenzione e simpatia il tuo percorso musicale e umano almeno da «Serenata Rap», cioè da quasi trent'anni. Premetto che mi piace molto la tua evoluzione artistica e ho apprezzato anche una certa inclinazione globale di alcuni brani, come per esempio «L'ombelico del mondo». Tutto questo per dire che non c'è ombra di pregiudizio nella mia analisi. E così vengo subito al punto: noi tutti amiamo coniugare natura e cultura, arte e ambiente, musica e paesaggio. Direi che ci viene spontaneo, sia quando ne godiamo, sia quando ne siamo protagonisti. Nel mio piccolissimo, io non sono certo contrario e ho fatto spettacoli di parole e musica con Niccolò Fabi nelle Grotte di Castellana e con il jazzista Enzo Favata anche nelle spiagge più intatte di Sardegna.
    Quindi il connubio mi piace. Il problema infatti non sta nella manifestazione in sé, ma negli impatti, che, come si vede chiaramente nelle foto del JBP dall'alto, sono dirompenti, semplicemente per il numero di individui che vi partecipano: un conto sono cento persone, un altro cinquantamila. Un recente studio del Cnr ha stimato che, dalle spiagge del Parco Nazionale dell'Arcipelago di La Maddalena, ogni bagnante che passa una giornata al mare porta via con sé, volente o nolente, dai 50 a 100 grammi di sabbia. Lo studio è stato elaborato per la famosa spiaggia di Budelli che veniva sistematicamente depredata delle sue sabbie rosa e che è stata chiusa all'accesso proprio perché, comunque, dieci bagnanti trasportavano inconsapevoli altrove almeno un chilo di sabbia al giorno. Moltiplica questa cifra per le tue diecimila o cinquantamila persone e vedi a che montagna di sabbia si arriva, senza contare che si balla e ci si agita, aggiungendo erosione a erosione. Anche se solo per una giornata.
    Il primo elemento di critica sono dunque i numeri, non sostenibili da alcun sistema naturale, specialmente se delicato e fragile. E il secondo elemento è proprio il luogo: le linee di costa sono quanto di più delicato esista sul pianeta e sono compromesse soprattutto in Italia. Oggi le nostre coste sabbiose sono spesso in via d'erosione, mentre quelle alte, di falesia, finiscono per subire i colpi delle maree, sempre più disastrosi anche a causa delle frequenti tempeste. In Italia circa il 40 per cento delle spiagge è sottoposto a un'erosione costante e l'esito di questo processo è che rischiano di andare perdute, se non si interviene incisivamente. A patto di non affidarsi alle solite opere: moli, pennelli, scogliere artificiali o addirittura rimpinguare la spiaggia con camion di sabbia presa chissà dove e scaricata lungo la costa. Ci si dovrebbe, invece, affidare al ripascimento naturale guidato, ma per questo ci vogliono tempi lunghi, opere dolci e tranquillità.
    Non meno dannoso è l'uso malsano che facciamo della spiaggia, che in Italia è particolarmente deleterio. La duna, per esempio, è stata cancellata ormai su quasi tutte le decine di migliaia di chilometri del confine marino; la gran parte delle praterie sommerse di Posidonia è stata ormai divorata; la sterminata foresta che un tempo andava da Ventimiglia a Trieste facendo il giro di tutte le coste è scomparsa ormai da almeno duemila anni. Solo il 29 per cento delle coste italiane, circa 2.200 ettari, è libero da insediamenti e può essere considerato un paesaggio integro. Il 60 per cento è già stato oggetto di un'occupazione intensiva che ha portato alla cancellazione della duna e della macchia, sostituite da costruzioni a tappeto e stabilimenti balneari in cemento armato. Il restante 11 per cento è in via di occupazione. Le coste sono un patrimonio che noi diamo per scontato, ma che sta andando perduto senza che nemmeno ce ne accorgiamo.
    Non sembra poi una delle migliori idee passare con le ruspe prima dell'evento o imporre un megapalco di quelle dimensioni con tutte le opere temporanee, ma pesanti, che richiede. E le opere di compensazione servono relativamente, perché agli impatti resistono solo gli ecosistemi resilienti e, per ciò sopra esposto, in Italia gli stessi sono allo stremo, specie lungo le coste. È vero che il Wwf si è fatto garante della mitigazione degli impatti, visto che tanto i comuni avrebbero comunque autorizzato gli eventi. Ma come membro del Consiglio Scientifico devo rivelarti che, insieme ad altri, avevo fatto presenti le mie perplessità.
    C'è poi un aspetto culturale di fondo che non va trascurato: trasformando gli ambienti naturali in luoghi per eventi di massa si potrebbe dare l'idea che la natura e il paesaggio siano, in fondo, modificabili costantemente dai sapiens anche per esigenze che non sono di immediata sopravvivenza, pur riconoscendo il valore assoluto della musica. Ma ci sono luoghi deputati per quelle manifestazioni, anche giganteschi: stadi, palazzetti, piazze municipali e quant'altro. E se è vero che si tengono eventi nell'Arena di Verona o in siti archeologici, è pure vero che i Pink Floyd a Pompei il pubblico non ce lo avevano e che i numeri sono comunque molto più bassi. Il problema sono i numeri, ma certo non per danneggiare le persone che vogliono godere della tua musica, solo per evitare di lanciare un messaggio diseducativo, che qualsiasi cosa si può fare sempre a spese dell'ambiente.
    Ciascuno di noi sbaglia benissimo da solo e i consigli so dove posso mettermeli, ma davvero non devi pensare che ci sia una pattuglia combattiva di eco-nazisti, come li hai chiamati, che vuole distruggere la tua iniziativa per invidia sociale. Se pure ci sono voci estreme, ci sono anche altri, ecologisti di lunga data come me, che studiano l'ambiente da un punto di vista scientifico e che ne hanno viste abbastanza per suggerirti di rinunciare a questo progetto e rimodularlo legandolo a vere iniziative di compensazione ambientale: dalle emissioni clima alteranti che un evento ha sempre e comunque, alla piantumazione di alberi seguita e certificata, alla restaurazione di dune e praterie di Posidonia, alla difesa dell'avifauna e delle tartarughe marine. Chi se frega del fratino, mi potresti dire, o delle tartarughe. Ma faresti un errore: in questo mondo c'è un posto per la zanzara e uno per il pipistrello, uno per il fratino e uno per la medusa, solo noi sapiens pigliamo il posto di tutti gli altri, prepotenti e invasivi come siamo. Non realizziamo che, se si estingue una specie, l'effetto è a domino e, prima o poi, si estinguono anche le altre. In fondo la ricchezza della vita sulla Terra è data dalle sue singole componenti, esattamente come la sicurezza di un aeromobile è garantita a partire dall'ultima vite della macchinetta per scaldare i pasti a bordo: non sai mai come si mettono le cose, se fai finta di niente.
    Mi congedo nell'illusione che le mie parole servano almeno a un ripensamento e una discussione non ostile e addirittura serena.
    Tuo. —

 

 

 

09.08.22
  1. UN'ALTRA POLVERIERA :    Venerdì i sostenitori del leader politico e religioso sciita Muqtad al Sadr, si sono riuniti nella Green Zone, l'area fortificata della capitale Baghdad, sede di palazzi istituzionali e ambasciate, per celebrare lì la preghiera islamica del venerdì. Sadr ha chiamato i suoi ad una nuova manifestazione di presenza e consenso, culmine di una settimana che ha fatto tremare l'Iraq, dopo le proteste iniziate il 27 luglio e l'assalto al Parlamento dei giorni successivi. Per capire come si è arrivati fin qui bisogna risalire alle ultime elezioni e ai vincoli di formazione del governo. Dal 2003 il Paese è gestito dal sistema «Muhasasa» un metodo di spartizione del potere su base settaria, che divide i posti e la rappresentanza su base religiosa, etnica e tribale. Per formare un governo, i partiti in parlamento devono stabilire blocchi per nominare un presidente e poi un primo ministro. Nelle elezioni dell'ottobre 2021 Muqtad al Sadr era emerso di fatto come vincitore e il blocco da lui rappresentato aveva ottenuto 73 seggi. Sadr ha provato a formare un governo di maggioranza in alleanza con sunniti e curdi per escludere i suoi oppositori sostenuti dall'Iran. Da allora però i rivali di Sadr si sono uniti nel «Quadro di Coordinamento» tentando di rafforzare l'unità dei partiti sciiti e mettere fuori gioco i sadristi. Nei mesi successivi le riunioni parlamentari sono state boicottate, e le lotte interne ai blocchi e ai partiti molto aspre. Il Parlamento non ha trovato un accordo sul Presidente - tradizionalmente un curdo- perché i partiti curdi non sono stati in grado di concordare sul nome di un candidato che andasse bene a tutti. Così, dopo mesi di stallo, a giugno Muqtad al Sadr ha ordinato ai suoi eletti di ritirarsi dal Parlamento, lasciando di fatto il Quadro di Coordinamento in una posizione dominante.
    La situazione si è aggravata dopo la pubblicazione di alcune registrazioni audio in cui l'ex primo ministro Nouri al-Maliki insultava Sadr accusandolo di essere «assetato di sangue».
    Le ambizioni dei due politici si scontrano dall'inizio della legislatura. Al-Maliki vuole rivendicare il suo potere e scegliere il primo ministro, ma soprattutto vuole mantenere lo status quo. Proprio quella paralisi di potere clientelare e corruzione che Sadr dice di voler distruggere, spesso strumentalizzando l'insofferenza popolare per raccogliere consenso. Quando nel 2014 il suo mandato come primo ministro è terminato, al-Maliki ha piazzato i suoi uomini come dipendenti pubblici nelle istituzioni chiave, inclusa la magistratura. Nel frattempo, al-Sadr ha creato uno stato parallelo, un apparato ombra, un movimento che per sostenersi ha bisogno di ingenti somme di denaro per essere finanziato. Per questo ha uomini nei ministeri dell'interno e della difesa, nelle compagnie petrolifere ed elettriche statali e nella banca centrale. Avere voce in capitolo sul budget iracheno di 89 miliardi di dollari l'anno consente ai sadristi di indirizzare denaro verso i sostenitori. Negli audio diffusi dalla stampa locale, al-Maliki dice inoltre: «L'Iraq è sull'orlo di una guerra devastante dalla quale nessuno uscirà illeso, a meno che il progetto di Muqtada al-Sadr, Massoud Barzani e Muhammad al-Halbousi non venga sconfitto». In risposta Sadr ha condannato l'antico nemico chiedendogli di allontanarsi dalla politica perché la sua presenza in Parlamento «significherebbe la distruzione dell'Iraq e della sua gente». Ma a far precipitare la situazione è stata la nomina, alla fine di luglio, di Mohammed Shia al-Sudani, un politico sciita di 52 anni, come candidato primo ministro da parte del Quadro di coordinamento. Al-Sudani è l'ex governatore della provincia di Maysan, è stato più volte ministro negli ultimi dieci anni e ambisce alla carica di primo ministro da tempo, in quest'ottica ha fondato il partito Dawa durante il movimento di protesta contro il potere dell'ottobre 2019. Sadr, che ha sempre considerato al-Sudani un politico corrotto - ha chiesto alla sua gente di scendere in piazza. E così i suoi sostenitori il 27 luglio hanno assaltato il Parlamento per impedire la formazione del governo. Alla fine di luglio, l'Iraq era senza governo per il periodo più lungo nella sua storia post-2003. Tre giorni dopo i sadristi sono tornati di nuovo nella Green Zone abbattendo i blocchi di cemento e si sono accampati nel Parlamento. Il leader ha esaltato la loro protesta descrivendo in un tweet l'occupazione del palazzo come «un'occasione d'oro per cambiare il sistema politico, eliminare i corrotti e portare il Paese a nuove elezioni». I suoi sostenitori hanno saccheggiato gli uffici del partito Dawa dell'ex primo ministro Nouri Al-Maliki a Baghdad e i locali della corrente politica Hikma, la formazione di Ammar Al-Hakim, entrambi membri del «Quadro di Coordinamento», suo avversario.
    «Chiedo a tutti di sostenere i rivoluzionari, comprese le nostre tribù orgogliose, le nostre forze di sicurezza eroiche, i membri delle Forze di mobilitazione popolare dei Mujahid che rifiutano la sottomissione e tutti i gruppi di persone a sostenere la riforma, uomini e donne, giovani uomini e bambini, non sotto la mia bandiera o guida, ma sotto la bandiera dell'Iraq e la decisione del popolo», ha scritto Sadr, elogiando la sua più grande arma: la gente in piazza, lanciando un appello amplificato dalla retorica religiosa volta a suscitare il fervore dei fedeli sciiti che si preparano a celebrare l'Ashura, la commemorazione del martirio dell'Imam Hussein, nipote del profeta Maometto.
    Questo era lo scenario nel giorno in cui l'Iraq ha rischiato di cadere di nuovo in una spirale di violenza: migliaia di sostenitori di Moqtada Al-Sadr a occupare il Parlamento per chiederne lo scioglimento e lo svolgimento di nuove elezioni, centinaia di altri sostenitori mobilitati dal leader e dall'altra parte in un pericoloso faccia a faccia nella zona verde, i rivali del «Quadro di Coordinamento», che hanno organizzato una contro manifestazione per protestare contro quelle che ritengono le provocazioni di Sadr, e contro quello che ritengono essere un «colpo di Stato» contro le istituzioni statali.
    La Green Zone si è riempita di posti di blocco per scongiurare un possibile scontro tra i due blocchi, ma fortunatamente la situazione non è precipitata, anche perché due dei più potenti gruppi sostenuti dall'Iran - Kataib Hezbollah e il leader della coalizione di Fatah Hadi al-Amiri - hanno annunciato che non avrebbero preso parte alle manifestazioni.
    Sadr ha dimostrato, in questi caotici giorni di agosto, che la sua principale arma politica è la piazza. Sadr ha una grande capacità di mobilitare le masse sia nei quartieri disagiati della capitale Baghdad sia nelle zone più depresse del sud. È lo strumento che da anni usa per proporsi come un nazionalista in cerca di riforme, in contrapposizione al blocco sciita filo iraniano.
    Si fa sempre più concreta, a più di una settimana dall'inizio delle proteste, la possibilità che il Parlamento venga sciolto e vengano convocate nuove elezioni legislative. Di fronte alla paura di uno scontro tra i due blocchi armati, crescono gli appelli alla calma: il primo ministro Mustafa Al-Kadhimi, incaricato di gestire gli affari correnti, ha invitato i blocchi al negoziato invocando le elezioni per uscire dalla crisi. Resta da capire se la coalizione di Sadr «al Sairoon» parteciperà alle consultazioni. Per ora resta lo stallo tra i due blocchi contrapposti che si battono per prendere la guida della rappresentanza sciita. E resta la crisi sociale degli iracheni che osservano il Parlamento indebolito e le istituzioni che non riescono a dare risposte per affrontare la crisi che grava sulle loro spalle.
  2. LA GIURISPRUDENZA  LEGITTIMA LA MAFIA ? Le quasi tremila pagine con cui la Corte d'assise d'appello di Palermo motiva la sentenza di assoluzione per gli ufficiali del Ros (Reparto speciale dei carabinieri) e per il politico Marcello Dell'Utri sono state accolte con molta freddezza (tranne qualche eccezione) dai media e dalle segreterie dei partiti, impegnate nell'insolita campagna elettorale estiva. Eppure quelle pagine, certamente molto «scandalose», meriterebbero una più attenta considerazione, perché contengono molti spunti di riflessione che dovrebbero interessare soprattutto le forze politiche che si accingono a candidarsi alla guida del Paese.
    Pagine scandalose, certamente. E non perché si voglia mettere in discussione il succo di una sentenza che sembra logica rispetto a quanto il processo ha potuto accertare. Lo scandalo, se così si può dire, non consiste nelle assoluzioni, ma nel «quadro generale» che i giudici hanno offerto nel tentativo di spiegare il perché delle loro conclusioni.
    Già, perché ciò che viene sancito in sentenza è che uno Stato moderno e democratico - e non un manipolo di investigatori azzardosi - per fermare la furia stragista di una organizzazione criminale è dovuto venire a patti con essa attraverso una «ibrida alleanza», un accordo non esplicito, con l'ala moderata di Cosa nostra (quella di Bernardo Provenzano) fino a proteggere la latitanza di un capo lasciato libero perché potesse imporre una scelta di non aggressione allo Stato che, invece, era la linea intrapresa da Totò Riina e in attesa di prosecuzione da parte degli eredi di Totò ‘u curtu, cioè Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i Graviano di Brancaccio. I giudici parlano apertamente di «patto» con la «corrente più moderata di Cosa nostra». E leggendo queste righe non si può fare a meno di pensare come la mafia, quella del ‘92, ‘93 e ‘94, fosse diventata una specie di «Stato alternativo» a quello legale e costituzionale. Tanto da indurre le autorità costituite a mettere in atto azioni simili alle operazioni di geopolitica nelle guerre in corso.
    In sostanza, dicono i giudici, la Trattativa ci fu, ma non per decisione dei singoli investigatori quanto per scelte istituzionali che avallarono vere e proprie «operazioni di intelligence». Solo che a guidare l'azzardo erano agenti di polizia giudiziaria che avrebbero dovuto sottostare alle regole del codice senza fughe in avanti in un terreno privo di regole di ingaggio, comportandosi, alla fine, come un servizio segreto. E quando «agganciano» don Vito Ciancimino (mediatore col «consenso» di Totò Riina) sfuggono a ogni controllo, tanto da essere redarguiti oggi dai giudici che definiscono l'operazione una «improvvida iniziativa». E qui il pensiero va al giovane Massimo Ciancimino, prima portato sugli altari e poi abbandonato al proprio destino e massacrato giudiziariamente, pur avendo dato un buon contributo sulle vicende oggi scandagliate dai giudici di appello. Certo, la Trattativa ci fu e riuscì pure a fermare la deriva stragista di Cosa nostra, ma fu portata avanti per la «salvaguardia dell'incolumità della collettività nazionale e di tutela di un interesse generale e fondamentale dello Stato». Mentre la mancata perquisizione al covo di via Bernini (la casa di Totò Riina) e i diversi episodi di mancata cattura di Bernardo Provenzano erano segnali di amicizia, propedeutici a fare cessare le stragi sanguinose. Tutto definito dai giudici «sconcertante», ma perfettamente inquadrabile nella logica di «indicibili ragioni di interesse nazionale a non sconvolgere gli equilibri di potere interni a Cosa nostra».
    Ma allora ci sarebbe da chiedersi se, una volta superata la punta più alta della crisi con la strategia del dialogo, non fosse stato indefettibile un intervento veloce e definitivo che estirpasse alle radici le mafie ben radicate nelle quattro regioni del nostro Meridione, anche per evitare di dover ricorrere ad altre trattative in futuro. E invece continuiamo a scrivere e leggere della geometrica potenza della ‘ndrangheta, capace di muovere miliardi di cocaina poi reinvestiti in imprese per la realizzazione di opere pubbliche.
    Ecco, i soldi. Anche di questo aspetto si occupa la sentenza che smentisce la tesi che Paolo Borsellino sia stato ucciso perché costituiva un impedimento allo svolgersi della Trattativa. Ipotizzano i giudici di Palermo che la decisione di uccidere il giudice fu presa con grande fretta, come se fosse sopraggiunto qualcosa che andava fermato subito. Questo qualcosa, sospetta la corte d'appello, era l'interesse di Borsellino per il «rapporto su mafia e appalti» frettolosamente chiuso dalla Procura di Palermo diretta da Pietro Giammanco e ripreso da Falcone e Borsellino. Una inchiesta esplosiva che ha fatto dire all'ex giudice Antonio Di Pietro che «la Tangentopoli prima di noi l'avevano scoperta i magistrati di Palermo e in particolare Giovanni Falcone». Lo stesso Falcone che si era sovraesposto parecchio su questi temi, fino a dichiarare pubblicamente, riferendosi alle indagini sulla Calcestruzzo di Gardini: «La mafia è entrata in Borsa».
    Da qui la fretta di eliminare Borsellino, l'unico in grado di proseguire quella inchiesta che avrebbe attraversato il sistema di potere politico-imprenditoriale di tutta l'Italia. Riina convoca una riunione della cupola per mettere in cantiere via D'Amelio e dimostra grande fretta. Lo confermerà nel 2013, quando scambia confidenze col detenuto con cui «fa socialità» e gli dice che la strage Borsellino non fu come l'altra, «fu un fatto studiato alla giornata».
    Ma anche il rapporto sugli appalti è rimasto seppellito per decenni. D'altra parte i depistaggi e le indagini a vuoto sono espedienti adoperati non tanto per cancellare la storia dei fatti accaduti quanto per ritardarne il più possibile il valore processuale. Oggi l'inchiesta è stata riaperta a Caltanissetta e c'è da aspettarsi il solito «trattamento»: anni di ricerche di prove su fatti avvenuti negli Ottanta, immancabili polemiche, scontri fra garantisti e manettari, insomma la via crucis che va in scena da sempre. Speriamo, soprattutto, ci sia risparmiata un'altra Trattativa, lo dobbiamo principalmente ai familiari delle vittime di precedenti «improvvide inziative».
  3. RAZIONARE L'ACQUA SEMPRE A COMINCIARE DALL'AGRICOLTURA A GOCCIA : Quando il termometro ha superato i quaranta gradi i duecento operai della Modine di Pocenia, trenta chilometri da Udine, si sono fermati. Tutti fuori, e per qualche giorno la produzione è andata a singhiozzo. Non sono soli. Nell'Italia assediata dal grande caldo un pezzo di industria rischia di sbandare, stretta tra condizioni di lavoro impossibili e materie prime che non arrivano più. È il prezzo del cambiamento climatico, lo schiaffo all'economia di un meteo che non si limita più a devastare i raccolti e far scendere gli allevatori dagli alpeggi assediati dalla siccità, ma manda in panne le centrali idroelettriche della pianura padana e rischia di lasciare le fabbriche senza energia. Una delle più grandi minacce alla crescita italiana, secondo gli uomini del Fondo monetario internazionale, che hanno messo l'allarme nero su bianco nell'ultima relazione sul Paese. Una situazione così delicata da essere citata nel report con cui l'agenzia di rating Moody's ha bocciato le prospettive del Paese.
    Le stime Usa
    Dicono gli esperti di Washington che solo l'agricoltura, in questa maledetta estate italiana, ha già bruciato 3,05 miliardi di euro. Conto da aggiornare, e al rialzo. «I dati sui raccolti devono ancora arrivare, ma la situazione in Italia settentrionale e Francia meridionale è molto severa», avvisano. «Il 22% delle coltivazioni dell'Europa continentale è già compromesso», aggiunge la Banca Mondiale. E un ulteriore 34% potrebbe essere a rischio entro la fine di settembre. Dal riso al vino, passando su pasta e ortaggi, le ricadute economiche e sociali «potrebbero essere significative» si legge nel dossier. Basta bussare nelle sedi locali delle associazioni di categoria: sono quasi duecentocinquantamila le aziende agricole italiane, un terzo del totale (34%), che si trovano oggi costrette a produrre in perdita e più di un agricoltore su 10 (13%) si muove in una situazione così critica da portare alla cessazione dell'attività. Soffre la produzione di grano, secondo la Coldiretti giù del 30% su base annua, ma in bilico ci sono anche quelle di girasole e mais, con cali fino al 45%. Per frutta e verdura in alcuni territori si arriva al meno 70% con danni alle ciliegie in Puglia ed Emilia Romagna, angurie e meloni e scottati dal caldo in Veneto, pere e albicocche rovinate nel Ferrarese, barbatelle bruciate che perdono le foglie nei vigneti toscani attorno a Firenze, pesche soffocate dalla calura che cadono dai rami prima di riuscire a svilupparsi completamente e giovani ulivi in stress idrico. «È un momento complicato», affermava pochi giorni fa il presidente della regione Piemonte, Alberto Cirio, spiegando al Parlamento europeo che «l'emergenza che sta colpendo l'Italia e che non può restare un problema solo nazionale».
    Gli interventi
    Il governo è intervenuto con l'ultimo decreto Aiuti, con 200 milioni solo per l'agricoltura. E si sono mossi i privati, a partire da Intesa Sanpaolo e Unicredit con linee di credito ad hoc. Ma non può bastare e la grande paura ormai ha traslocato dalle risaie agli uffici delle grandi banche d'affari. «I timori di fallimenti creati da situazioni meteorologiche eccezionali stanno aumentando», ha scritto agli investitori il colosso del risparmio Blackrock in una nota riservata. A rischio ci sono società con fatturati fino a 500 miliardi di dollari su scala globale, esposte all'emergenza climatica. La Commissione europea ha provato a quantificare il costo annuo dell'emergenza: 65 miliardi di euro. Secondo gli analisti di Bruxelles, nel secolo scorso, nel Vecchio Continente si sono verificati 45 gravi eventi di siccità, che hanno colpito milioni di persone e causato perdite economiche per oltre 27,8 miliardi di euro. Oggi la grande sete assedia il 17% della popolazione mentre un altro 15% di territorio è in allerta. È una escalation. Uno studio appena pubblicato da Nature e rilanciato dal New York Times disegna uno scenario economico ancora più fosco: le ondate di calore possono pesare sull'Ue fino a mezzo punto base di Pil. Sono circa 90 miliardi di euro. il fenomeno inquieta la Banca centrale europea, che ha iniziato a contemplare i rischi climatici e il loro impatto su bilanci bancari nell'area euro.
    L'effetto in Borsa
    A Piazza Affari l'effetto della siccità è già arrivato. Masi Agricola, gioiello del vino quotato in Borsa, nell'ultima relazione ha avvisato gli investitori: il «risultato quantitativo e in certi casi qualitativo» di una vendemmia costretta a iniziare con almeno dieci giorni di anticipo «potrebbe risentire in maniera anche pesante» delle condizioni climatiche. Mentre nell'ultima trimestrale Edison ha spiegato che il calo della marginalità del settore idroelettrico è stato «fortemente impattato dalla perdurante siccità».
    Non sembra un tema destinato a risolversi in fretta. «Sull'energia, l'Europa si trova nel mezzo di una tempesta perfetta», ragiona Simone Tagliapietra, analista dell'istituto Bruegel, perché l'arsura non sta mettendo a rischio «solo la produzione di energia idroelettrica, ma anche gli impianti termici che necessitano di raffreddamento e le centrali che si affidano ai corsi d'acqua per trasportare il carbone». È una situazione che va a peggiorare un quadro reso complicatissimo dal braccio di ferro sul gas con Vladimir Putin e con gli squilibri del mercato «caratterizzati da scarsità di forniture e prezzi elevati». Risultato: «Nel prossimo inverno l'Europa non avrà abbastanza energia per soddisfare la domanda».

 

 

 

 

08.08.22
  1. SOLO ISRAELE PUO' COLPIRE INDISCRIMINATAMENTE PREVENTIVAMENTE :   Potrebbe durare ancora una settimana lo scontro in corso tra Israele e la Jihad Islamica palestinese. Da venerdì sera, verso lo Stato della Stella di Davide sono stati lanciati almeno 365 razzi da Gaza, più di trenta non hanno superato la Striscia mentre la maggior parte è stata individuata e neutralizzata dal sistema antimissilistico israeliano Iron Dome. In risposta l'esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito obiettivi della Jihad islamica, almeno quindici miliziani, uccidendo, tra gli altri, Taysir al Jabari, uno dei leader del movimento che, secondo informazioni di intelligence israeliane, stava pianificando attacchi nel Paese in risposta all'arresto, in Cisgiordania, dell'altro leader, Bassam al Saadi. Morti, secondo il ministro della salute di Gaza, dodici civili, tra i quali una bambina.
    L'operazione «Breaking Dawn» ha così riportato, poco più di un anno dopo, Israele in guerra con la Striscia, anche se sono cambiati gli interlocutori. Questa volta, infatti, almeno fino ad ora, fuori dai giochi si sono tenuti i militanti di Hamas, il gruppo, considerato terrorista da molti Paesi, che dal 2007 governa la Striscia. Anche se hanno appoggiato i lanci le Brigate Ezzedin al Qassam, che comunque sono riconducibili ad Hamas.
    L'anno scorso a maggio furono loro a tenere testa per undici giorni all'esercito israeliano durante l'operazione «Guardian of the walls». In quella occasione, la scintilla che fece esplodere il conflitto fu più politica, legata agli sgomberi forzati di palestinesi da Gerusalemme Est, con scontri anche sulla Spianata delle Moschee. Questa volta la scintilla è stata l'arresto a Jenin, di al Saadi, comandante della Jihad Islamica in Palestina.
    Da Jenin provengono la maggior parte dei responsabili degli attentati che nei mesi scorsi in undici giorni hanno ucciso 14 persone in Israele. In risposta l'esercito ha organizzato numerose azioni in Cisgiordania contro terroristi, fiancheggiatori e presunti tali. In uno di questi ha perso la vita la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, uccisa probabilmente da un militare dell'esercito israeliano. Subito dopo l'arresto di al Saadi, la Jihad islamica aveva minacciato violente ripercussioni. Era cominciata una mediazione con l'Egitto e si attendeva una risposta israeliana oggi, ma l'attacco «preventivo» dell'esercito ha sparigliato le carte. Si contano civili feriti anche in Israele, soprattutto per i resti dei razzi caduti in territorio israeliano dopo essere stati annientati dai proiettili dello scudo antimissile Iron Dome. Un razzo ha anche colpito una casa a Sderot, ma era vuota in quanto gli abitanti avevano già raggiunto il rifugio. Erano comunque giorni che l'esercito israeliano aveva innalzato l'allerta nell'area al confine con la Striscia e ora ha richiamato 25 mila riservisti. Una ottantina di chilometri l'area sotto allerta. Chiuse anche le spiagge a Sud di Israele che in questi giorni erano prese d'assalto da locali e turisti. Gli allarmi sono risuonati anche a Tel Aviv-Jaffa, Rishon Lezion, Bat Yam, Holon e finanche a Mod'in, non lontano da Gerusalemme. Due razzi sono atterrati in mare al largo della costa di Netanya, a Nord di Tel Aviv, nella gittata più lunga registrata. Sul fronte israeliano, fa riflettere la tempistica per la scelta dell'attacco. L'esercito ha attaccato proprio nel giorno nel quale il segretario generale della Jihad Islamica, Ziad Abu Nakhleh, era in visita a Teheran.
    Inoltre, a novembre ci saranno le elezioni in Israele e la sicurezza è da sempre uno degli argomenti verso il quale gli elettori israeliani sono più sensibili. Con gli ultimi sondaggi che danno in testa Benjamin Netanyahu, da sempre favorevole alla linea dura con i palestinesi, anche l'esecutivo di centro destra dell'attuale premier Yair Lapid ha voluto tenere dritta la barra sulla faccenda. Anche l'operazione militare dell'anno scorso a Gaza si tenne in periodo elettorale. Sul fronte palestinese, non è chiara né la posizione di Fatah né, soprattutto, quella di Hamas. Fino ad ora infatti il gruppo che controlla Gaza sembra essersi disinteressato del lancio di razzi e in tutti i comunicati diffusi non hanno dichiarato il loro appoggio concreto. Si stanno impegnando con Egitto e Qatar per una mediazione, ma non è escluso il loro coinvolgimento. Sicuramente non vogliono lasciare alla Jihad Islamica il ruolo di unici difensori della causa palestinese. In Israele intanto è stato innalzato il livello di sicurezza anche a Gerusalemme, dal momento che oggi è la festività ebraica di Tisha B'Av, durante la quale si ricorda, tra le altre cose, la distruzione del primo e del secondo Tempio.
  2. LA PROVA DELL'ACCORDO CINA-RUSSIA : Dall'inizio della guerra oltre quattromila missili e innumerevoli colpi di artiglieria russi si sono abbattuti sull'Ucraina. Significa 25 al giorno. Significa che 500 fabbriche, 18 aeroporti, 140.000 case, 764 asili nido, 1.991 negozi, 27 centri commerciali, 511 edifici amministrativi, 28 depositi di petrolio sono stati danneggiati o distrutti. Alcune città, come Mariupol, sono state praticamente rase al suolo. In Ucraina solo i danni alle infrastrutture hanno già superato i 100 miliardi di dollari.
    I bombardamenti russi, soprattutto nella seconda fase della guerra, si sono concentrati a Est, lungo la direttrice dell'offensiva nel Donetsk e Lugansk, e a Sud, fino a Mykolaiv, con un incremento drammatico di intensità, frequenza e potenza distruttiva. La strategia russa segue un copione identico da mesi: tempesta di missili a medio e lungo raggio, poi avanzata di terra. Il fronte si muove lentamente, avanzando grazie ai devastanti colpi dei Kalibr, Tochka U, Iskander, KH22 e razzi da lancio navale e anti-aereo. I russi sparano di tutto, anche razzi che possono viaggiare per centinaia di chilometri a scapito della precisione e che, quindi, dicono gli analisti, possono colpire "per errore" obiettivi civili. Vedremo che, quando vogliono, i russi sanno essere precisissimi.
    Sulle mappe che registrano in tempo reale i bombardamenti dal 24 febbraio, si notano alcune aree che sembrano immuni a missili e colpi d'artiglieria, e non sono scuole, ospedali o case. Queste aree graziate dalla fortuna stanno in mezzo a rovine, interi isolati rasi al suolo, quartieri residenziali dove nemmeno gli alberi sono rimasti in piedi, si stagliano come cattedrali nel deserto tra i campi agricoli resi bruni dagli incendi scoppiati dopo i bombardamenti.
    Dall'inizio della guerra nessuna infrastruttura di proprietà statale cinese in Ucraina è stata danneggiata, nonostante i raid russi abbiano colpito a tappeto alcune aree industriali e residenziali a pochissima distanza da porti, impianti agricoli, parchi solari, complessi industriali di proprietà di Pechino.
    Potrebbe essere una coincidenza, certo, ma coincidenze così sono talmente rare che di solito vuol dire che qualcuno si è dato parecchio da fare per fa sì che si verificassero.
    Questa "attenzione" alle proprietà cinesi ha due implicazioni: significa intanto che i russi, quando vogliono, sanno perfettamente prendere la mira e che, quindi, la teoria dell'errore invocato dopo i bombardamenti di ospedali e case, o supermercati pieni di civili, cade necessariamente. La seconda è che è verosimile che il riguardo del Cremlino nei confronti della Cina non sia una un'iniziativa unilaterale, ma che ci sia stato un accordo tra Putin e Xi ancora prima dell'inizio dell'invasione. Gli analisti puntano il dito sull'incontro tra i due leader del 4 febbraio a Pechino, in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi olimpici invernali, venti giorni prima della guerra all'Ucraina.
    Fonti dell'intelligence ucraina lo definiscono un «accordo segreto ai danni di Kiev, una cospirazione», mentre Pechino tenta di districarsi tra l'amicizia strategica con Mosca (partner nella Bri) e gli enormi scambi commerciali con Stati Uniti e Unione Europea. Mosca avrebbe garantito che le infrastrutture cinesi non sarebbero state distrutte nel corso delle ostilità e che gli investimenti già programmati saranno preservati. Investimenti che, peraltro, sono bloccati dall'inizio della guerra per evitare sanzioni secondarie statunitensi. In cambio, Pechino non si sarebbe schierata in modo netto contro la Russia. E bastano le dichiarazioni del ministro degli Esteri Wang Yi a Monaco per fotografare la posizione funambolesca della Cina che da un lato condanna la politica espansiva della Nato, dall'altro difende la salvaguardia della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Ucraina.
    Ilaria Mazzocco, analista della Trustee Chair in Chinese Business and Economics presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS), non esclude l'esistenza di un accordo preventivo: «Pensiamo all'eventualità - spiega - che anche solo un cittadino cinese rimanga ucciso in un bombardamento russo. Xi avrebbe dei grossi problemi interni a giustificare i buoni rapporti di Pechino con Mosca», e sottolinea che «essendo la Cina una dittatura con un controllo estremamente efficace dell'informazione, noi occidentali tendiamo a dimenticare l'impatto dell'opinione pubblica cinese, che però c'è ed è importante». Mazzocco ricorda l'episodio di Belgrado, quando durante la guerra del Kosovo, nel 1999, la Nato bombardò l'ambasciata cinese uccidendo tre funzionari. «L'evento causò violente proteste in Cina, tra cui l'assedio dell'ambasciata americana a Pechino, che il governo faticò a controllare. Il nazionalismo dei cinesi non è mai un fattore da sottovalutare».
    Ma torniamo alle bombe e alle mappe: in Ucraina ci sono almeno sei infrastrutture statali riconducibili al gruppo COFCO, il più grande conglomerato agricolo cinese: nelle regioni di Mykolaiv e Odessa il China National Building Materials Group (CNBM), che include parchi e centrali solari; nella regione di Dnipro le imprese petrolifere e gli essiccatori per cereali "Belgravia" e "Unigrain-Basis"; nel porto di Mariupol l'impianto di estrazione dell'olio "Satellit"; nel porto commerciale marittimo di Mykolaiv il complesso logistico "Danubio Shipping and Stevedoring Company"; nel villaggio di Naumivka, regione di Chernihiv, l'azienda agricola "Fanda" della Società cinese di proprietà statale Huangfantsu; nella regione di Kherson, a Novooleksiivska, il complesso di elevatori e silos per la lavorazione del grano della Cofco.
    Nessuna di queste strutture è stata danneggiata dai bombardamenti russi.
    Tra gli esempi più eclatanti della "fortuna" dei cinesi ci sono quelli di Mariupol e Mykolaiv: nella "città martire" dove l'80% delle industrie e dei palazzi è stato danneggiato o raso al suolo, i bombardamenti russi sembrano avere accuratamente evitato di colpire l'impianto di estrazione dell'olio "Satellit" e le infrastrutture portuali necessarie per esportare il petrolio. Il Satellit è poi stato dato alle fiamme dagli ucraini in ritirata poco prima che la città cadesse. A Mykolaiv la strategia sembrerebbe ancora più evidente: nemmeno nei bombardamenti a tappeto delle ultime settimane, i più massicci dall'inizio della guerra, il complesso logistico della "Danubio Shipping and Stevedoring Company" è stato toccato, mentre nel raggio di 1-3 chilometri sono piovuti almeno 70 razzi che hanno, tra l'altro, distrutto i terminal di Olvia, di proprietà del Qatar. Una mira di precisione impressionante, replicata per tutte le aree di interesse cinese in Ucraina che, a questo punto, rende difficile parlare di "coincidenze" o di "errori".
  3. IL PAPA PORTERA' AL CESSATE IL FUOCO IN UCRAINA DA PARTE DELLA RUSSIA : Dall'inizio della guerra oltre quattromila missili e innumerevoli colpi di artiglieria russi si sono abbattuti sull'Ucraina. Significa 25 al giorno. Significa che 500 fabbriche, 18 aeroporti, 140.000 case, 764 asili nido, 1.991 negozi, 27 centri commerciali, 511 edifici amministrativi, 28 depositi di petrolio sono stati danneggiati o distrutti. Alcune città, come Mariupol, sono state praticamente rase al suolo. In Ucraina solo i danni alle infrastrutture hanno già superato i 100 miliardi di dollari.
    I bombardamenti russi, soprattutto nella seconda fase della guerra, si sono concentrati a Est, lungo la direttrice dell'offensiva nel Donetsk e Lugansk, e a Sud, fino a Mykolaiv, con un incremento drammatico di intensità, frequenza e potenza distruttiva. La strategia russa segue un copione identico da mesi: tempesta di missili a medio e lungo raggio, poi avanzata di terra. Il fronte si muove lentamente, avanzando grazie ai devastanti colpi dei Kalibr, Tochka U, Iskander, KH22 e razzi da lancio navale e anti-aereo. I russi sparano di tutto, anche razzi che possono viaggiare per centinaia di chilometri a scapito della precisione e che, quindi, dicono gli analisti, possono colpire "per errore" obiettivi civili. Vedremo che, quando vogliono, i russi sanno essere precisissimi.
    Sulle mappe che registrano in tempo reale i bombardamenti dal 24 febbraio, si notano alcune aree che sembrano immuni a missili e colpi d'artiglieria, e non sono scuole, ospedali o case. Queste aree graziate dalla fortuna stanno in mezzo a rovine, interi isolati rasi al suolo, quartieri residenziali dove nemmeno gli alberi sono rimasti in piedi, si stagliano come cattedrali nel deserto tra i campi agricoli resi bruni dagli incendi scoppiati dopo i bombardamenti.
    Dall'inizio della guerra nessuna infrastruttura di proprietà statale cinese in Ucraina è stata danneggiata, nonostante i raid russi abbiano colpito a tappeto alcune aree industriali e residenziali a pochissima distanza da porti, impianti agricoli, parchi solari, complessi industriali di proprietà di Pechino.
    Potrebbe essere una coincidenza, certo, ma coincidenze così sono talmente rare che di solito vuol dire che qualcuno si è dato parecchio da fare per fa sì che si verificassero.
    Questa "attenzione" alle proprietà cinesi ha due implicazioni: significa intanto che i russi, quando vogliono, sanno perfettamente prendere la mira e che, quindi, la teoria dell'errore invocato dopo i bombardamenti di ospedali e case, o supermercati pieni di civili, cade necessariamente. La seconda è che è verosimile che il riguardo del Cremlino nei confronti della Cina non sia una un'iniziativa unilaterale, ma che ci sia stato un accordo tra Putin e Xi ancora prima dell'inizio dell'invasione. Gli analisti puntano il dito sull'incontro tra i due leader del 4 febbraio a Pechino, in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi olimpici invernali, venti giorni prima della guerra all'Ucraina.
    Fonti dell'intelligence ucraina lo definiscono un «accordo segreto ai danni di Kiev, una cospirazione», mentre Pechino tenta di districarsi tra l'amicizia strategica con Mosca (partner nella Bri) e gli enormi scambi commerciali con Stati Uniti e Unione Europea. Mosca avrebbe garantito che le infrastrutture cinesi non sarebbero state distrutte nel corso delle ostilità e che gli investimenti già programmati saranno preservati. Investimenti che, peraltro, sono bloccati dall'inizio della guerra per evitare sanzioni secondarie statunitensi. In cambio, Pechino non si sarebbe schierata in modo netto contro la Russia. E bastano le dichiarazioni del ministro degli Esteri Wang Yi a Monaco per fotografare la posizione funambolesca della Cina che da un lato condanna la politica espansiva della Nato, dall'altro difende la salvaguardia della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Ucraina.
    Ilaria Mazzocco, analista della Trustee Chair in Chinese Business and Economics presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS), non esclude l'esistenza di un accordo preventivo: «Pensiamo all'eventualità - spiega - che anche solo un cittadino cinese rimanga ucciso in un bombardamento russo. Xi avrebbe dei grossi problemi interni a giustificare i buoni rapporti di Pechino con Mosca», e sottolinea che «essendo la Cina una dittatura con un controllo estremamente efficace dell'informazione, noi occidentali tendiamo a dimenticare l'impatto dell'opinione pubblica cinese, che però c'è ed è importante». Mazzocco ricorda l'episodio di Belgrado, quando durante la guerra del Kosovo, nel 1999, la Nato bombardò l'ambasciata cinese uccidendo tre funzionari. «L'evento causò violente proteste in Cina, tra cui l'assedio dell'ambasciata americana a Pechino, che il governo faticò a controllare. Il nazionalismo dei cinesi non è mai un fattore da sottovalutare».
    Ma torniamo alle bombe e alle mappe: in Ucraina ci sono almeno sei infrastrutture statali riconducibili al gruppo COFCO, il più grande conglomerato agricolo cinese: nelle regioni di Mykolaiv e Odessa il China National Building Materials Group (CNBM), che include parchi e centrali solari; nella regione di Dnipro le imprese petrolifere e gli essiccatori per cereali "Belgravia" e "Unigrain-Basis"; nel porto di Mariupol l'impianto di estrazione dell'olio "Satellit"; nel porto commerciale marittimo di Mykolaiv il complesso logistico "Danubio Shipping and Stevedoring Company"; nel villaggio di Naumivka, regione di Chernihiv, l'azienda agricola "Fanda" della Società cinese di proprietà statale Huangfantsu; nella regione di Kherson, a Novooleksiivska, il complesso di elevatori e silos per la lavorazione del grano della Cofco.
    Nessuna di queste strutture è stata danneggiata dai bombardamenti russi.
    Tra gli esempi più eclatanti della "fortuna" dei cinesi ci sono quelli di Mariupol e Mykolaiv: nella "città martire" dove l'80% delle industrie e dei palazzi è stato danneggiato o raso al suolo, i bombardamenti russi sembrano avere accuratamente evitato di colpire l'impianto di estrazione dell'olio "Satellit" e le infrastrutture portuali necessarie per esportare il petrolio. Il Satellit è poi stato dato alle fiamme dagli ucraini in ritirata poco prima che la città cadesse. A Mykolaiv la strategia sembrerebbe ancora più evidente: nemmeno nei bombardamenti a tappeto delle ultime settimane, i più massicci dall'inizio della guerra, il complesso logistico della "Danubio Shipping and Stevedoring Company" è stato toccato, mentre nel raggio di 1-3 chilometri sono piovuti almeno 70 razzi che hanno, tra l'altro, distrutto i terminal di Olvia, di proprietà del Qatar. Una mira di precisione impressionante, replicata per tutte le aree di interesse cinese in Ucraina che, a questo punto, rende difficile parlare di "coincidenze" o di "errori".
  4. XI SI GIOCA INUTILMENTE  TUTTO PER LA RIELEZIONE:Venerdì era stato alla base militare di Jiupeng, nella contea di Pingtung, punta meridionale dell'isola di Taiwan. Proprio da questa base l'esercito taiwanese condurrà una serie di test missilistici a partire da martedì 9 agosto, il giorno dopo la conclusione delle esercitazioni militari cinesi che stanno circondando l'isola. E lui, per quanto riguarda i missili, è una delle massime autorità taiwanesi. Anzi, era. Il 57enne Ou Yang Li-hsing, vice capo dell'Istituto nazionale di scienza e tecnologia Chungshan, è stato infatti trovato morto ieri mattina nella sua stanza d'hotel. Era il responsabile della supervisione della produzione di diversi tipi di missili e l'istituto di cui faceva parte è il principale centro di ricerca e sviluppo per le armi di produzione nazionale. Tutti gli ingredienti di un giallo, amplificati dalle attuali manovre militari di Pechino in reazione alla visita di Nancy Pelosi sull'isola.
    Il team di Ou Yang ha bussato alla sua porta senza ottenere risposta. Una volta entrati con l'aiuto del personale dell'albergo l'hanno trovato disteso sul letto, senza vita, con delle medicine in mano. Viste le attuali tensioni sullo Stretto e considerando il suo ruolo, si sono subito diffuse diverse ipotesi sulle cause del decesso. I medici lo hanno catalogato come un arresto cardiaco, dopo aver saputo che l'uomo soffriva di malattie cardiovascolari e aveva uno stent coronarico. Secondo la polizia sul corpo non c'erano segni di violenza.
    Non è bastato per placare del tutto i timori di chi ipotizzava una morte non naturale. Lo sviluppo missilistico è considerato la prima urgenza per il futuro di Taiwan. La morte improvvisa di una delle figure chiave di questo processo, tra l'altro con un passato da viceministro della Difesa e ora ai vertici di un istituto che ha come presidente proprio l'attuale ministro Chiu Kuo-cheng, solleva qualche dubbio sui social. Tra i possibili scenari di crisi immaginati da Taipei c'è un decapitation strike, strategia che punta a rimuovere i leader politici e militari del rivale attraverso omicidi mirati e l'utilizzo di team speciali. Un'azione volta a destabilizzare e potenzialmente neutralizzare le capacità di difesa. Durante le recenti esercitazioni annuali Han Kuang, le forze taiwanesi hanno condotto delle simulazioni di risposta a tale scenario. Lo scorso anno è stato simulato un piano di crisi in caso di raid sull'ufficio presidenziale. Bombardare Taiwan e i taiwanesi per il Partito comunista significherebbe bombardare un pezzo di Cina e cittadini cinesi. Eliminando invece figure chiave della sua vita politica o strategica, quelle considerate "secessioniste", Pechino potrebbe sperare di vincere la guerra senza combatterla.
    Nonostante tutto lasci credere che la morte di Ou Yang sia naturale, c'è chi cita il mancato allarme sul sorvolo dei missili cinesi direttamente sopra l'isola per sostenere che il governo taiwanese stia deliberatamente cercando di evitare panico e tensioni ulteriori con Pechino. Della vicenda missili se ne parla molto, visto che a dare comunicazione di quanto avvenuto è stato il Giappone. Il ministero della Difesa ha giustificato la decisione dicendo che la traiettoria dei missili non rappresentava un pericolo e che ha voluto proteggere le capacità di intelligence dell'esercito. Dibattito aperto, con diversi taiwanesi che sottolineano come in caso di crisi non saprebbero bene cosa fare e dove andare per proteggersi.
    Ieri, intanto, l'esercito cinese si è focalizzato sulla «verifica della capacità di attacchi terrestri e marittimi» all'isola. Secondo il governo taiwanese «molteplici» gruppi di jet e navi hanno operato nello Stretto con l'obiettivo di simulare un attacco. Nel pomeriggio, Taipei ha fatto decollare i suoi caccia per mettere in guardia 14 aerei cinesi che avevano oltrepassato la linea mediana. Dopo i missili di giovedì, il blocco navale di venerdì e la simulazione d'attacco di ieri il governo taiwanese teme il possibile ingresso nelle acque territoriali interne prima della conclusione dei test. Un'azione che alzerebbe i rischi di un incidente non calcolato, aumentati dopo la rottura dei colloqui operata da Pechino su 8 settori compresi 3 capitoli riguardanti la difesa. Il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha dichiarato ieri che gli Usa manterranno aperti i canali di comunicazione, ma la portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying ha risposto che Washington avrebbe dovuto fermare la visita di Pelosi, «smettendo di vendere armi a Taipei». «Mai così vicini». Ieri l'agenzia di stampa cinese Xinhua ha pubblicato la foto di un soldato che segue con un binocolo una fregata di Taipei, lontana solo poche centinaia di metri. Potrebbe essere l'immagine più ravvicinata delle coste taiwanesi mai scattate da un militare cinese. Secondo i media taiwanesi, invece, si tratterebbe di una foto ritoccata per creare panico tra gli abitanti dell'isola. Guerra cognitiva e information warfare sono meno visibili dei missili balistici, ma sono altre armi a disposizione di Pechino per provare a fiaccare le resistenze di Taipei. «La disinformazione spinta dal governo cinese o semplicemente da gruppi locali pro Cina è da sempre presente a Taiwan», spiega Brian Hioe, scrittore e attivista che si occupa da tempo dell'argomento. «Circolano sui social svariati video e foto fake o decontestualizzati che hanno l'obiettivo di far credere che si prepara un'invasione», dice Hioe.
    Nei giorni scorsi, svariate istituzioni pubbliche tra cui l'ufficio di presidenza e il ministero degli Esteri hanno subito attacchi informatici. Martedì 2 agosto, giorno dell'arrivo di Nancy Pelosi, gli attacchi hanno superato i 15 mila Gigabit: 23 volte più del precedente record. Presi di mira anche esercizi commerciali e luoghi pubblici. Sui monitor di 7Eleven, minimarket diffusissimi a Taiwan, e nella stazione ferroviaria di Kaohsiung è apparsa la scritta: «Pelosi guerrafondaia». Ma «il rischio maggiore potrebbero essere attacchi alle infrastrutture», avvisa Hioe. Sul fronte psicologico, «la strategia di Pechino è sempre più sofisticata». Di recente, il capo dell'intelligence taiwanese ha dichiarato che decine di influencer e vlogger taiwanesi sarebbero stati pagati dal Partito comunista per condurre campagne di guerra cognitiva. «L'obiettivo è promuovere la visione del governo cinese sul pubblico taiwanese, una cui porzione resta altamente sensibile a questo tipo di messaggi», dice Hioe. «La Russia usa da tempo l'information warfare come arma, lo stiamo vedendo anche sull'Ucraina. E la Cina sta facendo lo stesso su Taiwan». Amplificare il sentimento di ineluttabilità già in qualche modo presente presso i cittadini taiwanesi, convincendoli che difendersi sarebbe (o sarà) inutile e che nessuno arriverà in loro aiuto quando sarà il momento, nemmeno gli Usa. Per farlo Pechino non schiera solo i missili.
  5. UNA GIUSTIZIA SEMPRE PIU' INGIUSTA : Ill.mo signor Procuratore della Repubblica di Genova,
    non so chi sia lei fisicamente e personalmente ma, copiando dagli atti del fascicolo che riguardano la fine della mia famiglia, ho capito che si deve scrivere così quando ci si rivolge alla Sua autorità.
    Sono Antonella Zarri Scagni, la madre di Alberto che, la sera del 1° maggio scorso, ha barbaramente ucciso Alice. Il dramma immenso che ha distrutto la mia famiglia è che Alberto è il fratello di Alice ed entrambi sono figli miei. Sangue del mio sangue e di quello del loro padre. Alberto ha 42 anni ed Alice ne aveva 34. Si amavano entrambi e questo, le assicuro, lo so. Ho vissuto con loro tutta la vita. Ho visto, in modo prepotente e spietato, insorgere la malattia in Alberto e progredire in modo inesorabile alimentata proprio dall'amore che aveva per sua sorella, con la quale aveva sempre avuto un rapporto stretto e del tutto speciale. Ho cercato in tutti i modi che conoscevo di arginare quella malattia che mi spaventava sempre di più fino a non riconoscere più mio figlio. Ma come può una madre non riconoscere il proprio figlio? Infatti Alberto è e sarà per sempre mio figlio. Donatore di immenso amore e poi di altrettanto immenso dolore.
    Non esiste un motivo razionale per quel tanto crudele quanto folle atto, se non la follia rabbiosa di Alberto. Io e suo padre abbiamo assistito impotenti e soli alla sopraffazione spietata della sua devastante malattia. Abbiamo cercato aiuto nelle istituzioni per tentare di evitare ciò che stava apparendo sempre più inevitabile.
    Ci siamo imbattuti in una fredda ed ignorante burocrazia. Indolente ma prepotente nel suo reiterato e pigro rifiuto di farsi carico del proprio ruolo di garanzia ed aiuto verso i cittadini in difficoltà.
    Ignavia.
    Caro Procuratore, mio figlio, nella sua oscura follia, ci ha preannunciato il delitto che avrebbe commesso tante ore dopo. Noi abbiamo chiamato le forze dell'ordine. Abbiamo chiesto a chi doveva e ne aveva il potere, di fermarlo. Di curarlo.
    Ora quelle telefonate che sono state registrate non sono agli atti del fascicolo che ci è stato messo a disposizione.
    Le ha acquisite? Se non lo avesse fatto sarebbe gravissimo, ma se viceversa cosi non fosse perché ce le nega? Perché ci nega la semplice notizia dell'apertura di un'indagine nei confronti di coloro che avrebbero potuto e dovuto intervenire ed evitare tutto questo? Eppure l'apertura di questa indagine è stata comunicata ai giornali che, evidentemente, hanno più possibilità di noi famigliari.
    Il nostro avvocato ci dice che quel procedimento, essendo aperto contro ignoti, potrebbe rimanere nel limbo fino a che Alberto fosse riconosciuto pienamente ed esclusivamente responsabile del suo operato. Per poi essere archiviato nel silenzio. Senza nemmeno che noi potessimo esserne informati. D'altronde il suo fidatissimo consulente si è già preoccupato di mettere le mani avanti.
    Se non pensa che sia così, signor Procuratore, ci dia quelle telefonate per favore, perché voglio farle ascoltare a tutti. Non voglio sentenze ma solo che tutti capiscano quale trattamento ha avuto una famiglia in grave difficoltà. Avremmo forse dovuto uccidere nostro figlio Alberto per salvare nostra figlia Alice?
    Abbiamo chiesto aiuto invano allo Stato ed ora, abbiamo l'impressione, lo Stato pensa solo a difendere sé stesso anche nel volere ostinatamente sostenere che il sistema ha funzionato perfettamente.
    Le colpe sono tutte di Alberto e, quindi, tutto rimane un problema interno famigliare. Comodo, no? Ci dia quelle telefonate Procuratore e vediamo poi cosa ne pensano coloro che le ascoltano. Segreto Istruttorio? Ma per favore! Vuol dirmi che esse non sono già ben note a coloro che vengono chiamati in causa?
    Ho perso due figli, signor ill.mo Procuratore. Non ho nulla da perdere di più se non la verità e giustizia per ciò che ci è stato fatto.
    Con osservanza. —
    * Mamma di Alberto
    e Alice Scagni

 

 

07.08.22
  1. INVECE DI SPRECARE TEMPO E DENARO PER L'EXTRATERRESTRE NON SAREBBE MEGLIO OCCUPARCI  DEL PIANETA TERRA?
  2. LA DESTRA NON VINCERA' LE ELEZIONI, E DRAGHI CONTUNERA' A GOVERNARE PER CONTO DI CHI ?
  3. IMMINENTE IL CESSATE IL FUOCO : Le diplomazie della Santa Sede e di Mosca stanno lavorando per organizzare il tanto atteso vertice privato Bergoglio-Kirill durante il congresso religioso in Kazakistan, in programma il 14 e 15 settembre. Ieri un'importante tappa di avvicinamento: Papa Francesco ha ricevuto in Vaticano il metropolita Antonio di Volokolamsk, presidente del dipartimento degli affari esterni del Patriarcato russo. Il «ministro degli Esteri» è ritenuto il numero due di Kirill, che finora ha sostenuto l'invasione in Ucraina con interventi molto distanti dagli appelli alla pace del Pontefice.
    Quello con Antonio è stato il primo incontro di persona del Papa con un rappresentante del Patriarca dall'inizio della guerra: una conversazione online si era tenuta il 16 marzo, quando accanto a Kirill c'era ancora Hilarion, poi sostituito.
    Al centro del colloquio di ieri ci sarebbero stati gli aggiornamenti sul summit tra il Pontefice e Kirill al «Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali»: il Vescovo di Roma ha già annunciato ufficialmente la sua presenza a Nur-Sultan, e dalla Capitale russa trapela come certa anche la partecipazione del Patriarca.
    Antonio è Oltretevere da almeno due giorni: la sera prima aveva dialogato con il segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Paul Richard Gallagher, discutendo anche sulle «questioni attuali riguardanti le relazioni tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica», informa il Patriarcato.
  4. UN RAPPORTO COMPLESSO MA STA FUNZIONANDO:  Ufficialmente la priorità è stata la Siria, ma si è parlato anche, inevitabilmente, di guerra, di grano, e forse – sostiene Kiev – di come aggirare le sanzioni occidentali. I colloqui durati quattro ore tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, il primo leader di un Paese Nato a incontrare il presidente russo dopo l'inizio della guerra, si sono tenuti a Sochi. Dopo lo sgarbo di Teheran, dove il presidente turco aveva costretto il suo collega russo ad aspettarlo davanti alle telecamere, il padrone di casa non si è vendicato con un dispetto, dispensando sorrisi e perfino accompagnando Erdogan all'uscita e salutando con un gesto della mano la sua limousine in partenza. Una dimostrazione voluta di quanto Mosca abbia bisogno di Ankara come interlocutore. Il comunicato finale sottolinea a più riprese il «ruolo chiave» dei rapporti tra Russia e Turchia «nonostante le attuali sfide a livello globale e regionale», ed Erdogan promette di «aprire una nuova pagina», che viene celebrata anche dal parziale trasferimento dei pagamenti per il gas in rubli, un gesto simbolico cui Mosca tiene molto.
    Mentre ieri mattina altre tre navi cariche di 58 mila tonnellate di granturco ucraino sono salpate da Odessa e da Chernomorsk, attraverso il corridoio negoziato tra Ucraina, Russia e Nazioni Unite con la mediazione attiva di Erdogan, i due presidenti a Sochi hanno ribadito di voler rispettare l'accordo sul grano, «nella lettera e nello spirito», per il quale Putin ha ringraziato Erdogan. Altre 13 navi sono pronte a partire, e il ministro delle Infrastrutture ucraino Oleksand Kurbakov ha espresso la speranza di poter procedere alle esportazioni di 3 milioni di tonnellate entro la fine di agosto. Un patto che riguarda la Turchia direttamente, visto che quasi l'80% del grano che consuma proviene dall'Ucraina o dalla Russia. Erdogan però dipende pesantemente da Putin anche per il gas, e il presidente russo ieri non ha mancato di ricordare che il gasdotto Turkish Stream «funziona senza interruzioni, a differenza di altri», e che i «partner europei devono essere grati» per il metano che gli giunge attraverso la Turchia. I due presidenti hanno anche annunciato una intensificazione della cooperazione economica in diversi settori, ma non è chiaro se questa promessa nasconda un qualche tipo di accordo sottobanco come quello rivelato alla vigilia dell'incontro di Sochi dal Washington Post. Citando fonti dell'intelligence ucraina, il giornale sostiene infatti che Putin avrebbe chiesto a Erdogan di aiutarlo ad aggirare le sanzioni, permettendo alla Russia di acquistare quote di raffinerie e terminal petroliferi.
    Una proposta che metterebbe la Turchia a rischio di sanzioni a sua volta, così come la richiesta di Putin di fornire anche alla Russia i droni Bayraktar che vende (e regala) all'Ucraina e grazie ai quali Kiev ha potuto fermare l'avanzata russa nelle prime settimane dell'invasione russa. È più probabile che Erdogan preferisca continuare a giocare su due tavoli, sostenendo l'Ucraina, ma nello stesso tempo non aderendo alle sanzioni internazionali e tenendo aperto un dialogo con il Cremlino. I due dittatori continuano a seguire percorsi stranamente paralleli, trovandosi concorrenti su tanti scacchieri e nello stesso tempo alleati su altri dossier. In difficoltà all'interno della Turchia, Erdogan ha bisogno di una vittoria «geopolitica», esattamente come Putin, e voci di corridoio prima del vertice sostenevano che avrebbe cercato a Sochi il consenso russo alla «zona cuscinetto» di 30 km contro i curdi nel Nord della Siria. Un progetto cui Mosca e Teheran – che in Siria si schierano dalla parte opposta rispetto ad Ankara – avevano già detto di no, e ieri a Sochi i due presidenti si sono limitati a ribadire la necessità di «salvaguardare l'unità territoriale e politica» siriana.
    Nei prossimi giorni si capirà se il Cremlino ha affidato a Erdogan anche altri messaggi o mediazioni. Intanto il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha confermato l'apertura di un «canale» voluto da Putin e Biden per negoziare lo scambio della giocatrice di basket Brittney Griner con il commerciante di armi russo Viktor Bout: «Siamo pronti a discuterne». Griner è stata condannata giovedì a Mosca a 9 anni di carcere per possesso di cartucce per la sigaretta elettronica alla marijuana, e ieri le autorità russe hanno comunicato che l'atleta potrebbe venire mandata a scontare la pena in una colonia penale russa. Un chiaro messaggio a Washington di fare in fretta: la star del basket è afroamericana e lesbica, e in una prigione russa avrebbe probabilmente vita difficile. —
  5. PER QUEL CHE VALE : Prima dovevano essere 10 miliardi, poi 14, infine sono diventati 17. A tanto ammonta il decreto Aiuti bis, il nuovo (e ultimo) pacchetto di sostegno all'economia del governo Draghi. Non vi riassumo le misure perché sono state già ampiamente riportate dai media ieri. Ma da dove arrivano questi soldi? E l'intervento ha le dimensioni appropriate?
    In realtà, la domanda deve essere posta non solo per il decreto Aiuti Bis, ma per il totale degli interventi posti in essere nel 2022: si tratta di 52 miliardi (il 2,7 per cento del Pil), una montagna di soldi, finanziati senza aumentare il deficit pubblico che è rimasto saldamente ancorato al 5,6 per cento del Pil fissato, mirabile dictu, nel lontano settembre 2021 (vedi Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, la base per la legge di bilancio per quest'anno). A cosa è dovuta questa capacità di sostenere l'economia senza aggravare il deficit pubblico?
    Non è ancora disponibile un quadro completo, ma gli elementi principali della risposta sono abbastanza chiari. La maggiore crescita reale non c'entra molto perché, rispetto al settembre scorso, il Pil è cresciuto più o meno quanto previsto nel biennio 2021-22. C'è stato qualche risparmio di spesa perché alcune misure non hanno tirato quanto inizialmente stimato (il caso più recente è quello dell'assegno unico). Il grosso dell'effetto è però dovuto all'inflazione, in eccesso a quanto previsto di 2,5-3 punti percentuali cumulati (per il deflatore del prodotto interno lordo, molto di più per i prezzi al consumo).
    Con i vari interventi, lo Stato ha quindi restituito a famiglie e imprese quanto in più era stato incassato per l'aumento dei prezzi e delle entrate tributarie.
    A essere pignoli, ma neanche tanto, lo Stato non ha restituito proprio tutto. Ne manca una buona fetta. L'inflazione, infatti, non fa solo aumentare le entrate correnti, ma riduce anche il valore reale dei titoli di Stato in circolazione. Lo Stato prende a prestito 100, e restituisce 100 (più gli interessi fissati all'inizio del prestito), ma quei cento (e relativi interessi), non valgono quanto quello inizialmente atteso in termine di potere d'acquisto, valgono molto meno. È la tassa da inflazione che pagano i risparmiatori che, direttamente o indirettamente (tramite banche e fondi di investimento), hanno comprato titolo di Stato non indicizzati all'inflazione. Per il solo 2022 il valore di questa tassa, non incluso nel deficit ma che influisce sul rapporto tra debito pubblico e Pil, vale circa 35 miliardi (quasi 2 punti percentuali di Pil). Il che significa che, a fine 2022, il rapporto tra debito pubblico e Pil dovrebbe essere ben più basso di quanto sarebbe stato senza la sorpresa dell'inflazione, nonostante il deficit sia invariato.
    Il che solleva un'altra domanda: ha fatto bene il governo a mantenere invariato l'obiettivo di deficit? Non avrebbe dovuto utilizzare anche i risparmi della tassa d'inflazione per sostenere l'economia? Tutto sommato, credo che il governo abbia fatto bene. L'economia cresce e, per ora, non ci sono segni di un effetto, da molti temuto catastrofico, della guerra in Ucraina.
    Con l'inflazione all'8 per cento, una crescita, nella media dei primi due trimestri del 2022 a un ritmo superiore al 2 per cento annuale, un tasso di disoccupazione a livelli inferiori alla media storica italiana, e un tasso di occupazione su livelli che non si vedevano dal 1977, un intervento più ampio sarebbe stato ingiustificato dal punto di vista ciclico. Dal punto di vista dei nostri conti pubblici, ricordiamoci comunque che il rapporto tra debito e Pil resta a livelli altissimi e che il sostegno della Banca centrale eurpea, decisivo negli ultimi due anni, è ora frenato dalla necessità di contenere l'inflazione nell'area dell'euro. Meglio allora risparmiare le munizioni per un nuovo possibile intervento, nel caso le nubi a cui ha fatto riferimento Draghi nella conferenza stampa portino a un temporale autunnale.
    Detto tutto ciò, resta un problema. L'inflazione non è neutrale in termini di distribuzione del reddito. I lavoratori dipendenti, il cui reddito è stato fissato in contratti triennali firmati quando l'inflazione era bassa, e spesso titolari di investimenti in titoli di Stato, stanno soffrendo più di altri, il cui reddito aumenta più rapidamente in linea con l'inflazione (profitti di impresa, parte del lavoro autonomo e, seppure con ritardo, pensionati). Gli interventi del governo tengono in parte conto di questo, soprattutto nel sostenere i redditi più bassi. Ma i percettori di reddito fisso sopra i 35.000 euro sono quelli che ci stanno perdendo di più, almeno in termini relativi.
  6. IL GRANELLO DI SABBIA CHE STOPPA XI : Wu Rwei-ren è storico e politologo dell'Academia Sinica di Taipei. È il primo accademico taiwanese a rischiare una condanna ai sensi della legge di sicurezza nazionale di Hong Kong con l'accusa di aver fomentato sovversione con un articolo sul movimento di protesta dell'ex colonia britannica e tra i vincitori dello Human Rights Press Awards organizzato dal Foreign Correspondents' Club.
    Le esercitazioni militari cinesi rischiano di portare a un'invasione?
    «Lo scopo principale delle esercitazioni militari cinesi per stavolta non è invadere ma è placare e soddisfare il febbrile nazionalismo dell'opinione pubblica interna, sobillato dalle reazioni eccessive del Partito comunista e dei media contro la visita di Nancy Pelosi a Taiwan. I falchi hanno esagerato con le minacce rivolte a Pelosi prima del suo arrivo. Non potendo mantenerle, il governo deve ora rispondere con estrema forza per evitare il rischio che il malcontento gli si rivolti contro. In passato il Partito era in grado di controllare il nazionalismo popolare da lui stesso incitato, ma non stavolta».
    Xi Jinping sembra voler dire ai taiwanesi che non possono sentirsi sicuri se non si siedono al tavolo per parlare di "riunificazione". È un obiettivo che può raggiungere con questi test militari?
    «Non credo. Il popolo taiwanese non è in preda al panico ma è arrabbiato per la reazione eccessiva della Cina. Siamo psicologicamente preparati: viviamo sotto l'ombra dell'invasione fin dagli Anni 50. La dura repressione delle proteste di Hong Kong è stato uno spartiacque decisivo, perché ai taiwanesi veniva "offerto" lo stesso modello di "un Paese, due sistemi". Visto come Pechino non ha tutelato quel modello a Hong Kong, i taiwanesi ora lo rifiutano in massa, anche chi in precedenza non lo vedeva in maniera completamente negativa. Xi sta ripetendo lo stesso errore: più mostra i muscoli e più i taiwanesi si allontanano. Continuare a perpetrare questa strategia sbagliata sta contribuendo a cementare e consolidare l'identità taiwanese».
    A novembre a Taiwan ci sono le elezioni locali e tra 18 mesi le elezioni presidenziali. Che cosa può cambiare questa crisi sullo scenario politico interno?
    «Dal punto di vista politico, credo che l'aggressività della Cina unita alla visita di Pelosi aiuterà enormemente il Dpp (il partito di maggioranza della presidente Tsai Ing-wen, ndr) nelle elezioni locali di fine anno. Assediare Taiwan è una cattiva idea se il Partito comunista vuole conquistare il cuore dei taiwanesi. Ma credo che ormai a loro non importi più nulla dei nostri sentimenti».
    La visita di Pelosi ha però portato sinora molti rischi per Taiwan. Porterà anche dei benefici?
    «A livello internazionale, la reazione eccessiva cinese a questa visita diventerà una profezia che si autoavvera: Usa e Giappone saranno portati a intensificare la cooperazione militare tra loro e con Taiwan, nell'ottica di provare a reagire a un'invasione futura che diventa ormai sempre più probabile. Per questo dico che le esercitazioni militari possano essere un errore di calcolo».
    L'obiettivo di Taiwan è quello di cambiare lo status quo?
    «Credo che le presidenziali del 2020 siano state un punto di svolta: è difficile immaginare che i taiwanesi accettino di essere controllati da Pechino. Ma il governo non ha nemmeno intenzione di dichiarare l'indipendenza come Repubblica di Taiwan. Fare ora passi avventati e recidere il legame con la sfera storico-culturale cinese, come per esempio cambiare il nome Repubblica di Cina, non solo provocherebbe una quasi certa invasione ma anche dei problemi interni. Una parte della popolazione taiwanese non vuole perdere quel legame: seppure non si opponga all'indipendenza de facto percepisce ancora l'appartenenza al mondo cinese, a livello non politico ma culturale ed emotivo. Certo, più Pechino è aggressiva e più il processo di costruzione identitaria taiwanese accelera»
  7. ASSURDO MA TOLLERATO DAGLI USA ED EU : Israele ha lanciato l'operazione «Breaking Dawn» a Nord della Striscia di Gaza, almeno 20 morti e 55 feriti tra cui l'alto comandante della Jihad islamica Tayasir Jabari, ucciso all'interno del proprio appartamento. Il bilancio è destinato a salire, tra le vittime anche una bambina di cinque anni. Gli attacchi arrivano quattro giorni dopo che Israele ha chiuso i suoi due valichi di frontiera con Gaza e limitato il movimento dei civili israeliani che vivono vicino alla frontiera, adducendo problemi di sicurezza. Le forze speciali israeliane e di artiglieria hanno anche centrato sei postazioni militari nemiche e bombardato un edificio di dieci piani destinato a uffici, nel pieno centro di Gaza City. Il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha richiamato di 25 mila soldati della riserva.
    La Jihad islamica ha risposto sparando da Gaza verso Israele «100 razzi», e ha precisato che si tratta solo dell'inizio della sua reazione, mentre per ora Hamas non ha partecipato ai combattimenti. Intanto le forze di difesa israeliane (Idf) hanno attivato Iron Dome, «la cupola di ferro», un sistema di difesa missilistico a corto raggio, pronto a coprire fino a 80 chilometri dal confine compresa Tel Aviv. Ogni batteria è progettata per difendere un'area di 150 chilometri quadrati. Il sistema è stato sviluppato in risposta al lancio di razzi da Gaza.
    La missione militare segue giorni di tensione dopo l'arresto del leader della Jihad islamica palestinese (PIJ) in Cisgiordania Bassam al-Saadi e l'uccisione di un diciassettenne nel campo profughi di Jenin. In quel contesto suonarono come sfida le forti le dichiarazioni di Khaled al-Batsh, portavoce della Jihad islamica a Gaza: «Abbiamo tutto il diritto di bombardare Israele con le nostre armi più avanzate e far pagare un prezzo pesante all'occupante. Non ci accontenteremo di attaccare intorno a Gaza, ma bombarderemo il centro del cosiddetto Stato di Israele». La risposta del premier israeliano Yair Lapid non si è fatta attendere: «Non permetteremo alle organizzazioni terroristiche di stabilire le regole, chiunque tenti di danneggiare Israele deve sapere che non ha via di scampo». Prima dell'attacco il ministro Gantz aveva visitato le comunità israeliane durante dimostrazioni di protesta vicino a Gaza, i contestatori chiedevano il ritorno di un prigioniero e dei resti di due soldati israeliani tenuti da Hamas. Durante l'incontro Gantz aveva anticipato che le autorità stavano preparando azioni che avrebbero rimosso la minaccia palestinese dalla regione. «Opereremo al fine di ripristinare la legalità nel Sud di Israele, non esiteremo a difendere i nostri cittadini, se necessario».
    Il leader della Jihad islamica Ziad al-Nakhalah, parlando alla rete tv libanese al-Mayadeen, ha dichiarato: «Il nemico sionista ha iniziato questa aggressione e deve aspettarsi che combattiamo. Dopo questo bombardamento sta per iniziare una lunga battaglia e tutti i combattenti della resistenza palestinese devono unirsi». Il portavoce di Hamas Fawzi Barhoum ha affermato: «Chi si è permesso di aggredire il nostro popolo e ha perpetrato questi crimini contro Gaza ha commesso un errore e pagherà un prezzo».
    Chi era Tayseer al-Jabari, il massimo comandante della Jihad islamica ucciso da Israele? Jabari, 50 anni, è stato membro della Jihad islamica da decenni e rapidamente ha scalato le gerarchie del gruppo terroristico sostenuto dall'Iran e i cui leader risiedono in Siria. Sembra che Jabari fosse coinvolto nella pianificazione di attacchi importanti contro Israele, anche con l'uso di missili anticarro e fosse a capo dell'arsenale missilistico del gruppo terroristico ed era anche il principale coordinatore del gruppo con Hamas. Jabari ha sostituito Baha Abu Al-Ata, un altro comandante della Jihad islamica, che Israele ha ucciso in un simile attacco aereo nel novembre 2019. La Jihad islamica è un gruppo secondario rispetto ad Hamas ma condivide in gran parte la sua ideologia. Entrambi sono contrari all'esistenza di Israele e nel corso degli anni hanno effettuato decine di attacchi mortali, incluso il lancio di razzi nel Sud di Israele. Non è chiaro quanto controllo abbia Hamas sulla Jihad islamica.
  8. L'ENERGIA CHE UCCIDE INVECE CHE SERVIRE LA VITA COME FAREBBE L'H2 VERDE: Noorullah ha 12 anni, il viso da bambino e lo sguardo già stanco della vita. È sdraiato nelle fauci della terra, nelle miniere di Nahrain, provincia di Baghlan, area Nord dell'Afghanistan. Ha le mani enormi e tutte nere, come la faccia. Tossisce di continuo, gli occhi gli fanno male e se li sfrega a ripetizione. La scuola non la frequenta più, non sa neppure più cosa sia: il suo posto è all'inferno. Da quattro anni scava in un tunnel sotterraneo largo meno di due metri, per estrarre carbone e ricevere in cambio 7 dollari al giorno. Lavora sempre, dove l'aria è calda e umida, si respira poco e male, l'odore di uova marce di idrogeno solforato, un gas altamente tossico, fa perdere i sensi.
    Noorullah è "figlio d'arte", è un minatore. Come suo padre Najibullah, 35 anni, da venti cavatore senza scelta. Come il nonno e il bisnonno. E ora che i taleban hanno deciso di spingere sull'oro nero, per tentare un rilancio disperato dell'economia del Paese, di bambini agili, svelti, sfruttati come lui c'è un gran bisogno.
    I funzionari del governo taleban hanno reso noto che una singola miniera di carbone genera un profitto di 850 mila dollari in sei mesi. Ossigeno, per una nazione allo stremo. Dopo che gli aiuti internazionali che costituivano tre quarti del bilancio prima di agosto di un anno fa sono stati bloccati, e mentre la banca centrale di Kabul non riesce ad attingere ai 7 miliardi di dollari di riserve estere congelati, il carbone sembra una delle poche strade su cui spingere. Archiviata la linea "ecologista" del precedente esecutivo, il rilancio passa attraverso l'ipersfruttamento dei minerali. Dai cunicoli delle valli del Nord, sotto la città di Mazar-i-Sharif, lungo le strade precarie di montagna partono di continuo camion fino a Kabul, e poi verso il Pakistan, da dove il carbone inviato spedito in Cina. L'export verso Islamabad è raddoppiato, fino a 4 milioni di tonnellate, da quando l'Emirato islamico è al potere. Le miniere attive sono diciassette su ottanta, di proprietà anche cinese, come la cava di rame di Mes Aynak, la più grande conosciuta al mondo, della società statale China Metallurgical Group Corporation, ma l'estrazione qui non è ancora cominciata.
    La ricchezza mineraria va spremuta fino all'osso, e i bimbi sono una risorsa fondamentale. Pazienza se il prezzo sono la vita e lo sfruttamento dei più piccoli. Un sondaggio di Save the children rivela che una famiglia su cinque in Afghanistan è stata costretta a mandare i figli a lavorare negli ultimi sei mesi, per far fronte alla povertà totale. Una su tre ha perso tutto il reddito nell'ultimo periodo, e dunque tocca ai figli mantenere i genitori. Il lavoro minorile è un problema da decenni nel Paese. Ma le sanzioni internazionali hanno estremizzato la situazione, spingendo la caccia disperata ai giovani minatori. Le inchieste del Financial Times e di Vice rivelano condizioni disumane, al limite della sopportazione fisica, per questi baby-lavoratori: dodici, anche quindici ore chiusi in cunicoli claustrofobici, in cui non entra nemmeno una pala. Il carbone è spaccato a mano, con una piccola sbarra di ferro, senza l'uso di macchinari. Ogni cavatore - per buona parte sono bambini o adolescenti - può sopportare non più di dieci o quindici minuti di attività consecutiva, poi deve chiedere il cambio, andare fuori e respirare, per non morire. La paga? 500 afghani al giorno, 7 dollari, appunto. Per i più "fortunati" che svolgono una mansione meno faticosa, come ad esempio guidare gli asini carichi di materiale lungo i sentieri tortuosi, lo stipendio scende a 3. Intanto, il costo della vita è aumentato, a partire dai prodotti di base, riso e grano, quasi raddoppiati.
    «L'attenzione riservata dall'Emirato islamico agli scambi di materie prime è maggiore di qualsiasi altro governo precedente. Vogliamo separare il business dalle questioni militari», ha dichiarato con tono trionfale Nooruddin Azizi, il ministro del Commercio di Kabul. Gli islamisti si sono anche impegnati a smettere di sfruttare una delle risorse più famigerate e redditizie per l'Afghanistan: i papaveri da oppio. Il regime ha annunciato ad aprile una legge che vieta la coltivazione della pianta base per la produzione di stupefacenti come l'eroina, ma secondo gli esperti è troppo presto per dire se verrà applicata.
    Complessivamente, più del 90% degli afghani patisce la fame e l'indigenza da agosto scorso: salta i pasti o non mangia per interi giorni, spiega Human Rights Watch. «Uno dei miei cugini mi ha detto che quello in miniera è un buon posto di lavoro, affidabile», confessa un altro Noorullah, 18 anni dichiarati, ma ben più giovane nell'aspetto, schiavo nella cava di carbone di Dan-e -Tor. Appartiene all'etnia hazara, la sua famiglia possiede terreni a Ghazni, ma la siccità ha bloccato le coltivazioni. Per questo, lui è l'unica speranza, per la famiglia, di racimolare uno stipendio per tutti, per portare qualcosa sulla tavola.
  9. PER L'IGNORANZA DI MOLTI PATIREMO TUTTI: Mentre stiamo per archiviare questo come l'anno più caldo del passato, ci dovrebbe arrovellare il dubbio che si tratterà, in realtà, del più fresco del prossimo futuro: non il più caldo di quelli trascorsi, ma il più fresco di quelli a venire. Questo dubbio terribile si tramuta in facile previsione sia analizzando i dati scientifici, sia, soprattutto, stimando quanto i sapiens stanno mettendo in campo per dipingere un futuro diverso. Praticamente nulla, limitandosi a sperare che si tratti di contingenze passeggere. Mentre siamo ormai sicuri che si tratta di un clima strutturalmente cambiato. Ma partiamo dai dati.
    Al di là delle nostre personalissime e soggettive impressioni, sono arrivati i dati meteorologici (CNR-ISAC) a confermare quanto già, in fondo, paventavamo: il 2022 si avvia a essere l'anno più caldo e secco di sempre in Italia. E non è che in Europa e nel mondo vada meglio: il cambiamento climatico attuale è diverso da quelli del passato soprattutto perché è globale, riguarda cioè tutto il pianeta, non, per dirne una, la sola Groenlandia medievale, che consentiva la colonizzazione vichinga, mentre il resto del mondo non pativa il caldo. E anche i dati indiretti di «caldo» storico passato, vuoi che si tratti dell'optimum medievale o di quello della nascita dell'impero romano, hanno permesso di ricostruire temperature ben al di sotto di quelle di oggi. Da quando vengono rilevati i dati strumentali (1800) a oggi, è la prima volta che registriamo un luglio a +2,26°C e un agosto che lo potrebbe sopravanzare, portando la stima annuale a +0,98°C sopra la media italiana. Solo il luglio 2003 è stato più caldo, in assoluto, e solo nel 2018, a fine anno, si registrò un'anomalia di +1,58°C (guadagnata, però, quasi tutta in gennaio e in aprile, quello 2018 il più caldo di sempre). Naturalmente le temperature potrebbero, invece, scendere, ma la tendenza è chiara e netta: in pochissimo tempo farà sempre più caldo, secondo motivo per cui questo cambiamento climatico è diverso da quelli del passato, notevolmente più accelerato, tanto da essersi accumulato tutto negli ultimi decenni.
    Non bastasse il caldo, ci si mettono anche le precipitazioni che sono complessivamente diminuite di circa la metà (-46% delle piogge e nevi cumulate da inizio anno a fine luglio) rispetto al trentennio 1991-2020, facendo di quello attuale l'anno più secco di sempre, cioè da quando si effettuano misurazioni (1800). In proiezione, più siccitoso anche del 2017, finora il più secco di tutti, anche se prendessimo in considerazione copiose precipitazioni di origine atlantica nei prossimi mesi, soprattutto perché non si vedono ancora quelle nubi all'orizzonte. Non che non ce ne fossimo accorti. Chiunque vede come sono i ridotti i fiumi italiani in questo scorcio d'estate: rigagnoli verdastri e marroni tappezzati di vegetazione e quasi immobili nei loro letti ridotti ai minimi termini, praticamente in coma. È vero che c'entra anche il nostro spreco di acqua, ma vedere confermate dai dati scientifici le nostre paure più profonde ci avvicina a quanto i modelli degli specialisti del clima hanno già previsto da tempo: qui non si parla di piogge o temperature percepite, come se la temperatura atmosferica fosse un'opinione, ma di misure oggettive che hanno una sola interpretazione.
    Tutti gli specialisti del clima che pubblicano articoli scientifici al mondo convergono sulle cause del cambiamento climatico attuale, determinato dalle attività produttive di una sola specie, Homo sapiens. Anzi, non c'è maggiore accordo fra gli scienziati, neanche per teorie più robuste e acclarate: dal 2016 al 2020 il consenso è cresciuto dal 97% a quasi il 100%, con buona pace di chi continua a negare l'importanza della cosiddetta forzante antropica sull'effetto-serra. È tutto vero, senza effetto-serra naturale non ci sarebbe nemmeno la vita e vanno considerati i grandi parametri che modificano il clima naturalmente: la posizione dei continenti, le correnti oceaniche, le irregolarità dell'orbita terrestre e la radiazione solare agiscono sempre, ma su tempi infinitamente lunghi, decine di migliaia di anni. In particolare vale la pena ricordare che questo cambiamento globale non dipende dal sole, perché i dati scientifici dicono che la curva di radiazione solare si appiattisce mentre quella del riscaldamento delle temperature si impenna, dimostrando il disaccoppiamento con la presunta causa. Inoltre sono più caldi gli strati inferiori dell'atmosfera, non quelli più vicini al sole.
    C'è solo un parametro che agisce su tempi brevissimi (meno di un secolo) ed è anche l'unico parametro su cui i sapiens possono intervenire, il carbonio in atmosfera che incrementa l'effetto-serra e surriscalda l'aria. Bruciando combustibili fossili i sapiens hanno liberato carbonio che avrebbe tranquillamente riposato sotto terra, essendo stato sottratto ai cicli naturali. Quando, invece, si libera in atmosfera si accumula a quello naturale e fa schizzare la presenza di CO2 in atmosfera da circa 280 ppm (parti per milione) del XIX secolo alle oltre 420 ppm di oggi. Questi sono i dati ormai acclarati e robusti, se si vogliono coltivare altre opinioni ci vogliono nuovi dati. Come nessuno si sognerebbe di contestare la gravitazione universale, così nessuno dovrebbe contestare il ruolo dei sapiens nel cambiamento climatico attuale. Quando un oggetto lasciato cadere andrà verso l'alto ridiscuteremo Newton, ma fino a quel momento si prende atto che ha ragione. Lo stesso vale per il clima, ma i dati italiani confermano la situazione mondiale. Mentre in nessuna agenda polltica compaiono misure significative per contrastare la più grande emergenza planetaria, altra ragione per cui quest'anno più caldo e secco di sempre sarà il migliore che ricorderemo in futuro.

 

 

 

06.08.22
  1. UN VERO E PROPRIO RISCHIO :  Alle sei del mattino suona il telefono, il sergente del 110° battaglione di difesa territoriale ha dato il via libera per farci trascorrere una giornata con i militari al fronte, al telefono Yuri, nome di battaglia Taxi, ci dà appuntamento alle dieci all'Hotel Reikartz di Zaporizhzhia. Parla italiano con un accento marcatamente napoletano – racconta di aver vissuto sette anni a Napoli, faceva il conducente di autobus –, entrati in macchina ci presenta Andrei che è alla guida, entrambi hanno una quarantina d'anni e sono di Zaporizhzhia, amici da sempre, hanno combattuto insieme nel Donbass nel 2014. Sui sedili posteriori, incastrato tra due taniche di benzina c'è il Kalashnikov con silenziatore di Andrei, sul caricatore risalta una striscia di nastro adesivo giallo, sul calcio una striscia blu, i colori nazionali. Usciamo dalla città in direzione Est, al primo posto di blocco c'è una lapide di Putin – su di essa la data di morte risale al 24 febbraio 2022, il giorno dello scoppio della guerra –, saltiamo la fila di macchine civili, Andrei dice una parola indecifrabile al militare che si avvicina al finestrino e passiamo. In alcuni posti di blocco militari per poter proseguire si deve comunicare una parola d'ordine, che di solito cambia ogni ora ed è rigorosamente una parola in lingua ucraina.
    Ci raccontano che una domanda molto semplice che si fa in caso di sospetti sabotatori russi è richiedere la data di nascita – i numeri ed i mesi nella lingua ucraina si pronunciano in maniera totalmente differente da quelli in lingua russa –, assicurano che è capitato più di una volta di smascherarli così. Proseguiamo, Andrei ascolta musica rock, attraversiamo immense praterie di fiori di colza e di girasole – l'Ucraina è tra i maggiori produttori mondiali dei semi da cui vengono estratti gli oli, i cui prezzi hanno registrato un rialzo senza precedenti dall'inizio della guerra –, campi sfregiati dagli ammassi di terra nera accumulata per scavare trincee. Superiamo diversi posti di blocco, notiamo che la parola d'ordine è cambiata ma non capiamo quale sia, ci dirigiamo in una zona non precisata verso il fronte di Hulyaipole. Ad aspettarci c'è il sergente Andrew, nome di battaglia Hera, che sta per eroe, racconta che la situazione oggi è relativamente tranquilla – anche se i colpi di artiglieria in entrata e in uscita si sentono con una certa frequenza –, gli uomini sono in posizione nelle trincee, in vigile attesa.
    Possiamo andare ma seguendo sempre lui – ci sono campi minati da evitare e zone troppo esposte dove non sostare –, i russi sono a pochi chilometri. Le trincee sono costruite al riparo sotto degli alberi in modo da non poter essere viste dai droni russi. I militari presenti ci salutano, il clima sembra essere disteso, insieme al sergente entriamo nelle trincee, sono strette e profonde, in alcuni tratti completamente buie perché coperte in modo da ripararsi dai colpi di mortaio. Ci spostiamo, andiamo verso Poltavka, zona di combattimento, riconquistata la notte prima dagli ucraini. Al posto di blocco all'entrata del paese ci fermano tre militari, uno dei quali visibilmente ubriaco – Yuri dice che dopo quello che avranno visto e vissuto la notte precedente è normale che qualcuno abbia bevuto–, ci sono droni russi che girano sull'area. Dopo una breve contrattazione dal comando ci danno la possibilità di entrare per venti minuti. Andrei guida molto velocemente per non dare punti di riferimento, segue alla lettera le indicazioni di Yuri, il luogo è deserto, distrutto: case che ancora bruciano, un hangar in fumo, un blindato BTR-80 russo abbandonato – veicolo ruotato anfibio utilizzato per trasporto truppe in prossimità delle linee del fronte –, notiamo che è marcato con delle Z ormai simbolo della propaganda di guerra russa. Arrivano dei militari in scooter ad intimarci di andare via.
    Tornando verso Zaporizhzhia ci fermiamo al quartier generale nella zona di Novoivanivka – una casa abbandonata dai civili ed occupata dai militari –, entriamo in una piccola cucina con le pareti scrostate, Andrei mangia due piatti di pasta seduto ad un tavolino, Yuri prende delle barrette energetiche e va fuori a fumare. Dopo aver bevuto del caffè troppo dolce ripartiamo, sulla strada Yuri indica una piccola collinetta dove ci sono delle croci, è un piccolo cimitero, racconta, ha questa conformazione perché è stratificato: sotto ci sono i morti della seconda guerra mondiale, sopra sono stati sepolti i defunti più recenti ed ora le vittime dell'attuale conflitto. Mentre l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) denuncia che la centrale nucleare è «fuori controllo, contatti fragili». L'impianto nucleare più grande d'Europa al momento è controllato dalle forze russe, ma i tecnici sono ancora ucraini sotto occupazione. Il capo dell'amministrazione filorussa della regione di Zaporizhzhia, Evgeny Balitsky, ha annunciato la disponibilità ad aprire le porte dell'impianto: «Siamo pronti a mostrare come l'esercito russo lo custodisce e come l'Ucraina utilizza le armi che riceve per attacchi alla centrale nucleare», ha scritto su Telegram.
  2. VIOLENZA PURA : La giornalista Irina Slaunikava è stata condannata a cinque anni di reclusione nella Bielorussia governata da Aleksandr Lukashenko, già soprannominato «l'ultimo dittatore d'Europa» e accusato di gravi violazioni dei diritti umani. L'accusa, di evidente matrice politica, è di «guidare un gruppo estremista e organizzare attività che sconvolgono l'ordine sociale del Paese». La notizia è riportata da Radio Liberty, secondo cui il processo si è svolto a porte chiuse all'interno del tribunale di Gomel e la corte ha inflitto all'ex reporter della televisione Belsat una pena ancora più pesante della condanna a quattro anni chiesta dai pubblici ministeri.
    Al potere dal 1994, Aleksandr Lukashenko ha ufficialmente vinto le presidenziali bielorusse dell'agosto del 2020 con l'80 per cento dei voti, ma questo risultato secondo molti osservatori è evidentemente frutto di massicci brogli elettorali e nei mesi successivi in Bielorussia si sono registrate proteste di massa. Le manifestazioni pacifiche sono state represse dal regime in maniera violenta, a colpi di manganello e con ondate di arresti. Quasi tutti i dissidenti sono stati arrestati o sono stati costretti a lasciare il Paese.
  3. BENE : Il 30 gennaio 2010 il 15enne Giorgino Munteanu (foto) fu picchiato e accoltellato a morte in un giardino pubblico, a Torino, con il pretesto di una sigaretta negata. Ora, 12 anni dopo, i genitori sono riusciti a farsi riconoscere dalla Cassazione il diritto a un risarcimento «equo e adeguato» da parte dello Stato in base a una direttiva europea del 2004 sui reati intenzionali e violenti: i due autori del delitto (all'epoca di 17 e 26 anni), già condannati in via definitiva, sono infatti privi di disponibilità economiche. La terza sezione civile della Suprema Corte ha accolto il ricorso e reinviato gli atti alla Corte d'Appello di Torino.
  4. IPOCRISIA, VIOLENZA E PREVARICAZIONE : Lui è indagato per lesioni personali, furto e minacce. Lei prova a curarsi le ferite, mentre un'onda di solidarietà la travolge: varie offerte di impiego per allontanarla definitivamente da quel datore di lavoro accusato di averla picchiata solo perché aveva chiesto di essere pagata. Voleva che le ore effettive le fossero riconosciute. Ne aveva tutto il diritto.
    Sull'accaduto la procura di Catanzaro ha aperto un'inchiesta. Nigeriana 25enne con un impiego come lavapiatti nel lido-ristorante «Mare Nostrum» di Soverato, Beauty Davis ha trovato il coraggio di filmare quell'aggressione e trasmetterla in diretta sui social. Forse pensava anche a sua figlia di 4 anni: le ha dato forza in quel momento e quando si è presentata in caserma per la denuncia. «Alla ragazza - spiega il suo avvocato - è stato inviato un bonifico di 200 euro, ma era stato pattuito un compenso di 600». Anche il presunto autore delle violenze, Nicola Pirroncello, ha fornito la sua versione dei fatti: titolare 53enne della struttura, è incensurato e figlio di un carabiniere in pensione.
    Insulti, schiaffi, minacce: nel giro di pochissimo tempo il video è diventato virale. «Dove sono i miei soldi?» si sente nel filmato. E poi la replica del titolare: «Non ti preoccupare, adesso arrivano i carabinieri, qui è casa mia». A quel punto le botte e, in sottofondo, le grida. Tutto degenera quando si accorge che lei sta riprendendo tutto. Beauty prova a difendersi e, fin quando ce la fa, tiene saldo il suo smartphone. Sa che è una prova. Di quell'uomo sembra non si fidasse, ma probabilmente non avrebbe immaginato un simile epilogo. I sindacati parlano di turni infiniti, di un'ora di lavoro al giorno prevista sulla carta, ma a cui se ne aggiungevano almeno altre dieci. Era stanca Beauty, ma non si è mai tirata indietro.
    Ogni estate lavorava come lavapiatti in questa località tra le più apprezzate del turismo balneare calabrese. Era arrivata in Italia da alcuni anni: prima in un centro di accoglienza, poi il tentativo di essere indipendente.
    Ma questa ragazza è solo uno dei tanti sfruttati di un comparto dove oltre il 55% dei lavoratori è a chiamata. Turismo e cultura troppo spesso significano precarietà. Stando ai dati dell'Ispettorato del lavoro, solo il 59% è assunto a tempo indeterminato, contro l'82% del totale dell'economia. Questo settore registra il 46% delle violazioni totali e il 12% sull'orario di lavoro. Poi retribuzioni basse, orari ridotti (almeno sulla carta) e mansioni poco qualificanti. Finti part-time, mancati riposi, obbligo agli straordinari sono spesso l'altra faccia di villaggi, hotel, stabilimenti e ristoranti. Ma anche di eventi, come dimostra l'ispezione delle ultime ore nel cantiere del concerto del «Jova Beach Party» a Lido di Fermo. Trovati 17 lavoratori in nero, italiani e stranieri, e 4 ditte sono state sospese.
    Intanto c'è la protesta del sindacato Usb con uno striscione lasciato all'ingresso del lido dove lavorava Beauty. «Questo locale sfrutta chi lavora». Non è l'unico, dicono altre voci dal resto d'Italia.
  5. SANITA SPERANZA = CENTRI VACCINALI E BASTA : RICORDATEVENE PRIMA DI VOTARLO : Risorse destinate alla riduzione delle liste di attesa, e impiegate per altro. Così denuncia l'Intersindacale medica - Anaao Assomed, Cimo, Aaroi -, la quale, venuta a conoscenza di un ammanco di circa 7 milioni ha reagito presentato un esposto in procura.
    Parliamo di sanità. Nello specifico, della Città della Salute. Una vecchia storia che dopo essersi persa nei bilanci dell'azienda ospedaliera-universitaria ora riaffiora e stride con i propositi di abbattere le liste di attesa, oggetto di un piano straordinario varato dall'attuale giunta regionale ed in itinere.
    Storia vecchia, si diceva, ma da chiarire. E di cui in parecchi dovranno rendere conto. «Le cifre dovevano essere accantonate dall'azienda, a partire dalle somme pagate per l'intramoenia dei medici dipendenti, ma una parte di questi soldi è stata destinata ad altre attività ed un'altra parte non è mai stata chiesta agli utenti - spiegato i sindacati -. Questo in violazione di un esplicito accordo firmato con i sindacati dei medici e ancora oggi disapplicato. Il decreto Balduzzi inserisce, tra le trattenute sulla cifra pagata dai pazienti per una visita in intramoenia, una somma pari al 5% a partire dal compenso del libero professionista da vincolare ad interventi di prevenzione o di riduzione delle liste di attesa».
    Invece, continuano i sindacati, «dopo una esplicita richiesta apprendiamo che l' azienda ha destinato questo 5% in parte ad altre attività e in parte ha omesso di aggiungerla all'onorario da pagare al medico, determinando un progressivo ammanco di oltre 7 milioni che sarebbero dovuti servire per la riduzione delle liste di attesa - rimarcano i sindacati -. L'ammanco di milioni di euro su un fondo destinato alla riduzione delle liste di attesa e su interventi di prevenzione danneggia sia l'utenza, sia i professionisti sanitari, che da tale fondo avrebbero potuto attingere per lo svolgimento di prestazioni aggiuntive. Alle Molinette per una spirometria si attende circa 1 anno, per un'ecografia della mammella ben 225 giorni: questi soldi sarebbero serviti per ridurre attese inaccettabili».
    Che qualcosa non abbia quadrato si evince dalla replica dell'azienda. «Da mesi la direzione sta facendo gli approfondimenti necessari per superare criticità amministrative gestionali risalenti al 2012 e protrattesi negli anni a seguire: tali criticità hanno generato incongruenze in merito alla gestione contabile dell'attività intramoenia e alla costituzione del Fondo Balduzzi - replica la Città della Salute -. Sono già stati adottati gli atti necessari ad avviare il processo di regolarizzazione amministrativa. Sulle modalità di ricostituzione delle risorse non è possibile entrare nel dettaglio, essendo in corso da tempo una indagine della Procura della Corte dei conti. L'azienda è in prima linea sul tema delle liste di attesa ed il Fondo Balduzzi è già stato utilizzato nel 2021 per finanziare i progetti messi in atto per il recupero delle prestazioni». Silenzio dall'assessorato alla Sanità.
  6. DRAGHI NE OPA NE GODEN POWER PER INWID I CAMBIO DI COSA ?  Si dimettono dal consiglio d’amministrazione di Inwit l’amministratore delegato Giovanni Ferigo e quattro consiglieri non esecutivi: Giovanna Bellezza, Sabrina Di Bartolomeo, Rosario Mazza e Agostino Nuzzolo. La decisione segue al perfezionamento dell’accordo di cessione delle azioni di Daphne 3, holding che detiene una quota del 30,2% della societa delle torri, che Tim aveva concordato il 14 aprile con un consorzio di investitori guidato dal fondo Ardian.

    A seguito del closing dell’operazione, arrivato ieri sera, “l’intero Consiglio si intende dimissionario – si legge in una nota di Inwit – ai sensi dell’art. 13.18 dello statuto sociale di Inwit, fermo restando che tali amministratori rimarranno in carica fino al momento in cui il Consiglio di Amministrazione sarà ricostituito per nomina assembleare”. Intanto per il 9 agosto è stata convocata la riunione del consiglio d’amminisitrazione in cui verrà decisa la data dell’assemblea degli azionisti che dovrà definire i nuovi vertici societari.

    L’accordo per la cessione del controllo di Inwit divenuto operativo il 4 agosto dispone che Tim ceda al consorzio guidato da Ardian un’ulteriore quota del 41% della holding Daphne 3: il consorzio arriva ad avere così in portafoglio il 90% del capitale sociale, oltre che il pieno ed esclusivo controllo, di Daphne 3, mentre Tim mantiene una quota del 10% della holding.

    “L’operazione – spiega Tim in una nota – si basa su una valutazione delle azioni Inwit pari a 10,4275 euro per azione. Il corrispettivo pagato a Tim è pari a circa 1,3 miliardi di euro. Tim ha altresì ricevuto il rimborso del prestito di circa 200 milioni di euro concesso al consorzio al momento della costituzione di Daphne 3. L’operazione – spiega l’operatore – è stata completata nel rispetto delle normative Antitrust e Golden Power”.

    “Tim e il consorzio – conclude la nota dell’operatore – hanno inoltre sottoscritto un nuovo patto parasociale che riconosce a Tim alcuni diritti di governance di minoranza, sia su Daphne 3 che su Inwit, a tutela del proprio investimento, come è prassi in operazioni di questa natura”. In cambio  un contratto “a sostegno del processo di trasformazione aziendale e del rinnovo delle competenze tecnico-professionali, nonché dell’esigenza di garantire, attraverso un piano di assunzioni, la presenza di nuovi profili professionali”.

    Sono le caratteristiche del contratto di espansione 2022-2024 di Tim, sottoscritto dall’azienda presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali con le rappresentanze sindacali di categoria. L’accordo coinvolge, oltre alla capogruppo Tim, anche Olivetti, Noovle, Sparkle e Telecontact Center.

    L’intesa ha una durata stabilita dal 10 agosto 2022 al 29 febbraio 2024, e prevede quattro pillar: un progetto di formazione e riqualificazione, con coinvolgimento di circa 30.000 lavoratori. La riduzione dell’orario di lavoro per circa 30.000 lavoratori, articolata su tre distinte percentuali (10%, 15% e 25%), differenziate per ambiti organizzativi. Il terzo pillar è un piano complessivo di accompagnamento volontario alla pensione – riferito a 2.200 lavoratori – che si troveranno, entro il 30 novembre 2023, a non più di 60 mesi dalla prima decorrenza utile al trattamento pensionistico.

    Inoltre, per coloro che usciranno dall’azienda nel 2023 è prevista, fino al momento dell’uscita, una riduzione oraria fino al 100% dell’orario di lavoro. Questa parte del piano di accompagnamento segue l’accordo ex articolo 4, sottoscritto lo scorso 7 giugno, “al fine di favorire l’esodo volontario di un numero massimo complessivo pari a 1.200 unità in possesso dei previsti requisiti”, spiega l’azienda in una nota. Infine, quarto pillar, un programma di assunzioni complessivo per specifici profili professionali compatibili con il piano di Trasformazione, a partire dal secondo semestre 2022

 

 

05.08.22
  1. INACCETABILE :   Quanto le crisi generate dalle guerre siano connesse lo dimostra il percorso del mercantile Razoni, la prima nave che ha lasciato il porto di Odessa da quando la Russia ha invaso l'Ucraina.
    La mattina del primo agosto la Razoni ha lasciato le coste del Mar Nero con un carico di 26 mila tonnellate di mais e - dopo una tappa a Istanbul e una a Tripoli - arriverà in Libano, Paese fortemente dipendente dal grano russo e ucraino che sta vivendo una crisi economica, politica sempre più grave dall'esplosione del porto di Beirut.
    Sono passati due anni esatti dalle 18 del 4 agosto 2020, quando la detonazione di 2.750 tonnellate di nitrato d'ammonio investe la città, provocando l'esplosione non nucleare più grave della storia e distruggendo i magazzini che contenevano le scorte di grano, i silos del porto e provocando la morte di 215 persone, la distruzione dei quartieri adiacenti al porto, Mar Mikhael, Karantina, Jammaize.
    Diretto in origine in Mozambico in una nave noleggiata da una compagnia russa, il carico di nitrato d'ammonio giaceva nel porto di Beirut dal 2013, anno in cui - come ricostruisce Reuters fu scaricato durante una sosta non programmata. È stato immediatamente chiaro che la negligenza di alti funzionari che non hanno fatto nulla per evitare la strage, pur sapendo che nel porto fosse stipato materiale altamente infiammabile, fosse lo specchio della corruzione del paese. Il porto era di tutti, spartito come il potere politico, su base settaria. Tutti ne controllavano un pezzo, tutti ne guadagnavano, nessuno ne era davvero responsabile.
    A essere al corrente della presenza del carico alti funzionari libanesi, dal presidente Michel Aoun all'allora primo ministro Hassan Diab, eppure in due anni le vittime dell'esplosione non hanno ancora avuto giustizia. Dopo l'esplosione il ministro della giustizia nominò investigatore capo Fadi Sawan, che accusò tre ex ministri di negligenza ma venne rimosso dall'incarico perché accusato di essere in conflitto di interesse e non imparziale poiché anche lui aveva perso casa durante l'esplosione. Poi è stata la volta di Tarek Bitar che ha chiesto di poter convocare politici e funzionari di sicurezza, ha fissato udienze per interrogare l'ex primo ministro Hassan Diab e ha dichiarato di voler interrogare tre ex ministri, i vertici del movimento Amal del presidente del parlamento Nabih Berri e alleati di Hezbollah, sostenuto dall'Iran, ha provato a intentare contro di loro un processo con l'accusa di omicidio e negligenza criminale. E ha cercato di interrogare il maggiore generale Abbas Ibrahim, capo della potente agenzia di sicurezza generale.
    Molti si sono rifiutati di comparire, Hassan Diab si è recato negli Stati Uniti pur di non presentarsi all'udienza e gli altri – soprattutto esponenti di Hezbollah – hanno cominciato ad accusarlo di voler politicizzare le indagini negando le accuse di aver usato il porto per immagazzinare armi.
    Le manifestazioni contro Bitar si sono fatte sempre più violente, e sono sfociate, lo scorso ottobre, in pesanti scontri a fuoco che hanno evocato nella memoria dei libanesi i lunghi anni della guerra civile.
    Le famiglie, la memoria
    Al momento dell'esplosione, secondo il ministero dell'Informazione, i silos detenevano l'85% delle scorte di grano del Paese. Dalla loro costruzione, nel 1970, sono diventati una parte familiare dell'orizzonte di Beirut, un emblema dell'era della costruzione statale ed è proprio lì, a pochi metri dall'epicentro dell'esplosione che dall'agosto del 2020, ogni 4 del mese alle 18 i parenti delle vittime si sono ritrovati di fronte all'ingresso nove del porto a chiedere di essere ascoltate, chiedere che i responsabili pagassero, che la coltre di fumo che ha invaso il cielo di Beirut due anni fa non restasse l'ennesima cappa di impunità. L'hanno fatto con ancora più tenacia dopo aprile, quando il Parlamento ha approvato la demolizione dei silos del porto situati nel luogo dell'esplosione. Le famiglie sono scese in piazza più spesso, in mano le foto dei loro figli, delle mogli e dei mariti, delle madri e dei padri. Demolire i silos, dicevano, avrebbe significato distruggere per sempre la scena del reato, avrebbe significato per le famiglie non ricevere indennizzi e risarcimenti ma soprattutto avrebbe pregiudicato il rispetto del dolore delle famiglie e l'abbandono di ogni speranza di fare giustizia per i duecento morti. Un mese dopo la decisione del parlamento, il comitato dei familiari ha intentato tre cause presso il consiglio della Shura libanese chiedendo la sospensione della decisione fino a che il consiglio non avesse esaminato le loro ragioni. Ma il tempo della beffa del destino è stato più rapido della giustizia.
    Tre settimane fa le fiamme sono tornate a coprire il porto. Il grano in decomposizione abbandonato nei silos ha preso fuoco e l'incendio, che è andato avanti per giorni, ha distrutto quello che restava delle strutture dei magazzini che sono franate domenica scorsa mentre i parenti delle vittime hanno continuato a gridare la loro rabbia e le accuse ai funzionari di non aver fatto abbastanza per domare l'incendio, facilitando così la distruzione dei silos.
    Così pochi giorni prima del 4 agosto i silos del porto di Beirut sono diventati, ancora una volta, specchio dello stato del Paese. Dopo aver alimentato politiche clientelari e corruttive per decenni, dopo essere stato il simbolo della cattiva gestione delle élite politiche e della loro immobilità, dopo 200 morti e 6 mila feriti, la parte del porto esplosa due anni fa è crollata così come sta crollando il Paese. Nessuno dei problemi di governance che hanno portato ai tragici eventi di due anni fa è cambiato.
    La situazione è solo, lentamente e inesorabilmente, peggiorata. Il Libano è oggi affamato dalla crisi alimentare, da quella monetaria - la lira libanese ha perso piu' del 90% del suo valore - da quella energetica.
    L'amnesia collettiva
    A maggio, qualche settimana dopo la decisione del parlamento di demolire i silos, Mona Fawaz, professoressa di urbanistica e pianificazione presso l'Università americana di Beirut, e Soha Mneimneh, ricercatrice presso la stessa università hanno scritto un appello pubblico. Un appello alla memoria. Rimuovere senza elaborare, scrivono le autrici, è una tradizione nazionale in Libano.
    E in effetti, l'abitudine all'impunità ha afflitto il Paese durante e dopo la lunga guerra civile del 1975-1990 che ha provocato 120 mila morti, un milione di esuli e 17 mila dispersi.
    La guerra civile si concluse nel 1991 con una amnistia che ha condonato i signori della guerra consentendo loro di restare al potere e, peggio, di amministrarlo nel peggior modo possibile: cristallizzando le divisioni per trarne guadagno. Dalla fine della guerra civile, insieme alle amnistie, sfigurare e cancellare i segni dei crimini commessi contro la popolazione è diventata una pratica standard, l'amnesia collettiva, come la definiscono le autrici dell'appello.
    «Ciò che una società sceglie di commemorare, o di cancellare - scrivono Fawaz e Mneimneh - ha grandi conseguenze sulla sua identità collettiva. Modella le narrazioni che le generazioni più giovani impareranno come la loro storia condivisa e i paesaggi fisici che cresceranno per identificare come propria. La conservazione della storia non è una scelta tecnica, ma profondamente politica».
    Sono passati due anni da quel 4 agosto, i silos sono crollati pochi giorni prima. Demoliti non dalla volontà del Parlamento ma dalla sua inazione.
    Dall'immobilismo di un potere che non è stato in grado di cambiare e che sta condannando il Libano a un presente di impunità e un futuro di indigenza.
  2. XI NON SARA' RINNOVATO TROPPO AGGRESSIVO : Quasi quarantatré anni fa, il Congresso degli Stati Uniti approvò a stragrande maggioranza il Taiwan Relations Act – trasformato in legge dal presidente Jimmy Carter –, uno dei pilastri più importanti della politica estera statunitense nell'Asia Pacifica.
    La Legge sulle Relazioni con Taiwan stabiliva l'impegno dell'America nei confronti di una Taiwan democratica, fornendo l'inquadramento per relazioni economiche e diplomatiche che rapidamente sarebbero sfociate in un partenariato di fondamentale importanza. Tale legge ha alimentato rapporti di profonda amicizia, radicata in interessi e valori comuni: autodeterminazione e autogoverno, democrazia e libertà, dignità umana e diritti umani.
    Quella legge rappresentò una promessa solenne da parte degli Stati Uniti a difendere Taiwan: «A considerare ogni tentativo mirante a determinare il futuro di Taiwan in qualsiasi modo non pacifico una minaccia per la pace e la sicurezza dell'area del Pacifico occidentale e fonte di gravi preoccupazioni per gli Stati Uniti».
    Oggi, l'America deve tener fede a quella promessa. Dobbiamo schierarci dalla parte di Taiwan, un'isola di resilienza. Taiwan è leader in fatto di governance: in questo periodo sta affrontando la pandemia da Covid-19 e patrocinando interventi di spessore a tutela dell'ambiente e del clima. È leader in materia di pace, sicurezza e dinamismo economico: ha spirito imprenditoriale, cultura dell'innovazione e talento tecnologico che il mondo intero le invidia.
    Eppure, cosa quanto mai inquietante, questa solida e vibrante democrazia – definita una delle più libere al mondo da Freedom House e orgogliosamente guidata da una donna, la presidente Tsai Ing-wen – è a rischio.
    Negli ultimi anni Pechino ha intensificato in modo drammatico le tensioni con Taiwan. La Repubblica popolare Cinese (Rpc) ha incrementato i pattugliamenti con bombardieri, aerei da caccia e da sorveglianza attorno e addirittura dentro lo spazio difensivo aereo di Taiwan, inducendo il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti a credere che l'esercito cinese si stia «verosimilmente preparando all'eventualità di unificare Taiwan e la Rpc con la forza».
    La Rpc ha anche incrementato le tensioni nel cyberspazio, lanciando ogni giorno innumerevoli attacchi alle istituzioni del governo di Taiwan. Al tempo stesso, Pechino sta soffocando Taiwan economicamente, esercitando pressioni sulle multinazionali di tutto il mondo affinché taglino i rapporti con l'isola, intimidendo i Paesi che collaborano con Taiwan e dando un giro di vite ai flussi turistici dalla Rpc.
    A fronte della sempre più vigorosa aggressività del Partito comunista cinese, la visita della nostra delegazione del Congresso dovrebbe essere vista come una dichiarazione chiara che non può dare adito a malintesi: l'America sta dalla parte di Taiwan, nostra partner democratica, della sua difesa e della sua libertà.
    La nostra visita – una delle molteplici visite di delegazioni del Congresso all'isola – non contraddice in nessun modo la pluriennale politica dell'unicità cinese, guidata dal Taiwan Relations Act del 1979, l'US-China Joint Communiques e le Sei Garanzie. Gli Stati Uniti continuano a opporsi ai tentativi unilaterali di modificare lo status quo.
    La nostra visita rientra nell'ambito di un più ampio viaggio nel Pacifico – e comprendente Singapore, Malesia, Corea del Sud e Giappone – incentrata sulla sicurezza reciproca, la partnership economica e la governance democratica. I colloqui con i partner di Taiwan si incentreranno su un ribadito sostegno da parte nostra all'isola e sulla promozione dei nostri interessi condivisi, inclusa la proposta di una regione indo-pacifica libera e aperta. La solidarietà dell'America con Taiwan oggi è più importante che mai – non soltanto per i 23 milioni di abitanti dell'isola, ma anche per i milioni di altre persone oppresse e minacciate dalla Rpc.
    Trent'anni fa, mi recai con una delegazione bipartisan del Congresso in Cina, in Piazza Tiananmen, dove srotolammo uno striscione bianco e nero sul quale era scritto: «Per tutti coloro che sono morti per la democrazia in Cina». Agenti della polizia in uniforme ci seguirono quando lasciammo la piazza. Da allora, il terribile primato di Pechino per i diritti umani e la totale mancanza di rispetto nei confronti della legalità proseguono, e il presidente Xi Jinping ha stretto la sua morsa sul potere.
    La brutale repressione del Partito popolare cinese delle libertà politiche e dei diritti umani di Hong Kong – culminati con l'arresto del cardinale cattolico Joseph Zen – di fatto fanno delle promesse dell'«un paese, due sistemi» semplice carta straccia. In Tibet, il Partito popolare cinese da tempo conduce una campagna mirante a cancellare la lingua, la cultura, la religione e l'identità del popolo tibetano. Nello Xinjiang, Pechino sta perpetrando un vero e proprio genocidio contro gli uiguri musulmani e altre minoranze. In tutta la terra ferma, il Pcc continua a prendere di mira, perseguitare e arrestare gli attivisti, i capi dei movimenti che si battono per la libertà religiosa e altri ancora che osano sfidare il regime.
    Non possiamo stare a guardare mentre il Pcc continua a minacciare Taiwan e la democrazia stessa.
    In verità, intraprendiamo questo viaggio proprio quando la comunità internazionale deve scegliere tra autocrazia e democrazia. Mentre la Russia combatte la sua guerra illegale e premeditata contro l'Ucraina, uccidendo migliaia di innocenti – perfino bambini – è indispensabile che l'America e i nostri alleati facciano capire senza malintesi che non cederemo mai ai dittatori.
    Quando ad aprile ho guidato una delegazione del Congresso a Kiev – la visita statunitense di più alto grado alla nazione presa d'assalto – ho comunicato al presidente Volodymyr Zelensky tutta la nostra ammirazione per la difesa da parte del suo popolo della democrazia in Ucraina e in tutto il mondo.
    Recandoci a Taiwan, adesso onoriamo il nostro impegno nei confronti della democrazia: riaffermeremo che le libertà di Taiwan – e di tutte le democrazie – devono essere rispettate.

 

04.08.22
  1. LE FURBATE SONO GLI STRUMENTI POLITICI ITALIANI:        Candidare nelle proprie liste, sotto l'insegna Democratici e Progressisti, i leader delle formazioni minori che faranno parte dell'alleanza. Luigi Di Maio piuttosto che Bruno Tabacci potrebbero essere indicati in posizioni eleggibili nella quota proporzionale visto che l'accordo Calenda-Letta ha escluso di far correre i leader di partito nei collegi uninominali. Un modo per aggirare l'ostacolo dello sbarramento al tre per cento. A spiegare come funziona è Stefano Ceccanti, deputato Pd, costituzionalista ed esperto di sistemi elettorali.
    Cos'è il diritto di tribuna?
    «Era già capitato nelle elezioni del 2006, con l'Unione. Viene proposto ad alcune persone di liste minori per le quali non si ha la sicurezza che superino lo sbarramento di essere candidate come indipendenti in uno dei partiti che sicuramente supereranno la soglia del 3 per cento. Con la legge Rosato era stato usato nei collegi uninominali. Se ci sono liste minori che si ha dei dubbi arrivino al tre si offrono e candidature uninominali. La scorsa volta fu fatto con +Europa che mancò il tre per cento per poco ma ebbe eletti nella parte uninominale».
    Ma l'accordo tra Letta e Calenda esclude di candidare i leader di partito nell'uninominale.
    «Infatti. L'unica soluzione è ospitare i partiti minori in una lista».
    Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno già declinato l'offerta di Letta.
    «Evidentemente ritengono di non avere questo problema».
    Ma i leader che si candidano perdono il proprio simbolo?
    «Ci può essere una lista con un simbolo che comprende anche il simbolo e il nome di una persona che è candidata in un'altra lista».
    Oltre a +Europa con l'Unione a chi fu dato il diritto di tribuna?
    «L'Udeur. Ci furono candidati dell'Udeur di Mastella nelle liste maggiori del centrosinistra, candidati nel 2006 nelle liste Ulivo alla Camera».
    Il sistema elettorale nel 2006 era completamente diverso.
    «C'era un sistema proporzionale ma con premio. Le liste più piccole venivano compensate in altro modo e potevano contribuire così al premio».
    Non aver cambiato la legge elettorale è stato un errore?
    «Il dibattito sulla legge elettorale lo facciamo nella prossima legislatura!».
  2. IL BLUF ELETTORALE DI XI : Sono le 22 e 42 di martedì 2 agosto. Un jet della US Air Force decollato da Kuala Lumpur atterra sulla pista dell'aeroporto di Songshan, Taipei. Ad attenderlo il ministro degli Esteri Joseph Wu e la direttrice dell'American Institute Sandra Oudkirk. Già da un'ora, il grattacielo 101 è illuminato da messaggi di benvenuto, come «Taiwan ama l'America». Fuori dal Grand Hyatt Hotel, nel centralissimo distretto di Xinyi della capitale Taipei, una folla di persone si è radunata per accogliere la Speaker della Camera Usa Nancy Pelosi. La maggior parte in modo festante, un gruppo che fa riferimento al New Party, favorevole all'unificazione con la Repubblica Popolare, invece protesta.
    È iniziato così il viaggio più controverso, atteso e rischioso di un politico americano a Taiwan negli ultimi decenni. «La visita della nostra delegazione onora l'impegno incrollabile dell'America nel sostenere la vibrante democrazia di Taiwan», recita il comunicato diffuso da Pelosi subito dopo il suo arrivo. Da una parte Pelosi ribadisce che il viaggio non significa un cambio nella politica americana sullo Stretto, ribadendo dunque il sostegno allo status quo (che significa no all'invasione cinese ma anche no all'indipendenza formale di Taipei come Repubblica di Taiwan). Dall'altra invece parla della scelta da compiere «tra democrazie e autocrazie». Concetto espresso in modo più articolato in un editoriale pubblicato sul «Washington Post» che Pechino vedrà come un dito nell'occhio. Chi aveva immaginato un viaggio di basso profilo si era sbagliato. Nessuno stopover, Pelosi ha chiesto e ottenuto un'agenda che, per quanto non sia ufficiale, appare molto significativa. Questa mattina è previsto un discorso allo Yuan legislativo, il parlamento locale, prima dell'incontro con la presidente Tsai Ing-wen e una conferenza stampa. A seguire un pranzo al Grand Hotel alla presenza di figure della società civile e del business taiwanese, tra i quali sono attesi anche i manager di aziende tecnologiche e di semiconduttori, settore ritenuto cruciale dalla Casa Bianca come dimostra l'approvazione del Chips Act e di cui Taiwan è leader mondiale nel comparto di fabbricazione e assemblaggio. Nel pomeriggio la visita al parco dei diritti umani di Jing-Mei, in memoria delle vittime del "terrore bianco" e della legge marziale imposta dal governo nazionalista di Chiang Kai-shek. Poi l'incontro con Wu'er Kaixi, attivista e reduce di Tiananmen residente a Taiwan, prima della partenza prevista per le 17 in direzione Corea del Sud. Proprio il primo (a livello formale) e l'ultimo (a livello retorico) appuntamento sono quelli ritenuti più "sensibili", con Pechino che li vivrà come una ulteriore provocazione. In serata si sono succeduti avvertimenti e minacce da parte del governo cinese. «La visita di Pelosi viola la sovranità della Cina», ha detto l'ambasciatore di Pechino negli Usa, Qin Gang. «Qualsiasi attività indipendentista verrà schiacciata», ha detto il Comitato centrale del Partito comunista. Il vice ministro degli Esteri cinese, Xie Feng, ha convocato nella notte l'ambasciatore Usa a Pechino, Nicholas Burns.
    Oltre la retorica, i fatti. A partire dal lato commerciale, con il blocco alle importazioni di 180 prodotti agroalimentari taiwanesi. La misura si farà sentire. Nonostante le tensioni e l'assenza di dialogo politico tra governi, nel 2021 l'interscambio commerciale tra Pechino e Taipei ha raggiunto il record storico, con bilancia commerciale favorevole a Taiwan. Poi la reazione militare. Sui social rimbalzano le immagini di blindati e carri armati in movimento a Xiamen, la metropoli del Fujian che si trova di fronte alle Kinmen, due piccole isole amministrate da Taipei e primo avamposto militare taiwanese.
    Un'invasione su larga scala non sarebbe un'impresa semplice e in pochi credono possa avvenire nell'immediato, a partire dai taiwanesi che vivono il momento delicato senza panico. Ma intanto il ministero della Difesa cinese ha annunciato esercitazioni aeronavali a fuoco vivo con test missilistici fino a domenica. Comunicate sei aree per i test, in una strategia di accerchiamento completo dell'isola di Taiwan. In tre punti, se le coordinate saranno confermate, le esercitazioni sconfinano nelle acque territoriali taiwanesi. Ponendo Taipei di fronte a una scelta complicata: una possibile reazione potrebbe portare a una escalation, ma non fare nulla significherebbe accettare un avanzamento "territoriale" cinese. Nel frattempo, quattro navi da guerra americane sono posizionate al largo di Taiwan, con la portaerei Ronald Reagan e il suo gruppo d'attacco. Come ammesso dal ministero degli Esteri cinese, le autorità di Pechino e Washington si tengono in contatto ma il rischio di incidenti, anche non voluti, non è da trascurare. La Russia, intanto, esprime sostegno alla Cina. «Gli Usa sono uno stato provocatore», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova.
    Come Pechino ha sostenuto la retorica anti-Nato sull'Ucraina, Mosca sostiene la retorica anti-americana su Taiwan. Se conflitto sarà, la colpa è di Washington e Alleanza Atlantica. Poco dopo mezzanotte, un giornalista taiwanese si lascia sfuggire:«Continuo a pensare all'Ucraina e ora mi sembra che siamo più simili di quanto credevo.
  3. UNA CATASTROFE CHE AVANZA NELLA INDIFFERENZA ELETTORALE : ASTENSIONE PERCHE' :Il 2022 ci sta mostrando un assaggio di come saranno - sempre più spesso e anche assai peggio di quest'anno - le estati del futuro, descritte dai modelli di simulazione di un clima drogato dall'eccesso di gas serra: estremamente calde, nel complesso più secche, con una crescente predisposizione a incendi boschivi, sofferenza di colture agrarie, boschi ed ecosistemi naturali; insopportabili soprattutto per chi vive in città, esiziali per ciò che resta dei ghiacciai alpini e per la conservazione delle risorse idriche. Con luglio è andato in archivio un altro mese memorabile per la climatologia torinese.
    La temperatura media mensile rilevata dalla stazione meteorologica Arpa Piemonte della Consolata (27,9 °C) è seconda solo a quella del luglio 2015 (28,5 °C), e declassa alla terza posizione il valore dell'agosto 2003 (27,4 °C). L'anomalia termica, come già per giugno, è stata di ben +3,0 °C rispetto alla media del pur caldo trentennio standard 1991-2020. L'eccezionalità più rilevante quest'anno è la persistenza delle anomalie calde fomentate dall'ostinazione degli anticicloni nord-africani, tanto che, considerando il trimestre maggio-luglio, il caso attuale balza perfino in prima posizione (media 24,7 °C) superando con un buon margine l'episodio del 2003 che pareva inarrivabile (24,0 °C). In quell'anno fu poi agosto a proporre la peggior calura con i primi 40 °C della storia torinese nota, stavolta forse non si arriverà a tanto nelle settimane che ci attendono, ma per un quadro definitivo dell'intera estate si dovrà aspettare inizio settembre.
    Ampiamente inedita, poi, in 220 anni di misure parallele di temperatura e precipitazioni, la combinazione caldo-siccità, un pernicioso mix che mai avevamo sperimentato. Qualche temporale è arrivato, talora con effetti nefasti sulle coltivazioni da parte di vento e grandine, ma il totale delle precipitazioni cadute negli ultimi otto mesi (147 mm in centro città, un quarto del normale) resta ai minimi storici per il periodo dicembre-luglio battendo di gran lunga il precedente che spettava al 1944-45 (195 mm).
    Nonostante le temporanee e locali innaffiate temporalesche la situazione ambientale è grave, come testimoniato dagli alberi dei viali che ingialliscono e perdono le foglie con tre mesi di anticipo, nel tentativo di ridurre lo sforzo fisiologico di fronte a condizioni climatiche così ostili, intanto il Po attraversa il capoluogo con circa 20 metri cubi d'acqua al secondo, metà del consueto per il periodo. In montagna il verde resiste come può nelle zone in ombra e negli impluvi più fortunati in cui un po' d'acqua riesce ancora a radunarsi, ma altrove prevale il giallo e le praterie sono già in condizioni da fine agosto costringendo talora gli allevatori a una precoce demonticazione dagli alpeggi. Ancora più in su, i ghiacciai sono quelli conciati peggio: privati fin da metà giugno del misero strato nevoso invernale, da un mese e mezzo sono in balia della radiazione solare e di temperature che a quote di tremila metri non sono quasi mai scese a zero gradi, estendendo la fusione del ghiaccio - solo rallentata - anche alle ore notturne. Così finora si sono già persi da 2 a 3 metri di spessore glaciale a quell'altitudine sulle Alpi piemontesi, e con le temperature 1-3 °C sopra media che i modelli di previsione a lungo termine delineano per le prossime settimane al Nord Italia è ormai scontato che il bilancio glaciologico di fine stagione sarà il peggiore mai visto; in annate già particolarmente negative come 1998, 2003, 2012, 2015, non si partiva infatti da condizioni di innevamento sfavorevoli come quest'anno a fine primavera.
    Minimizzare la gravità di questi scenari - come alcuni ancora fanno - è da irresponsabili, e non è più tollerabile alla luce della nostra pesante responsabilità verso le generazioni future che, senza correzioni di rotta, vivranno in un pianeta sempre più inospitale e inadatto a sostenere la civiltà umana.
  4. I MEDICI HANNO SEMPRE RAGIONE, ANCHE QUANDO TI AMMAZZANO PER INCOMPETENZA : «Fate chiarezza sulla morte di mio marito». La vedova di Piergiorgio Ornioli si appella alla giustizia. Altro non può più fare. Piergiorgio è morto a 70 anni all'ospedale San Giovanni Bosco, dopo ripetuti interventi per una trombosi e accertamenti per scoprirne le cause. Un esame, sostengono i familiari, durante il quale gli sarebbe stato bucato l'esofago causandogli un'infezione grave. Lui, medico di base in pensione, insignito nel 1989 della Croce al merito dall'allora presidente della Repubblica Cossiga, si era accorto che qualcosa non andava. Ne aveva parlato alla moglie Rosita. È morto il 23 luglio dopo un ricovero durato sette mesi.
    Il fascicolo è in procura, sul tavolo del pm Francesco La Rosa. «Viste le circostanze, riteniamo che la condotta medica debba essere oggetto di debiti accertamenti», dichiarano gli avvocati Stefania Ibba e Andrea Cagliero. Ieri il medico legale Mario Abrate ha eseguito l'autopsia: quel che certo è che il fisico di Piergiorgio Ornioli era debilitato, completamente lacerato da quell'infezione che si era diffusa in diverse parti del corpo. Per altre valutazioni, però, serve un esame dettagliato della corposa cartella clinica.
    «Il paziente, con un quadro clinico complesso, è stato seguito da diversi specialisti», spiega in una nota l'ospedale. «La direzione sanitaria si è messa a disposizione della famiglia e delle autorità per fornire tutte le informazioni relative al percorso clinico del paziente e per chiarire ogni dubbio. Dalla ricostruzione interna degli eventi e dei tempi clinici, allo stato attuale, non sembra emergere correlazione tra la lesione riportata durante l'esame diagnostico e il decesso».
    La signora Rosita, e la figlia di sedici anni, si rivolgono agli avvocati, presentano un esposto che racconta la storia di Piergiorgio Ornioli. In pronto soccorso al San Giovanni Bosco arriva la prima volta a inizio agosto 2021. Lamenta un forte dolore al polpaccio destro, non riesce quasi più a camminare. I medici lo sottopongo ad un'ecografia. Qualche specialista parla di amputazione; viene scongiurata per un intervento meno invasivo. Ornioli viene dimesso e si sposta in clinica per la riabilitazione. A dicembre il dolore alla gamba torna. E così Ornioli si presenta nuovamente al pronto soccorso. Ha numerosi trombi su tutta la gamba. Viene portato in sala operatoria per un intervento di circa 10 ore. «Una grave infezione», è la diagnosi.
    A gennaio viene sottoposto a un esame per accertare le cause dei trombi. Ornioli è un medico e alla moglie lo dice chiaro: «Qualcosa è andato storto». Vomito, convulsioni, la voce non c'è quasi più, la febbre è molto alta. Torna in sala operatoria, la gastroscopia riscontra ulcere gastriche e una perforazione a livello dell'esofago. Sarebbe questa ad aver provocato l'infezione fatale.

 

 

 

03.08.22
  1. «Basta un errore di calcolo per l'olocausto nucleare». Così il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, in occasione della Decima conferenza del Trattato di non proliferazionedi non proliferazione delle armi nucleari.
  2. Aveva rivelato pubblicamente le responsabilità dell'agenzia, rimase in carica pochi mesi
    Morto Bakatin, l'ultimo direttore del Kgb
    È morto a 85 anni Vadim Bakatin, l'ultimo direttore del Kgb dell'Unione sovietica. Nominato da Mikhail Gorbaciov a capo del servizio di sicurezza dopo che il suo predecessore Vladimir Kryuchkov aveva avuto un ruolo di primo piano nel fallito colpo di stato nell'agosto 1991, Bakatin affrontò pubblicamente le responsabilità del Kgb: in tv alcune settimane dopo il tentato golpe, dichiarò di essere favorevole all'idea di aprire gli archivi degli 007 sovietici per far luce su misteri irrisolti, a cominciare dall'assassinio del 1963 del presidente americano John F. Kennedy. Bakatin tuttavia non ebbe mai il tempo di dare seguito a quell'impegno, poiché l'Unione Sovietica crollò nel giro di pochi mesi. In un articolo dell'agosto 1991, il Washington Post scrisse che il nuovo direttore del Kgb Bakatin aveva iniziato una massiccia epurazione della polizia segreta sovietica riportando le sue parole: mi sono ritrovato davanti «uno Stato vizioso all'interno di uno Stato, un sistema di inganno, un monopolio. Il Kgb non era controllato da niente e nessuno». Di lui viene ricordato soprattutto il fatto che, con la sanzione dell'allora presidente dell'Unione Sovietica, in segno di buona volontà, consegnò agli Stati Uniti lo schema originale delle intercettazioni per il nuovo edificio dell'ambasciata americana a Mosca. Durante la sua gestione ci furono grandi cambiamenti strutturali e organizzativi che ridussero notevolmente il potenziale dei temuti servizi russi. Bakatin mantenne formalmente la carica fino all'ottobre 1991, quando fu emesso un decreto di scioglimento del Kgb, che cessò ufficialmente l'attività il 3 dicembre. I cambiamenti di Bakatin furono accolte in patria con dure critiche, comprese accuse di tradimento. Nel gennaio 1992, Boris Eltsin licenziò Bakatin, che in seguito non ricoprì più cariche pubbliche. —
  3. La lunga mano della Russia infiamma anche i Balcani
    Trent'anni di tensioni
    Un incendio estivo, doloso e pericoloso, minaccia il Kosovo. Il dolo russo trova sponda a Belgrado per aprire un fronte di instabilità nei Balcani. Il pericolo è locale e regionale. Disordini, blocchi stradali, proteste serbo-kosovare, più o meno spontanee, riaprono lo scontro fra Pristina e Belgrado. L'alta tensione in Kosovo può infiammare le vicine boscaglie. Quella più a rischio è la Bosnia dove il leader serbo-bosniaco, Dodic, sostenuto da Mosca, sventola da tempo la bandiera della secessione.
    Kosovo e Bosnia sono gli anelli più deboli di una regione dove la Russia ha buon gioco a seminare zizzania e risvegliare pulsioni etnico-nazionaliste. Mosca ha tre obiettivi. Il primo, regionale, è il recupero d'influenza geopolitica in una zona di affinità identitaria, poggiante su legami di religione e cultura. L'identità slava, contrapposta al decadente multiculturalismo europeo, è una corda che Vladimir Putin non manca mai di toccare. La ex-Jugoslavia è la terra degli «slavi del Sud», fratelli minori del popolo russo.
    Il secondo è di restituire pan per focaccia all'appoggio europeo all'Ucraina. La Russia fa fatica in Ucraina? Apre un fronte di alta tensione politica, se non militare, quest'ultimo «scenario» peraltro non escluso dall'ineffabile portavoce degli Esteri, Maria Zakharova. Il presidente russo non ne aveva fatto mistero. Incontrando il Segretario Generale dell'Onu, Guterres, paragonò il Donbass, in corso di «liberazione» grazie all'invasione russa dell'Ucraina, al Kosovo, reso indipendente dall'intervento Nato contro la Serbia nel 1999. Dimentico che, dopo essersi opposta all'azione della Nato, la Russia si precipitò ad essere parte della forza di stabilizzazione, sempre Nato (Kfor). Altri tempi.
    Il terzo è di scavare faglie all'interno dell'Europa, per farne venir meno la tenuta esterna, finora sorprendentemente inossidabile. Il disegno russo va visto nella sua interezza. Destabilizzare i Balcani si collega alle componenti che vanno a segno direttamente dentro l'Ue. Il ricatto del gas sarà la partita di poker di questo autunno-inverno. Gazprom gioca con i rubinetti e Bruxelles alza le difese della diversificazione, più stoccaggio e risparmio energetico, anche a costo di limitato razionamento. Sul versante politico, disinformazione e attivismo di destabilizzazione, come quello svolto in Italia sotto copertura diplomatica per dare una spallata al governo di Mario Draghi – documentato su queste colonne. Le quinte colonne non mancano: ambienti e interessi economici legati a Mosca, figure politiche compiacenti compreso il leader di un Paese Ue e Nato, Viktor Orban.
    Nei Balcani la chiesa ortodossa è un altro potente alleato. La regia russa prende di mira le fragilità. Dove non sono arrivate Ue e/o Nato, i Balcani restano disseminati di micce spente ma non disinnescate. Basta accenderle. I piromani volenterosi non mancano. Nel Kosovo, la controversia sulle targhe automobilistiche e sui documenti d'identità ha fatto da fiammifero. Il governo kosovaro può essere stato incauto nell'accenderlo. Sostiene, non senza fondamento, di non aver chiesto altro che il rispetto delle proprie frontiere e di impegni presi da Belgrado nel negoziato indiretto Serbia-Kosovo sotto i buoni uffici Ue. Il tempismo non è stato dei più felici.
    Se le targhe possono essere state il casus belli, le cause dell'alta tensione che minaccia lo status quo fra Kosovo e Serbia vanno cercate ben oltre le barricate di Mitrovica Nord e i ponti sul fiume Ibar. La Russia ha soffiato subito sul fuoco facendosi paladina dei «diritti dei serbi». Il primo ministro serbo, Aleksandr Vucic, sempre in mezzo al guado fra Mosca e Bruxelles, ha cavalcato l'onda nazionalista e, di fatto, recitato il ruolo assegnatogli dal Cremlino in questa vicenda. Ha poi fatto un mezzo passo indietro ma intanto aveva aperto le chiuse del torrente di retorica nazionalista, infiammando la situazione già tesa nelle piazze e strade di Mitrovica e intorno alle comunità e ai monasteri serbi all'interno del Kosovo.
    La classica crisi di agosto ha preso in contropiede l'Ue, che cerca di tenere vivo il tenue filo del dialogo Pristina-Belgrado. La Nato ha sul terreno una forza di pace ridotta all'osso, che fu a lungo a comando italiano. Tocca ora ai pompieri di Kfor spegnere l'incendio sul nascere. In passato ci sono riusciti. Ma il campanello d'allarme deve risvegliare Bruxelles, rimettere in moto dialogo fra Belgrado e Pristina e allargamento ai Paesi candidati, offrire un itinerario europeo anche ai non candidati Bosnia e Kosovo. A differenza della Serbia, Sarajevo e Pristina hanno aderito alle sanzioni contro la Russia. Vanno premiate non lasciate alla mercé delle trame di Mosca. L'equilibrista Vucic deve decidere: se vuole l'Europa deve tagliare i ponti con la Russia. —
  4. NON E' IL SOLO  A SUBIRE IL FASCINO CRIMINALE:    Uccidere a Roma è facile, cosa vuoi che sia. È così che è diventata Roma. Al «Principe», Matteo Costacurta, gli fan vedere la foto di Alessio Marzani, quello che devono far fuori, e lui fa una smorfia: «Ha una grandissima faccia di m... Durerà poco». Ci devi pensare tu, gli dicono. Nessun problema: «Non vedo l'ora di portare a termine l'incarico». Matteo lo chiamano «Il Principe», perché suo padre è un nobile veneto di discendenza importante, è figlio unico, ha il sangue blu ed è pieno di soldi, abita a Roma Nord, possiede un mucchio di case, alcune delle quali all'Olgiata, e un B&B a due passi da San Pietro, è amministratore di una società chiamata Polo, socio titolare dell'esclusivo Roma Polo Club, frequenta le terrazze bene e i Vip a Porto Cervo. Perché mai deve mettersi a fare il killer? Nell'ordinanza firmata dal gip Andrea Fanelli gli viene rinfacciata «una malvagità che pare addirittura trascendere le finalità economiche della propria azione criminale». Ma il Principe è venuto su negli ambienti di estrema destra e nel fortino di Massimo Carminati, «er cecato», con il mito degli eroi di guerra e se non c'è una guerra la si fa. Poi valla a capire com'è cambiata Roma e la sua mala.
    Chi vuole l'eliminazione di Marzani è un piccolo boss della droga, Daniele Gallarello, che deve pagargli 40mila euro perché quello ha nascosto una partita, s'è fatto il gabbio e non l'ha denunciato, ma lui preferisce sborsarne 45 mila, che sono quelli che gli chiede Elvis Demce, per toglierselo dai piedi.
    Elvis Demce, uno che pare un buzzagro se lo vedi, è l'albanese che vuole diventare il padrone della capitale e sogna l'alleanza con gli eredi di Escobar. Bisogna chiedere a lui se vuoi far fuori qualcuno. Il suo socio è Alessandro Corvesi, un nero che bazzica le memorie di Mussolini, ex giocatore nelle giovanili della Lazio, una love story con la show girl Antonella Mosetti e le stesse frequentazioni di Costacurta. Per questo suggerisce subito il suo nome al capo per far fuori ‘sto Marzani: «Lo mannamo a giocà a briscola e tresette co' San Pietro». Lo chiamano anche così il Principe, San Pietro, per via del bed&breakfast che possiede lì vicino. Quando lo conosce, Elvis lo catechizza subito: «Qualcosa gli manca per davvero se davvero è così, gli manca qualcosa davvero, eh. Ce l'ha qualche problema serio». Proprio lui. La verità è che sono tutti uguali, in questa città che ha fatto la storia e che è rimasta con i suoi brandelli e il suo mondo di mezzo, «i vivi sopra, i morti sotto e noi in mezzo, un posto dove tutti si incontrano».
    È dalla banda della Magliana che Roma racconta questo romanzo criminale e che è diventata così. Adesso, Elvis non si accontenta più di essere il boss: «Io sono il Dio», dice. «Qua c'è solo una chiesa. Qui pure i sampietrini sono nostri». Il suo mito è Raffaele Cutolo, «'sto grande uomo», che ha creato un impero dal niente e diceva che «era meglio morire dietro le sbarre in dignità che tra lusso e infamità». E come don Rafé voleva diventare. Lui se ne frega dei soldi: anche li avesse, confessa, «mi mancherebbe sempre qualcosa, perché so' criminale dentro, pure co' 100 milioni in giacca e cravatta, sempre bandito rimango». Però quando viene Gallarello e dice che Marzani pretende mille euro al mese da lui, un vitalizio, capito?, e che s'è fatto arrogante e non lo sopporta più, Elvis gliene chiede 45mila sull'unghia: 5 sono per le spese, 20 per chi guida la moto e gli altri per chi spara.
    Va bene, nessun problema, risponde Gallarello. Ma perché uno che ha di suo tutti quei milioni vuole diventare un assassino per ventimila euro? Sulla pagina Facebook di Matteo Costacurta qualcuno ha lasciato scritto una canzone di De Gregori, che non si capisce bene se è un commento o è per vanto: «C'è chi uccide per rubare, chi uccide per amore. Il cacciatore uccide sempre per giocare. Io uccido per essere il migliore».
    Il 20 ottobre del 2020 entra in azione dopo aver preparato con i mandanti l'agguato nei dettagli. Alessio Marzani, 46 anni, quello che vuole farsi rimborsare il suo anno al gabbio e «sta a fà li botti», se ne va in bicicletta per una via di Acilia. Due sicari, a bordo di un «Sh» nero, gli si avvicinano mettendosi al suo fianco. Il killer spara due colpi di pistola: uno lo raggiunge al petto, a pochi centimetri dal cuore, e l'altro al braccio sinistro. Marzani cade in terra, ma si rialza e scappa dentro a un palazzo, chiedendo aiuto. Un residente gli apre la porta e lo nasconde. Poi chiama il 112. I due sicari sono scappati. Ma i carabinieri ripartono da lì per tornare indietro e ricostruire questo nuovo romanzo criminale. E risalgono al Principe, già accusato di associazione per delinquere e rapina, ritrovato ai margini delle carte di Mafia Capitale, e molto vicino a Luigi Ciavardini, ex Nar condannato per la strage di Bologna. «Il Principe, chi? Matteo?», chiede un amico a Elvis, il dio. Demce ha finito per legarsi a questo nobile con la passione del killer. Sì, lui, risponde fieramente. E l'altro non ci crede: «Ma che stai a dì, quello era uno fuori di testa... Fa le rivoluzioni. Un folle». Storie di Roma. Oggi. —

 

 

02.08.22
  1. DOPO LA GUERRA DEL LITIO QUELLA DEL GAS INVECE DI GUARDARE ALL' H2 :  Il comandante libico Khalifa Haftar è responsabile di crimini di guerra: esecuzioni extragiudiziali e torture. Questo l'esito della sentenza emessa venerdì da un tribunale statunitense contro l'uomo forte dell'Est della Libia. Un giudice federale, nel verdetto in contumacia, ha accolto le richieste di decine di famiglie libiche che tre anni fa hanno accusato Haftar di aver torturato e ucciso i loro parenti e hanno intentato una causa contro di lui ai sensi del Torture Victim Protecion Act del 1991, una legge che consente a cittadini non statunitensi di chiedere un risarcimento a persone che - agendo in veste ufficiale in qualsiasi nazione straniera - hanno commesso torture e abusi.
    Gheddafiano prima e antigheddafiano poi, Haftar è stato una risorsa della Cia, ha ottenuto la cittadinanza americana ed è tornato in Libia dopo la rivoluzione del 2011 per prestare servizio nel governo riconosciuto a livello internazionale che ha tenuto il potere fino al 2014 quando è iniziata la guerra civile, quando lui stesso lanciò l'operazione Dignità e il paese venne diviso in due sfere di influenza.
    Dopo un accordo di cessate il fuoco della fine del 2020 è stato istituito un nuovo governo di unità nazionale che avrebbe dovuto condurre il Paese a elezioni nel dicembre 2021.
    La corte statunitense aveva congelato il fascicolo prima delle elezioni per non influenzare il voto, ma le elezioni non si sono tenute e il caso è stato riaperto, nonostante Haftar abbia tentato di invocare l'immunità come presunto capo di stato. Ma ha fallito.
    Le accuse a suo carico si riferiscono al 2019. È l'inizio di aprile del 2019 quando Khalifa Haftar ordina alle sue truppe di muovere verso Tripoli, iniziando una campagna militare che durerà 14 mesi per controllare la capitale libica. I combattimenti si trasformano velocemente in una guerra per procura: da una parte Haftar con l'Esercito Nazionale Libico che fa riferimento a lui supportato da Russia, Emirati Arabi Uniti, Egitto, mercenari ciadiani, sudanesi e naturalmente mercenari russi del gruppo Wagner.
    Dall'altro il governo di Fayez al-Sarraj riconosciuto dalla comunità internazionale e supportato da Turchia e Qatar. È proprio grazie all'alleato turco - che fornisce uomini, droni da combattimento e mezzi - che Sarraj riesce a proteggere e tenere il controllo su Tripoli.
    Nel mezzo mesi di guerra civile e abusi, decine di fosse comuni scoperte nella città di Tarhouna controllata da milizie fedeli a Haftar e in cui, a distanza di tre anni, continuano a emergere cadaveri e testimonianze di torture e esecuzioni.
    La sentenza arriva nell'ennesimo momento molto delicato della vita politica libica e rischia di avere conseguenze sulle ambizioni di Haftar che da anni lotta per imporre il suo potere in Libia e rischia di avere ripercussioni sul supporto internazionale di cui ha goduto finora.
    Difficile, infatti, giustificare l'appoggio politico a un criminale di guerra.
    A complicare le cose il valzer di alleanze degli ultimi mesi, le rivolte di piazza, gli scontri tra milizie e il Paese di nuovo sull'orlo della guerra civile.
    Il balletto delle alleanze
    Dopo la firma del cessate il fuoco nel 2020 la Libia ha vissuto un periodo di relativa stabilità. Nel marzo 2021 un accordo supervisionato dalle Nazioni Unite ha portato al potere l'imprenditore misuratino Abdul Hamid Dbeibah, con il preciso scopo di traghettare il Paese alle elezioni del dicembre 2021, elezioni a cui per mandato aveva accettato di non candidarsi.
    Le elezioni - come ampiamente previsto - non si sono tenute e sono state rimandate a tempo indeterminato. Impossibile trovare accordi sulle liste, le procedure, i regolamenti. L'annullamento delle elezioni ha aperto una disputa sulla legittimità del governo di Dbeibah. Il suo tempo è formalmente scaduto ma Dbeibah, nonostante gli impegni presi a Ginevra, né si è dimesso né ha intenzione di mollare il potere. A marzo 2022, tre mesi dopo le mancate elezioni, la Camera dei Rappresentanti nella città orientale di Tobruk - sostenuta da Haftar - ha votato per un governo parallelo presieduto da Fathi Bashaga, ex ministro dell'Interno di Tripoli che gode del supporto di numerosi gruppi armati a Tripoli e ex acerrimo nemico di Haftar. Ma in Libia si sa, le alleanze sono fluide, e pur di cacciare Dbeibah ha vinto la regola aurea delle guerre: il nemico del mio nemico è mio amico.
    Così, dopo un giro di visite di Bashaga e dei suoi a Bengasi, il Parlamento dell'Est lo ha riconosciuto nuovo primo ministro, insediando un governo parallelo che ha intimato a Dbeibah di dimettersi. Dbeibah non solo non lo ha fatto, ma quando a maggio Bashaga ha provato a entrare a Tripoli, ha mobilitato le milizie a lui fedeli, dimostrando che quando la tensione sale in Libia, il vero potere torna a essere sempre quello delle armi.
    Bashaga ha trasferito la sede del suo governo a Sirte, la simbolica città che diede a Gheddafi i natali e la morte e i suoi sostenitori, alleati con l'ex nemico Haftar hanno usato l'altra arma sempre presente nei momenti di crisi: i pozzi petroliferi.
    Le milizie fedeli a entrambi hanno parzialmente chiuso gli impianti per fare pressione su Dbeibah e farlo dimettere.
    Si scrive guerra, si legge gas
    Non è la prima volta che le milizie mostrano la forza per determinare le scelte politiche.
    Non è la prima volta, soprattutto, che lo fa Haftar. Basta guardare alla storia recente. È la fine del 2019, l'Europa e le Nazioni Unite compiono uno dei tanti tentativi di negoziazione, una delle tante conferenze, occasione di sfilate di primi ministri ma destinate a non cambiare nulla sul territorio libico. Nel 2019 tocca a Berlino. Il giorno prima della conferenza in Germania le milizie legate a Haftar bloccano i pozzi nella parte orientale del Paese, i polmoni dell'economia libica. Si fermano Brega, Ras Lanouf, al-Sedra e al-Hariga. Il blocco causa un calo della produzione del Paese da 1,3 milioni di barili al giorno a 500.000 barili al giorno e un deficit di 55 milioni di dollari al giorno.
    Il motivo era semplice: allora Haftar controllava la quasi totalità dei pozzi ma non poteva vendere il petrolio, dunque non poteva monetizzare questo controllo, e Tripoli controllava le istituzioni - il NOC, National Oil Corporation, il solo ente che può esportare gas e petrolio e che drena le entrate attraverso la Banca Centrale. Il comma 22 della Libia.
    Per avere pieni poteri (leggasi proventi delle risorse energetiche) Haftar voleva e vuole conquistare Tripoli, solo così può capitalizzare il controllo di gas e petrolio. E ogni volta che prova a ottenere il potere e fallisce, le milizie a lui legate bloccano i pozzi e dunque le entrate di un paese in cui la rendita degli idrocarburi costituisce il 90% delle entrate statali.
    L'accordo Dbeibah-Haftar
    Il gas e il petrolio sono sempre sul tavolo e vengono sempre usati come ago della bilancia, strumento di pressione, fungono da collante per vecchie e nuove alleanze. È così anche per l'ennesimo valzer di alleanze.
    Molti dei principali terminal petroliferi del Paese erano stati chiusi da aprile, quando la coalizione del generale Khalifa Haftar aveva bloccato la produzione di petrolio nella campagna per sostituire Dbeibah con Bashaga.
    Oggi la situazione è capovolta.
    La fine del blocco e la ripresa delle esportazioni di petrolio, sponsorizzate da alcuni attori internazionali, è arrivata dopo un nuovo accordo tra Dbeibah e Haftar.
    Il 12 luglio, inaspettatamente, Dbeibah ha rimosso il presidente della National Oil Corporation (NOC), Mustafa Sanalla, sostituendolo con Farhat Bengdara, un banchiere dell'era gheddafiana che vanta stretti legami con Haftar, e altrettanto stretti legami con Abu Dhabi. Secondo i media libici la decisione è stata preceduta da una serie di incontri tra i figli di Haftar e parenti stretti di Dbeibah. Oggetto dell'accordo sarebbe la rinuncia di Haftar ad appoggiare Bashaga in cambio della nomina di Farhat Bengdara e la promessa di alcuni ministeri chiave nel governo nazionale guidato da Dbeibah.
    Dbeibah resterebbe così al potere e Haftar potrebbe controllare e influenzare la più importante istituzione del paese e monetizzare il controllo sui pozzi e sulle raffinerie.
    Il nuovo capo del NOC, Bengdara, appena insediato ha annunciato la revoca delle restrizioni di forza maggiore in tutti i giacimenti petroliferi e i terminali di esportazione del Paese, ponendo di fatto fine a un blocco di tre mesi che era costato al governo libico più di 3 miliardi di dollari di mancate entrate.
    Di certo la riapertura dei pozzi è una notizia positiva per la popolazione libica che dipende interamente dalle entrate petrolifere. Il punto è capire quali conseguenze porterà questo accordo. Le violente proteste di queste settimane nelle principali città libiche nonché gli scontri tra le milizie di Tripoli e Misurata che hanno provocato 16 morti, ricordano che la situazione nel Paese sia di nuovo tesa a livelli d'allarme e che lo sia in un momento di estrema fragilità delle Nazioni Unite, che hanno dimostrato di fallire ogni tentativo negoziale e della presenza sempre più forte di attori come Turchia, Russia e Emirati su tutti, mentre l'Europa sconta una mancanza di visione e di analisi ormai da anni.
    La presenza di Mosca, gli errori europei
    La Russia è storicamente alleata di Haftar. E ai russi che si deve la presenza della brigata Wagner in Cirenaica, gruppo che continua ad avere il controllo della base aerea di Jufra nel Sud della Libia. La presenza del gruppo armato Wagner è chiaro segnale che il Cremlino non voglia abbandonare la sua influenza sul Nordafrica.
    Tutto questo avviene mentre l'Europa sconta anni di timidezza e di cecità. L'Europa, infatti, in questi anni ha perso terreno in Libia perché ha progressivamente ristretto l'angolo di osservazione sul Paese nordafricano al tema delle politiche migratorie. Intanto lo scenario si modificava irreversibilmente, con attori nuovi e con attori presenti da tempo sul terreno libico e da tempo sottovalutati.
    Lo scenario che si apre di fronte oggi sembra delineare due scenari entrambi preoccupanti.
    Il primo è che Bashaga e le milizie a lui fedeli (ormai traditi da Haftar) decidano di combattere per entrare a Tripoli innescando di fatto una guerra civile di cui gli scontri armati di queste settimane sembrano essere stati preludio.
    Il secondo è che l'accordo tra Haftar e Dbeibah regga e che si consolidi un governo allargato con ministri dell'Est e dell'Ovest, magari con l'appoggio della Comunità internazionale che in assenza del gas russo ha bisogno delle risorse energetiche libiche.
    Il punto è, come sempre in Libia: a quale prezzo?
    Il prezzo è accettare il controllo di Haftar sulle entrate di gas e petrolio, accettare la presenza russa anche in Tripolitania e dunque anche nella parte del Paese in cui storicamente agiscono le milizie legate al traffico di uomini.
    Significa, da ultimo, legittimare come interlocutore politico un comandante che tre giorni fa è stato è stato ritenuto responsabile di crimini di guerra da un tribunale statunitense.
    La domanda che pesa come un macigno oggi è: l'Europa è pronta a pagare questo prezzo per una fittizia stabilità libica e la garanzia di avere il suo gas? —
  2. PUTIN ACCENDE LA MICCIA SERBIA-KOSSOVO : L'ora X è scattata nella notte, da questa mattina si vedrà in concreto cosa porterà il nuovo giorno. Ma già la vigilia, ieri, è stata tesissima, con allarmi sempre più forti che prefigurano che l'estate potrebbe essere esplosiva. E le prime barricate che si sono viste alle frontiere.
    Gli allarmi riguardano la nuova crisi che sta prendendo corpo sull'asse tra Serbia e Kosovo. A provocarla, gli annunci e le decisioni del governo kosovaro, nella cornice di misure di reciprocità contro Belgrado. Pristina ha anticipato che da oggi «ogni persona che si presenterà» al confine tra Serbia e Kosovo «con documenti emessi dalle autorità serbe riceverà una dichiarazione che temporaneamente rimpiazza queste certificazioni», secondo il provvedimento approvato a fine giugno. Provvedimento che si affianca a un altro, ancora più dirompente per la vita di decine di migliaia di serbi che ancora oggi vivono nel Kosovo indipendente: è quello che impone a chi viaggia su auto con targhe automobilistiche immatricolate in Serbia tra il 1999 e il 2022, ma con la sigla delle vecchie province oggi in Kosovo - Pristina, Prizren, Pec, Djakovica e così via - di registrarle con le targhe ufficiali kosovare, con la sigla Rks.
    Pristina aveva difeso le sue mosse ricordando che Belgrado da anni fa lo stesso, sia con i documenti dei kosovari sia non riconoscendo le targhe automobilistiche di Pristina, giustificandosi col fatto che si tratta solo di misure di giusta reciprocità, per di più contemplata da accordi presi a Bruxelles tra le due capitali. Immediata la replica della Serbia, che aveva evocato la possibilità di una nuova "Operazione Tempesta" attraverso le targhe, pianificata da Pristina per cacciare i serbi dal Kosovo.
    La Serbia - come le alleate Russia e Cina - non riconosce l'indipendenza del Kosovo, né, quindi, il suo diritto di imporre regole. Ieri, nel Nord del Paese, hanno suonato a lungo le sirene e testimoni riferiscono di lunghe colonne di mezzi di emergenza. Il premier Albin Kurti ha detto che «i serbi hanno iniziato a bloccare strade e sparare».
    Ad aprire le danze della nuova escalation il presidente serbo Aleksandar Vu?i?, che in un intervento pubblico ha sostenuto che Pristina si prepara da oggi a imporre una «condizione molto complicata» per i serbi, fermando alle frontiere chi prova a entrare in Kosovo con carte d'identità rilasciate da Belgrado e targhe fuorilegge. Anzi, «non siamo mai stati in una situazione più complessa di quella di oggi», ha rincarato Vu?i?, accusando neppur troppo velatamente il premier kosovaro Albin Kurti di volersi presentare come un «piccolo Zelensky» che si batte contro «un piccolo Putin». Così Pristina vorrebbe dipingere il presidente serbo. Ieri sera, il politico serbo Vladimir ?ukanovi? ha scritto su Twitter che «mi sembra che la Serbia sarà costretta a iniziare la denazificazione dei Balcani». Giova ricordare che la Russia aveva affermato di voler "denazificare" l'Ucraina poco prima invaderla.
    Secondo quanto rivelato da Vu?i?, il Kosovo avrebbe già spedito alle sue frontiere nel Nord del Kosovo, abitato in maggioranza da serbi, unità di polizia pronte a mettere in pratica le misure prese a giugno. «La parte albanese in Kosovo e Metohija prepara letteralmente l'inferno per i prossimi giorni», le parole del ministro degli Esteri serbo, Nikola Selakovi?.
    Nel frattempo, in un sondaggio del portale Kossev, il 65% dei serbi del Kosovo ha anticipato di non volere cambiare le targhe. Di tenore opposto le parole di Kurti. «Applichiamo solo la Costituzione», ha affermato ieri, accusando poi Belgrado di soffiare sul fuoco della tensione parlando di nuove «barricate e blocchi sulle strade». E puntualmente le barricate sono comparse in serata, mentre risuonavano le sirene d'allarme a Mitrovica Nord, la parte serba della "Berlino" del Kosovo divisa in due dal fiume Ibar. A essere bloccati dai serbi la strada principale che da Mitrovica conduce verso la Serbia, e poi i posti di frontiera di Jarinje e Brnjak, chiusi dalla polizia kosovara. Una situazione tutt'altro che tranquillizzante.
    A soffiare sul fuoco e rendere ancora più chiaro il messaggio è arrivata anche la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova che ha detto il piano del Kosovo di richiedere documenti temporanei per i serbi «è un passo verso la loro espulsione», aggiungendo che «La Russia chiede a Pristina, agli Stati Uniti e all'Ue dietro il Kosovo di fermare le provocazioni e di rispettare i diritti dei serbi». In caso diverso, i «leader dei kosovari sanno che i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare»
  3. SE QUESTA E' UNA FAMIGLIA ! Erano troppo presi dal loro litigio per rendersi conto di aver lasciato nell'automobile, con i finestrini chiusi, sotto il sole bollente di luglio, la loro neonata, di appena due mesi, che ha pianto disperata per mezz'ora prima che arrivassero i carabinieri e un'ambulanza a salvarla. È accaduto sabato a Borgo Montello, frazione in periferia di Latina. Il termometro segna oltre 30 gradi, in auto forse sono più di 40. La coppia - 40 anni lui, 38 lei, entrambi già noti alle forze dell'ordine - sono ai tavoli di un bar con la bimba nel passeggino quando iniziano a litigare. Sempre discutendo si dirigono verso l'auto parcheggiata lì vicino. Mettono la piccola sul seggiolino, il passeggino nel portabagagli. Poi chiudono lo sportello e tornano verso il bar, dove il diverbio prosegue tra spintoni e insulti. Chi tenta di intervenire a favore della neonata viene invitato a farsi i fatti propri. Ad allertare carabinieri e 118 è stata la commessa di un negozio: vedeva la bimba sempre più disperata all'interno dell'abitacolo. La neonata è stata trasferita in codice rosso all'ospedale Goretti di Latina: non è in pericolo di vita ma - dettaglio inquietante - è risultata positiva alla cocaina. L'uomo ha accompagnato la bimba in ospedale mentre la madre è scappata ma è stata rintracciata dopo un'ora. Nel frattempo il tribunale per i minorenni di Roma ha emesso un decreto d'urgenza per sospendere la responsabilità genitoriale dei due per abbandono di minore. La piccola, dopo qualche giorno di osservazione in ospedale, verrà affidata a una struttura protetta.
  4. LE SANZIONI CREANO L'ALLEANZA RUSSA : Uniti e accumunati dalle sanzioni inflitte dall'imperialismo occidentale, il Venezuela e l'Iran si alleano ora per fronteggiare anche la crisi alimentare globale, con il governo socialista di Caracas disposto a cedere un milione di ettari delle sue terre a Teheran per coltivare alimenti. Un legame iniziato nel 2001 da Hugo Chavez con l'ayatollah Mohammed Khatami e che si è consolidato negli anni nel settore energetico, militare e tecnologico, sempre in nome della comune fede antiamericana. Entrambi sulla lista nera di Washington, cercano ora di aiutarsi nel delicato contesto globale seguito alla guerra in Ucraina.
    Nell'incontro di giugno al palazzo Sad Abad di Teheran il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha chiesto a Nicolas Maduro un aiuto particolare per far fronte alla scarsezza di cereali che sta colpendo il suo Paese. «Lasciateci coltivare, noi vi ripagheremo con innovative tecnologie per la produzione estensiva ed équipe di tecnici per garantire la manutenzione dei vostri impianti di raffinazione». Un dettaglio che è saltato fuori solo un mese dopo l'incontro e che ha causato particolare stupore in Venezuela, dove più della metà delle famiglie non riesce a mettere insieme un pasto con la cena. Maduro ha spiegato che Caracas ha tutto da guadagnare, ricordando che in Venezuela ci sono più di 30 milioni ettari di terra destinabili all'agricoltura.
    «Abbiamo molto da imparare - ha detto - dal livello avanzato di tecnologia raggiunto dai nostri amici iraniani; da anni riescono a estrarre alimenti dal deserto, ci aiuteranno a migliorare la nostra efficienza in questo settore». La cessione di terre agricole a un altro Paese non è cosa nuova. I paesi del Golfo da tempo lo fanno nel corno orientale dell'Africa, la Cina ha enormi piantagioni di soia in Kenya e Tanzania, se andiamo più in là nel tempo la stessa cosa è successa manu militari ai tempi delle colonie europee nel Sud del mondo. A Teheran hanno istituito un sottosegretariato per le coltivazioni transnazionali, il cui titolare Ali Rezvanizade ha spiegato che il Venezuela offre condizioni ottimali per coltivare mais e soia.
    L'Iran è un socio fondamentale per la disastrata industria petrolifera venezuelana. Nel 2020 la nave iraniana "Fortune" ha scaricato due milioni di barili di carburante nel pieno della crisi energetica venezuelana ed è grazie agli olii e lubricanti iraniani che il pesantissimo greggio locale può finire nelle pompe di benzina della compagnia Pdvsa, anche se gli automobilisti si lamentano perché il carburante è troppo pesante e danneggia il motore delle loro macchine. Teheran si è impegnata a riparare al costo di 110 milioni di euro una raffineria venezuelana responsabile della produzione di 150.000 barili al giorno, il 25% del totale e recentemente è stato ripristinato un volo di linea diretto tra le due capitali. I dettagli dell'intesa firmata a giugno sono segreti, ma è chiaro che l'asse è destinato a rafforzarsi. «Il Venezuela – ha detto il presidente Raisi – resiste da 20 anni con grande tenacia all'imperialismo americano, noi lo facciamo da più di 40 anni. Uniti saremo ancora più forti».
    I due Paesi sono amici di Mosca, ma ad entrambi comincia a dar fastidio la concorrenza russa nella vendita di petrolio in Asia. Dall'inizio della guerra in Ucraina Putin ha intensificato l'export di greggio russo verso India e Cina, sottraendo ad entrambi importanti fette di mercato. Caracas è stata costretta ad aumentare lo sconto ai cinesi, che comprano più del 80% dei 700.000 barili prodotti al giorno a quasi la metà del prezzo internazionale del brent. Si cerca, comunque, di correre ai ripari: se da un lato Maduro conferma il pieno appoggio politico a Mosca, dall'altro ha accolto di buon occhio la timida apertura dell'amministrazione Biden sul suo greggio e la finestra concessa all'italiana Eni e alla spagnola Repsol per commercializzare il suo petrolio in Europa. L'Iran, per ovvie ragioni, non può spingersi tanto, ma cerca comunque di vincolare l'appoggio politico a Mosca con la promessa di una tregua sul fronte della concorrenza fra grandi player petroliferi nel mercato asiatico.
    Tra petrolio e crisi alimentare globale, una cosa è certa; mentre la Casa Bianca e l'Europa continuano a puntare sulle sanzioni per indebolire Mosca, l'universo diplomatico-commerciale di Putin si allarga ad Oriente e tra i paesi emergenti del Sud del mondo. Il Brasile di Bolsonaro, ad esempio, rimane neutrale e grazie a questo continua a poter importare i fertilizzanti russi necessari per garantire la sua maxi produzione di soia e carne. Lo Zar non è affatto isolato ed ha ancora parecchie carte da giocare con quella parte del mondo che non intende affatto accodarsi alle sanzioni occidentali

 

 

 

01.08.22
  1.  IRRISOLVIBILE :   Il generale Abraham Bachar, fondatore e amministratore delegato di IsraTeam, già capo di stato maggiore dell'Home Front Command, la Difesa civile nazionale israeliana, e alla guira della Agenzia nazionale per la gestione delle emergenze, analizza la guerra in Ucraina dal punto di vista di chi è abituato a gestire le crisi.
    Come vede la situazione sul campo?
    «Non sarò politically correct. A mio parere, tenendo da parte l'evidente emergenza umanitaria e la tragedia che la popolazione civile sta vivendo, appare sempre più chiaro che la Nato e in particolare gli Stati Uniti hanno dimostrato di non voler intervenire veramente per salvare Paese».
    Che cosa intende?
    «Questo atteggiamento non si riflette solo nell'amministrazione Biden, ma è stato un atteggiamento costante condiviso anche da Obama e da Trump. Washington non è disposta a intervenire e a farsi coinvolgere in eventuali conflitti. Non vuole più boots on the ground nelle guerre in corso».
    Ma gli Usa hanno fatto grandi pressioni su Putin, prima che scoppiasse la guerra.
    «Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti prima dell'invasione non hanno impedito a Vladimir Putin di cominciare la guerra. È lo stesso approccio adottato dagli Stati Uniti in Medio Oriente, per esempio spingendo i Paesi sunniti della regione a firmare accordi con Israele, in funzione anti-iraniana. Per quanto ho capito, Biden, nel suo ultimo viaggio, ha cercato di coinvolgere altri Paesi, usando la minaccia di un nemico comune, Teheran. Ciò è stato fatto per consentire agli Stati Uniti di costruire un fronte contro la Repubblica islamica, ma senza inviaree truppe nell'area. Non vuole coinvolgimenti diretti, come si è visto con il ritiro non pianificato dall'Afghanistan. L'attenzione si sposta dal Medio Oriente alla regione indo-pacifica».
    Quindi la preoccupazione di Washington è più forte rispetto alla Cina che rispetto alla Russia?
    «Il mondo ha visto chiaramente che l'Occidente non è più desideroso di combattere, nonostante tutte le affermazioni dei Paesi Nato che in caso di aggressione russa a un membro dell'Allenza sarebbero intervenuti. Gli Usa non vogliono essere coinvolti in alcun conflitto e questo vale per tutti gli altri Stati europei, come la Germania, la cui dipendenza dal gas russo è fortissima. In questo quadro la prossima aggressione potrebbe essere quella contro Taiwan».
    Pensa che gli Stati Uniti non stiano facendo abbastanza per l'Ucraina, attraverso la consegna di armi e armi?
    «Finora, decisamente non abbastanza. Ma come ho detto, le persone negli Stati Uniti non vogliono essere coinvolte, il presidente lo capisce. Se mi chiedete come andrà a finire questa guerra, vi dico che finirà con l'occupazione russa di una parte dell'Ucraina. A causa dell'inerzia sia della Nato che dell'Europa».
    Soltanto il Donbass o anche il Sud?
    «Se l'atteggiamento di Mosca che abbiamo visto negli ultimi mesi può dirci qualcosa, penso che cercheranno di spingersi più a Ovest e non concentrarsi solo sulle regioni orientali. Credo che Putin sappia che la Nato non interverrà più di tanto, e questa convinzione è rafforzata dalla fiducia che i suoi generali sulla loro capacità di conquistare, con il tempo, l'intera Ucraina, o per lo meno tutto l'Est.
    Se gli Stati Uniti e l'Europa decidessero di intervenire in Ucraina, potrebbe innescare un nuovo conflitto globale. Che cosa potrebbe fare di più la Nato?
    «Prima di tutto, avrebbe dovuto pensarci prima, quando la Russia mostrava già atteggiamenti espansionistici. Gli Stati Uniti si sono sempre sentiti guardiani intoccabili dell'ordine mondiale ma non hanno mostrato la giusta preoccupazione. Avere questo ruolo autoproclamato significa anche che devi pagare un prezzo e inviare i tuoi soldati dove è necessario. È lo stesso atteggiamento che hanno usato nella guerra all'Isis, inviando aerei e addestratori militari ma quasi nient'altro. Se sei una superpotenza devi agire come tale».
    Putin ha attaccato l'Ucraina guidato da questo atteggiamento americano?
    «Questa è la mia idea. I russi non si fermeranno, vedremo che nei prossimi mesi i Paesi occidentali faranno ancora meno perché si occupano di altro; l'aumento dei prezzi dell'energia, l'inflazione, con la prospettiva di un inverno rigido e nessuna reale alternativa in vista».
    È un periodo tumultuoso per il mondo come abbiamo visto. Come lo affronterà nel Forum internazionale della resilienza di Cannes, a ottobre?
    «Stiamo cercando supporto internazionale per questo evento. Il Forum rappresenta un momento per parlare e discutere dei rischi che il nostro mondo sta affrontando, dalla pandemia ai disastri naturali e al cyberterrorismo. Stiamo cercando di rendere la maggior parte delle nazioni del mondo pronte ad affrontare qualsiasi crisi si presenti, fornendo loro gli strumenti tecnologici, politici ed economici per poterlo fare».
  2. PERCHE' Exor lascia Piazza Affari e si quota allo alla Borsa di Amsterdam ? Di fatto l'Olanda e' un paradiso fiscale in quanto per un azionista di minoramza e' impossibile farsi dare delle risposte che in Italia bene o male vengono date. O chiedere una azione di responsabilita' ai sensi dell'art.2393 cc o fare una denuncia al collegio sindacale ai sensi dell'art.2408 ccc. Ma in questo caso la Exor era gia' uscita dall'Italia ma aveva tenuto la doppia quotazione con obblighi informativi alla Consob per la tutela degli azionisti italiani. Ora tutto cio' e' finito per Exor ma non per Enel, Eni , Piaggio e TIM che continuano ad avere , per ora, la sede sociale in Italia. Mb

 

 

31.07.22
  1. SALVINI CONVINTO DI GESTIRE PUTIN MA :  Proprio nei giorni in cui l'emissario di Matteo Salvini entra nel vivo dei contatti con i russi per organizzare la missione del leader leghista a Mosca – con una serie di colloqui il cui contenuto è stato in parte rivelato da La Stampa – caso vuole che anche Silvio Berlusconi torni su posizioni pubbliche assai più gradite all'amico Putin, dopo che per un periodo era sembrato sia pure vagamente distanziarsene. Il 20 maggio – il giorno dopo uno degli incontri tra Matteo Salvini e l'ambasciatore Razov – il Cavaliere, tenuto per mano a Napoli dalla fidanzata Marta Fascina, dichiara: «Credo che l'Europa debba fare una proposta comune di pace cercando di far accogliere agli ucraini le domande di Putin». Pochi giorni prima, da Treviglio, ha criticato Joe Biden, e l'invio di armi all'Ucraina nella forma decisa dal governo Draghi: «Putin non tratta con chi gli dà del "criminale". Mandiamo armi, anche noi siamo in guerra». Carlo Calenda chiosa: «Qui siamo oltre Salvini». Il consulente di Salvini, Antonio Capuano, usa proprio in quei giorni parole molto simili con i russi, e prima ancora con il capo della sezione politica dell'ambasciata cinese: l'intento del viaggio di Salvini sarebbe «preparare la pace», dice.
    Berlusconi comincia anche a tenere la posizione sulle sanzioni che più piace a Mosca: «Hanno fatto molto male all'economia sovietica», ma: «hanno fatto male anche a noi». Sembra rifiorire un amore mai spento. Nel mercoledì della crisi, proprio Marta Fascina, e Licia Ronzulli, lo isoleranno dalle telefonate che cercano di convincerlo a non sfiduciare Draghi.
    La storia del rapporto tra Berlusconi e Putin risale ovviamente molto indietro, in parte nota in parte tuttora in progress, e fece preoccupare tantissimo gli americani. «Quali investimenti personali hanno (Berlusconi e Putin), che possono guidare le loro scelte in politica estera?». La domanda fu girata nel novembre del 2010 dal Dipartimento di Stato, allora guidato da Hillary Clinton, all'ambasciata americana a Roma.
    Nel 2008 l'ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, in un cablo spedito al Dipartimento di Stato e alla Cia, e pubblicato dalla Wikileaks di allora, riferiva a Washington che la natura del rapporto tra Berlusconi e Putin era «difficile da determinare»: «Berlusconi ammira lo stile di governo macho, deciso e autoritario di Putin, che il premier italiano crede corrisponda al suo. (…) L'ambasciatore georgiano a Roma ci ha detto che il governo della Georgia ritiene che Putin abbia promesso a Berlusconi una percentuale dei profitti da eventuali condotte sviluppate da Gazprom in coordinamento con Eni». Il Cavaliere, l'unica volta che rispose, per iscritto, negò tutto. L'ambasciatore georgiano non smentì mai.
    Di sicuro nell'era Berlusconi l'Eni nel maggio del 2005 firma un accordo che avrebbe consentito a Gazprom Export di rivendere gas russo direttamente ai consumatori italiani. La storia finisce nel 2008 anche all'attenzione della Commissione europea, gravi opacità ricostruite così nel 2008 in un saggio di Roman Kupchinsky per Eurasia Daily Monitor: una società viennese, Central Energy Italian Gas Holding (Ceigh) – parte di un gruppo più grande, Centrex Group – avrebbe dovuto avere un ruolo importante in quel lucrativo accordo Russia-Italia. Questa Central Energy Italian Gas Holding era controllata al 41,6 per cento da Centrex e da Gas AG, al 25 per cento da Zmb (la sussidiaria tedesca di Gazprom Export, ossia in pratica da Mosca), e al 33 per cento da due società milanesi, Hexagon Prima e Hexagon Seconda, registrate allo stesso indirizzo di Milano, e intestate a Bruno Mentasti Granelli, l'ex patron di San Pellegrino. Il saggio di Kupchinsky trasformò la cosa in uno scandalo internazionale. L'accordo con Centrex fu cancellato. Ve ne furono altri? Ci furono rumors di un giacimento di gas kazako direttamente controllato dal Cavaliere. «Assolute sciocchezze», replicò Berlusconi.
    Forse il vero uomo del Cavaliere in Russia non è stato tanto Valentino Valentini, che certo andava e veniva da Mosca, quanto Angelo Codignoni, uomo di Silvio nei media russi, quello che istruisce Yuri Kovalchuk, oligarca putiniano e azionista principale di Bank Rossiya, su come creare l'impero tv del Cremlino. Il nome di Codignoni, scomparso nell'estate del 2021, è da pochi mesi riemerso anche nei Pandora papers, come beneficiario di una serie di trasferimenti milionari di soldi dalla Russia a tre società offshore di Codignoni a Montecarlo, Panama, British Virgin Islands. Le transazioni russe verso Codignoni sono tuttora al vaglio di diversi giornalisti investigativi internazionali. Documenti che naturalmente i russi per primi potrebbero avere. Quanto resta delle tracce del passato del Cavaliere e la Russia?
    Fu il Cavaliere a sostituire alla guida dell'Eni Vittorio Mincato, che obiettava sulla vicenda Centrex, con Paolo Scaroni. I contratti tra Gazprom e Italia diventano trentennali. L'energia era tutto, per la relazione Berlusconi-Putin. Ma anche il divertimento, il real estate, le vacanze. Le figlie di Putin, Katya e Masha, furono in vacanza a Porto Rotondo assieme a Barbara, la figlia più giovane di Berlusconi, nel 2002: lo stesso anno in cui Berlusconi vanta gli accordi, cui voleva legare la sua eredità geopolitica, di Pratica di mare. L'anno dopo, nel 2003, arrivò a Villa Certosa Putin stesso, con foto ormai celebri (indimenticabili anche quelle di Berlusconi col colbacco a Sochi). Sono gli anni in cui la Costa Smeralda diventa un paradiso per oligarchi russi: Alisher Usmanov, che a un certo punto voleva anche comprare il Milan, di certo compra sette ville fantastiche (poi sequestrate dal premier Draghi); Roman Abramovich, che ancora nell'agosto 2021 vara il suo nuovo megayacht Solaris a Olbia, e andava alle feste da Berlusconi in cui Mariano Apicella stornellava Oci Ciornie; Oleg Deripaska. Quella Sardegna degli oligarchi che, per tanti anni, hanno visto in Berlusconi l'amico numero uno, e certi amori non possono finire mai. —
  2. LA POSSIBILE FINE DELLA  GUERRA : Le concezioni ampie e sicure con cui la sciagurata guerra di Ucraina è stata avviata, dalle due parti, in cinque mesi si sono sminuzzate, sgretolate, penosamente ristrette. La Russia che forse sperava in un successo fulminante, che come sempre accade cancella il crimine e rassegna a accettare l'accaduto, avanza faticosamente, di centimetri, sulla carta geografica ed è costretta a sperare, di fronte all'usura che le costa questa sudatissima "vittoria", nell'appassirsi della determinazione degli alleati di Kiev.
    L'Ucraina è aggrappata alle sue linee di difesa, resiste sciupando l'immissione continua delle armi occidentali. Ma il Paese è distrutto, il numero delle perdite tra i soldati, accuratamente taciuto, è mostruoso, insopportabile. nell'apparato di potere di Zelensky, che continua a giacolare ostinatamente di "vittoria totale", con la solita vecchia vanità delle guerre, emergono misteriose faglie di incertezza e indeterminati "incompetenti" e "traditori".
    Questa guerra, sinistra di illusioni e di ambizioni, sembra farsi infinita, una presenza permanente conficcata al centro dell'Europa. Non ci sono possibilità diplomatiche, sembra che tutti aspettino di rimediare, di trattare, ma nessuno in realtà fa nulla. Ogni giorno che passa i due protagonisti, Putin e Zelensky, sono sempre più inchiodati alla necessità di vincere per avere qualche possibilità di sopravvivere politicamente (e forse non solo). Gli altri protagonisti sono in attesa pilatesca. Gli americani che la Russia si usuri fino a implodere, i cinesi fanno buoni affari per poi scegliere con chi schierarsi profittevolmente. Emergenti e neo-terzomondisti si sfregano le mani a vedere i Grandi sfinirsi tra loro; se dispongono di materie prime o di rendite geopolitiche si affannano a farle rendere in un revival insperato delle tramontate terze vie e degli equilibrismi della prima Guerra Fredda. L'Europa, da parte sua, pensa al gas e a stare ben acquattata sotto l'ombrello americano. Non si sa mai: se Putin...
    L'unica speranza che questo macello finisca dunque non è nelle abilità e nelle qualità dei leader dell'Est e dell'Ovest, regrediti a termini rozzi e primitivi, stupefacenti in un tempo e in un mondo reputati civili. Risiede semmai nella volontà rivoluzionaria di porvi fine di coloro che combattono, che vengono ogni ora, ogni giorno uccisi, da una parte e dall'altra, ucraini e russi. Abbiamo bisogno tutti, e soprattutto noi europei che questa guerra subiamo a un passo, di uno sciopero, eversivo, rivoluzionario, dei combattenti che riproponga con successo quanto accaduto nel 1917, durante la Prima guerra mondiale.
    Dalle trincee in cui milioni di uomini ogni giorno sopportavano il contatto con la morte e ogni istinto di vita sotto i bombardamenti, la sporcizia, il furore omicida sembrava dover inaridire fino alla radice, esplose, dilagò improvviso irresistibile universale il grande sciopero della pace. In Russia fu, subito, Rivoluzione. Negli altri Paesi belligeranti (in Italia fu Caporetto) ci vollero i plotoni di esecuzione per domare la rivolta. Ma non fu che una breve tregua prima che il moto dilagasse un anno dopo come un fuoco in una pianura riarsa.
    Ucraini e russi sono entrati in guerra ammalati dei loro particolarismi, di nazionalismo orgoglioso gli uni, di imperialismo brutale gli altri. Per due, tre mesi questi particolarismi e l'odio che la sofferenza fa crescere nei confronti del nemico, di chi ha aggredito e specularmente di chi, ostinato, non si arrende, resiste, mi uccide, sono stati sufficienti per motivare i combattenti, per sorreggere la propaganda.
    Ma a contatto delle verità eterne e immutabili che la sofferenza sociale della guerra rimette ferocemente in luce giorno dopo giorno, gli uomini nelle trincee del Donbass e di Cherson sentiranno che il cerchio del loro orizzonte impedisce loro di pensare e di agire, li soffoca in una atmosfera assassina di morte e di inutili volontà.
    Il senso della vita, della morte, dell'infinito, del dolore li farà guardare oltre i limiti delle cose, oltre gli slogan degli uomini che li hanno condotti alla guerra e li vogliono rinchiudere fino alla sempre più remota vittoria. La guerra infame farà loro sentire il sapore della carne e del sangue, della miseria umana e della eternità. Ucraini e russi diventeranno così umani e scopriranno che la guerra deve finire.
    La fine rivoluzionaria di questa guerra criminale avverrà quando i combattenti si ribelleranno, insieme, alla sofferenza. Sono loro che gettando contemporaneamente i fucili possono rompere il cerchio dei pregiudizi, degli interessi, dei simboli vani, delle bugie. Sono loro che rifiutando di combattere spazzeranno, con il soffio del loro possente respiro di vittime, di sacrificati, il cerchio degli interessi che a Mosca e a Kiev non sono i loro.
    Papa Francesco, come il suo predecessore che, durante la Prima guerra mondiale invocò invano re e presidenti perché fermassero l'inutile strage, sbaglia i destinatari dei vibranti, sempre più sconsolati, appelli alla pace. Non sono Putin e Zelensky, o Biden, che possono spezzare il cappio della guerra. Gli uomini di buona volontà a cui deve rivolgersi, scavalcando, ignorando i capi, sono gli uomini disperati, sporchi, esausti, straziati delle trincee. Il popolo della guerra.
    Dopo mesi di sofferenza, di avversione alimentata tra loro, ora ucraini e russi hanno una cosa in comune: la sofferenza. Ora non credono più a quello che è accaduto, sanno che ancora una volta tutto è avvenuto per un errore di calcolo criminale. Tutti poi hanno giocato una parte, aggressori e aggrediti, guerrieri e pacieri.
    La guerra è cominciata torbida con il sentimento della sua inutilità. Solo l'odio e la violenza riescono a crearvi una atmosfera. Questa guerra è la più autentica propaganda contro la guerra, nessuna ideologia sta in piedi salvo la difesa degli ucraini.
  3. PERCHE' SI SCEGLIE DI FARE IL POLIZIOTTO ? Si allarga l'inchiesta sulle bustarelle che alcuni agenti della questura avrebbero preteso dagli stranieri per velocizzare le pratiche di rinnovo e rilascio dei permessi di soggiorno. Ieri è stato arrestato l'agente scelto dell'ufficio immigrazione Salvatore Iemma, che lavorava negli uffici di corso Verona, dove le domande per i documenti vengono raccolte e prese in carico. L'accusa è di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione.
    La posizione di Iemma era già emersa nelle scorse settimane e, a quanto si apprende, gli ultimi interrogatori degli indagati avrebbero confermato il suo coinvolgimento.
    L'inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Gianfranco Colace e condotta dallo stesso ufficio immigrazione della questura e dalla squadra mobile, ha portato all'arresto, il 10 giugno, di nove persone tra cui Farhad Bitani, mediatore afghano della questura e scrittore, del commissario Alessandro Nettis e dell'agente scelto Alessandro Rubino. I tre sono stati messi ai domiciliari. Altri venti gli indagati, considerati dagli inquirenti intermediari.
    Le indagini avevano preso il via un anno fa proprio dall'ufficio immigrazione della questura: da alcune verifiche interne emergono una serie di anomalie che riguardano centinaia di pratiche. Che sono state tutte bloccate.
    Personaggio chiave in tutta la vicenda è Farhad Bitani, fuggito dall'Afghanistan e arrivato in Italia come rifugiato politico. Mediatore della questura, millantava conoscenze e "potere" anche in prefettura e sono in corso accertamenti anche sui rapporti tra Bitani e gli uffici di piazza Castello della Commissione territoriale prefettizia,quella che sovrintende al riconoscimento della protezione internazionale. «Se decidi di seguire la mia strada ti risolvo i problemi»: così Farhad Bitani diceva agli stranieri. Qual era la sua strada? Una via preferenziale, che costava dai 600 ai 2000 euro.
    Quali i ruoli? Per la procura l'agente Rubino era addetto allo sportello di corso Verona e poteva acquisire le informazioni dagli stranieri che si presentavano per ottenere il rilascio della documentazione. Bitani, mediatore e interprete, aveva modo di comunicare con i richiedenti in lingua madre, fissando il calendario degli appuntamenti. Il commissario Nettis, responsabile dell'area pubblica degli sportelli, controllava la struttura.
    L'agente Salvatore Iemma negli uffici di corso Verona lavorava da un anno. Conosceva bene il sistema e le pratiche e monitorava facilmente le richieste in arrivo. Secondo gli inquirenti, sarebbe stato coinvolto nel "sistema delle bustarelle" solo in una fase successiva. Circa a un anno fa.
  4. PERCHE' E STATO CHIUSO IL FOOD-STREET A PORTA SUSA VECCHIA ? Dal 2013, quando fu inaugurata la nuova stazione di Porta Susa, negozi e attività commerciali sono un miraggio. Nel prossimo autunno almeno una parte dei locali vuoti aprirà finalmente le porte a torinesi e viaggiatori: saranno le insegne del McDonald's la vera novità subito dopo la pausa estiva, ma resta ancora un grosso punto interrogativo sul resto degli spazi.
    Nei giorni scorsi è stato sottoscritto il contratto con il marchio Chef Express, con cui si è dato il via libera all'arrivo della catena di fast food statunitense. Il nuovo store si svilupperà su una superficie di 600 metri quadrati e occuperà il primo lotto di vetrine che si trovano sul lato di piazza XVIII Dicembre, al livello - 1: il taglio del nastro è previsto tra fine settembre e inizio ottobre. Resta però lontana l'immagine di quella promenade commerciale, che avrebbe dovuto diventare un luogo accogliente per i pendolari e un collegamento con il resto della città. Le ragioni dello stallo vengono spiegate da Altagares, aggiudicataria degli spazi tre anni fa: «In base a un accordo Rfi avrebbe dovuto sgomberare entro dicembre 2019 i locali al livello – 1, attualmente occupati da biglietterie e Polfer, per spostarli al piano terra – dice l'ad Simone Maltempi – Questo però non è ancora stato fatto. Quegli spazi dovrebbero essere destinati a negozi di vicinato come un'edicola, un barbiere o un piccolo supermercato di quartiere, ma non sono ancora nelle nostre disponibilità».
    Uno stallo su cui Rfi dà la sua spiegazione: «Lo stop provocato dalla pandemia ha rallentato il processo di riorganizzazione degli spazi – dicono – Il confronto con gli operatori di trasporto e le forze dell'ordine è ora ripreso, con l'obiettivo di rendere possibile inserire ulteriori attività in stazione»

 

 

30.07.22
  1. La diplomazia della Santa Sede sta compiendo ogni sforzo possibile per la mediazione di pace in Ucraina, mantenendo aperte tutte le vie che potrebbero condurre a fermare bombe e missili. «Ma non vuole detenere l'esclusiva delle relazioni con Kiev e Mosca», puntualizza un alto prelato d'Oltretevere. Né ha «pregiudizi su strade avviate da altri interlocutori». È in questo contesto che - trapela dai Sacri Palazzi - con ogni probabilità si colloca l'incontro (mai confermato ufficialmente dalla Santa Sede) di due mesi fa del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin con Matteo Salvini. A parte eventuali altri temi affrontati nel colloquio riservato, il Vaticano ha certamente mostrato attenzione alla mossa tentata dal leader della Lega di una missione nella capitale russa. «Ma solo perché la Santa Sede ritiene priorità assoluta su qualsiasi altra questione la tregua nell'Est Europa, non importa chi sia il negoziatore che riesca a ottenerla», afferma un presule. «Dunque non c'è alcuno strano asse Parolin-Salvini, tanto meno Vaticano-Lega», assicura il monsignore. Nel frattempo l'attività diplomatica ecclesiastica continua a essere concentrata, oltre che sugli aspetti umanitari, sul desiderio principale di papa Francesco: «andare a Kiev», che ora «è possibile», ha detto recentemente all'agenzia Reuters; e anche recarsi «a Mosca». Sul volo verso il Canada il Pontefice ha ribadito l'intenzione di volare in Ucraina, un'iniziativa che non appare più remota sebbene continui a essere molto complessa da organizzare. Ma secondo Bergoglio per avere più possibilità di raggiungere una pacificazione servirebbe andare prima «in Russia». E il Papa in Canada è tornato a esprimere la sua posizione sulla guerra: «Non abbiamo bisogno di dividere il mondo in amici e nemici, di riarmarci fino ai denti: non saranno la corsa agli armamenti e le strategie di deterrenza a portare pace e sicurezza». Non c'è bisogno di chiedersi come proseguire i conflitti, sostiene con forza a Québec Francesco, ma come fermarli. E occorre evitare «la morsa di spaventose guerre fredde». Parole da cui emerge ancora una volta la volontà di non chiudere alcun canale di dialogo, né con Volodymyr Zelensky né con il Cremlino, perché l'obiettivo unico e urgente è sempre e solo la conclusione degli scontri armati.
  2. SALVINI L'OPACO:  Le rivelazioni, pubblicate da La Stampa ieri, sulla sequenza e alcuni dei contenuti riservati dei contatti avvenuti a maggio scorso tra un emissario di Matteo Salvini e i russi dell'ambasciata a Roma, hanno innescato una polemica politica assai aspra, specialmente su uno degli elementi di fatto che abbiamo raccontato, e non sono stati smentiti nel merito da nessuno dei diretti interessati: la domanda, rivolta dai russi al consulente di Salvini, se i ministri leghisti fossero orientati a dimettersi. Siamo a fine maggio, la caduta di Draghi non è minimamente all'ordine del giorno di nessuna agenda e nessun osservatore, eppure i russi s'informano e domandano sul punto. Oggi La Stampa è in grado di rivelare diversi altri dettagli interessanti.
    Antonio Capuano, colui che viene indicato come «consulente per i rapporti internazionali del leader della Lega», nei contatti avuti la sera del 27 maggio con l'ambasciata russa non viene solo informato del piano d'incontri fissato dai russi per Salvini a Mosca (un pranzo con Serghey Lavrov e un incontro con Dmitry Medvedev), entrambi per il 31 maggio, ma chiede qualcosa di più. Stando a quanto risulta a La Stampa, il consulente tenta il colpo grosso, e ci va vicino, o almeno gli viene fatto balenare: «In aggiunta, Capuano auspicherebbe anche un possibile incontro di Salvini con il presidente Putin, sempre nella giornata del 31 maggio».
    Il leader della Lega ha minimizzato l'entità del suo rapporto con l'ex deputato campano di Forza Italia, oggi cittadino comune sprovvisto delle tutele parlamentari, sostenendo che non si tratta neanche di un leghista. Ma che non agisse di testa sua è testimoniato da diverse circostanze convergenti, compresa la sua presenza all'incontro in Vaticano con Pietro Parolin, il 27 maggio. E fu anche abbastanza candidamente dichiarato da Capuano stesso quando – emersa la vicenda dei biglietti aerei (nello scorso giugno) – spiegò alcune cose in alcune interviste. Uno, disse che «i russi hanno capito che Salvini voleva spendersi davvero. E lo hanno invitato a fare altri passi». Due, che l'interlocutore era «l'ambasciatore. Il segretario ha spiegato il suo progetto in quattro punti. Dall'altra parte è arrivata un'apertura di credito» (il piano comprendeva quattro tappe: trovare un luogo per intavolare le trattative di pace; dare compiti di garanzia a tre Paesi, Italia, Francia e Germania; il cessate il fuoco; il viaggio di una altissima personalità nelle zone interessate). Non è chiaro se l'altissima personalità nella quale speravano potesse essere addirittura il Papa, come sembra dal contenuto dei colloqui nell'incontro con Parolin.
    Di fronte a chi lo ha sospettato di possibili millanterie, Capuano rispose «la verità è che io sono apprezzato dalle ambasciate di mezzo mondo e questo a qualcuno dà fastidio». Un'affermazione che, per quanto spettacolare, sembra trovare qualche indizio fattuale. Perché usava il plurale? A La Stampa risulta per esempio che l'emissario di Salvini non si sarebbe limitato ai contatti con i russi, avrebbe cercato di fare da sponda in qualche modo, almeno in una occasione, anche con i cinesi. Un mese prima degli eventi di maggio raccontati ieri, cioè nell'aprile 2022, Capuano si sarebbe confrontato con il capo della sezione politica dell'ambasciata cinese in Italia, Zhang Yanyu, proprio «per riferirgli di una missione programmata dal leader della Lega a Mosca dal 3 al 7 maggio, finalizzata a incontrare Istituzioni, Ministro degli esteri e Presidente russi». I cinesi insomma vengono a sapere della possibile missione russa (inizialmente prevista a inizio, non a fine maggio) di un membro decisivo della maggioranza Draghi, quando ancora lo stesso premier italiano non ne è informato. Russia e Cina, separatamente, sanno, Italia no. Capuano si muove «chiedendo al diplomatico cinese la possibilità di organizzare, prima di rientrare dalla Russia, un incontro a Pechino con il Ministro degli esteri cinese, Wang Yi». Il consulente spiega ai cinesi che l'intento di Salvini è promuovere la pace, e si mostra anche a conoscenza di presunte dinamiche interne del governo italiano, quando dice che «anche il governo italiano avrebbe poi sostenuto» questa «posizione».
    Una serie singolare di movimenti, insomma, spendono anche il nome del governo italiano con Stati che non appartengono al nostro sistema tradizionale di alleanze europee e atlantiche. E che probabilmente sono lieti di aprire porte e orecchie a questi abboccamenti. Capuano è così interessato anche a una sorta di coinvolgimento dei cinesi, da proporre di superare eventuali restrizioni dovute alla pandemia organizzando l'incontro da remoto, nella sede dell'ambasciata cinese.
    Non siamo a conoscenza se la cosa abbia avuto un seguito, non è citata alcuna reazione cinese, ma un movimentismo del consulente a tutto campo è attestato. Quando il viaggio a Mosca infine tramonta, il leader leghista avrebbe riferito a Capuano stesso delle critiche ricevute da molti dei leghisti, e degli «attacchi ricevuti da parte dei leader politici bipartisan, compresa Giorgia Meloni». Negli angoli della vicenda ricompare una spaccatura Salvini-Meloni, e coincide con una campagna elettorale in cui non sarà facile far combaciare tutti i tasselli del puzzle
  3. NON SI PUO' NON SAPERE : Al Dipartimento di Giustizia c'è un faldone, nessuno l'ha ancora preso in mano e affrontato seriamente, perché il materiale è imbarazzante e politicamente sensibile. È il dossier su Hunter Biden, il figlio del presidente Joe, le cui pendenze con il fisco, i debiti con le banche e altri comportamenti hanno da tempo attirato l'attenzione non solo degli aggressivi media della destra Usa, New York Post in testa, ma anche dei senatori repubblicani. La Cnn ha però sollevato il velo e ha ingaggiato un esperto per verificare l'autenticità di centinaia di email scovate nel suo laptop – sequestrato qualche anno fa – e fare luce sui problemi con l'Irs (l'agenzia delle entrate Usa), la vita sopra le righe, il lusso in cui viveva e i legami con l'Ucraina.
    Per anni Hunter Biden è stato un consigliere di amministrazione di Burisma, società energetica di Kiev dalla quale percepiva un "gettone di presenza" da 50mila dollari. E proprio gli intrecci di Hunter con Kiev fra il 2018 e il 2019 avevano portato Donald Trump a chiedere all'appena eletto presidente Zelensky in una telefonata di fare luce sul ruolo di Biden in Ucraina in cambio di aiuti. Legati ai compensi dall'Ucraina vi sono anche diverse incognite. Gli ispettori stanno cercando di capire la provenienza di alcune ricevute considerate "sospette". Ammontano a 550mila dollari, hanno il timbro della Burisma ma non è chiaro se siano frutto di compensi pattuiti o siano piuttosto un prestito che il figlio del presidente aveva pattuito.
    Hunter aveva accumulato un debito di quasi 500mila dollari fra il 2018 e il 2019, la maggior parte con l'Irs e circa 120mila dollari con le banche che gli avevano bloccato linee di credito e l'uso del bancomat. La sua ex moglie Kathleen Buhle ha più volte riferito che la sua carta veniva regolarmente bloccata e non accettata nei negozi. Il commercialista di Biden – si legge nella ricostruzione possibile grazie alle email verificate dalla Cnn– gli aveva comunicato ammanchi nel 2018, una compilazione del "730" americano parziale e un debito che già nel 2015 – quando il padre era vicepresidente – ammontava a 158mila dollari. Arrivato appunto a quasi 500mila dollari pochi anni dopo. Il suo avvocato ha riferito che oggi Hunter – che ha risolto i problemi di dipendenza da droga e di alcolismo che ha svelato nel suo libro Beautiful Things – sta rispettando un piano di rientro pattuito con le agenzie federali, ma i debiti con le banche sarebbero ancora ingenti.
    È una vicenda che ha risvolti politici pericolosi per lo stesso presidente. Non c'è nessun legame accertato fra gli affari come lobbista all'estero di Hunter e il padre Joe, ma quando nel 2020 il laptop del giovane Biden venne sequestrato e migliaia di email vennero gettate in pasto al Web da un zelante funzionario dell'amministrazione Trump, il socio in affari di Hunter, il 58enne britannico James Gilliard aveva scritto un messaggio – poi svelato dal New York Post – in cui in preda al panico faceva riferimento al "Big Guy", ovvero Biden allora impegnato nella corsa alla presidenza. «Se verrà eletto, tutto verrà messo a tacere – scriveva Gilliard – se invece perde avrà altro a cui pensare»
  4. LA SOLITA FRANCIA OPPORTUNISTA : Polemiche e proteste in Francia e non solo per la decisione di Emmanuel Macron di accogliere tra gli ori dell'Eliseo il principe ereditario saudita Mahammed bin Salman, accusato di violazioni dei diritti umani e di aver ordinanto l'omicidio del giornalista, Jamal Kashoggi. La fidanzata turca del giornalista ucciso, Hatice Cengiz, si è detta «scandalizzata e indignata» per il fatto che il presidente francese abbia ricevuto «con tutti gli onori il carnefice del mio fidanzato». Anche la segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard ha protestato: «Sono profondamente turbata dalla visita, per ciò che questo significa per il nostro mondo e per Jamal e persone come lui».
  5. IMPORTANTE : Un delitto eccellente, dei magistrati ostinati e una svolta che arriva dopo ben 12 anni. Ieri mattina gli uomini dei Ros dei carabinieri hanno setacciato diverse abitazioni su ordine della Procura di Salerno, nel mirino i nove indagati del nuovo fascicolo aperto sulla morte di Angelo Vassallo. Il «sindaco-pescatore» – definizione legata al suo impegno ambientalista – di Pollica era stato massacrato con 9 colpi di pistola in auto mentre rincasava la sera del 5 settembre 2010, un «giallo» che è entrato nelle antologie sui grandi misteri italiani, mentre all'eroe (suo malgrado) sono state dedicate piazze, giardini, film, serie tv, pièce teatrali e, ovviamente, libri.
    Oggi torna l'ipotesi principale: è stato ammazzato perché voleva denunciare un traffico di droga e le indagini furono vanificate da depistaggi. Tra gli indagati (sei con l'aggravante camorristica) ci sono tre militari dell'Arma – il tenente colonnello Fabio Cagnazzo, il carabiniere Luigi Molaro, l'ex brigadiere Lazzaro Cioffi –, Romolo e Salvatore Ridosso del clan Loreto-Ridosso, l'imprenditore Giuseppe Cipriano più noto come «Peppe Odeon», che all'epoca dei fatti gestiva una sala cinematografica ad Acciaroli.
    Il Cilento non era mai stato toccato da tanta violenza. E poi, la vittima: eletto per quattro volte (l'ultima con il 100% dei voti validi), già consigliere provinciale presidente della Comunità del Parco nazionale Vallo di Diano e Alburni. Tanti interrogativi. Il primo: perché tante pallottole? Fu ipotizzato il delitto passionale. Le chiacchiere di paese si moltiplicavano e due carabinieri in vacanza decidevano di mettersi a indagare d'iniziativa sul caso, al punto da farsi consegnare i video delle telecamere di sorveglianza di un negozio. Una «leggerezza»? Eppure uno dei due (Cagnazzo) è quasi una leggenda, è l'ufficiale che ha catturato 180 latitanti: quando nel 2010 sarà improvvisamente trasferito a Foggia, ben 26 pm della Dda di Napoli scriveranno una lettera per manifestargli stima e solidarietà. Nonostante le reazioni anche internazionali – il Parlamento europeo si fermerà per un minuto di silenzio – e gli sforzi di inquirenti e investigatori, le indagini lentamente si arenano.
    Tutti concordano sul fatto che avesse avviato una battaglia contro lo spaccio di droga, ma cosa sia accaduto quella sera resta un mistero. Perché ha accostato e abbassato il finestrino? Conosceva l'assassino? Tante domande, zero risposte, finché nel 2015 mettono le mani su Bruno Humberto Damiani De Paula detto «‘o brasiliano», che alla fine però è scagionato. Si ricomincia e stavolta, anche su pressione della famiglia Vassallo, i fari vengono puntati sull'ormai ex brigadiere Lazzaro Cioffi, che pur essendo il genero di un boss (clan Belforte) per ben 27 anni è stato in servizio a Castello di Cisterna (Caserta) con gli altri due militari coinvolti in questa storiaccia (e pochi mesi fa è stato condannato a 15 anni per traffico di droga a favore di una cosca operante nel Parco Verde di Caivano). Che faceva ad Acciaroli nei giorni dell'omicidio?
    Il procuratore di Salerno Giuseppe Borrelli ha spiegato che «le indagini riguardano anche svolgimento e reali finalità di una serie di attività investigative messe in atto subito dopo il delitto, che ebbero quale effetto quello di indirizzare le investigazioni nei confronti di soggetti risultati poi del tutto estranei all'omicidio». E anche da «una parte degli elementi raccolti in più di un decennio di attività investigative. Indagini che hanno beneficiato, peraltro, di un proficuo collegamento investigativo con la Direzione distrettuale antimafia di Napoli».
  6. IL MINIMO CHE PUO' SUCCEDERE : Un delitto eccellente, dei magistrati ostinati e una svolta che arriva dopo ben 12 anni. Ieri mattina gli uomini dei Ros dei carabinieri hanno setacciato diverse abitazioni su ordine della Procura di Salerno, nel mirino i nove indagati del nuovo fascicolo aperto sulla morte di Angelo Vassallo. Il «sindaco-pescatore» – definizione legata al suo impegno ambientalista – di Pollica era stato massacrato con 9 colpi di pistola in auto mentre rincasava la sera del 5 settembre 2010, un «giallo» che è entrato nelle antologie sui grandi misteri italiani, mentre all'eroe (suo malgrado) sono state dedicate piazze, giardini, film, serie tv, pièce teatrali e, ovviamente, libri.
    Oggi torna l'ipotesi principale: è stato ammazzato perché voleva denunciare un traffico di droga e le indagini furono vanificate da depistaggi. Tra gli indagati (sei con l'aggravante camorristica) ci sono tre militari dell'Arma – il tenente colonnello Fabio Cagnazzo, il carabiniere Luigi Molaro, l'ex brigadiere Lazzaro Cioffi –, Romolo e Salvatore Ridosso del clan Loreto-Ridosso, l'imprenditore Giuseppe Cipriano più noto come «Peppe Odeon», che all'epoca dei fatti gestiva una sala cinematografica ad Acciaroli.
    Il Cilento non era mai stato toccato da tanta violenza. E poi, la vittima: eletto per quattro volte (l'ultima con il 100% dei voti validi), già consigliere provinciale presidente della Comunità del Parco nazionale Vallo di Diano e Alburni. Tanti interrogativi. Il primo: perché tante pallottole? Fu ipotizzato il delitto passionale. Le chiacchiere di paese si moltiplicavano e due carabinieri in vacanza decidevano di mettersi a indagare d'iniziativa sul caso, al punto da farsi consegnare i video delle telecamere di sorveglianza di un negozio. Una «leggerezza»? Eppure uno dei due (Cagnazzo) è quasi una leggenda, è l'ufficiale che ha catturato 180 latitanti: quando nel 2010 sarà improvvisamente trasferito a Foggia, ben 26 pm della Dda di Napoli scriveranno una lettera per manifestargli stima e solidarietà. Nonostante le reazioni anche internazionali – il Parlamento europeo si fermerà per un minuto di silenzio – e gli sforzi di inquirenti e investigatori, le indagini lentamente si arenano.
    Tutti concordano sul fatto che avesse avviato una battaglia contro lo spaccio di droga, ma cosa sia accaduto quella sera resta un mistero. Perché ha accostato e abbassato il finestrino? Conosceva l'assassino? Tante domande, zero risposte, finché nel 2015 mettono le mani su Bruno Humberto Damiani De Paula detto «‘o brasiliano», che alla fine però è scagionato. Si ricomincia e stavolta, anche su pressione della famiglia Vassallo, i fari vengono puntati sull'ormai ex brigadiere Lazzaro Cioffi, che pur essendo il genero di un boss (clan Belforte) per ben 27 anni è stato in servizio a Castello di Cisterna (Caserta) con gli altri due militari coinvolti in questa storiaccia (e pochi mesi fa è stato condannato a 15 anni per traffico di droga a favore di una cosca operante nel Parco Verde di Caivano). Che faceva ad Acciaroli nei giorni dell'omicidio?
    Il procuratore di Salerno Giuseppe Borrelli ha spiegato che «le indagini riguardano anche svolgimento e reali finalità di una serie di attività investigative messe in atto subito dopo il delitto, che ebbero quale effetto quello di indirizzare le investigazioni nei confronti di soggetti risultati poi del tutto estranei all'omicidio». E anche da «una parte degli elementi raccolti in più di un decennio di attività investigative. Indagini che hanno beneficiato, peraltro, di un proficuo collegamento investigativo con la Direzione distrettuale antimafia di Napoli».
  7. LEGITTIMO E CORRETTO : Nuovo stop a Huawei, a Zte e ad altri fornitori extraeuropei di tecnologie. Nella realizzazione delle nuove infrastrutture per la rete 5G sia Fastweb che Wind Tre dovranno infatti affidarsi per una parte determinante dei lavori (almeno il 50%) a fornitori europei riducendo così in maniera consistente i lavori di competenza innanzitutto dei giganti cinesi delle tlc. Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, ieri ha infatti deliberato l'esercizio dei poteri speciali, «sotto forma di prescrizioni, in relazione alle operazioni notificate dalla società Fastweb – spiega una nota diffusa da palazzo Chigi –, concernente il Piano annuale 2022-2023 degli acquisti di beni e servizi relativi alla progettazione, alla realizzazione, alla manutenzione e alla gestione dei servizi di comunicazione elettronica a banda larga con tecnologia 5G». Il Consiglio dei ministri ha dato l'ok anche all'esercizio del golden power su una analoga operazione avviata da Wind Tre.
  8. COSA BUONA E GIUSTA : «Sto ricevendo senza sosta richieste di interviste e messaggi di complimenti. Sapevo che avrebbe fatto notizia la scelta di donare uno stipendio extra ai 200 dipendenti, ma non pensavo di arrivare a tanto. Agli imprenditori che mi scrivono dico di agire come me, alcuni ci stanno già pensando. Ho dato la quindicesima alla domestica di casa e pure ai dipendenti della Fibe spa di Torino, l'azienda che si occupa di edilizia che amministro con mio fratello Fabrizio. So che quanto investito tornerà raddoppiato, anche se la metà dei soldi è andata allo Stato. Un'assurdità, vero?». Alberto Bertone, 55 anni, imprenditore che nel ‘96 ha fondato l'Acqua Sant'Anna, oggi una delle aziende leader in Europa per acqua e bibite, ha scelto di donare una quindicesima mensilità extra ai suoi 200 dipendenti, quasi tutti concentrati in valle Stura, a Vinadio, sulle Alpi cuneesi: una spesa tra 700 e 800 mila euro, di cui 400 mila in tasse. Soldi prelevati dai conti dell'azienda che gestisce l'impianto automatizzato più a Ovest d'Italia, come Bertone ama ripetere, con 16 linee e un potenziale di 3 miliardi l'anno di bottiglie, in Pet e in plastica compostabile.
    Curioso il modo con cui Bertone ha comunicato la decisione. Una lettera firmata da lui, consegnata a tutti a mano, annunciando però notizie negative per vedere le reazioni: delocalizzazione della fabbrica, trasferimenti, prepensionamenti. I dipendenti impallidivano in alcuni casi, poi leggevano e ringraziavano. C'è chi l'ha anche abbracciato, ma sempre chiamandolo "dottor Bertone" e dandogli del lei.
    Ilaria Ciavatta 32 anni, dell'ufficio qualità, è una torinese finita a Cuneo per lavoro: «Dopo la laurea ho fatto qui il tirocinio. Ero in linea di produzione, il dottor Bertone cerca la mia lettera e me la dà. La mensilità extra è un dono volontario, estemporaneo: la rende due volte più bella». Gianlorenzo Girò, addetto acquisti: «Lunedì ho visto un certo trambusto tra i colleghi e il presidente sorrideva. Ho due bimbi di 6 e 4 anni, questi soldi sono un aiuto davvero importante». Maria Noela Casto, origini pugliesi, studi universitari a Torino: «Lavoro qui da 4 anni, ne ho 28: il mio primo lavoro dopo un tirocinio. Dopo la lettera a sorpresa ho pensato: che gesto nobile. I soldi? Me li godrò in vacanza in Puglia». «Mi ha detto che delocalizzavamo, sono rimasto di sasso, poi sorridendo ha aggiunto che spostavamo le sorgenti e ho capito che scherzava – dice Gabriele Lovera, capo contabile -. Ho pensato "che fortuna, non lo fanno tutte le aziende". Sono soldi che metto da parte: vorrei andare a vivere con la mia compagna, ci sposeremo. Le spese saranno enormi». Valerio Pellegrino, responsabile sicurezza: «Ero al telefono, mi ha messo la lettera in mano. I soldi? Da parte per ora: tra lavori in casa e vacanze li spenderò presto». C'è poi l'addetto di linea sessantenne che dice «chapeau al dottor Bertone, perché agli operai non pensa mai nessuno», mentre la dipendente con 26 anni di anzianità spiega: «Prima ha detto che mi prepensionava, poi la sorpresa. Ho pensato ai colleghi giovani, preoccupati per i costi della scuola dei figli a settembre». Massimo Meiranesio lavora in Sant'Anna da 17 anni, si occupa del magazzino: «Mia moglie aveva ricevuto la busta al mattino, io nel turno serale: l'avevano pregata di non rivelare che cosa stava succedendo. Stiamo comprando casa: un bel gesto che ha stupito tutti». «Lunedì non lavoravo, la lettera l'ho trovata nel mio armadio, i colleghi mi avevano detto nulla – dice Annalisa Bodino, che si occupa di trasporti -: i soldi li metto da parte per mia figlia. E magari faccio una vacanza a settembre».
    Bertone sa come fare notizia: a fine anni ‘90 fu il primo a fare pubblicità comparata all'americana per mostrare come l'acqua delle fonti cuneesi fosse migliore della concorrenza, poche settimane fa aveva lanciato l'allarme sulla carenza di anidride carbonica per la frizzante («Adesso se ne sono accorti tutti in Europa»), martedì ha tolto dai conti aziendali i fondi per la "quindicesima" ai 200 dipendenti. Soldi che sono arrivati dopo premio di produzione, tredicesima, quattordicesima: già l'ultimo stipendio era doppio. Bertone ha spiegato di voler «combattere l'inflazione, sostenere i dipendenti e le loro famiglie in vista dei rincari dell'autunno, quando il carrello della spesa costerà il doppio. Se crollano i consumi va in tilt tutta l'economia».
  9. IL VERO VOLTO DI TORINO CHE IL MONDO DEVE CONOSCERE : «No, grazie». Ecco la risposta dei condomini in via Genova. A loro era stato chiesto il permesso di piantare tre alberi, accompagnati da una targa, in memoria degli operai morti il 18 dicembre scorso nel crollo di due gru. La location era il piccolo giardino privato affacciato su strada ai civici 116-120, proprio davanti al punto del cedimento. A farsi avanti, a marzo, era stata la Circoscrizione 8, i cui venticinque consiglieri si erano detti pronti ad autotassarsi per mettere a dimora le piante.
    «Sul medio-lungo periodo la gestione di alberi e targa potrebbe diventare problematica: chi se ne prenderebbe cura? Sul punto la Circoscrizione non è stata chiara». Questo spiega Claudio Vergano, amministratore del consorzio che ha detto «no». Si tratta di un raggruppamento di sei stabili lungo quel tratto di via Genova, di fronte - e accanto - al giardino in questione. La decisione è stata presa nell'ultima riunione dei condomini, cui hanno partecipato in sei, un rappresentante per ogni stabile del consorzio (che, complessivamente, conta 150 famiglie). Sono stati loro a respingere la messa a dimora delle piante in quello spicchio verde di trenta metri per quindici, circondato da siepi, con all'interno una decina di alberi, altrettanti arbusti e sei-sette cespugli colorati: «Non siamo contrari all'operazione in sé, ma non nel giardino, nella parte centrale scomodo da raggiungere per via delle siepi - dice Vergano - Una targa potrebbe essere sistemata sul marciapiede, di fronte al verde». Aggiunge: «Se arrivasse una proposta più dettagliata, da Comune o Circoscrizione, la valuteremmo».
    A rendere noto l'intendimento del consorzio è stato mercoledì Alberto Loi Carta, coordinatore alla Viabilità della Circoscrizione 8. L'ha fatto in apertura dell'ultima riunione del Consiglio: «La decisione ci è stata comunicata con un messaggio su WhatsApp: ci saremmo aspettati un altro tipo di sensibilità - spiega - Abbiamo chiesto il verbale dell'assemblea: una volta ricevuto valuteremo come muoverci». Il Consiglio della Otto, a suo tempo, aveva chiesto di piantare gli alberi approvando all'unanimità una mozione presentata da una parte delle opposizioni (Lega e Torino Bellissima). Lo aveva fatto quattro mesi dopo l'incidente, in cui avevano perso la vita Filippo Falotico (20 anni), Roberto Peretto, (52) e Marco Pozzetti (54). I tre, incaricati di sistemare il tetto di quello stabile al 116-120, si trovavano su una gru edile quando il braccio telescopico utilizzato per montarla si era piegato, facendo schiantare il traliccio al suolo. Oggi, sette mesi dopo l'incidente, quella striscia di asfalto resta sotto sequestro su ordine della procura.
    «Grave e vergognoso». Davide Rocca, sulla trentina, residente in via Genova 114, uno degli stabili del consorzio, definisce così la scelta di non piantare gli alberi: «Della manutenzione si sarebbe occupato il giardiniere. Un costo in più per noi? Forse 20 euro l'anno, cifra abbordabilissima». Alcuni condomini non erano al corrente della proposta della Circoscrizione: «Io non ne sapevo nulla - dice Paolo Alessandria, 25 anni, residente al 120 - Sarebbe stato un bel gesto sul piano simbolico: quella tragedia ci ha colpito profondamente». Valentina, al civico 114, si dice «basita: dire no a tre alberi per motivi di gestione, a fronte di tre vite perse, è fuori da ogni logica»

 

 

29.07.22
  1. Sette anni appena. Aveva affrontato le bombe, la guerra. È annegata in un lago nella provincia di Treviso. È morta così Mariia Markovetska, nel pomeriggio di ieri, annegata nel lago di Santa Maria a Revine, un piccolo Comune della Marca trevigiana. Era lì con una settantina di bambini e con gli animatori del centro estivo. Fuggita a marzo scorso dalla guerra in Ucraina, insieme alla nonna, era ospite del collegio San Giuseppe di Vittorio Veneto. Probabilmente la piccola si era allontanata dal gruppo e, forse a causa di un malore oppure per una distrazione, è caduta nel lago, senza riuscire a chiedere aiuto.
  2. Centinaia di seguaci del leader sciita Moqtada Sadr, hanno assalito il Parlamento, all'interno dell'iper-protetta Zona verde di Baghdad. I manifestanti protestacano contro la nomina, da parte dei partiti filo-iraniani, di un candidato premier, Muhammad Sudani, ostile al fronte sadrista. I sadristi hanno stravinto le ultime elezioni legislative di ottobre a scapito dei partiti che fanno riferimento all'Iran. Ma da nove mesi, le parti non riescono a trovare un accordo per la nomina del presidente della Repubblica e per un nuovo primo ministro. In segno di protesta, il blocco parlamentare sadrista ha ritirato i suoi deputati, consentendo di fatto alla coalizione filo-iraniana di diventare maggioritaria nell'assemblea.
  3. INCREDIBILE ED INVOTABILE SALVINI :  In una campagna elettorale già tesa emergono elementi nuovi sul rapporto tra Matteo Salvini e la Russia, che illuminano di una luce inquietante anche la caduta di Mario Draghi, e gli eventi accaduti negli ultimi due mesi di vita del governo.
    Secondo documenti d'intelligence che La Stampa ha potuto visionare, alla fine di maggio Oleg Kostyukov, importante funzionario dell'ambasciata russa, domanda a un emissario del leader leghista se i loro ministri sono «intenzionati a rassegnare le dimissioni dal governo Draghi». Lasciando quindi agli atti un interesse fattuale di Mosca alla «destabilizzazione» dell'Italia. In quei giorni Salvini e il M5S stanno scatenando l'offensiva contro l'allora premier, rispettivamente, con la campagna d'opinione e la risoluzione parlamentare che punta a chiedere il no all'invio delle armi in Ucraina, e i russi ritengono giunto il momento di poter esplicitare il passo più grave: Kostuykov domanda al consigliere per i rapporti internazionali del leader della Lega Salvini, Antonio Capuano - un ex deputato napoletano di Forza Italia, oggi non più parlamentare, che in passato sostenne di aver aiutato l'allora ministro Frattini in alcuni dossier internazionali – se i leghisti si vogliono ritirare dal governo, in sostanza facendolo cadere. «Il diplomatico, facendo trasparire il possibile interesse russo a destabilizzare gli equilibri del Governo italiano con questa operazione, avrebbe chiesto se i ministri della Lega fossero intenzionati a rassegnare le dimissioni dal Governo».
    Kostuykov, «vicario dell'ufficio politico dell'ambasciata russa a Roma», è l'uomo che, come forse ricorderete, compra materialmente in quei giorni i biglietti aerei per la tentata, e poi abortita, "missione di pace" di Salvini a Mosca. Biglietti che il capo leghista ha spiegato poi di aver rimborsato. Ma ovviamente il problema non è solo quello: mentre aiutavano ad acquistare i biglietti, i russi si interessavano alle sorti del governo italiano. Tutto questo avviene in una serie di conversazioni tra il 27 e il 28 maggio 2022. Il 26, il giorno prima, Draghi ha parlato al telefono con Putin per provare a sbloccare la crisi del grano, uscirà dalla telefonata con un amaro «non ho visto spiragli di pace». Con una mano Putin parla con Draghi. Con l'altra mano, i funzionari russi si adoperano con la Lega, contro Draghi.
    In tutta la primavera del 2022 l'attivismo russo in Italia è stato attentamente monitorato. A inizio di maggio del 2022 Capuano sarebbe contattato «da una esponente (non si fa il nome di questa donna, ndr) del partito di Vladimir Putin, Russia Unita, che, informata della missione programmata per il leader del Carroccio, si sarebbe offerta di supportare il Consulente di Salvini nell'organizzazione della trasferta, suggerendogli in prima battuta di prelevare il denaro necessario per effettuare tutti i pagamenti previsti nel corso della trasferta, da convertire in rubli in loco, essendo inutilizzabili carte di credito e bonifici bancari. In tale contesto, il Consulente avrebbe riferito di incontri già fissati con il Ministro Sergej Lavrov – con il quale sarebbe stato programmato un pranzo per il 6 maggio 2022 – e con il Presidente della Camera Alta dell'Assemblea Federale russa, Valentina Matvienko».
    Matvienko, piccola parentesi, è una oligarca non da poco: possiede una straordinaria proprietà in Italia, sulla costa di Pesaro, 26 ettari di territorio, 650 metri di costa disponibile e totalmente privatizzata, casa di 774 metri quadrati. È una delle funzionarie più potenti del regime del Cremlino, quella che il 23 febbraio 2022 ha firmato la richiesta di truppe russe all'estero, ossia l'entrata in guerra della Russia con l'invasione dell'Ucraina. Una donna che è naturalmente sotto sanzioni dell'Ue – addirittura fin dalla prima ondata, il 21 marzo 2014, assieme a uomini come Vladislav Surkov, allora consigliere di Putin, il "mago del Cremlino", e Sergey Narishkin, oggi capo del Svr, i servizi esteri russi. Non è chiaro perché questa magione non sia stata sequestrata, nel momento in cui scriviamo.
    Matvienko viene da una lunga storia sovietica, prima nel Komsomol, il Comitato della Gioventù Sovietica, poi nel Partito e nel Servizio diplomatico. Sostiene Kamil Galeev, fellow del Wilson Center e esperto di storia sovietica, che, parlando in linea generale, le giovani donne del Komsomol svolgevano per lo più compiti di accompagnatrici in quella Unione sovietica brutalmente sessista: «Le ragazze stereotipate del Komsomol che aspiravano alla carriera partecipavano spesso a saune con i capi, in Urss era chiamato "l'escort service"».
    Lavrov, Matvienko, forse anche Putin: questa è la triade che i russi promettono di far incontrare al capo della Lega a Mosca. Il 19 maggio 2022 Salvini aveva già incontrato «riservatamente l'Ambasciatore russo, con il quale avrebbe discusso anche dell'eventuale viaggio di Papa Francesco in Russia, ravvisando uno spiraglio circa la possibilità che esso si concretizzi alla luce della disponibilità del diplomatico, che avrebbe unicamente posto una non meglio identificata condizione, ritenuta tuttavia superabile».
    Il 27 maggio, in Vaticano, il cardinale di Stato Pietro Parolin vede Salvini e, appunto, il consulente Capuano, che evidentemente non è un mitomane. E qui entra in gioco la disponibilità di un terzo Paese, non del tutto amichevole con Mario Draghi: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan – che Draghi definì senza tanti giri di parole «un dittatore». Apprendiamo che «la logistica del viaggio dovrebbe prevedere uno scalo intermedio in Turchia, prima di arrivare a Mosca». In questo contesto si inserisce la vicenda specifica – già diventata pubblica, e confermata anche dall'ambasciata russa – dei voli che il capo leghista non riesce ad acquistare. Gli viene in aiuto Oleg Kostyukov. Finora però non si era mai saputo il tenore dei colloqui tra il russo e il consulente del leader leghista. Kostyukov, dettaglio notevole, sarebbe il figlio di Igor Kostyukov, il capo del Gru, i servizi militari di Mosca, pezzo grossissimo dell'apparato putiniano. Abbiamo chiesto all'ambasciata russa a Roma una conferma o smentita sui legami tra i due, non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
    La sera del 27 maggio l'ambasciata russa manda per sms a Capuano i biglietti aerei di Salvini. Il quale riceve conferma che oltre al pranzo con Lavrov, ci sarà un incontro «fissato per martedì 31 maggio 2022», con Dmitry Medvedev, l'uomo che in questi mesi si è dimostrato il più falco dei falchi del Cremlino, e che 50 giorni dopo, alla caduta di Draghi, esulterà postando su Telegram una foto del premier italiano e di Boris Johnson, e la didascalia «chi sarà il prossimo?».
    «Salvini – veniamo a sapere - avrebbe precisato che il suo obiettivo sarebbe di riuscire ad ottenere qualcosa a livello mediatico, fosse anche soltanto "una pacca sulla spalla"». Già era campagna elettorale?
    Nella scena di questa spericolata operazione – che i russi dunque legano non solo a questioni internazionali, ma anche ad affari interni italiani che non dovrebbero riguardarli - gli americani si accorgono dei movimenti e cercano di marcarli, e depotenziarli. «Capuano sarebbe stato contattato da un soggetto dell'ambasciata americana a Roma, che si sarebbe detto molto interessato al viaggio del senatore Salvini a Mosca, pur non avendone ancora compreso la reale finalità. Capuano avrebbe risposto di non poter fornire dettagli (agli americani)», e avrebbe rilanciato la palla chiedendo di vedere eventualmente dopo il viaggio in Russia l'allora incaricato d'affari dell'ambasciata Usa, sollecitandolo a organizzare un incontro del leader leghista «con esponenti di altissimo livello a Washington». Gli americani, sappiamo da fonti qualificate, ovviamente non daranno mai seguito a questa cosa. Ma continueranno a tenere discretamente d'occhio questa vicenda.
    Dopo l'ultimo contatto coi russi, che annuncia la decisione di Salvini di rinunciare all'impresa, Kostyukov compie l'opera. Di fronte a un Capuano in agitazione per la possibile irritazione del Cremlino, lo rassicura «di non preoccuparsi per gli impatti su Mosca»: «Parallele evidenze attesterebbero che il diplomatico russo, dopo il colloquio con Capuano, avrebbe lasciato la propria residenza per recarsi all'Ambasciata russa a Roma dove si sarebbe trattenuto per circa un'ora, verosimilmente allo scopo di tenere comunicazioni riservate con Mosca». Il viaggio leghista a Mosca è fallito, ma c'è ampio e soddisfacente materiale per l'operazione-caduta di Draghi.
    Tutto questo avviene due mesi prima dell'impallinamento di Draghi, quando tutti gli attori si muovono ancora nel regno delle possibilità, e commettono dunque qualche spericolatezza. Non sappiamo cosa succede nell'ultimo mese e mezzo, se gli interessi russi per le scelte dei ministri italiani si siano riappalesati. Certo fanno impressione, a rileggerle in questa luce, le parole pronunciate dal premier italiano in quello che resta il suo ultimo discorso in Senato: «In politica estera, abbiamo assistito a tentativi di indebolire il sostegno del governo verso l'Ucraina, di fiaccare la nostra opposizione al disegno del presidente Putin».
  4. NON SI CANCELLA IERI CON OGGI:  È stato convocato in procura a Latina nei giorni scorsi per rispondere delle accuse di turbativa d'asta e induzione indebita quando era sindaco di Terracina. Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d'Italia ed ex portavoce di Giorgia Meloni quando era ministra della Gioventù nel quarto governo Berlusconi, lo ha confermato ieri in una conferenza stampa. È indagato in una maxi inchiesta sulle concessioni demaniali che ha portato all'arresto dell'ormai ex sindaco Roberta Tintari e decapitato l'amministrazione comunale, commissariata in seguito alle dimissioni della prima cittadina. Secondo i pm, Procaccini, per dieci anni sindaco di Terracina prima dell'attuale amministrazione, avrebbe «condizionato» il piano di salvataggio balneare collettivo del 2019 e avrebbe indotto una dipendente comunale a rilasciare l'autorizzazione per l'installazione di alcuni gonfiabili in mare da parte della società Oasi Sea Park. «Sono indagato per il rimprovero che ho fatto a una dipendente comunale perché non faceva bene il suo mestiere e per questo rischio dai 6 ai 10 anni di carcere. Mi sembra di stare dentro un film», ha esordito. Procaccini, 46 anni, si è detto «convinto che già nella fase dell'indagine, l'autorità giudiziaria sarà in grado di fare emergere la verità dei fatti e le responsabilità delle persone» e «mi aspetto di essere totalmente escluso dai reati per cui sono indagato. Conosco buona parte di quelle persone (indagate, ndr). Sono amministratori, avvocati, imprenditori, funzionari, sportivi e persone comuni che stanno soffrendo le pene dell'inferno e sono state infilate in un tritacarne mediatico». Non è mancato un riferimento alle prossime elezioni politiche. «Il 25 settembre si voterà e Terracina viene usata come arma contendente contro Fratelli d'Italia per attaccarlo. Questo è un fatto, non un'opinione». Ha anche contestato le intercettazioni telefoniche utilizzate per l'inchiesta nella parte in cui rivestiva ancora il doppio incarico di sindaco ed eurodeputato prima di dedicarsi solo all'attività parlamentare: «Giova ricordare», ha spiegato «che né le intercettazioni dirette, né quelle indirette, possono essere effettuate e/o utilizzate nei confronti di un deputato europeo, se non dopo aver chiesto autorizzazione alla Camera parlamentare di appartenenza. E di sicuro non si trattava di intercettazioni casuali, dal momento che le stesse ricorrevano ripetutamente tra me e altre persone con cui avevo un abituale rapporto amministrativo e politico. Cito tale questione non per il contenuto delle telefonate, ma solo perché credo sia doveroso da parte mia chiedere il rispetto di una prerogativa democratica garantita e protetta dalla Costituzione.
  5. L'INFERNO LO ATTENDE : Se gli Emirati hanno il grattacielo più alto al mondo, l'Arabia saudita avrà quello più lungo. La sfida di Mohammed bin Salman e il rivale Mohammed bin Zayed si gioca anche sul piano dei mega progetti urbanistici. E con The Line, la spina dorsale della futura città Neom, Mbs è deciso a superare il suo mentore Mbz. A Dubai da una dozzina di anni svetta il Burj Khalifa, l'edificio più alto al mondo con i suoi 828 metri. Un record destinato a impallidire quando The Line si stenderà per tutti i suoi 170 chilometri dalla costa del Mar Rosso verso il cuore del deserto arabico. Per il principe ereditario, che ama tirare fino alle quattro del mattino nella sua tenda con aria condizionata fra le dune, dovrà essere la realizzazione iconica del futuro ipertecnologico ed ecologico del Regno. Un immenso condominio per nove milioni di persone, largo appena 200 metri, alto 500, disteso sulla sabbia come un serpente di vetro e acciaio, protetto da due pareti a specchio in grado di catturare l'energia solare, con giardini pensili come tetto, solcato alla base da una metropolitana ad alta velocità, in grado di portare gli abitanti da un capo all'altro in soli 20 minuti, attraversato da droni che riforniranno gli appartamenti direttamente dalle finestre.
    Un sogno a metà fra un videogioco, Dune e Blade Runner. Per il principe, che ha annunciato due giorni fa l'inizio ufficiale dei lavori, sarà un capolavoro ecologico. L'installazione massiccia di panelli solari, la copertura vegetale, lo sfruttamento delle correnti per la diversità di temperatura fra la base e la sommità, saranno in grado di fornire «il 100 per cento dell'energia consumata». L'impronta ecologica, con soli 34 chilometri quadrati di terreno edificato, sarà minima, un record mondiale per una popolazione di queste dimensioni. New York, altra città "verticale", ha all'incirca gli stessi abitanti e occupa 785 chilometri quadrati. Le emissioni zero saranno raggiunte con l'eliminazione delle auto, un paradosso per il più grande esportatore di petrolio al mondo. Tutto, negozi, uffici, fermate della metro, luoghi di divertimento, sarà raggiungibile a piedi in «cinque minuti», perché ogni blocco della Line sarà di fatto indipendente, un quartiere autosufficiente. Attorno si dispiegherà la metropoli Neom, questa sì immensa, grande come il Piemonte, ma fatta soprattutto di parchi naturali, siti industriali hi-tech, e un'isola galleggiante davanti al porto.
    «Una rivoluzione culturale – ha sottolineato il principe – che mette per la prima volta l'uomo al centro di cambiamento radicale nel concepire l'urbanistica». Neom e The Line erano state annunciate tre anni fa, in occasione degli eventi per lanciare la Vision 2030, il mega piano per trasformare il Regno da petro-monarchia ad avanguardia della nuova economia digitale. L'assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, e la crisi diplomatica con gli Stati Uniti, e poi la pandemia, hanno rallentato i progetti di Mbs, ora determinato a recuperare terreno. La realizzazione di Neom costerà fino a 1000 miliardi di dollari. The Line da sola richiederà investimenti per 450 miliardi, per metà provenienti dal Public Investment Fund, il Pif. Uno sforzo gigantesco che il crollo delle quotazioni dovuto al Covid aveva messo in discussione. Oggi il barile viaggia di nuovo attorno ai 100 dollari, la quota di sicurezza per far quadrare i conti del Regno. Mbs sente il vento in poppa. L'isolamento per il caso Khashoggi, quando poteva "dare il cinque" soltanto a Vladimir Putin nelle riunioni del G20, è un ricordo del passato. Joe Biden è venuto a Canossa e gli ha dato il "bump", il pugno, per chiedergli di pompare più petrolio, senza troppo successo. E oggi il principe sarà ricevuto con tutti gli onori da Emmanuel Macron a Parigi.
    Il principe si muove a suo agio nel nuovo mondo multipolare. La mega città Neom, oltre a fare da vetrina, gli permetterà di affacciarsi verso il Mediterraneo, posta com'è fra Egitto, Giordania e Israele. Biden ha strappato un impegno alla collaborazione con lo Stato ebraico contro la minaccia iraniana, ma intanto a Baghdad proseguono gli incontri fra sauditi e iraniani, e l'Iraq ha annunciato un prossimo vertice a livello di ministri degli Esteri, non più in segreto. L'America assicura la protezione militare, ma la Cina è diventato il maggior acquirente di greggio e Riad ha addirittura raddoppiato gli acquisti di carburante per le sue centrali elettriche dalla Russia, a prezzi scontati, e in questo modo dà una mano a Putin ad aggirare le sanzioni. L'economia "carbon free" promessa dalla Vision 2030 sembra ancora molto lontana, ed è impossibile che sia raggiunta entro otto anni scarsi, così come è utopico pensare di finire The Line per quella data. Ma i sogni servono alle pubbliche relazioni, i video sulla futura città spopolano sui social. L'immagine del principe "sanguinario" è ripulita, anche se aumentano le esecuzioni e decine si attivisti sono ancora in galera.
  6. IL PARADISO LO ATTENDE : «Ehi father, can you help me?» Padre Luca vorrebbe aiutare tutti quelli che lo fermano: spacciatori, prostitute, disperati. «A volte tutto quello che posso fare è chiedere come stanno». Un ragazzo nigeriano, appoggiato al muretto dei dannati di Borgo Dora, consumati da litri di birra e crack, lo chiama per nome, felice di rivederlo. «Ciao Luca, sei tornato? Ho bisogno di lavoro». Biascicando le parole, lo saluta con il pugno chiuso. «Vai nell'agenzia dove ti ho detto. Ma se prendi un appuntamento, ricordati di andarci. Non dire sì e poi non ci vai». In un mondo che venera il successo, padre Luca colleziona spesso sconfitte. «Beh, per me, le sconfitte sono un vantaggio visto quello che faccio: in fondo ho scelto di seguire gli insegnamenti di un uomo che ha accettato il fallimento della sua vita».
    Luca Minuto, 41 anni, è sacerdote di strada. «Faccio più catechesi qui che in chiesa» dice ridendo. Un frate in bicicletta: «Fa bene e sto più vicino alla gente. Scendo e mi fermo da chi ha bisogno». Dal 2017 fa il vice parroco nella chiesa di Madonna di Campagna: ha scelto di vivere la sua fede pedalando tra i dannati del ponte Mosca, via Montanaro, corso Giulio Cesare, corso Vigevano. Cercando anime perse che annegano nelle paludi della vita.
    Le sue tappe stradali le chiama cantieri. «Ne ho un po' dappertutto. In via Montanaro ci sono molti ragazzi minorenni. Per lo più nuovi arrivi. Lì, a dire il vero, ci sono maggiori probabilità di fare dei recuperi. Non è facile ma ci sono margini. A Bordo Dora è tutto più difficile. Trovi gente che è in Italia da anni. Sono storie complicate, disperazioni stratificate».
    Documenti e lavoro, chiedono tutti. «Che cosa suggerirei per salvare queste anime? Una cura delle persone, non solo del territorio. Non servono progetti estemporanei, ci vogliono politiche costanti, capaci di costruire dei percorsi. Questi ragazzi vanno presi per mano e aiutati a diventare persone. Conoscono solo la strada e cercano di sopravvivere». Padre Luca si ferma ad ogni panchina. Da un po' di tempo ha allacciato rapporti con un'agenzia del lavoro che si trova in zona. Ha convinto gli operatori a venire con lui in strada, così da allacciare legami di fiducia. L'agenzia è in Lungo Dora Firenze, offre servizi di orientamento. «Non è molto ma un barlume di speranza».
    Quasi tutti lo accolgono con sorrisi e lo chiamano per nome. «Ciao, come va?» Geffry gli regala un grande abbraccio. «Guarda qui, la polizia mi ha fermato» dice prendendo un foglio. È un verbale di un controllo antidroga. «Ti hanno fermato? Avevi della droga? Lo sai che se ti beccano con delle dosi non riuscirai mai a trovare un lavoro». Geffry annuisce, prede uno spinello dalla tasca dei pantaloni, e glielo mostra per un istante. «Per rispetto non lo fumo di fronte a te, padre. Anche quando mi hanno fermato ne avevo uno solo per me, non per spacciare. Grazie padre Luca per quello che fai». Geffry, nel suo portafogli, ha un curriculum stropicciato. C'è scritto che sa fare il lavapiatti e che conosce tre lingue. «Se continui a drogarti, il lavoro non lo trovi».
    Padre Luca raggiunge Bordo Dora il mercoledì e il venerdì. «Questa è la mia chiesa» dice, indicando una croce di legno infilata nel tronco di un albero sopra la sponda della Dora. «L'ho messa lì a Pasqua. Cerco di lasciare un segno». Lo scorso Natale è andato in giro con un Presepio sulla schiena, in uno zaino per le consegne del cibo a domicilio. «In centro sorridevano nel vedermi con quel coso sulle spalle. Qui ho visto spacciatori inginocchiarsi».
    Risalendo la strada che costeggia il fiume, padre Luca passa di fronte a un negozio. Dentro, un uomo sta ringhiando frasi contro un ragazzo nero, fermo in piedi sulla soglia della porta. «Ti ho detto che non c'è lavoro, non ce n'è. Hai capito? Vai via». Lui esce senza dire una parola. Padre Luca sospira, appoggia la bicicletta ad un palo e blocca il ragazzo. «Stai cercando lavoro? Seguimi». E a passo deciso lo accompagna all'agenzia, che si trova un centinaio di metri più in là. Dopo un po' ritorna e riprende la bicicletta. «Così è la strada. Bisogna sempre cogliere l'attimo per fare qualcosa di buono»

 

28.07.22
  1. I PAESI CONTRARI ALL'AMMISSIONE NELLA UE DELL'UCRAINA PER RAGIONI DI GUERRA PENSANO DI ESSERE PRESERVATI DA OGNI POSSIBILE ANNESSIONE DA PARTE DELLA RUSSIA. MA SI SBAGLIANO. LA RUSSIA NON RISPETTA NULLA E NESSUNO NEPPURE DIO.
  2. CHE SENSO HA CONTINUARE AD USARE IL GAS CHE CI CREA  PROBLEMI CLIMATICI ED ALTRE CONSEGUENZE AMBIENTALI COME QUELLO GASSIFICATO E PRODOTTO DA FRAKING , E LE CENTRALI NUCLEARI CON SCORIE , QUANDO ESISTE L'H2 VERDE?  Sono state introdotte numerose deroghe ed è stato tolto alla Commissione il potere di dichiarare lo stato d'emergenza, ma il piano per la riduzione dei consumi di gas approvato ieri dal Consiglio Ue dei ministri dell'Energia rappresenta comunque un passo significativo. Perché è arrivato a soli sei giorni dalla proposta presentata da Ursula von der Leyen e perché pone le basi per un razionamento del gas come strumento di difesa dalle minacce russe. Per ora sarà su base volontaria, ma in caso di crisi delle forniture il taglio diventerà obbligatorio in un'ottica di solidarietà verso i Paesi più colpiti. «Putin userà quest'arma per creare disordini e cercherà di fermare le consegne nel momento in cui ci farà più male – ha avvertito Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione –. Per questo dobbiamo mettere fine alla nostra vulnerabilità. Non iniziare a risparmiare gas vuol dire fare una scommessa pericolosa».
    Soltanto l'Ungheria si è opposta all'approvazione del regolamento, che prevede di ridurre del 15% i consumi di gas nei prossimi otto mesi e che vede soprattutto la Germania tra i potenziali beneficiari. Secondo Budapest il piano è «inapplicabile perché ignora gli interessi del popolo ungherese». Per il via libera non serviva l'unanimità, ma bastava la maggioranza qualificata degli Stati membri. Così come basterà la maggioranza qualificata per rendere obbligatorio l'obiettivo di riduzione dei consumi se e quando verrà decretato lo stato d'emergenza. E se il governo di Orban si rifiutasse di tagliare i consumi? Fonti Ue assicurano che, come per tutti i regolamenti, in caso di violazione verrà avviata una procedura d'infrazione.
    Le deroghe introdotte sono di diverso tipo. Gli Stati membri che si trovano su un'isola – vale a dire Irlanda, Malta e Cipro – saranno esentati dall'obbligo di ridurre l'uso del gas del 15%. Le prime due hanno però assicurato che contribuiranno al taglio dei consumi, mentre per Cipro la situazione è diversa visto che praticamente non usa il gas per produrre energia elettrica. Ci saranno inoltre deroghe che terranno in considerazione la situazione dei Paesi scarsamente interconnessi al resto della rete energetica, come Spagna e Portogallo, oppure dei Paesi Baltici, visto che il loro sistema elettrico è connesso a quello russo.
    Ma al di là delle caratteristiche geografico-strutturali, il negoziato ha introdotto alcuni correttivi che vanno incontro ai Paesi come l'Italia. La quota di metano da ridurre scenderà per chi ha superato gli obiettivo di riempimento degli stoccaggi, per chi ha industrie critiche fortemente dipendenti dal gas, per chi ha capacità di esportazione e per chi nell'ultimo anno – a causa della ripresa economica post-pandemia – ha registrato un aumento dei consumi superiore all'8%.
    Secondo il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, per l'Italia questo dovrebbe tradursi in un tasso di riduzione effettivo del 7%, meno della metà di quello inizialmente previsto. Ciò significa che il nostro Paese dovrà tagliare meno di 4 miliardi di metri cubi di gas nei prossimi otto mesi (durante i quali, mediamente, l'Italia consuma circa 55 miliardi di metri cubi di gas). «Ma le deroghe non sono automatiche», ha avvertito ieri un funzionario Ue, spiegando che «ogni Stato dovrà dimostrare le proprie circostanze eccezionali» e la Commissione, dopo un'analisi, dovrà dare la sua autorizzazione.
    La commissaria Ue all'Energia, Kadri Simson, ha spiegato che il vuoto da colmare in caso di interruzione delle forniture da parte di Mosca sarà di circa 30-45 miliardi di metri cubi, a seconda delle condizioni meteorologiche del prossimo inverno. Il piano iniziale della Commissione prevedeva un risparmio totale di 45 miliardi di metri cubi, ma con le deroghe la cifra scenderebbe a circa 35-38 miliardi. Di fronte a un inverno rigido, dunque, potrebbe non bastare.
    La Commissione ha confermato che in autunno verranno presentate le proposte per valutare l'eventuale applicazione di un tetto al prezzo del gas. Ma secondo un funzionario Ue l'approvazione del piano potrebbe già avere effetti in questo senso: «È un segnale per il mercato, se non per ridurre i prezzi, almeno per limitare la volatilità e l'instabilità a cui assistiamo»

 

27.07.22
  1. PERCHE CI SONO I SOLDI PER I CENTRI VACCINALI E NON PER I PRONTOSOCCORSI ?
  2. CI SONO ACCORDI FRA PRODUTTORI DI AUTO A BATTERIA E PUTIN PER ACQUISIRE IL LITIO DELL'UCRAINA ?
  3. BASTA GAS E NUCLEARE CHE MANDA IN DEFALT EDF, SUBITO H2 :    È bastato il semplice annuncio per far schizzare il prezzo del gas a 176,62 euro per MegaWatt/ora, registrando un aumento su base giornaliera del 10%. Da domani Gazprom ridurrà ulteriormente i flussi di gas attraverso il gasdotto NordStream1, quello che passa attraverso il Mar Baltico e arriva in Germania. Ufficialmente perché è arrivato il momento di effettuare lavori di manutenzione su una seconda turbina, ma secondo il governo tedesco si tratta di un pretesto: «Non c'è alcuna ragione tecnica che giustifichi un nuovo taglio del gas» dicono da Berlino. Uno scenario che render ancor più urgente l'accordo sul piano per il razionamento del metano in discussione al tavolo dei governi Ue e che prevede un taglio del 15% dei consumi: oggi si riuniranno i ministri dell'Energia per cercare di chiudere l'intesa sul nuovo testo, che contiene modifiche significative rispetto a quello proposto la scorsa settimana dalla Commissione europea.
    Ieri Gazprom ha fatto sapere che da domani la quantità di gas fornito attraverso il gasdotto che va in Germania scenderà a circa 33 milioni di metri cubi al giorno, vale a dire la metà dei flussi attuali, che già rappresentano il 40% della capacità totale di NordStream1 (167 milioni di metri cubi al giorno). In sostanza, a partire da domani il gasdotto funzionerà solo al 20% della sua portata. La ragione è che la società ha annunciato nuovi lavori di manutenzione su una seconda turbina e che questo si aggiunge al fatto che la prima non è ancora rientrata in funzione.
    Dopo esser stata riparata in Canada, la prima turbina era rimasta bloccata per alcune settimane nel Paese nordamericano per via di una diatriba interpretativa sulle sanzioni. Poi – con l'intervento del governo tedesco e i chiarimenti della Commissione europea – la pratica si è sbloccata e il pezzo è arrivato in Germania più di una settimana fa. Attualmente si trova a Colonia, ma a quanto pare Mosca non avrebbe ancora dato il via libera al trasferimento, che dovrà avvenire via Finlandia. «Il trasporto si potrebbe fare immediatamente – ha spiegato la società tedesca Siemens Energy – perché le autorità tedesche hanno fornito tutti i documenti necessari. Ciò che manca, invece, è la documentazione da parte russa. Gazprom ha giustificato l'attesa spiegando che i chiarimenti ottenuti dal Canada circa i possibili rischi legati alle sanzioni non sono sufficienti e che anzi «sollevano ulteriori questioni».
    Il risultato è che da domani il NordStream1 funzionerà a un quinto della sua capacità e la Germania vede sempre più vicino il blocco del gas, anche se per ora non farà scattare il terzo livello d'allarme. La Borsa di Francoforte, però, ieri ha chiuso in territorio negativo (-0,33%), unica piazza europea in rosso. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha replicato alle accuse del governo tedesco dicendo che «Gazprom ha sempre tenuto fede agli impegni» e che il calo delle forniture «è colpa delle sanzioni occidentali».
  4. ERA ORA :Una bomba ecologica pronta a esplodere. Il tempismo è da manuale: proprio mentre è in corso il raduno dei Fridays for Future, Palazzo di Città si trova ad affrontare una delle più gravi e "costose" grane ambientali, messo alle strette dalla magistratura che, dopo un esposto che risale già a tre anni fa, nei giorni scorsi ha effettuato un sopralluogo e ha iniziato a verificare la portata del danno. Il problema è Lungo Stura Lazio - nel tratto accanto all'Iveco - dove c'era la baraccopoli con oltre 600 persone sgomberata nel 2015 e dove ora continuano gli accampamenti abusivi di rom. Nel dettaglio, l'argine sinistro del fiume che è diventato una discarica a cielo aperto.
    Nel 2019 Iveco ed Enel hanno presentato un esposto in procura per sollecitare controlli sugli accampamenti e sugli allacci abusivi nelle loro aree di proprietà, oltre a segnalare i continui incendi provocati per bruciare rifiuti. Il fascicolo è finito sulla scrivania della pm Laura Longo che si occupa proprio di reati ambientali e che, il 12 luglio, ha ordinato il sopralluogo con la sezione Reati urbanistici a cui hanno partecipato anche Iveco, Enel, ufficio tecnico del Comune, la polizia municipale e Arpa. Lo scopo era proprio verificare la presenza di costruzioni abusive e il degrado ambientale provocato dall'abbandono dei rifiuti, oltre a definire nel dettaglio i confini dei terreni di proprietà delle due aziende, del Demanio e del Comune.
    Durante il controllo, come emerge dai verbali, si è accertato che in quel tratto di Stura, soprattutto sul suolo pubblico, c'è una discarica abusiva che negli anni si è estesa: parti metalliche, pneumatici, guaine di cavi elettrici, sanitari, materiale edile, apparecchiature elettriche. Tutti rifiuti anche pericolosi e in parte ricoperti dalla vegetazione che arrivano fino all'alveo della Stura. La procura, quindi, ha notificato la situazione lo scorso venerdì, il 22 luglio. Un avviso che è arrivato al sindaco, Stefano Lo Russo, che ha tra le deleghe quella alla salute pubblica, oltre che agli assessori ai Parchi e sponde fluviali, Francesco Tresso, all'Ambiente, Chiara Foglietta e alla Sicurezza, Gianna Pentenero.
    Oltre a segnalare la situazione, la procura sollecita l'urgenza e la necessità di adottare provvedimenti per bonificare l'area perché questi rifiuti inquinano, possono provocare incendi e, ostacolando il corso del fiume, possono causare esondazioni. Quindi i magistrati chiedono di ricevere rapida comunicazione e l'aggiornamento su tutte le misure che verranno intraprese, presupponendo che il Comune e tutti gli altri soggetti coinvolti si muovano in tempo rapido sia per allontanare gli insediamenti abusivi sia ripulire la zona. Una bonifica che potrebbe pesare svariati milioni sulle casse, già scarne, di Palazzo di Città.
    Ieri c'è stato un primo incontro tra il sindaco e gli assessori coinvolti (eccetto Pentenero che non ha partecipato) ma, come già in altre occasioni, il primo cittadino intende procedere con estrema cautela perché vuole prima analizzare la situazione e ricevere anche una valutazione sui rischi legali cui il Comune potrebbe andare incontro. Per ora non ci sono indagati ma questo potrebbe essere solo il primo atto della procura. Intanto la situazione, sia per gli abitanti sia per i lavoratori dello stabilimento Iveco, sta diventando sempre più pesante perché continuano i roghi appiccati volontariamente a materiale plastico e guaine dei cavi di rame con un odore acre che non lascia tregua

 

26.07.22
  1. CHI CREDE ANCORA IN PUTIN:    Nel giorno in cui la guerra che ha lanciato contro l'Ucraina compie cinque mesi, Mosca per bocca del suo ministro degli Esteri Sergey Lavrov torna ad auspicare un «negoziato su un'ampia cerchia di argomenti» con Kiev. Dopo aver abbandonato la conferenza del G20 a Bali perché boicottato dai colleghi, il capo della diplomazia russa torna in una delle poche piazze internazionali dove viene ancora bene accolto, e dal quartier generale della Lega Araba al Cairo apre a un ritorno alle trattative, lamentando che «la responsabilità della mancata ripresa dei colloqui non è della parte russa». Non è chiaro però quanto si tratti di un'apertura reale, o di un ennesimo appello del Cremlino agli ucraini ad arrendersi, visto che nella stessa circostanza Lavrov ha ribadito che il suo Paese non riconosce la sovranità e la legittimità dell'Ucraina: «Il popolo russo e il popolo ucraino continueranno ad abitare insieme, aiuteremo senz'altro gli ucraini a liberarsi di un regime antipopolare e antistorico», ha dichiarato, confermando così le sue affermazioni di qualche giorno prima, sul fatto che la Russia aveva intenzione di estendere le operazioni militari anche ad altri territori ucraini.
    Mosca torna quindi a dare picconate alle speranze diplomatiche, dopo aver colpito sabato con due missili il porto di Odessa, a poche ore dal raggiungimento di un accordo sulla esportazione del grano ucraino che aveva fatto sperare nella possibilità di avviare un meccanismo negoziale relativamente efficace almeno sulle questioni tattiche. Ieri, dopo quasi 24 ore di smentite e contraddizioni, la Russia ha ammesso ufficialmente la propria responsabilità. La portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha rivendicato il diritto russo a continuare a colpire bersagli militari ucraini, sostenendo che l'accordo sul grano proibisce azioni belliche soltanto sulla infrastruttura legata alle esportazioni alimentari: «La Russia ha semplicemente distrutto parte dell'infrastruttura militare ucraina, e continuerà a farlo». La propaganda russa ha però fornito versioni diverse del bersaglio scelto: Zakharova ha annunciato l'affondamento di una vedetta militare ucraina direttamente nel porto, il deputato della Duma Evgeny Popov ha detto alla Bbc che i russi hanno distrutto un magazzino pieno di missili antinave britannici Harpoon, il ministero della Difesa russo ha annunciato successivamente di aver colpito entrambi gli obiettivi più officine di rimessaggio della marina militare. «Una barbarie che elimina la possibilità stessa di un discorso di negoziato con la Russia», aveva reagito all'attacco Volodymyr Zelensky, mentre il consigliere economico del presidente ucraino Oleh Ustenko ha ammesso che, per quanto i preparativi all'esportazione di grano continueranno, «sono possibili seri problemi».
    Non è ancora chiaro quale sarà la reazione di Ankara, dopo che la Turchia si era fatta garante dell'accordo sul grano e il suo ministero della Difesa aveva sabato diffuso la versione dei militari russi sulla loro estraneità ai missili sul porto di Odessa. Lavrov promette che a scortare le navi con il grano saranno, oltre ai russi e ai turchi, anche le pattuglie di una «terza parte» che non ha rivelato. Resta difficile parlare di negoziato quando il capo della diplomazia russa non nasconde nemmeno che si tratta di una guerra di conquista. Il consigliere della presidenza ucraina Mikhailo Podolyak ha bollato le dichiarazioni di Lavrov come «solita schizofrenia russa», avvertendo che «a voler cacciare regimi "antistorici" si rischia di finire incidentalmente per primi nella discarica della storia». Però, per quanto Lavrov ormai sembri più un volto della propaganda che della diplomazia, diverse fonti russe e ucraine parlano di emissari moscoviti che cercano un negoziato, o almeno una tregua. Le difficoltà russe sul fronte appaiono ormai evidenti, e l'offensiva nel Donbass si è sostanzialmente bloccata tra perdite, defezioni di migliaia di soldati e gli ucraini che con i missili americani HIMARS stanno distruggendo metodicamente i magazzini di armi e i convogli di rifornimenti russi. L'esercito ucraino ha di fatto iniziato la controffensiva a Kherson, dove migliaia di truppe russe rischiano di finire circondate, e Yulia Latynina sulla Novaya Gazeta sostiene che Putin aveva cercato di barattare la rinuncia di Kiev al contrattacco contro l'esportazione di grano, senza riuscirci. Il consigliere del ministro dell'Interno ucraino, il politologo Viktor Andrusiv, ha ipotizzato già qualche giorno fa un nuovo «gesto di buona volontà» di Mosca, come quando era stata costretta a ritirarsi dall'isola dei Serpenti. Ma le contraddizioni sull'accordo sul grano, e sull'attacco a Odessa, potrebbero far sospettare anche una lotta all'interno del Cremlino stesso.
  2. UN MODELLO PER L'ITALIA DI SALVINI-BERLUSCONI : Per noi abitati da un servilismo indefettibile e ottuso verso i nostri (presunti) interessi occidentali oggi è giorno da segnare sul calendario: salvo impossibili sorprese si ricompone la vecchia, a noi cara, obbediente Tunisia dei tempi di Ben Ali, che i guastafeste della rivoluzione del 2011 si illudevano, tapini, di aver mandato in pezzi per sempre. Ritorna grazie al metodo classico degli arruffapopoli autoritari, ovvero un referendum che deve sancire una nuova Costituzione, la figura del raiss, del capo, della guida suprema, del super-presidente. Maledizione che azzoppa la crescita civile e politica degli arabi dal tempo dei califfi e dei sultani; ma che noi, democratici europei molto sbadati quando siamo in trasferta, giudichiamo perfetta per stringer mani di "amici fidati'' sulla quarta sponda, dall'Egitto all'Algeria alla Libia.
    Kais Saied golpista in giacca e cravatta, sussiegoso, saccente "in utroque iure'', completa con una Carta reazionaria e con pennellate teocratico-populiste il percorso autoritario avviato il 25 luglio del 2021 quando con il pretesto dell'emergenza sanitaria, ovvero il Covid, sospese il parlamento e si attribuì i pieni i poteri.
    Rischia di sparire miseramente l'eccezione tunisina, la più tenace e fragile delle esperienze democratiche sopravvissute stentatamente alla grande illusione rivoluzionaria e giovanile del 2011. Si tirerà nelle cancellerie democratiche un gran sospiro di sollievo e partiranno subito le felicitazioni di rito: anche a Tunisi finalmente qualcuno che garantirà ordine e affidabilità.
    Di una cosa non si può accusare Saied, di tartuferia. Il suo credo esposto teorizzato applicato è l'avversione furibonda al sistema parlamentare considerato come lo strumento diabolico di tutti i mali, le perversioni, le piaghe di cui il popolo, umile e bisognoso di un dotto pastore, soffre. Teorizzazione che deve esser sfuggita agli illustri giuristi della Sapienza romana (o forse avevano già capito tutto?), che gli hanno tributato un paradossale e mai ritirato dottorato honoris causa in diritto romano e democratico!
    Lui risponde solo a «dio, alla Storia e al popolo» che evidentemente non possono che esser, tutti e tre, d'accordo con lui. Il percorso di Saied verso i pieni poteri merita di esser studiato con attenzione e preoccupazione: è la versione modernizzata della tecnica per il colpo di Stato soffice, con cui si affossa una democrazia smangiata dalle approssimazioni e la si converte in tirannide. È un modello che purtroppo rischia di aver imitatori anche in sistemi politici ben più solidi di quello tunisino, una tentazione che occhieggia anche in Europa dove oltre che ai populisti di grana più o meno grossolana abbondano aspiranti salvatori della patria, uomini o omini provvidenziali, sostenuti di malaccorti caudatari e agit prop specializzati nella denigrazione per filo e per segno di partiti e parlamenti, ridotti a forfora e cascame. In guardia: il metodo tunisino è tutt'altro che stramberia esotica.
    Saied non ha fatto altro che indirizzare la rabbia popolare contro i partiti e il parlamento che hanno mal amministrato il dopo dittatura. Purtroppo compito facile visto come, in un abbaio confuso, tra corruzione e inefficienza, hanno trascinato il Paese nel disastro economico e nel caos sociale. Tutti colpevoli: gli islamisti di Hennadha, convertitisi dal terrorismo allo sfruttamento di poltrone e poltroncine, al partito in ascesa dei nostalgici di Ben Ali (un sintomo che doveva allarmare, quando si comincia dire si stava meglio quando si stava peggio la controrivoluzione è vicina); a una sinistra in emorragia di consensi e di idee.
    Il presidente ha chiesto al popolo di scendere in piazza per rafforzare il solo capace di porre riparo alle ruberie e ai particolarismi egoisti degli eletti. I suo golpe dello scorso anno è stato salutato infatti da manifestazioni d'entusiasmo molto fitte e in gran parte spontanee.
    Sparute le proteste di chi aveva subito compreso che, con tutti i limiti e la mediocrità di coloro che la incarnano spesso immeritatamente, i partiti sono la democrazia. Chi si annuncia come il profeta di «una nuova era nella Storia» chiedendo deleghe in bianco cavalca la tirannide.
    In questo anno il presidente ha svitato, approfittando della solitudine del regime di eccezione, tutti i bulloni che tengono insieme la fondamentale divisione dei poteri. Manca solo una sanzione costituzionale che dovrebbe ottenere oggi. Una Costituzione che si è cucita addosso da solo, dove gli è garantita una totale irresponsabilità, la possibilità di prolungare il mandato e viene creato un nuovo ramo del parlamento, l'assemblea delle regioni. Sarà il contenitore perfetto della sua nuova obbedientissima élite che dovrà applaudire il potere monocratico.
    Il popolo più sensibile all'adescamento di Saied il salvatore è formato dai dimenticati delle regioni dell'interno, afflitte da una eterna miseria, serbatoio di giovani senza futuro. Lo detestano e ne denunciano le trame gli intellettuali, i magistrati (ne ha revocati senza appello 57, hanno fatto inutilmente sciopero per tre settimane), i sindacalisti, i sempre devoti alla mobilitazione democratica, reperibili sulla costa, un'altra Tunisia degna ma purtroppo minoritaria.
    Undici anni dopo la rivoluzione la speranza che non schiumi di nuovo l'autocrazia paternalistica alla Ben Ali è affidata alla situazione economica. La Tunisia nonostante il salvatore della patria è in fallimento, il "rating'' è pari a quello di Ucraina e Sri Lanka . Non ci sono i soldi per pagare gli stipendi alla armata burocratica dei 700 mila dipendenti pubblici. E soprattutto c'è il fattore farina. La banca mondiale ha già concesso un prestito di 130 milioni di dollari per comprare grano tenero. Ne occorrono altri 370 per le scorte di quest'anno. Il Fondo monetario, la sigla più odiata nel mondo non occidentale, valuta. Provate a indovinare: a Saied non dirà di no. Nel 2011 la rivolta popolare che noi deformammo nel melenso slogan di «rivoluzione dei gelsomini» scoppiò perché la gente aveva fame.
  3. DOPO L'ACCOGLIENZA NULLA : Quasi settecento migranti salvati e fatti sbarcare nei porti della Sicilia e della Calabria, cinque cadaveri nel peschereccio soccorso, l'hotspot di Lampedusa di nuovo al collasso, tanti micro-sbarchi nell'isola ma anche a Pantelleria e perfino a Marettimo, la più remota delle isole Egadi, di fronte a Trapani.
    Nel silenzio del dibattito politico sul tema che tre anni fa infiammava Parlamento e procure, gli sbarchi tornano a diventare emergenza, aggravati dalla pandemia non ancora sotto controllo. Mare piatto, estate piena, nessuno può dire se i nuovi sbarchi preludano a una nuova fase di massicci arrivi organizzati in un Paese ancora sotto choc per la caduta di un governo che sui migranti lavorava a nuove intese europee, ma certo è che accanto a barchini fai da te è fiorente il traffico di uomini che pagano il trasporto ai mercanti della Libia. E le cronache sembrano tornare a quelle del 2019, con gli Sos lanciati dalle imbarcazioni alla deriva, con la Guardia costiera in allerta costante, con le navi delle Ong che soccorrono uomini, donne e bambini.
    Ieri il più grande salvataggio è stato quello di un peschereccio con cinquecento migranti - trenta dei quali minorenni non accompagnati - soccorso al largo della Libia. Uomini, donne, bambini che erano stati abbandonati dagli scafisti senza acqua né cibo. Cinque i cadaveri trovati nello scafo, ma probabilmente altri sono morti nella traversata. A intervenire sono state tre motovedette della Guardia costiera, un'unità della Guardia di finanza e la nave mercantile Nordic - fatta dirigere sul posto - che ha trasbordato i disperati sulla "Diciotti" della Guardia costiera. Il barcone era alla deriva, alcuni migranti sono stati recuperati in acqua, dove lottavano per non affogare. In tutto 674 i migranti messi in salvo e fatti sbarcare: 179 di loro, insieme con i 5 cadaveri, sono approdati a Messina, gli altri sono stati dirottati a Portopalo di Capo Passero, Catania e Crotone.
    Ma è tutto un pullulare di allarmi e di salvataggi, con le navi delle Ong di nuovo in piena attività: Sos Mediterranee Italia ha comunicato di avere soccorso un gommone alla deriva con 87 migranti, 57 dei quali minorenni e soli; See Watch Italy ha comunicato di avere a bordo sulla nave SeaWatch3 ben 428 persone, tra cui bambini e una donna incinta di nove mesi. «Se non fossimo intervenuti - dicono - quale sarebbe stata la loro sorte?».
    Di sicuro la macchina dell'accoglienza è molto sotto pressione. L'hotspot di Lampedusa contiene a stento 1.300 ospiti a fronte di una capienza di 350. Gente accampata ovunque all'aperto, a dormire sui cartoni o sui teli termici, scene che sembrano riportare all'indietro le lancette dell'orologio sull'isola più a Sud del Mediterraneo diventata simbolo dell'accoglienza e delle crisi. Ancora una volta, vanno a rilento i trasferimenti sulla terraferma che dovrebbero avvenire in 48 ore e che sono ulteriormente complicati dal Covid e dalla necessità di quarantene per chi è positivo al tampone.
    Ma è come svuotare l'oceano con il cucchiaino: ieri sono approdati ben 522 migranti su sedici barche approdate in ogni parte dell'isoletta, quasi confusi tra i pescherecci e le navi da diporto dei turisti. Venerdì gli sbarchi erano stati 13 con poco meno di 350 passeggeri. Mini-imbarcazioni che partono dalla Tunisia ma anche grosse carrette del mare che riescono ad arrivare dalla Libia: una di queste ieri è approdata con 123 tra pakistani, bengalesi, egiziani e sudanesi. Le più grandi vengono avvistate e scortate in porto, le altre attraccano indipendentemente sul molo Madonnina, a Cala Pisana, negli altri approdi dell'isola.
    Ma più clamoroso è l'intensificarsi degli sbarchi a Marettimo, scoglio roccioso a Nord-ovest della Sicilia, e a Pantelleria, ormai destinazione consolidata accanto a Lampedusa, dove la settimana prossima è prevista la visita di rappresentanti della Commissione europea che prevedono di aumentare i posti disponibili nella ex caserma Barone.
  4. L'AGRICOLTURA PUO' RISPARMIARE ACQUA: «A Pian dell'Alpe, un po' sopra la zona dove ora stanno pascolando i miei capi, le fontane e i piccoli torrenti sonoasciutti e l'erba sta ingiallendo. Un disastro così non me lo ricordo davvero. Ho chiamato anche mio cugino in Val Troncea e mi ha detto che i pascoli sono bruciati». L'allevatore Dario Gaido guarda le sue 250 vacche sparse e libere 24 ore su 24, su un territorio che va dai 1500 ai 2000 metri di quota, sulle montagne di Usseaux dove lui, da anni, le affitta da 83 proprietari diversi. «Qui siamo arrivati a 34 gradi, con un sole arrabbiato che fa male, se continua così ancora qualche giorno diventa un bel guaio». Per fortuna, nei prossimi giorni il meteo prevede dei rovesci più o meno consistenti sull'arco alpino. «Sono quelli che potrebbero salvarci – ammette Gaido – perché è sufficiente poca acqua e la montagna la trasforma subito in ricchezza straordinaria, come erba e fiori». Anche Giovanni Agu, con i suoi 400 bovini è su negli alpeggi della Valle Stretta. «La condizioni dei prati sono quelle di fine agosto – taglia corto – Quando a 2400 metri di quota ci sono una trentina di gradi per diversi giorni c'è qualcosa che non quadra».
    In alcuni casi, come è avvenuto nel Bergamasco, le mandrie sono state dissetate da rifornimenti di emergenza trasportati con elicotteri, autobotti e cisterne trainate dai trattori. «Qui non manca più tanto perché nei prati dove tenevamo le bestie una ventina di giorni, ora pascolano solo più per la metà del tempo», calcola Gaido.
    E questo è un lamento che riecheggia dalle Alpi Graie alle Alpi Cozie fino alle Marittime dove, secondo le stime regionali, ogni estate salgono circa 165 mila capi e 43 mila di questi nel torinese. Una fetta importante per l'economia e, soprattutto, per un settore tradizionale come quello della produzione dei formaggi. Qualche margaro, al culmine dello sconforto, ha anche pensato di ritornare nelle stalle di pianura che, quest'anno, affrontano le stesse condizioni climatiche dei ranch dell'Arizona.
    «Tanto anche qui è tutto bruciato. E adesso si incontrano sempre maggiori difficoltà a irrigare i campi perché la portata dei canali è ai minimi storici e la falde dei pozzi cominciano ad abbassarsi sempre di più», riflette amaro Bruno Mecca Cici, imprenditore agricolo di Leinì e presidente provinciale di Coldiretti. Meglio restare in quota e aspettare qualche temporale?
    «La situazione dei pascoli in montagna è molto critica – spiega Mecca Cici – e in diverse zone si sta procedendo anticipatamente con il secondo taglio di fieno per salvare il salvabile, visto che dal punto di vista della quantità, si sta raccogliendo il 40% del foraggio che invece si ricava in una stagione normale e molte aziende sono costrette ad acquistarlo a prezzi altissimi, quando riescono a trovarlo».
    Che, sotto le vette del Torinese, l'acqua stia drammaticamente iniziando a scarseggiare, lo raccontano le condizioni dei ghiacciai, da sempre i grandi alimentatori dei torrenti. Daniele Cat Berro, ricercatore della Società meteorologica italiana, da diversi anni sta monitorando la vita del ghiacciaio dello Ciardoney, a quota 2850 metri. Dopo gli ultimi rilievi, parla di «dati incredibili. Al 14 di luglio abbiamo costatato che la situazione del ghiacciaio era peggiore di quella registrata il 10 agosto del 2003 – analizza Cat Berro – lo spessore si è ulteriormente assottigliato di uno o due metri, a seconda della zona. E la situazione non sembrare migliorare. Il trimestre maggio-giugno-luglio attuale rischia di essere il più caldo dal 1753».
  5. INGIUSTIFICABILE, NON PENSANO DI POTER ESSERE DEI PAZIENTI: «Poteva accadere a ognuno di noi, ecco perché stiamo con Emanuele. La condanna che ha subito è ingiusta. Noi siamo le vittime, non i colpevoli». Scuote la trincea dell'emergenza il caso dell'infermiere del pronto soccorso del San Luigi di Orbassano condannato nei giorni scorsi a 8 mesi di reclusione per omicidio colposo, accusato di non aver svolto correttamente il triage di un paziente, morto alcune ore dopo il suo arrivo in ospedale per la rottura di un aneurisma aortico.
    Non contro la giustizia, ma contro un sistema sanitario che «abbandona gli eroi del Covid a combattere battaglie quotidiane senza difese», colleghi, medici, associazioni scientifiche e di categoria, personale di altri ospedali stanno dando vita a un campagna social a sostegno dell'infermiere condannato. Foto e cartelli di denuncia: «#iostoconemanuele». Di più: 48 infermieri del pronto soccorso del San Luigi, afferma il sindacato Nursind, avrebbero intenzione di chiedere il trasferimento in altri reparti. «Continuare a lavorare in pronto soccorso a queste condizioni è una missione suicida».
    Al centro della rivolta non c'è la vicenda giudiziaria ma le sue conseguenze. «Tutte le sentenze vanno rispettate, ma questa non la condividiamo perché rischia di mettere in discussione le regole dell'emergenza» spiegano Pietro e Gino Obert, legali dell'imputato. Stando alle accuse, l'infermiere non avrebbe valutato correttamente l'urgenza durante il triage. Il paziente era arrivato in ospedale nel pomeriggio del 23 gennaio 2019 con dolori inguinali. Gli era stato assegnato un codice verde e messo in attesa. I familiari hanno sostenuto in aula che, al momento del triage, lui aveva detto di aver sofferto in passato di aneurisma. L'infermiere di turno ha sempre affermato il contrario. «Un dato del genere, così importante, l'avrei subito evidenziato» si è difeso. Il paziente, dopo 7 ore di attesa, durante le quali era stato sottoposto al prelievo del sangue, era peggiorato e poi morto. Il tribunale non ha creduto all'infermiere. Altri due dipendenti del pronto soccorso, che forse avrebbero potuto scagionarlo: non hanno testimoniato, perché indagati per lo stesso fatto.
    Al San Luigi, quel giorno, c'era stato un afflusso abbondante di pazienti. «Non entriamo nel merito della vicenda giudiziaria e del dramma della famiglia - spiega Luca Zanotti, del sindacato Nursind - Chiediamo di ripensare il sistema. Il personale sanitario ora ha paura delle conseguenze legali e finirà per sovrastimare le gravità a scapito di quelle vere». E aggiunge: «Chi svolge funzione di triage non riceve indennizzi. Il personale è in costante pressione. Sempre più persone si rivolgono ai pronto soccorso non trovando risposta dai medici di famiglia o dagli ambulatori territoriali. Paghiamo, ogni giorno sulla nostra pelle, la mancanza di tutele che ci spetterebbero di diritto».
  6. E' CHIARO CHE DIETRO LE SCELTE DI BERLUSCONI C'E' LA FASCINA , PER CUI LO SFASCIO !
  7. ASSIMILARE DRAGHI A MONTI VUOL DIRE NON AVER CAPITO DRAGHI.
  8. BASTI PENSARE LA VISIONE STRATEGICA ENERGICA SULL' H2 , LIMITATA DAL MINISTRO NUCLEARISTA CINGOLANI PER SOSTENERE L'INTERESSE DI LEONARDO. 
  9. PERCHE' DRAGHI DOVREBBE FIDARSI DI CHI NON MANTIENE LE PROMESSE ?

 

 

25.07.22
  1. «Gli occupanti russi nella regione di Kherson portano le munizioni sotto copertura degli aiuti umanitari. Sono arrivati circa venti camion». Lo riferisce, su Telegram, il Dipartimento generale dell'intelligence ucraina.
  2. Giappone, il presidente russo non sarà invitato ai funerali di Abe
    Kharkiv potrebbe diventare la sede del tribunale per i crimini di Mosca
    Putin non sarà invitato ai funerali di Stato dell'ex presidente giapponese Shinzo Abe, assassinato l'8 luglio. Il mancato invito, spiegano i giornali giapponesi, è legato alle sanzioni che, di fatto, vietano l'ingresso di Putin nel Paese.
  3. ECCO PERCHE' NON CI SI PUO' FIDARE DI PUTIN :    Missili russi sul porto di Odessa. Kalibr, lanciati dalle coste della Crimea, diretti al terminal del grano più grande di tutta l'Ucraina. «Missili lanciati meno di 24 ore dopo la firma degli accordi sull'export di grano - scrive su Telegram il governo di Kiev -. Missili che dimostrano quanto i russi non abbiano rispetto degli accordi internazionali».
    Secondo quanto riporta il comando Sud dell'Esercito, «quattro missili Kalibr hanno preso il volo dalle coste della Crimea. Due sono stati abbattuti in mare. Altri due hanno colpito il porto». Le esplosioni alle prime luci dell'alba hanno riportato Odessa in pieno conflitto. «Proprio quando pensavamo di esserci lasciati il peggio alle spalle - racconta Maximilian -, proprio quando ero pronto a tornare in servizio». Max, 36 anni, è uno di quegli odessiti che vive di mare. Fa il «pilota». «Salgo sulle navi in ingresso al porto e spiego al timoniere la rotta. Oggi avrei dovuto riprendere servizio. O meglio proprio oggi ci sarebbe stata la prima riunione operativa di noi piloti», spiega. Lì dove tutto sarebbe dovuto ricominciare. Dove si arrivava, se si vive in centro città, scendendo la scalinata Kotiomkin. Dove prima della guerra i turni erano di 24 ore e le navi in attesa, in rada, si contavano grazie ai pinnacoli di fumo bianco «a perdita d'occhio oltre l'orizzonte». Bianco come i gas di scarico delle navi e non nero color degli incedi post esplosioni. L'ennesimo sfregio per Odessa; l'ennesimo pinnacolo di fumo nero al porto «ben diverso da quello delle navi cargo in approccio alle banchine», chiosa Maximilian.
    I Kalibr di Odessa hanno innescato una serie di dichiarazioni che rischiano di offuscare, se non di affossare, l'accordo sull'export del grano firmato venerdì a Istanbul. Dmytro Kuleba, ministro degli Esteri ucraino, abbandona il linguaggio della diplomazia: «Uno sputo in faccia alla comunità internazionale e alle Nazioni Unite», dice.
    «Purtroppo ci sono feriti - fa eco via Telegram Maksym Marchenko, governatore dell'Oblast di Odessa -. L'infrastruttura del porto è stata danneggiata. Dopo questo attacco il mondo intero dovrebbe capire cos'è la Russia: un Paese terrorista. Tutti gli accordi con loro non valgono nemmeno la carta su cui sono scritti». Marchenko cita nel suo discorso anche Europa e Nazioni Unite, «un messaggio al mondo intero: la Russia non negozierà né si fermerà».
    Mosca tace. L'unico a parlare per voce del Cremlino è il ministro della Difesa turco: «I russi ci hanno detto che non hanno assolutamente nulla a che fare con questo attacco - dice Hulusi Akar - e che stanno esaminando la questione da vicino».
    Mancano conferme internazionali, ma i resti dei missili trovati al porto, stando a quanto detto dall'esercito ucraino, non lasciano dubbi: sono Kalibr. Missili polivalenti capaci di volare anche oltre la velocità del suono. Missili utilizzati per lo più dalla Russia e in dotazione a pochi altri eserciti alleati: Cina e Iran su tutti.
    Josep Borrell, capo degli Affari esteri dell'Unione europea ha affermato che l'attacco mostra il «totale disprezzo» della Russia verso il diritto internazionale. «Colpire un obiettivo cruciale per l'esportazione di grano il giorno dopo la firma degli accordi di Istanbul è particolarmente riprovevole», spiega. Aggiungendo che l'Ue «condanna fermamente» l'attacco. Stesso tono usato dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Il numero uno dell'Onu ha subito condannato l'attacco, ricordando che la piena attuazione dell'accordo sul grano stipulato tra Russia, Ucraina e Turchia «è imprescindibile». «Questi prodotti sono fondamentali per affrontare la crisi alimentare globale e alleviare le sofferenze di milioni di persone bisognose in tutto il mondo», sottolinea il portavoce delle Nazioni Unite.
    L'attacco al porto di Odessa non è solo un messaggio militare all'Ucraina, ma rischia di passare come una provocazione al mondo intero. Negli accordi di Istanbul la Russia si era impegnata a non attaccare le navi cargo e i porti indicati per lo sblocco dell'export del grano. Tre scali, a pochi chilometri di distanza uno dall'altro, che sarebbero dovuti uscire dal conflitto. Odessa, il porto con 8 banchine solo per il grano; Chornomorsk, scalo di riferimento della Compagnia di Navigazione del Mar Nero, e Pivdenny, quello che di fatto è il porto più grande d'Ucraina, il 91° scalo al mondo per volume di merci. Pivdenny, salvo cambi di programma, sarà il porto più attivo per l'export del grano. Sono i numeri a confermarne la portata: nel 2021 ha toccato il suo record di esportazioni sfiorando i 6 milioni di tonnellate di merci. Un dato che fa capire quanto sarà difficile riportare l'export di grano ucraino ai volumi pre conflitto. Ai tempi in cui i porti attivi erano anche Kherson e Mykolaiv più le banchine sulle coste del Mar d'Azov.
    Ad oggi i cerali stoccati nel Paese, nella parte d'Ucraina libera, sono 35 milioni di tonnellate. I tre terminal citati nell'accordo dovranno lavorare con turni serrati per poter smaltire tutto ciò che è stoccato nei silos. Ad ora lavoreranno solo per i cereali, ma non è scontato raggiungere l'obiettivo. C'è poi da capire come «scorrerà» il traffico marittimo nel Mar Nero. Le stime parlano di 90 navi cargo pronte ad approdare. Per muoversi verso i porti ucraini dovranno attendere l'ok di Ankara. La Turchia, con le Nazioni Unite, è la garante dell'accordo. A lei spetta il compito di ispezionare le navi per evitare che possano portare armi occidentali in Ucraina.
  4. FIN CHE C'E' PUTIN C'E' GUERRA :   Orban: "Serve un negoziato tra Russia e Usa Mosca non tratterà mai con i leader dell'Ue"
    Il premier ungherese Viktor Orban torna a parlare della guerra e ad attaccare la strategia di Bruxelles. «È necessaria un'adeguata offerta di pace», ha detto. Il compito dell'Occidente - ha aggiunto - non è quello di prendere le parti di qualcuno, ma di stare tra i russi e gli ucraini: «Non ci sarà pace finché non ci sarà un negoziato tra Russia e Stati Uniti». Il capo del governo ungherese è intervenuto al Tusványos Summer, in Romania. «L'Europa non dovrebbe aspirare a un ruolo nella politica mondiale finché non è in grado di affrontare le questioni di politica estera nel proprio cortile», ha attaccato, aggiungendo che «la forza, il prestigio e la capacità d'azione dell'Occidente stanno svanendo», ha detto a migliaia di sostenitori, «con Trump e Merkel» la guerra «non sarebbe mai avvenuta». «Non ci sarà cessate il fuoco perché Mosca non vuole discutere con i leader europei, che non sono riusciti a far rispettare gli accordi di Minsk del 2015. Pertanto, i negoziati saranno possibili solo nel 2024, dopo le elezioni presidenziali Usa». Secondo Orban la Russia ha avanzato «una richiesta chiara, chiedendo che l'Ucraina non diventi membro della Nato. Ecco perché ora cerca di imporsi con le armi».
  5. SI STA SBAGLIANDO TUTTO E GLI UCRAINI PAGANO PER TUTTI: Il patriarca Kirill è l'alleato più importante del presidente Putin nella guerra contro l'Ucraina. Una guerra che ha appoggiato fin dall'inizio, come una battaglia contro «forze oscure esterne e ostili». Kirill ha addirittura benedetto i soldati russi inviati in Ucraina. A marzo, papa Francesco ha tenuto una videoconferenza con il capo della chiesa ortodossa russa mettendolo in guardia sull'uso della religione per giustificare il conflitto. Il papa ha detto a Kirill di non essere il «chierichetto di Putin».
    «Il Vaticano non cesserà mai gli sforzi diplomatici per una mediazione che porrebbe fine alla guerra contro l'Ucraina», ha detto successivamente papa Francesco. Purtroppo, questa mediazione è destinata a fallire. Ed ecco perché.
    Tra Stato e chiesa
    L'interdipendenza tra lo Stato e la chiesa russi rende la seconda un attore sociale privilegiato. La chiesa russa ha sempre promosso questa idea di interdipendenza, che ha un peso importante nel discorso ideologico di Putin. Già dalla fine degli Anni 90 Putin aveva iniziato a rafforzare le posizioni della chiesa nella società, imponendolo dall'alto: lo Stato aveva identificato nella chiesa russa un alleato nella diffusione della sua idea di una civiltà russa distinta. Di conseguenza, negli ultimi 20 anni la chiesa russa è riuscita ad assicurarsi una posizione di influenza nella Russia post-sovietica, diventando il simbolo più potente di statualità russa, della tradizione e della cultura. Il rapporto Stato-chiesa è stato rianimato, e oggi lo Stato gode della legittimità derivata dalla chiesa mentre la chiesa aumenta la propria autorità diventando un elemento dell'amministrazione statale.
    Se nell'epoca sovietica la chiesa russa era stata un'istituzione repressa, nel regno di Putin è diventata un'entità forte che gode di privilegi elargiti dallo Stato, tra cui la capacità di reprimere altri gruppi religiosi presenti nello Stato laico della Russia. La posizione privilegiata della chiesa ortodossa russa viene garantita anche dall'assistenza finanziaria che riceve dallo Stato, sia direttamente che indirettamente. Negli anni, la chiesa ortodossa è stata il più grande beneficiario delle sovvenzioni elargite dalla presidenza alle organizzazioni della società civile.
    Parlando al consiglio dei vescovi qualche anno fa, il patriarca Kirill aveva annunciato che la chiesa ortodossa russa conta oggi 34.764 chiese, 361 vescovi, quasi 40.000 sacerdoti e diaconi, 455 monasteri e 471 conventi. La Duma aveva approvato già nei primi anni della presidenza Putin una legge che restituiva alla chiesa tutte le sue proprietà sequestrate dal regime sovietico. In cambio, sotto Putin, il patriarcato di Mosca ha sostenuto in maniera esplicita la politica interna ed estera della Russia, e la sua politica militare.
    Una civiltà distinta
    Dopo il collasso dell'Unione Sovietica, la chiesa era entrato in un territorio "sconosciuto", percependolo come minaccia. Per affrontare questa "minaccia", era diventata diffidente e critica verso i valori occidentali associati alla libertà individuale e ai diritti umani. Sotto il patriarca Kirill, la chiesa russa si è legata inestricabilmente al discorso sull'egemonia della civiltà distinta della Russia, creato nell'era putiniana. Oggi è la chiesa ortodossa russa che fornisce la narrazione essenziale sull'identità russa, piena di miti e simboli. La nozione della "civiltà russa" utilizzata dal presidente Putin e dal suo establishment politico era stata introdotta da Kirill ancora all'epoca in cui, come metropolita di Smolensk, era a capo del Dipartimento delle relazioni esterne della chiesa. Secondo lui, l'unicità della "civiltà russa" la rendeva culturalmente superiore all'Occidente.
    Il discorso dell'ortodossia russa sulla diversità russa di solito comprende un atteggiamento critico verso l'Occidente e il liberalismo politico che vi viene associato. Questa critica prende di mira soprattutto il secolarismo diffuso delle società occidentali: il patriarca Kirill sostiene che è impossibile separare l'essere umano dai valori spirituali, e di conseguenza anche creare una società secolarizzata che tolleri «molteplici forme comportamentali». Secondo il patriarca, un modello del genere distruggerebbe inevitabilmente le fondamenta morali della vita. Più in generale, il discorso della difesa dei valori cristiano tradizionali coincide con una severa critica dei concetti sociali occidentali ed è legato al discorso della minaccia costante alla moralità.
    Oltre al secolarismo, la chiesa russa colloca nella sfera dei valori occidentali anche l'individualismo e il pluralismo, considerati entrambi frutti dell'Illuminismo europeo, nella visione secondo la quale «i valori occidentali vengono sempre più emarginati, e Dio viene spinto alla periferia dell'esistenza umana».
    Nel suo discorso al Club di Valdai del 2013, Putin ha usato una argomentazione sostanzialmente simile quando ha dichiarato che nel mondo scarseggiava sempre più la decenza, e le persone «prive dei valori cristiani... di norme morali ed etiche formate nel corso di millenni... stanno perdendo la loro dignità umana». Di conseguenza, la Russia deve riconoscere che «non può avere successo su scala globale senza una autodeterminazione spirituale, culturale e nazionale».
    Il "mondo russo"
    Il discorso della Russia come civiltà distinta, portato avanti sia dalla chiesa che dallo Stato, va a braccetto con la narrativa del "mondo russo" come centro della civiltà ortodossa. Uno dei discorsi del patriarca Kirill getta luce sulla narrativa creata dalla chiesa a riguardo: "Si tratta di capire chiaramente cosa significa oggi il mondo russo. Credo che se consideriamo come unico suo centro la Federazione Russa nei suoi confini attuali andiamo a peccare contro la verità storica e ne tagliamo fuori artificialmente milioni di persone che avvertono la loro responsabilità per le sorti del mondo russo e considera la sua costruzione la missione della loro vita. Il cuore del mondo russo sono oggi la Russia, l'Ucraina e la Bielorussia... Questa è la Santa Russia. È questa la visione del mondo russo inerente alla autoidentificazione della nostra chiesa oggi... Gli Stati indipendenti che esistono nelli spazio della Rus' storica, consapevoli della loro affiliazione a una civiltà comune, possono continuare a costruire insieme il mondo russo e considerarlo un progetto sovranazionale comune. Possiamo addirittura introdurre una nozione nuova, il "Paese del mondo russo". Io credo che soltanto un mondo russo legato strettamente insieme possa diventare un potente soggetto della politica globale internazionale, più forte di qualunque alleanza politica».
    In un altro discorso, il patriarca Kirill ha sostenuto che gli Stati indipendenti del "mondo russo" devono articolare la propria sovranità non come motivo di separazione dai vicini, ma semmai come uno strumento per rinforzare il loro senso di appartenenza a una comunità della stessa civiltà. Nello stesso discorso, il patriarca ha ipotizzato la trasformazione di Kiev in un altro centro politico e sociale del "mondo russo", non meno importante di Mosca, in quanto Kiev era la culla della civiltà russa, «la madre delle città russe».
    Tutto il discorso del patriarcato russo sulla «Santa Rus'» e la fratellanza ortodossa degli slavi storicamente era servito al Cremlino come strumento di influenza sul "vicino estero" e di opposizione agli attori occidentali che volevano entrare nello spazio post-sovietico. La promozione dei valori tradizionali da parte di Kirill ha ulteriormente consolidato l'ideologia del "mondo russo" e il concetto di "sicurezza spirituale", che gradualmente ha aiutato la Russia di Putin ad assumere una identità messianica basata sulla narrativa dell'identità russa come quella di una civiltà ortodossa a sè stante.
    Giustificazioni morali
    Lo stretto rapporto tra il presidente Putin e il patriarca Kirill ha fornito alla politica estera e alla sicurezza russa una cornice morale; anzi, la chiesa ortodossa russa ha definito la visione morale e il senso dell'onore dell'intero Stato e della nazione. Durante la guerra cecena, per esempio, l'allora patriarca Aleksij aveva esortato lo Stato a «difendere la madre patria dai nemici esterni oltre che interni». Nel 2008, l'arcivescovo Ignazio, dopo una visita nell'Artico dove era stato portato dagli aerei dei servizi segreti russi (Fsb), ha espresso la sua soddisfazione per la cooperazione tra la chiesa e le forze armate, notando che i soldati russi stavano aiutando la chiesa a portare il verbo di Dio anche alla fine del mondo. Nel 2010, la chiesa ortodossa russa aveva addirittura proposto di assistere i russi etnici nelle campagne elettorali, e aiutare il governo a stabilire un dialogo tra il partito putiniano Russia Unita e le forze conservatrici in Europa e negli Usa. Nel 2015, la chiesa ortodossa russa ha dato la sua approvazione all'ingresso dei militari russi nella guerra in Siria, e dichiarato di appoggiare la decisione di Putin di lanciare laggiù una "guerra santa". Sulla Crimea, padre Vsevolod Chaplin aveva dichiarato che le truppe russe stavano svolgendo una missione di peacekeeping in Ucraina, e che «il popolo russo ha il diritto di venire riunito nello stesso corpo politico». Questi sono solo alcuni esempi dello stretto rapporto tra lo Stato e la chiesa in Russia.
    La chiesa stessa va fiera del suo spirito di cooperazione con le forze armate: il patriarca e il Santo Sinodo hanno creato il Dipartimento del Sinodo per la cooperazione con le forze armate e gli organismi della sicurezza. Un rapporto consolidato da una serie di accordi scritti sul rinnovamento spirituale e morale delle forze armate russe; il clero ortodosso benedice regolarmente i soldati, gli armamenti e i mezzi militari, e i sacerdoti hanno benedetto le nuovi armi russe, i caccia e perfino i missili usati nella guerra contro l'Ucraina.
    La facoltà di legge dell'Università ortodossa russa ha inserito un corso di "sicurezza spirituale", mentre per i soldati sono stati introdotti corsi speciali di cultura ortodossa. Il patriarca Kirill ha dichiarato al riguardo: «Quanto per il popolo arriva il momento di fare il proprio dovere ed ergersi a difesa della madre patria, diventa l'attività più importante delle loro vite... Uno dei compiti della chiesa perciò è il ministero speciale di insegnare e rafforzare nel popolo i principi spirituali e morali che renderanno le persone valorosi e inflessibili difensori della patria». Il patriarca ha anche espresso la speranza che i corsi di ortodossia all'accademia militare avrebbero «fatto rivivere modelli di uno stile di vita organici alla Russia».
    Dalla fine degli Anni 90, il governo russo ha preso provvedimenti per includere la visione della chiesa ortodossa russa nelle concezioni della sicurezza nazionale e della politica estera. La chiesa è stata chiamata a contribuire a redefinire la Russia, e a crearle una nuova missione da portare nel mondo.
    Il concetto di sicurezza spirituale è stato ampiamente utilizzato nei documenti ufficiali dello Stato come la Concezione della sicurezza nazionale e la dottrina della sicurezza informativa della Federazione Russa, entrambe risalenti al 2000. Nella narrativa ufficiale russa, le norme che lo Stato vuole imporre insieme alla chiesa giustificano l'assertività del Cremlino nel "vicino estero". Lo Stato e la chiesa hanno lavorato in tandem per promuovere la loro politica estera e i loro obiettivi nello spazio post-sovietico e sulla scena internazionale. La cristianità ortodossa è stata dichiarata una componente fondamentale dellessere russi, e la chiesa russa di conseguenza è stata elevata a protettrice degli interessi nazionali, delle tradizioni e dei valori russi.
  6. OMS CREDIBILITA' BRUCIATA DAL BUSINESS DI BILL GATES , SERVE UN NUOVO PRESIDENTE : Il vaiolo delle scimmie è stato dichiarato emergenza globale dall'Organizzazione mondiale della sanità. Lo ha annunciato il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Nonostante non ci fosse consenso all'interno del comitato d'emergenza dell'Oms. La definizione di emergenza globale è il più alto livello di allerta dell'Oms.
    «In breve, abbiamo un'epidemia che si è diffusa rapidamente in tutto il mondo attraverso nuove modalità di trasmissione di cui capiamo troppo poco», ha spiegato Tedros. Per il capo delle emergenze dell'Oms, Michael Ryan, si tratta di una decisione che punta ad assicurare che il mondo prenda sul serio l'epidemia in corso. L'allarme è legato all'aumento dei casi a livello mondiale: sono oltre 16mila quelli segnalati in 75 Paesi e 5 i decessi. L'Europa si conferma epicentro dei contagi: 10.604 secondo l'ultimo bollettino congiunto del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dell'Ufficio regionale per l'Europa dell'Oms (dati al 19 luglio). La definizione di emergenza globale, però, non significa che una malattia sia automaticamente particolarmente trasmissibile o letale. In passato l'Oms ha dichiarato emergenze per crisi di salute pubblica come la pandemia di Covid-19, l'epidemia di Ebola nell'Africa occidentale del 2014, il virus Zika in America Latina nel 2016 e per la poliomielite. E al momento sono due le emergenze sanitarie attive, il coronavirus e la poliomielite.
    In Italia il direttore generale della prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, sottolinea che «la situazione è sotto costante monitoraggio». La situazione è di «massima attenzione» ma «no allarmismo». Insomma, una situazione che non desta «particolare preoccupazione». In Italia, aggiunge Rezza, « finora sono stati registrati 407 casi con tendenza alla stabilizzazione».
    Dichiarare l'emergenza globale serve principalmente come modo per attirare più risorse globali e attenzione su un'epidemia. «La valutazione dell'Oms è che il rischio di vaiolo delle scimmie è moderato a livello globale e in tutte le regioni tranne che nella regione europea, dove valutiamo il rischio come alto», ha precisato il direttore generale dell'Oms. E ha ricordato che « è un'epidemia che si concentra tra gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, in particolare quelli con più partner sessuali». Si tratta, quindi di «un focolaio che può essere fermato con le giuste strategie nei gruppi giusti».
    Sebbene il vaiolo delle scimmie sia presente da decenni in alcune parti dell'Africa centrale e occidentale, fino a maggio non era noto che scatenasse focolai di grandi proporzioni al di fuori dell'Africa né che si diffondesse tanto fra le persone. A maggio, però, le autorità hanno rilevato decine di focolai in Europa, Nord America e altrove. Gli esperti sospettano che i focolai di vaiolo delle scimmie in Europa e Nord America si siano potuti diffondere per via sessuale in due rave in Belgio e Spagna. A oggi, decessi per vaiolo delle scimmie sono stati segnalati solo in Africa, In Europa, Nord America e altrove il vaiolo delle scimmie si sta diffondendo tra persone senza legami con animali né che abbiano fatto viaggi recenti in Africa. La massima esperta dell'Oms sul vaiolo delle scimmie, la dottoressa Rosamund Lewis, ha affermato questa settimana che il 99% di tutti i casi di vaiolo delle scimmie al di fuori dell'Africa sono stati rilevati in uomini e che il 98% di questi hanno rapporti sessuali con altri uomini.
  7. SOTTOVALUTAZIONE E NESSUNA AZIONE PER FERMARE L'ALLARME AMBIENTE : Il nome attribuito dai meteorologi all'anticiclone africano che attanaglia l'Italia, «Apocalisse», rende perfettamente l'idea. Tra temperature che superano i 40 gradi, la siccità inarrestabile e gli incendi che divampano da Nord a Sud la situazione è drammatica. Due persone sono morte in Liguria, probabilmente stremate dal caldo eccessivo, le metropolitane sono state costrette a rallentare per i binari roventi e rotaie deformate hanno causato il deragliamento di un locomotore.
    Oggi e domani sono indicati dagli esperti del meteo come i giorni più caldi con temperature davvero bollenti. E ad un mese dall'inizio dell'estate i disagi e i danni si contano un po' ovunque. Con regioni che sospendono le attività lavorative all'aperto in alcune ore, fiumi e laghi a secco o quasi, agricoltura in ginocchio. Le temperature delle ultime settimane, con il termometro oltre i 40 gradi in diverse zone, e il tasso di umidità che sale vertiginosamente, stanno mettendo in difficoltà diverse attività e in particolare lo stato di salute di molte persone, soggetti fragili e anziani.
    A preoccupare l'allarme roghi. Sono già 243 gli incendi nel nostro Paese dall'inizio del 2022 e ad oggi sono bruciati 27.704 ettari, contro una media storica doppia, pari a quasi 54 mila ettari. Negli ultimi 15 anni la media è stata di 263 roghi per l'intera stagione delle fiamme. Il 2021 è stata una vera e propria annata record, con 150 mila ettari bruciati da 659 incendi. Lo rivela il portale dello «European forest fire information system» della Commissione europea: i dati sono stati analizzati dal professor Gherardo Chirici, direttore del Laboratorio di geomatica forestale del Dipartimento di agraria dell'Università di Firenze. «Il quadro emerso - spiega in una nota Chirici - ci dice che si tratta di molti incendi, ma di piccola estensione, e questo credo si debba alla preparazione ancora più meticolosa da parte degli addetti antincendio, pronti a fronteggiare la fortissima siccità in arrivo. Gli incendi vengono contrastati fin dai primissimi istanti e quindi non hanno il tempo di espandersi».
    Nel complesso, aggiunge, «la stagione degli incendi non è ancora al suo culmine, e il 2022 si prospetta ancora una volta come un'annata particolarmente difficile». Osservando le mappe, gli incendi attivi più preoccupanti in questo momento risultano essere quelli in Friuli Venezia Giulia, al confine con la Slovenia, a Sud di Gorizia, con oltre 3.200 ettari coinvolti. Altro fronte monitorato dal Laboratorio di Geomatica è quello a Nord-Ovest di Lucca, iniziato anch'esso il 19 luglio, e che ha percorso fino ad oggi quasi 1000 ettari.
    Ieri, inoltre, l'emergenza incendi ha riguardato altre regioni: Basilicata, Lazio, Umbria, Abruzzo, Marche, Calabria, Sardegna e Sicilia. Ogni giorno vigili del fuoco e uomini della Protezione civile sono chiamati su diversi fronti, anche con mezzi aerei. È stato, peraltro, appena divulgato il report «Il cambiamento climatico in Italia: l'impatto sulla salute umana e i processi di adattamento». Lo scenario italiano, alla luce del documento «Climate Change is a Health Crisis» relativo allo scorso anno. Il risultato è sconcertante: «Nel 2021 l'Italia è stato il Paese in area Ocse - secondo lo studio - con il maggiore numero di incendi registrati: 1.422. Dopo la Turchia, il nostro è stato il secondo Paese per superficie bruciata con ben 159.537 ettari. Si tratta numericamente del dato più alto registrato nell'ultimo decennio». Dagli incendi alle ondate di calore il dato non cambia. Nell'anno 2020 l'Italia ha segnato uno degli incrementi di temperatura maggiori in Europa, con +1,54 gradi rispetto alla media del periodo 1961-1990 e continua a surriscaldarsi più velocemente della media globale. E se in questo weekend al Nord, nelle zone alpine e prealpine, si registra qualche temporale, la prossima settimana la temperatura dovrebbe calare un pochino anche al Centro-Sud, fino a scendere di 3 gradi il prossimo fine settimana. Per avere una pioggia rinfrescante bisognerà tuttavia attendere agosto: fino a Ferragosto pioverà al Nord, in zona alpina e tratti delle alte pianure. Soltanto dopo la pioggia si estenderà a Sud, ma con irregolarità. —
  8. MARCHIONNE E JAKY HANNO UCCCISO IL VERO SVILUPPO : «Non troviamo lavoratori perché in troppi preferiscono stare a casa e prendere il Reddito di cittadinanza». Quante volte si sente ripetere questa accusa, soprattutto da parte di imprenditori e commercianti che sostengono che il mercato del lavoro sia drogato da questa misura fortemente voluta e difesa dal M5S. Ma cosa raccontano gli ultimi dati disponibili dell'Inps per il Piemonte sui beneficiari? Innanzitutto che la povertà si fa sentire e che la regione è quella che ne fa più uso, se si rapportano i richiedenti con la popolazione, rispetto alle altre del Nord. E anche l'importo medio è più alto rispetto a quello erogato nel Nord e nel Centro. Solo al Sud l'assegno è più corposo. In Piemonte a maggio 2022 i nuclei familiari percettori del Reddito di cittadinanza sono stati 46.541 con 94.556 persone coinvolte e un importo medio erogato di 558,46 euro. Il 60% dei nuclei familiari che ne beneficia risiede nella Città Metropolitana di Torino. Se si considerano i nuclei e gli individui percettori di almeno una mensilità le cifre salgono rispettivamente a 72.853 e 150.129. «Siamo di fronte ad un aumento costante del ricorso a questa misura di contrasto della povertà, soprattutto se si considera che i beneficiari del Reddito di cittadinanza nei primi 5 mesi del 2022 (150.129) sono di poco inferiori ai beneficiari dell'intero anno 2021 (183.675). Le persone che ne hanno usufruito in Piemonte rappresentano una quota modesta del totale dei beneficiari a livello nazionale (5,1%) ma un quarto circa del totale dei percettori delle regioni del Nord», spiega l'economista Mauro Zangola. Se si confrontano due anni critici come 2020 e 2021, contrariamente a quanto si poteva pensare, il maggior numero di nuclei beneficiari si è verificato nel corso del 2021 (87.419), rispetto ai 78.020 del 2020. Ma anche in Piemonte, come nel resto del Paese, per Zangola «il Reddito di Cittadinanza, assieme alle altre misure varate dal Governo nel 2020 per sostenere il potere di acquisto delle famiglie durante la Pandemia, ha contribuito a contenere l'aumento della povertà. Senza la situazione sarebbe stata peggiore». In base ai dati contenuti nell'indagine Istat sui consumi delle famiglie, infatti, grazie a questi aiuti nel Nord Ovest 50.000 famiglie sono state sottratte alla povertà assoluta e di queste non meno del 40% risiede in Piemonte. Questo per quanto riguarda la parte assistenzialistica della misura.
    C'è poi, nell'ultimo rapporto Anpal, un'analisi anche dei fruitori che sono stati indirizzati verso un impiego. E anche in questo caso i dati mostrano qualche sorpresa. Italia al 30 settembre 2021 i nuovi rapporti di lavoro attivati mentre si percepiva il sussidio sono stati 546.000, il 30,2% del totale i ad eccezione di quelli non tenuti alla sottoscrizione del Patto per il Lavoro perché rinviati ai Servizi sociali dei comuni o esonerati per carichi di cura o perché frequentanti corsi di formazione. In Piemonte tale quota sale al 34,7%. Rispetto alle tipologie contrattuali dei nuovi rapporti di lavoro si tratta in gran parte dei casi di un'occupazione a termine con una durata inferiore a 3 mesi nel 70% dei casi. «Ne deriva per i beneficiari una debole capacità di permanenza nell'occupazione - conclude Zangola - accompagnata da una marcata difficoltà di uscita della condizione di povertà». Nel complesso il 41% dei rapporti attivati richiede un basso livello di competenze il 50% competenze medio-basse, mentre solo il 4% dei nuovi rapporti si caratterizza per skill di alto profilo. La metà dei nuovi posti di lavoro attivati è concentrata in tre settori: trasporti, alloggio e ristorazione e commercio. —

 

 

 

24.07.22
  1. Il ministro degli Esteri della Transnistria, regione separatista moldava confinante con l'Ucraina, ha annunciato l'intenzione di rendersi indipendente e unirsi a Mosca. Dal 1992 in Transnistria è stazionato un contingente di forze di pace russe.
  2. LE REGOLE CAMBIANO ?  Alla fine l'accordo è arrivato. Il governo di Berlino entrerà nel 30 per cento del capitale del principale colosso tedesco dell'energia Uniper, messo in ginocchio dalla riduzione del gas in arrivo dalla Russia. I conti del gruppo sono in affanno da settimane perché l'azienda, non potendo più contare sulla quota di gas, concordata e regolata da contratti a lunga scadenza, è costretta a rifornirsi sul mercato a breve termine a prezzi molto più elevati. Fonti di stampa riferivano già settimane fa di perdite per circa 900 milioni al mese. Il piano per il salvataggio prevede «un aumento di capitale per circa 267 milioni di euro per un prezzo di emissione di 1,70 euro ad azione», oltre ad un prestito pubblico «fino a 7,7 miliardi di euro» in obbligazioni convertibili e - ha riferito il gruppo ieri - un'estensione da 2 a 9 miliardi di euro della linea di credito presso la banca pubblica per lo sviluppo (KfW). Secondo quanto riferisce Uniper il governo durante le trattative ha dato luce verde al trasferimento in bolletta dell'aumento dei costi del gas ai clienti finali già a partire dal 1 ottobre 2022. Questa misura, richiesta dal principale distributore di gas del Paese, potrebbe ora fare esplodere le bollette. Secondo quanto riporta Afp, per far fronte alla massiccia riduzione del gas – inferiore del 60% su Nord Stream 1 da metà giugno - il gruppo aveva iniziato dalla settimana scorsa ad attingere agli stock di gas adibiti alle riserve per l'inverno. Una misura molto penalizzante per la sicurezza energetica della Germania, tanto da fare intervenire ieri il ministro dell'Economia Robert Habeck, che ha chiesto ai distributori di non vendere gas destinato alle riserve e ha innalzato i requisiti minimi di stoccaggio. Il cancelliere Olaf Scholz ha spiegato il ruolo "capitale" di Uniper «per l'approvvigionamento energetico dei cittadini». Sarà sufficiente questo salvataggio a mettere in sicurezza il Paese ?
  3. LA SOLIDARIERA' CHE NON HA UCCISO IL DEMONE DI PUTIN : Nikola ed Edik sono due ragazzi di 19 e 30 anni, si sono conosciuti al centro di addestramento per evacuazioni di Kiev. Un viene da Bakhmut, l'altro da Bucha, luoghi emblematici di questa guerra. Con loro c'è anche un'amica di Londra, Nina, che a volte li aiuta nelle evacuazioni. Abitano tutti in un appartamento a Kramatorsk. Sono associati a un'organizzazione che fa base nella capitale e ogni giorno vanno in giro per la regione di Donetsk per evacuare le persone in cerca di una via di fuga dal conflitto. Ogni sera ricevono una lista di nomi e indirizzi dove andare a recuperarle – spesso in località a pochi chilometri dal fronte –, studiano le zone e preparano il tragitto più sicuro per il giorno successivo. Alla fine della giornata le accompagnano a Pokrovsk, da dove partono su treni speciali per Dnipro e Leopoli.
    L'appuntamento con loro è a Kramatorsk alle nove del mattino, accanto a una pompa di benzina. Viaggiano su un furgone bianco, con loro c'è anche una macchina. Oggi, dicono, hanno varie persone da recuperare, alcune non sono in grado di camminare. Partiamo in direzione di Bakhmut – i bombardamenti e la pressione russa da Est sulla città sono notevolmente aumentati negli ultimi giorni – per poi andare a Niu York, paesino a Sud, a pochi chilometri dal fronte di Horlivka. Vanno molto veloci, fatichiamo a stargli dietro con la nostra auto, li riprendiamo solo ai posti di blocco, dove loro passano senza problemi: spiegano ai militari la loro situazione e anche la nostra, per snellire le procedure di controllo riservate alla stampa.
    L'aria è tersa, sole pieno, il paesaggio alterna il giallo dei campi di grano, al verde dell'erba, si scavano trincee, serpentoni lunghi di terra smossa che tagliano i campi e disegnano geometrie, in lontananza si alzano le colonne di fumo dei bombardamenti su Bakhmut. Oltre l'ultimo posto di blocco prima della città ci fermiamo, i volontari scendono dal furgone. Ci si veste con elmetto e giubbotto antiproiettile prima di proseguire, i ragazzi si avvicinano, si dicono tra di loro che è stato un piacere conoscersi, come se fosse l'ultima volta, è il loro rituale prima di ogni missione. Arriviamo in città, entriamo tra blocchi di condomini costruiti in stile sovietico, non troviamo subito l'appartamento. Dopo aver chiesto a dei passanti finalmente troviamo l'indirizzo, facciamo tre piani di una palazzina ed entriamo. C'è un signore su un letto, la tv è accesa, una luce calda, fioca, illumina la stanza, piatti vuoti sul tavolo, c'è odore di urina e sudore; i volontari mettono l'uomo su una barella di plastica pieghevole mentre la donna prepara le ultime valigie. I due vengono fatti accomodare sulla macchina che seguiva i volontari, l'uomo steso su un materasso, lei seduta di fianco a lui con le valigie in seno.
    Lasciamo Bakhmut e proseguiamo per Niu York a velocità molto sostenuta. I volontari spiegano che sono stati presi di mira più volte e che l'unico modo che hanno per evitare di essere colpiti è correre. Dopo circa un'ora arriviamo al paese, semidistrutto e apparentemente deserto. La casa dove arriviamo ha una finestra rotta da un raid, su letto un uomo di 92 anni aspetta i volontari, ci sono mosche ovunque, pane raffermo sul tavolo in cucina. Una signora anziana, spaesata, prepara le ultime cose. I volontari caricano il signore sul furgone e lo adagiano su un materasso nella parte posteriore, la signora chiude casa, dà un ultimo sguardo e sale anch'essa. Proseguiamo, sempre a Niu York, verso l'ultimo indirizzo della giornata, c'è una signora con un piede rotto, un'altra, molto anziana, da andare a recuperare. Il figlio ci ringrazia e recita dei motti in onore dell'Ucraina, le donne vengono accompagnate sul furgone, una viene distesa dietro, l'altra lentamente con il suo bastone raggiunge la parte anteriore. Chiediamo ai volontari se hanno paura di essere chiamati al fronte a combattere, ci dicono che lo stanno già facendo ma in un altro modo. Fumano una sigaretta, poi ripartiamo, il furgone scatta alzando la polvere, in lontananza sull'uscio di casa l'uomo, immobile, con i pugni alzati, saluta la madre.
  4. MENTRE SI PERDONO TEMPO E RISORSE CON VACCINI INUTILI , L'Oms: a rischio l'esistenza stessa dell'umanità
    L'ondata di calore estremo «sottolinea una volta di più la disperata necessità di un'azione paneuropea per affrontare efficacemente il cambiamento climatico, la crisi globale del nostro tempo, che sta minacciando sia la salute individuale sia l'esistenza stessa dell'umanità». Hans Kluge, direttore dell'Oms in Europa, lancia un duro monito ai governi degli Stati membri: «Devono dimostrare volontà politica e un'autentica leadership nell'attuazione dell'Accordo globale di Parigi sul climate change», avverte, adottando una strategia di «collaborazione che sostituisca la divisione e la vuota retorica». Kluge ha invitato Paesi Ue ad «assumersi la loro parte di responsabilità per rafforzare la propria resilienza e combattere il climate change» e ha rilanciato il monito di Guterres: «Abbiamo una scelta: azione collettiva o suicidio collettivo».
  5. BASTA CON L'ACQUA IN BOTTIGLIA  PER SPRECHI AMBIENTALI : Si chiama «Elodea nuttallii», è una pianta acquatica originaria del Nord America. Cosa ha di speciale? Prolifera negli stagni, nei laghetti, vive bene negli acquari domestici: meno acqua c'è, più lei cresce. Così, se serviva un'altra prova per spiegare quello che sta succedendo nell'estate più torrida di sempre, eccola: stanno cercando di estirpare matasse e matasse di Elodea dal Po. Ieri, a Torino, se ne sono accorti anche i ciclisti davanti al parco del Valentino. Tutto si vede in così poca acqua. Si vedono i rifiuti. Si vedono gli ombrelli rimasti là sotto da chissà quale era geologica. Si vedono queste alghe verdi e floride, gigantesche chiazze maleodoranti, che hanno riempito quello che una volta era il Grande Fiume.
    Ieri la portata del Po in città era di 26 metri cubi d'acqua al secondo, quando la media a luglio dovrebbe essere di 45. Alle 8 del mattino sulle banchine dei Murazzi erano in quaranta: c'erano l'assessore alle Sponde fluviali, Francesco Tresso, i tecnici comunali e quelli della città metropolitana, gli esperti di Enea e quelli di Ente Parco Po, volontari della Protezione civile, i vigili urbani, gli operatori di Amiat. Presenti anche i canottieri di otto diversi circoli lungo il fiume, a loro volta convocati. Tutti insieme per cercare di non peggiorare le cose: se sfalci quel tipo di pianta acquatica lei ricresce più forte ancora. Non va tagliata. Va estirpata. Perché toglie ossigeno ai pesci, intruglia le barche e avrebbe la capacità di arrivare da sponda a sponda, tessendo una rete unica. E quindi: rastrelli, forconi, guanti. Tutti al lavoro a bordo di quattordici imbarcazioni. Per togliere pianta per pianta. Per cercare di far tornare a forma di fiume quello che adesso sembra uno stagno.
    E mentre pulivano, tutti si facevano la stessa domanda: come mai un'alga esotica sta proliferando adesso in pieno centro a Torino? Ecco perché. «È una pianta invasiva, ed è probabile che qualcuno l'abbia buttata nel fiume dal suo acquario» dice Maria Rita Minciardi ricercatrice di Enea, l'Ente nazionale per l'energia e l'ambiente. La «Elodea» ha trovato la stagione perfetta e il posto ideale per proliferare. Ha trovato quest'estate malata con 37 gradi e il fiume fermo, svuotato, immobile.
    «Quello che abbiamo fatto è un intervento sperimentale e non risolutivo, ma siamo di fronte a un'emergenza assoluta, dovuta alla gravissima siccità di questi mesi». L'assessore Tresso sa bene che non basterà quello che è stato fatto ieri, altri interventi sono già stati programmati per le prossime settimane: «Ma questo primo tentativo ci ha permesso di fare il punto sulle condizioni del Po con tutti i soggetti interessati».
    Tutti siamo interessati al Po. Anche quelli che non lo vedono e non abitano sulle sue sponde, anche quelli che non lo sanno. Il Po garantisce la vita della Pianura Padana, serve all'agricoltura, serve agli allevamenti e serve all'industria. Il Po con le alghe esotiche e i rottami che affiorano. Alessandria, 27 marzo 2022: «Dal Po in secca riemergono i resti di un villaggio medioevale». Gualtieri, Mantova, 29 marzo 2022: «Dal Po in secca record riaffiorano i relitti di due chiatte bombardate durante la guerra». Rovigo, 6 luglio 2022: «Dal Po in secca riemergono il ponte di barche e il mitico tank distrutto dalle bombe alleate». Ieri in Emilia Romagna il Po era al 10% della portata media.
    Tutte queste storie raccontano la stessa storia. Manca l'acqua. La portata del fiume è così scarica che all'estuario il mare risale al contrario: il fenomeno del cuneo salino è adesso a 40 chilometri di profondità. E cioè: l'acqua del mare spinge ora molto più forte di quanto aveva sempre spinto l'acqua del fiume. E il sale risalendo brucia le colture, perde i pesci, distrugge l'ecosistema. La siccità lascia le barche in secca sul sabbione.
    Sul letto del fiume adesso si allena la squadra di Beach Volley di Casalmaggiore per fare capire che la geografia è cambiata. E lungo il Po, all'altezza di Torino, adesso proliferano le alghe esotiche di un acquario.
    Stando alla planimetria fornita dal Comune, l'Elodea è presente a macchie per cinque chilometri, dalla passerella della Turin Marathon al confine Sud della città, fino alla diga davanti al parco Michelotti che regola il livello del fiume. «Quella pianta potrebbe essere presente già da un anno», dice Maria Rita Minciardi. «Da allora è cresciuta e si è moltiplicata senza infestare il fiume. Questa invasione di luglio è favorita dalle condizioni del Po: il livello è bassissimo». E quindi un doppio errore: un fiume tradito da tutti, sommato al gesto sconsiderato di qualcuno che voleva sbolognare il suo acquario.
    Se manca l'acqua è un problema concreto. «La siccità di quest'anno ha caratteri nuovi e di assoluta gravità, perché l'assenza di pioggia e neve sta intaccando anche le riserve idriche destinate prioritariamente all'uso potabile» ha detto Francesco Vincenzi, presidente dell'Anbi, l'associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del Territorio e delle Acque Irrigue. Sono cisterne nei paesi. È acqua razionata nelle ore notturne. Per dire che qui non si parla di alghe esotiche o di strane specie acquatiche, ma dell'esito finale: la sete degli esseri umani.
  6. STOP ALL'AUTO ELETTRICA MADE IN WOLKSWAGEN : A sorpresa, ma mica poi tanto, va via l'amministratore delegato di Volkswagen, Herbert Diess. Il nome del successore è già stabilito: sarà Oliver Blume, ceo della Porsche, e assumerà la carica il primo settembre. La decisione è stata comunicata dopo una riunione del Consiglio di sorveglianza. Il 63enne Diess, arrivato al vertice dopo lo scandalo Dieselgate, lascia dopo quattro anni la leadership del gruppo Volkswagen, di cui in precedenza aveva guidato il settore auto private. Il suo obiettivo dichiarato era sbaragliare Elon Musk sul fronte dell'auto elettrica. Ancora lo scorso giugno Diess aveva dichiarato che Volkswagen può superare Tesla e diventare il più grande produttore di veicoli elettrici entro il 2025, approfittando di quelli che il ceo tedesco definiva «momenti di debolezza» del gruppo americano.
    L'annuncio che Diess veniva "amichevolmente" scaricato è arrivato inatteso nella tempistica, ma si sapeva che il suo contratto, in scadenza nella primavera del prossimo anno, non sarebbe stato rinnovato. Troppo duri gli scontri con il potente sindacato tedesco che, come è noto, siede negli organismi di sorveglianza del gruppo. Tanto che anche lo Stato della Bassa Sassonia, secondo azionista dopo la famiglia Porsche-Piëch, avrebbe preso le distanze nei suoi confronti. Da tempo Diess era al centro di discussioni e polemiche. L'ultimo litigio nella dirigenza era stato sulla guida e sulla performance della controllata Cariad, specializzata nello sviluppo di software automotive. Durissimo lo scontro con Daniela Cavallo, quarantasettenne figlia di un emigrato calabrese, presidente del consiglio di sorveglianza nonché, soprattutto, capo del comitato aziendale che rappresenta 600 mila dipendenti Vw di tutto il mondo (la metà in Germania).
    Nel dicembre 2021 Diess aveva già rischiato il posto per le forti proteste dei dipendenti contro 30 mila tagli annunciati nella zona di Wolfsburg, cuore del mondo Vw. In quella occasione a salvarlo è stata, paradossalmente, la pandemia di Covid che ha imposto ben altre emergenze, tanto che la famiglia Porsche-Piëch ha finito per confermargli il proprio appoggio.
    In realtà il rapporto di fiducia si è incrinato già alla fine del 2020 quando Diess ha sfidato il board del gruppo chiedendo un prolungamento del suo contratto in scadenza tre anni dopo come segno di fiducia nella sua opera di ristrutturazione e riposizionamento di Volkswagen. Un programma lacrime e sangue per accelerare la transizione verso l'elettrico fieramente contestato dai sindacati e in particolare dal capo del consiglio di fabbrica, Bernd Osterloh, e dal numero uno del sindacato IG Metall, Jörg Hofmann. Un braccio di ferro durissimo, tanto che la riunione del consiglio di sorveglianza fu definita allora dai media tedeschi come "la notte dei lunghi coltelli". Alla fin il board confermò la fiducia a Diess, ma non gli concesse il rinnovo anticipato del contratto. Una cambiale che ieri è arrivata in scadenza, addirittura con 6-7 mesi di anticipo.
    «Il gruppo vuole garantire che la sicurezza del lavoro e la redditività rimangano obiettivi aziendali ugualmente importanti nei prossimi anni - ha commentato senza nemmeno concedere l'onore delle armi, Daniela Cavallo - Il nostro obiettivo come organizzazione dei dipendenti è chiaro: tutti i nostri colleghi devono essere coinvolti. Le decisioni di oggi rendono omaggio a questo».
    Ora a Wolfsburg inizia l'era di Oliver Blume, assistito operativamente dal Cfo di Volkswagen, Arno Antlitz. E Diess? C'è chi dice che possa finire nell'orbita proprio di Tesla.
  7. QUESTIONE DI TESTA : Gino Strada e Vanessa Incontrada. Emergency e l'attivismo sociale da una parte, passerelle e luccichio televisivo di stelle e stelline dall'altra. Sono i modelli - e mondi - ai quali guarda, con indifferente giovanilissimo trasporto - Ludovica Tullio, 18 anni, di Vinovo. Ha appena concluso il quarto anno al liceo scientifico Majorana a Moncalieri e da qualche ora è stata eletta (da qualche parte si deve pur cominciare), Miss Torino.
    Con la fascia e la corona appena conquistate, dichiara il sogno: diventare "medico senza frontiere": «Credo nella collaborazione e nella solidarietà. Mi piace rendermi utile a chi ne ha davvero bisogno. Ho sempre avuto un modello preciso: Gino Strada. Mi piacerebbe lavorare accanto ai bambini. Magari in Africa o nei Paesi poco sviluppati». Qualche piccola esperienza c'è: «Ho da poco terminato il tirocinio in uno studio pediatrico di Vinovo in un percorso di alternanza scuola-lavoro». Ma Ludovica, per adesso lascia spazio alla realtà più immediata: «È ovvio che mi piacerebbe anche lavorare nel mondo della moda o come conduttrice televisiva. Il mio modello? Vanessa Incontrada».
    Occhi e capelli castani, un metro e 77 centimetri. Ludovica è stata incoronata martedì sera al Golden Palace in una delle prime selezioni ufficiali di Miss Italia, "il" concorso di bellezza nazionale. La ragazza si dichiara convintamente e serenamente in controtendenza rispetto ad almeno un aspetto della contemporaneità: non ama i social e li usa di rado, ha solo un profilo Instagram in cui pubblica poche fotografie: «Mi provoca fastidio l'idea di dipendere dai social, che proiettano un irreale e per lo più inaccessibile mondo di perfezione e ricchezza. La vita non è solo fatta di queste cose. Ci sono valori che vanno oltre il mondo virtuale». Preferisce combattere le sue piccole e grandi battaglie quotidiane: a sostegno dei giovani che non accettano il proprio corpo e contro la maleducazione. «Non sopporto quando un ragazzo o un uomo fischia al passaggio di una bella ragazza. Mi è capitato. Non si fischia nemmeno a un animale».
    Quello della terrazza del Golden Palace è il secondo red carpet che Ludovica ha calpestato. «Il 26 giugno avevo partecipato a una selezione del concorso a Pettenasco, sul Lago d'Orta. Praticamente un insuccesso...», ammette. La vittoria di martedì sera, a maggior ragione inaspettata, la porta alla pre finale regionale di settembre. «Non me l'aspettavo proprio di vincere». Poi, il racconto di come si sia trovata a sfilare: «Mi ha convinta mia mamma Nunzia, che con mio papà Luca e mio fratellino Emanuele sono i primi tifosi. E poi le mie amiche. Mi ripetevano che avrei dovuto provare quell'esperienza. Alla fine mi sono fatta coraggio, ho pensato che avrei avuto l'occasione di esplorare un nuovo mondo, quello di Miss Italia, nel quale è molto importante credere in se stessi e non abbattersi alla prima difficoltà. Il concorso di bellezza è una grande opportunità per rompere quel muro di insicurezze che a volte ci creiamo da sole». Alla sfilata di Ludovica c'era anche il suo fidanzato. «Si chiama Matteo, ha 22 anni, è di Torino. Ci frequentiamo da un paio d'anni ormai».
    Ludovica ha due grandi passioni, che coltiva fin da bambina. «Il pianoforte e la pallavolo. Purtroppo negli ultimi tempi ho dovuto accantonare la musica, non riuscivo più a conciliare tutto: lo studio, gli allenamenti, la famiglia, gli amici, Matteo». La diciottenne gioca come centrale nella squadra di Serie C dell'Union Volley Pinerolo: «Oltre al campionato della mia categoria ho anche disputato qualche allenamento con la squadra che ha partecipato alla Serie A2».
    L'obiettivo di Ludovica è continuare con il volley, anche se adesso potrebbero aprirsi nuovi orizzonti: «Ho alcune proposte da valutare, ma non credo di rimanere a Pinerolo. Deciderò più avanti. Ora mi godo un po' di vacanza: una settimana all'isola d'Elba con la mia famiglia, poi andrò in Puglia con amici».
    E resta ovviamente il concorso di Miss Italia, che con la vittoria a Torino va avanti. Una regina di italica bellezza che non dispiace a Ludovica? «Mi piace molto Zeudi Di Palma, eletta nell'ultima edizione. Lei è cresciuta a Scampia. Anche io ho origini campane.
  8. SPERANZA ED I SUOI SEGUACI FUORI : Un altro dipendente non vaccinato e sospeso dall'Asl To3 ha vinto la causa in tribunale. Questa volta a Torino dove il giudice del Lavoro Lorenzo Audisio ha dichiarato l'illegittimità del provvedimento di sospensione dalla professione del dipendente ordinandone l'immediata reintegrazione. E ha condannato l'azienda sanitaria a riconoscere le somme che avrebbe percepito nel periodo in cui era stato sospeso da lavoro. Un provvedimento fotocopia di quello adottato qualche settimana fa dal tribunale del lavoro di Ivrea nei confronti della stessa Asl.
    La sospensione dell'Asl To3 per inosservanza all'obbligo vaccinale era scattato il 12 gennaio ed era previsto fino a dicembre 2022. Il lavoratore è impiegato come amministrativo presso l'anagrafe zootecnica del distretto di Vigone e Pinerolo dell'Asl To3. Il tribunale ha dunque accolto la tesi difensiva del legale del lavoratore, l'avvocato Valerio Savino, secondo cui quel provvedimento dell'azienda era illegittimo in quanto il lavoratore tra il 2020 e il 2021 aveva già lavorato in modalità agile. Per il giudice, «il lavoratore non doveva essere ricompreso nell'obbligo vaccinale in quanto non svolge le sue mansioni presso strutture dedicate all'assistenza e al ricovero dei pazienti».

 

23.07.22
  1. HANNO STACCATO LA SPINA A DRAGHI PER METTERE LE MANI SUI SOLDI DEL PRNN ?
  2. ARRIVERANNO AL GOVERNO CON I VOTI DELLA MAFIA OTTENUTI CON RICATTI ED INTIMIDAZIONI ?
  3. ALLEANZA MAFIE E RUSSIA ?
  4. LE DECISIONI CHE PRENDE PUTIN NON LE POTREBBE PRENDERE IN MEZZO ALLA GENTE, MA SOLO NELLE STANZE TETRE DEL CREMLINO  ASSISTITO DA SATANA.
  5. STRATEGIA PUTIN :  Siversk è sotto assedio da giorni ma non cade, nonostante la propaganda dei separatisti della Repubblica popolare di Lugansk ne rivendichi il controllo. La nuova strategia degli ucraini è quella di svilire e stancare l'esercito nemico il più possibile, per poi scappare con mezzi e uomini come fatto a Severodonetsk e Lysychansk. Siversk è sotto attacco da nord-est, dove le truppe russe sono entrate in periferia, e da est dove cercano di arrivare alla strada che porta a Bakhmut - circa 40 chilometri di percorso in campo aperto - in modo da bloccarne i rifornimenti e asserragliare all'interno dell'area centinaia di militari ucraini nascosti tra gli edifici civili.
    Arrivare a Siversk è diventato sempre più pericoloso, ucraini e russi hanno intensificato i bombardamenti, la strada passa nel mezzo delle posizioni di artiglieria dei due contingenti; non ci sono più posti di blocco ucraini lungo il tragitto, si viaggia ad alta velocità. Man mano che ci si avvicina al paese – che prima della guerra contava circa undicimila abitanti e ora poche centinaia – il panorama cambia: mezzi blindati, autoambulanze e militari nascosti sotto gli alberi lungo la strada, campi di grano bruciati, un hangar ancora fumante con del grano visibile al suo interno e, forse, con delle armi nascoste.
    All'entrata del paese, dopo poche centinaia di metri, si arriva a un piccolo cimitero distrutto e a una pompa di benzina fatta a pezzi. Da qui si può andare in due direzioni: a sinistra verso la parte bassa, dove c'è il centro martoriato dall'artiglieria russa; a destra, dove, passato un piccolo ponte, ci si inerpica verso la parte collinare. Andiamo a trovare le persone che vivono negli scantinati – sono un centinaio e non vogliono andarsene – nella parte alta del paese, quella che si affaccia verso Lysychansk a nord-est, sulle posizioni dell'artiglieria russa. Qui non risuona più l'allarme antiaereo, la gente vive tra i sibili delle bombe; a nessuno interessa più da che lato arrivino, sono solo tutti attenti ad ascoltare quanto il loro «fischio» sia vicino per poter scappare nei rifugi. Si vive isolati dal mondo: da molti giorni manca qualsiasi connessione telefonica; in condizioni igieniche precarie: senza acqua corrente né potabile, non c'è elettricità né gas, si cucina per strada con della legna recuperata dalle macerie. Quando si chiede agli abitanti perché non scappino, rispondono che quella è casa loro e non avrebbero dove altro andare. C'è tanto fatalismo e poca retorica nelle loro parole, sono perlopiù persone anziane che vivono in cantine buie e umide da mesi, che non parteggiano più per russi o ucraini, ma solo per la fine di questa loro condizione di vita disumana.
    Certo, c'è anche chi aspetta i russi: un signore all'entrata di un rifugio dice che secondo lui sparano solo gli ucraini sia da un lato che dall'altro, e mentre lo dice fa una smorfia di fastidio verso il militare ucraino, giovanissimo, che gli allunga del pane. E c'è chi come Alina, che vive rifugiata nello scantinato della sua casa con due nipoti, ascolta la radio di continuo e quando le chiediamo se sia radio russa o ucraina, afferma con orgoglio: «Ucraina, solo Ucraina».
    Siversk non è cruciale per l'esercito ucraino e come confermato dai soldati della Guardia Nazionale incontrati a Bakhmut, il paese è strategicamente sacrificabile. L'aria tra i militari è tesa, mentre chiediamo loro della situazione, all'improvviso dicono di metterci al coperto sotto gli alberi per il passaggio sopra di noi di un drone russo; sono nervosi e stanchi, aspettano ordini, sanno che potrebbero cadere nella morsa dei russi qualora questi riuscissero a prendere possesso della strada a est del paese.
    D'improvviso un militare su di giri comincia a inveirci contro, con un sorriso beffardo; vorrebbe andassimo via. Ci viene in soccorso un giovane soldato – ex programmatore informatico –, i due discutono, ma è meglio allontanarsi. Torniamo a salutare i civili che abbiamo incontrato più volte e con cui, in un modo o nell'altro, si è instaurato un rapporto; stanno consumando una zuppa, ce ne offrono ma rifiutiamo, insistono per regalarci del lardo sotto sale, il famoso salo ucraino, che non possiamo non accettare; una donna ci affida un messaggio da inviare alla figlia a Kiev. Ci salutiamo.
    Ci aspettano quaranta chilometri sotto le bombe, ci dicono che è una lotteria; noi aspettiamo un momento di calma apparente per metterci in macchina e farci coraggio. Scendendo dalla parte alta ci fermiamo a salutare Alina: vorrebbe dello zucchero e del pane per la prossima volta.

 

22.07.22
  1. PER CHI FARA' VOTARE LA MAFIA ?
  2. PUTIN  INFLUENZERA' LE ELEZIONI ITALIANE. ORMAI PUO' SOLO VINCERE IL PD E TENTARE DI RIPORTARE DRAGHI A PALAZZO CHIGI.   I coccodrilli hanno asciugato rapidamente le loro lacrime, e festeggiavano ieri pomeriggio, la pancia piena dei resti di una legislatura. Una soddisfazione almeno tocca a chi guarda, orripilato, tanta allegria: il velo è caduto, la maggioranza più larga della storia recente, si è rivelata per quello che era – una malmostosa, rabbiosa, silente comunità politica che lodava in pubblico il suo premier e complottava in privato di mangiarselo.
    Nemmeno essere Mario Draghi è stato sufficiente. La figura più influente del nostro Paese – per provato curriculum e risultati (qualunque cosa se ne voglia pensare) - è stato politicamente fatto a pezzi nel giro di pochi mesi. Prova finale che la crisi delle istituzioni – nell'ordine ascendente: Partiti, Parlamento, Presidenza del Consiglio, e Quirinale - innescata dieci anni fa dalla fine del governo Berlusconi e il ricorso a un governo tecnico, quello di Mario Monti, è arrivata al punto di non ritorno. L'Italia è anche ufficialmente, da questo momento, e agli occhi di tutto il mondo, un sistema politico fallito.
    La fine della storia è arrivata senza nemmeno un po' di onore: i coccodrilli sono usciti, accalcandosi, dal portone del Senato, ridendo com'è giusto per un branco che ha vinto una battaglia. Ma la corsa felice serviva soprattutto a lasciare in tempo l'aula così da non dover votare; così, cioè, da non mettere il proprio nome sul "draghicidio". Sapevano che nella prossima campagna elettorale l'eliminazione di Mario Draghi costituirà una scelta di campo, una definizione politica. Ed hanno ragione a temere. Le conseguenze di quello che è successo nel Parlamento italiano sono destinate ad essere, nella dinamica europea, una evoluzione che riapre una lotta politica interna al continente come da tempo non vedevamo.
    L'unico modo per capire davvero quello che sta succedendo è strappare questa vicenda dal qui e ora, e riconnetterla con quello che è successo all'inizio di questa legislatura, alla formazione del governo giallo-verde nel 2018. Ripartendo dalla domanda di oggi – chi ha ucciso Mario Draghi? Risposta semplice: Giuseppe Conte, e Matteo Salvini. Ancora loro due. È dal 2018 che questa coppia pur nelle divisioni e negli scontri, nei momenti più rilevanti della storia politica del Paese si rivela un'alleanza di ferro. La coppia funzionò perfettamente all'inizio del governo giallo-verde, si divise nel secondo governo Conte, ma sotto la tensione è sempre rimasta un'automatica convergenza di sentimenti e decisioni: furono loro due a lavorare contro l'elezione di Mario Draghi al Quirinale, e loro due sono stati la testa di ponte dell'assalto al suo governo. L'assonanza fra i due è talmente spontanea, talmente limata, da sfociare spesso senza neanche accorgersene in perfette sovrapposizioni. Salvini e Forza Italia infatti mossi da un feroce sentimento anti-Conte, al punto da porre a Draghi il diktat di formare un nuovo governo senza Conte, colpevole di aver affossato l'Unità nazionale, in assenza del consenso di Draghi a questo piano, hanno dato loro il colpo finale al governo affossato, a loro dire, da Conte.
    La novità di questa coppia è che si è aggiunto stavolta nel "draghicidio", a consacrazione dell'egemonia di Salvini, Silvio Berlusconi, che, ammaliato dalla prospettiva del voto subito in chiave di competizione con la Meloni, ha abbandonato il ruolo di capo del partito della moderazione e dell'Europeismo di destra, in Italia.
    Come si vede, il sottofondo di tutto quello che è successo continua a tornare a un punto preciso della formazione della nostra classe politica: la vittoria nel 2018 di due partiti populisti, Lega e M5S.
    Non durò molto, l'esperimento. Ma qualcuno si ricorda perché , in queste ore?
    Quella vittoria presa in Italia come una delle tante giravolte di un instabile panorama politico, creò un vasto allarme in Europa. Così vasto da avere forte eco anche oggi.
    Si ricorderà che il successo elettorale dei populisti nel 2018 avvenne nell'infuocato clima della crisi dei migranti da una parte e nel formarsi di un forte fronte anti-Europa. Non si scherzava in merito. Un vero e proprio fronte costituito da Orban, Salvini, e Le pen (ci limitiamo ai nomi più rilevanti) che portava avanti, in vista delle Europee del 2019, la parola d'ordine: «Vinceremo noi e cambieremo le regole Europee». Salvini in Italia fece di quella promessa il traino della sua prima fase di governo. L'Europa, dietro le frasi di circostanza – la Merkel era una maestra in questa arte di dissimulazione delle sue rabbie- temeva fortemente questo progetto. Progetto finanziato e apertamente sostenuto dalla Russia di Putin. Il Presidente Russo, già implicato nella guerra in Ucraina dal 2014, sosteneva apertamente Orban, la Le Pen, ( per sua stessa ammissione finanziata con 5 milioni di Euro) e Salvini in Italia. Era il momento del successo della Brexit, del governo neonazista in Austria, del movimenti antieuropa in Olanda. L'Europa della Merkel tremava e dissimulava. Ma non stette a guardare. A pochi giorni dalle europee del 2019 venne diffuso un video che mostrava Heinz-Christian Strache, vicepremier e leader del Partito delle libertà (Fpö), di estrema destra, mentre tratta con una pseudo-oligarca russa durante una serata alcolica a Ibiza. Sebastian Kurz, capo del governo austriaco, scelse di dimettersi immediatamente, annunciando elezioni anticipate.
    Nel 2019 l'Espresso rivela gli incontri in un albergo di Mosca, il Metropol, tra esponenti della Lega (Salvini era in città ma non nell'albergo) e Russi che promettevano fondi al partito italiano. Un episodio mai chiarito, ma mai smentito, che lasciò Matteo Salvini intontito sotto il peso di una vicenda più grande di quel che immaginasse. Una vicenda che ha lasciato su di lui e sul suo alleato di allora Conte (anche lui in quel periodo, il 2018, protagonista di molte visite a Mosca) un permanente sospetto, ritornato alla grande in questi mesi di guerra, di una relazione un po' troppo speciale con Putin. Va ricordato, tuttavia, che la rottura sui soldi di Mosca, fu la fine del governo Conte 1, e del rapporto fra i due alleati, nonché la ragione della brillante presa di distanza che portò Conte al suo secondo mandato costruito stavolta con il Pd. Eppure quella relazione fra Salvini e Conte è tornata sempre a galla, quando si è trattato del governo Draghi, come abbiamo scritto.
    Da ieri quella relazione si rafforza, anche senza la volontà dei due leader. Conte e il fronte della destra marciano nella stessa direzione. In Europa le orecchie sono già alzate.
  3. L'ex premier ucraino Yatseniuk "Draghi dà l'esempio, un vero politico"
    Luttwak: "Gli amici di Putin sono Berlusconi, Conte e Salvini"
    «Draghi è l'esempio dei veri politici, quelli che mancano nel mondo di oggi». Secondo Arsenii Yatseniuk, premier ucraino dal 2014 al 2016, «Draghi è capace di condurre l'Italia in questi tempi burrascosi e aiutare l'Ucraina a resistere».
  4. ECCO COSA FA PUTIN:   Dell'interrogatorio al centro di filtraggio Leonid ricorda una domanda: che ne pensi dei russi in città?
    E la sua risposta: siete i benvenuti. Detta per salvarsi la vita e tornare a casa.
    Leonid è scappato da Mariupol, oggi vive in un villaggio alle porte di Ivano-Frankivks, nella parte occidentale dell'Ucraina. Accetta di parlare a condizione di anonimato perché sua figlia è in Russia, non ha più notizie di lei da mesi e teme ritorsioni.
    Da quando hanno conquistato villaggi e città nell'Est dell'Ucraina, i servizi segreti e l'esercito russo hanno cominciato a mettere su dei «centri di filtraggio», strutture in cui i civili sono interrogati, spesso vittime di violenza e abusi. Già il 28 aprile l'ambasciatore degli Stati Uniti presso l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), Michael Carpenter aveva dichiarato che c'erano state «relazioni credibili» secondo cui le forze russe detenevano persone in queste regioni e «le interrogavano brutalmente per eventuali presunti collegamenti con il legittimo governo ucraino o con organi di stampa indipendenti». La Russia nega di aver costretto gli ucraini a lasciare le loro case e nega di aver forzatamente trasferito le persone in Russia, il Cremlino afferma anzi di aver fornito assistenza umanitaria e passaggi sicuri. Ma più passano i mesi, più aumentano le prove che i campi di filtraggio siano stati pianificati prima dell'invasione del 24 febbraio. Gli Stati Uniti hanno dichiarato la scorsa settimana di aver identificato 18 campi di filtraggio allestiti lungo il confine ucraino-russo. Sia Leonid che parte della sua famiglia sono transitati da un centro di filtraggio in Donbass. I loro destini però oggi sono divisi.
    La vita a Mariupol
    La prima volta che i russi hanno bussato a casa di Leonid era il 24 marzo. Sulla sua città, Mariupol, cadevano bombe. Leonid e la sua famiglia, come tutti, si nascondevano in cantina. I russi hanno bussato una volta, due. Troppo spaventato per salire e aprire, Leonid ha provato a ignorare i colpi finché un soldato non ha urlato: faccio saltare in aria la casa con voi dentro. Così è uscito, insieme a suo genero, lasciando la moglie e la figlia incinta nel rifugio. I russi hanno rovesciato mobili e cassetti, perquisito gli uomini, poi li hanno portati in giardino, spogliati e legati a un albero. Li hanno picchiati con un bastone alla testa e alla schiena, poi li hanno slegati e senza farli rivestire, un soldato ha puntato la pistola alla testa di Leonid dicendo: corri dentro canaglia. «Conto fino a tre e al mio tre devi essere in casa», ha detto il soldato. Leonid era sicuro che gli avrebbero sparato alla schiena. Non l'hanno fatto ma lì ha capito «che avrebbero governato la città così e che era solo l'inizio» e ha capito che avrebbe dovuto fare di tutto per andare via.
    In quel momento è iniziata la sua vita da risparmiato a Mariupol, dove continuavano a cadere missili e le strade si coprivano di cadaveri e piano piano finivano anche acqua e cibo. Dopo due mesi di battaglia lui e i suoi vicini erano così affamati che hanno assaltato tre negozi per non morire di fame ma, ci tiene a dirlo due volte Leonid, «abbiamo preso solo quello di cui avevamo bisogno». Come dire che in guerra si ruba per necessità e non perché si è ladri.
    All'inizio di aprile «le persone facevano di tutto per fuggire, scappavano sotto i missili, la città era un cimitero», dice Leonid. Anche sua figlia e suo genero hanno deciso di scappare e hanno accettato le procedure di evacuazione: i russi organizzavano i trasporti prima verso Novoazovsk, nella Repubblica popolare di Donetsk e poi da lì in Russia verso la città di Taganrog, in Russia. Sua figlia era incinta di otto mesi, restare a Mariupol non era più possibile e suo marito aveva dei parenti nella regione di Kuban, nella parte sudorientale della Russia. Avrebbero ricominciato lì, perché non c'era alternativa. Così una mattina si sono salutati e la figlia e il genero hanno camminato verso la tappa obbligatoria che tutti dovevano e devono fare prima di lasciare Mariupol, cioè i centri di filtraggio, grandi tende gestite dai servizi segreti russi (Fsb) e controllati dai soldati di Mosca e delle repubbliche separatiste. Le persone passavano dai centri, venivano spostate in Russia e da lì a verso altre destinazioni, a molti veniva sequestrato il passaporto così che una volta entrati in Russia non potevano più lasciare il Paese. Leonid aveva sentito i racconti che passavano di bocca in bocca sul trattamento ricevuto nei centri (soprattutto per gli uomini) per questo non sapeva cosa dire a sua figlia, se spingerla a lasciare la città e fuggire dalle bombe, o farla stare lì, a qualunque costo, perché il futuro era un salto nel buio. Alla fine se ne sono andati, convinti che avere parenti in Russia fosse una condizione sufficiente a risparmiare il marito di sua figlia dagli abusi. Da allora Leonid non ha più avuto notizie dei ragazzi, e la salute di sua moglie ha cominciato a vacillare.
    Un giorno, a fine aprile, lui e sua moglie sono usciti. In città già da mesi non c'era più elettricità né rete telefonica e Leonid voleva sapere se sua sorella era ancora viva, hanno camminato lungo le strade di Mariupol, non più di un chilometro, dice, e hanno contato sessantatré corpi in strada, tutti civili. Sessantatré, ripete il numero scandendo le sillabe, con l'incredulità di chi deve convincere prima se stesso che il suo interlocutore. Sessantatré corpi di uomini, donne, bambini che stringevano giocattoli, «corpi già in decomposizione, corpi a metà, senza gambe o senza busto».
    In quel momento Leonid ha deciso: sarebbero andati via anche loro, passando per i centri di filtraggio. Pochi giorni dopo, quando la città era ormai praticamente in mano russa, il cuore di sua moglie non ha retto. È morta d'infarto, o almeno così crede Leonid che ha fatto di tutto per provare a rianimarla e mentre lo racconta piange. Il corpo steso a terra, lui che pensa a una caduta, la volta, grida, ma non c'è niente da fare. Esce in strada, grida di aiutarlo. I soldati in strada spostano il corpo nell'obitorio dell'ospedale dove Leonid crede - o spera - sia ancora.
    Niente autopsia, né funerale
    Il filtraggio e la fuga. Il 29 aprile i soldati russi hanno bussato di nuovo alla sua porta e gli hanno detto che doveva recarsi al centro di filtraggio. La procedura non serviva più solo per chi dall'Ucraina veniva portato in Russia, né più solo per i pochi corridoi umanitari organizzati dalle Nazioni Unite, ma anche per chi viveva ancora a Mariupol. Era di fatto una schedatura dei civili. Leonid ha camminato fino a un posto di blocco presidiato da separatisti filo-russi, è rimasto in fila due ore, poi da lì i pullman li hanno portati al centro di filtraggio di Bezimenne, nella repubblica separatista di Donetsk. Gli uomini sono stati divisi dalle donne e poi ancora divisi, uno in ogni angolo con un agente dell'Fsb. Nonostante fosse anziano gli hanno chiesto di spogliarsi per verificare che non avesse tatuaggi, simboli riconducibili al Battaglione Azov, gli hanno preso le impronte digitali e poi tenendolo in mutande sulla sedia hanno cominciato a fare domande sulla politica russa e sull'Ucraina. Gli hanno chiesto se avesse parenti nell'esercito, se conoscesse qualcuno nelle forze armate e nell'intelligence. Leonid continuava a ripetere di non avere contatti. Gli hanno chiesto cosa ne pensasse dei russi in città e lui, per salvarsi, ha mentito: siete i benvenuti, ha detto. L'hanno tenuto lì, seminudo, sulla sedia ancora per due ore, finché un agente gli ha portato un foglio. Diceva che il cittadino Leonid era passato attraverso il processo di filtrazione e aveva due possibilità: restare a Mariupol o in altri territori controllati dai separatisti o andare in Russia. Ma Leonid non voleva più né restare a Mariupol né andare in Russia. Sua moglie era morta e non era riuscito nemmeno a portarla al cimitero, di sua figlia incinta non aveva più notizie, ai corridoi umanitari non l'avrebbero fatto accedere, così si è detto che siccome tutto era perso ed era sopravvissuto ai mesi di battaglia nella sua città, poteva rischiare di morire ancora una volta, accettando di scappare di notte, con la rete di autisti che ancora prova a portare via i civili da Mariupol. Così, il 7 giugno scorso ha aspettato che il primo autista bussasse alla sua porta. All'angolo della strada c'era una macchina che lo ha portato in direzione di Berdiansk. Da quando ha lasciato casa sua finché è arrivato a Dnipro ha cambiato cinque volte veicolo.
    Tutti pezzi della rete di volontari ucraini che, rischiando la vita, continuano a raggiungere le zone occupate e le zone del fronte per salvare la gente.
    Occupare e deucrainizzare
    Secondo l'ex commissario ucraino per i diritti umani, Lyudmyla Denisova, sarebbero un milione e mezzo di cittadini ucraini, inclusi 250 mila bambini, deportati in Russia.
    Molti rimangono nei campi in alcune parti della Russia vicino all'Ucraina, come le città di Taganrog e Rostov. Alcuni vengono trasferiti con la forza in aree della Russia economicamente depresse, in Siberia o nell'isola di Sakhalin dove ricevono un alloggio e una piccola somma di denaro. In cambio del denaro devono accettare il passaporto russo.
    Non è la prima volta che il Cremlino organizza centri di filtraggio, è successo in Cecenia dove le forze russe separavano i civili dai combattenti. È successo dal 1941 al 1952 nei Paesi baltici. Mezzo milione di persone furono deportate in Russia per svuotare la regione dalle forze ritenute antisovietiche.
    Succede oggi, nel 2022. Serve ai russi per epurare dai territori occupati il dissenso, e serve a «deucrainizzare» le persone dopo averle deportate in Russia, rieducarle e dotare gli ucraini di passaporti russi. Unire cioè alle deportazioni il progetto demografico già messo in atto nelle repubbliche separatiste. —La bocca è spalancata, ma non c'è più grido che possa uscire. Non c'è più nessuna preghiera, c'è solo il buio. Accasciato sulle ginocchia da chissà quanto tempo, quell'uomo si sente morire. Stringe con un dito la mano del figlio, cadavere. Aveva tredici anni quel ragazzo, quando è stato ucciso da un attacco missilistico dei russi, mentre aspettava l'autobus. È successo ieri, nella città di Kharkiv.
    La custodisce, quella mano bianca, esangue avvolta dalla sua, rosa, in cui il sangue scorre ancora, perché non vuole lasciarlo andare. Nell'incrocio di dita c'è il muro che divide la vita e la morte, i sommersi e i salvati. Un ragazzino di 13 anni, spazzato via dalle bombe, da un padre incredulo e sotto choc, che non vuole credere che sia finita così.
    Sopravvivere ai figli è la perdita più devastante che si possa immaginare, un male contro natura che una guerra assassina non fa che aggravare. Spunta solo un lembo di pelle, fuori dalla coperta rossa di alluminio che avvolge la salma, fermata con pezzi di pietra, per coprire il dolore. Ma che dolore vuoi coprire. In un altro scatto, ci sono anche una scarpa da ginnastica e i folti capelli marroni del giovane a fare capolino, a lasciar intravedere chi era. Mentre una poliziotta si china, mossa da pietà. Abbraccia l'uomo, che sembra un pupazzo. Ha le spalle più pesanti di un macigno. Guarda il vuoto, vede solo il vuoto. Non può giustificare tragedie troppo grandi.
    E chissà che ne farà del marsupio di TikTok, l'ultimo oggetto che suo figlio indossava prima di venire colpito, e poi morire per le schegge dei missili di Putin. Dove finiscono le cose che sopravvivono ai cari che non ci sono più? Le tieni, come l'ultima memoria, potrai mai disfartene? Attorno, nella scena dell'esplosione, tutto è distrutto. Gli edifici sono carcasse di cemento. L'obiettivo dei russi, che hanno attaccato all'alba nel secondo centro dell'Ucraina, era forse proprio la stazione dei bus, nel distretto nord-orientale di Saltivskyi. Ma è stata colpita anche una moschea. E ci sarebbero altre due vittime, un uomo e una donna di 72 anni, riferiscono le autorità. La Russia, che ha invaso l'Ucraina il 24 febbraio, non ha immediatamente commentato l'incidente. No, nega. Funzionari militari e il ministero della Difesa del Cremlino continuano a smentire di prendere di mira deliberatamente i civili nei loro attacchi. Sarebbe bello sapere cosa risponderebbe Putin, o chi per lui, di fronte a questo padre che chiede perché. E come farà, d'ora in poi. A dare uno straccio di responso militare, su Telegram, è l'ufficio del procuratore locale, che ha affermato di ritenere che i missili sono stati lanciati da un lanciarazzi multiplo Uragan.
    Sono almeno 352 i bambini morti dall'inizio della guerra, quasi tre al giorno secondo Save the Children, mentre i feriti sono 657, per un totale di 1.009. Scompaiono seppelliti dalle macerie delle loro case, colpiti a tradimento da missili, bombe, schegge, vetro in frantumi, proiettili. Muoiono per le ferite, soffocati, schiacciati, vilipesi nella loro fiducia dalla ferocia della guerra. Una strage per lo più senza nome e senza storia, che scompare nel conto delle vittime senza volto. Non è stato così per Liza, quattro anni, bimba affetta da sindrome di Down di Vinnytsia, che stava andando dalla logopedista, quando un missile l'ha ammazzata. Per ciascuno di loro, per ciascuna delle vite spezzate e innocenti del conflitto, piccoli e adulti, il grido dell'ingiustizia è come quello del papà dell'adolescente cadavere, sdraiato ieri a Kharkiv: il dolore impotente spezza anche il più straziante dei lamenti.
  5. L'INCAPACE BERLUSCONI : I debiti delle società di famiglia di Michela Vittoria Brambilla la fanno finire ancora una volta nei guai giudiziari. E trascinano nel fascicolo d'inchiesta aperto dalla procura di Milano anche Silvio Berlusconi, che non è indagato. Ma che, per salvare la sua fedelissima ex ministra dal baratro finanziario, le concede una fideiussione da due milioni e mezzo di euro.
    Al centro dell'indagine per sottrazione fraudolenta al pagamento dell'Iva, fatture false e appropriazione indebita, c'è l'ex deputato del Popolo delle Libertà Massimo Nicolucci, manager napoletano di 65 anni con precedenti esperienze nella ristrutturazione di aziende in crisi. Che, ai primi di luglio, con altri tre indagati, sue presunte «teste di legno», si è visto sequestrare un milione e 379 mila euro, con un provvedimento d'urgenza del pm Paolo Storari che è già stato convalidato dal gip Domenico Santoro. Tanto quanto, stando alle indagini del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, in concorso con la deputata forzista, avrebbe sottratto al pagamento dell'Iva tra il 2017 e il 2020 dal «gioiellino» della famiglia Brambilla, la Prime Group spa, con sede a Brivio, nel Lecchese: una società da venti milioni di fatturato, forte dei contratti di fornitura di alimenti che vantava con clienti come Esselunga, Conad, Bennet, Iper Montebello, e poi svuotata dei suoi principali asset proprio da Nicolucci.
    Quando Michela Brambilla ha scelto di rivolgersi al collega di partito – come si legge nel provvedimento di convalida del sequestro – era in fortissima difficoltà economica. La storica azienda di famiglia, la Trafileria del Lario spa, era vicina al fallimento, che nel 2019 è costato alla ex ministra un patteggiamento a un anno e quattro mesi per bancarotta; l'altra sua società, la Prime, aveva debiti milionari con le banche e con lo Stato. Tanto che «Brambilla avrebbe richiesto – si legge nell'atto – l'intervento personale di Silvio Berlusconi, ottenendo il rilascio da parte del suo capo di partito di una fideiussione del valore di 2,5 milioni euro (sottoscritta il 31 marzo del 2015 e valida fino al 15 maggio del 2018, poi prorogata per un anno) che avrebbe garantito la continuità aziendale», con la promessa che «non sarebbe mai stata escussa». A farlo però ci ha pensato Nicolucci, che non si è preoccupato neppure di tradire la fiducia del suo presidente.
    «Mi sono stufato di sentire Michela, se non faccio un accordo con te la mando in galera veramente... La denuncio per estorsione, hai capito? Perché mi dovrà spiegare perché mi ha mandato le mail di Berlusconi, dicendo che se non creavo l'accordo con te il presidente mi avrebbe distrutto...», diceva intercettato Nicolucci. E ancora: «Cioè una cosa che vale dieci la dovrei pagare un euro. E perché dovrei accettare, per la riconoscenza del presidente? Così mi regala un'altra cravatta di Marinella con scritto presidente Berlusconi... sai quante ne ho a casa?». L'ex ministra si era rivolta a Nicolucci con l'obiettivo di «cedere l'intero pacchetto azionario della Prime (intestato al marito, Eros Maggioni, ndr) a un investitore che avesse le risorse per risanare l'azienda». Nicolucci, per l'accusa «amministratore di fatto» che ha gestito la società tramite suoi uomini di fiducia, come il commercialista Giovanni Graziano, l'avrebbe acquistata a un euro, assicurando a Brambilla, dopo «il risanamento e la successiva vendita, il quaranta per cento del profitto».
    Quel che invece avrebbe fatto è ricostruito nella denuncia che la società Media Invest, che di recente ha acquistato il gruppo, ha presentato con l'avvocato Mario Zanchetti, dando il via all'inchiesta. Negli atti si legge come Nicolucci avrebbe «drenato il drenabile», svuotato dei suoi principali asset la Prime esposta col Fisco, per trasferirli a fronte di corrispettivi forfettari alla controllata Blue Line, evadendo così l'Iva anche attraverso la sottoscrizione di fatture inesistenti. Con tre presunti complici, tra cui il fratello Maurizio, Nicolucci è anche accusato dell'appropriazione indebita di 383 mila euro.
    Tra i soldi che sarebbe riuscito a drenare anche per «amici e parenti» ci sono quelli per i fratelli comaschi Oscar e Luca Ronzoni, che hanno già patteggiato nell'ambito di un'altra grossa indagine per riciclaggio. Intercettato al telefono proprio con Oscar Ronzoni oltre che con l'amministratore della Blue Line, Paolo Intermite, forse anche per via di pressioni che riceveva da Brambilla – che per quanto indagata solo per la sottrazione al pagamento dell'Iva appare vittima della gestione dell'amico – Nicolucci diceva: «Vieni a vedere questa azienda: l'organizzazione, la serietà… Aveva i telefoni staccati. Sai perché? Perché Michela faceva pagare alla Prime 50 mila euro il server per la segreteria politica!».
  6. MENTRE SI SFASCIA L'AMBIENTE CI AUTODISTRUGGIAMO : Al rifugio "Guide del Cervino" gli escursionisti dormono con le finestre aperte. Le coperte in dotazione sono troppe spesse per un'estate così feroce. Non è stata accesa la stufa neppure un giorno dal primo di giugno a oggi. Quota 3500 metri: la neve si è completamente sciolta. Ci sono 14 gradi alle quattro di pomeriggio e il sole ustiona la pelle. Non è più possibile fare finta di niente. Neppure per chi ama tantissimo questa montagna e di questa montagna vive. Le trentacinque guide del Cervino hanno preso tutte insieme una decisione storica: le salite sono sospese. Non accompagneranno più gli escursionisti, almeno fino a quando non tornerà il freddo. Hanno deciso che è il momento di fermarsi.
    Quindi se la montagna è chiusa, non è chiusa per una scelta politica. Ma per l'esperienza di chi conosce come nessun altro quelle vie. «Cerchiamo di dare l'esempio, auto regolandoci. In questi giorni non ci sono le condizioni di sicurezza per la scalata, non si può arrivare in vetta al Cervino dal versante italiano», dice il presidente delle guide Laurent Nicoletta.
    Hanno fatto una riunione martedì sera. Tutti collegati dai rifugi e dalle case di montagna. «La nostra è una presa di posizione difficile e anche dolorosa. Il nostro mestiere è portare gli escursioni in vetta. Ma mentre eravamo collegate ho domandato: "Chi andrebbe su senza timori?". Ci siamo guardati negli occhi, ci siamo scambiati le nostre impressioni. Tutti avevamo dei dubbi, dovevano solo trovare il coraggio di fare il passo». Il passo è fermarsi. «Io sono salito due volte la scorsa settimana, ma la situazione non era ancora così grave come appare oggi». Nicoletta dice che non ha mai visto niente del genere: «È tutto secco. Lo zero termico è a 4900 metri. Di notte la temperatura non scende abbastanza. Questo caldo va a intaccare anche il ghiacciaio, il permafrost. E nei prossimi giorni sono annunciati temporali». La decisione delle guide del Cervino rende chiara la situazione. Perché è una decisione che rappresenta un danno economico per chi la assume. Il Cervino veniva venduto a 1300 euro a persona, dove ogni guida può salire solo con un escursionista. Uno a uno. «Veniamo spesso accusati di essere dei mercenari della montagna. Non è vero. Non siamo degli aspiranti suicidi. Io ho due bambini e la sera voglio tornare a casa. La sicurezza nostra e dei nostri clienti è la cosa più importante».
    Anche la società delle guide del Monte Bianco ha preso la stessa decisione per la cresta di Rochefort, una delle vie più famose delle Alpi. Quell'ascensione non si può più vendere. Non adesso, non in questi giorni caldissimi di luglio. E le guide svizzere, impressionate dalle scelte delle guide italiane stanno meditando di prendere la stessa decisione sul loro versante. Ai 4.554 metri del rifugio Capanna Margherita, sul Monte Rosa, la massima di ieri ha sfiorato i 7 gradi. Non era mai successo.
    «L'accettazione del rischio sarebbe troppo alta, certe salite non le facciamo» dice Rudy Janin, presidente della commissione tecnica dell'Unione valdostana guide di alta montagna. «Nei prossimo giorni valuteremo se le condizioni generali saranno cambiate».
    Quello che ti dicono tutti è questo. Che la montagna è secca, dura, brulla, sfarinata: d'inverno non è caduta la neve che saldava i ghiacciai. Le temperature sono così calde da essere fuori da ogni statistica. È tutto asciutto. Per andare sul Cervino non servono nemmeno i ramponi. E quello che si può notare salendo è che persino gli stambecchi si stanno trasferendo più in alto in cerca di frescura. Il ghiaccio può staccarsi in ogni momento. Così come possono crollare dei torrioni di pietra o dei ponti di ghiaccio sulla via dell'ascensione. Le guide di due delle più importanti montagne italiane ieri ne hanno preso atto. Il loro è un gesto di responsabilità e al tempo stesso un grido di allarme. Arriva due settimane dopo la tragedia della Marmolada, dove un seracco ha investito gli escursionisti che stavano salendo sulla "via normale": 11 morti, 7 feriti.
    «La cosa più brutta è essere impotenti» dice Lucio Trucco, 51 anni, da trenta guida alpina e gestore di due rifugi sul Cervino. «Quello che succede è davanti agli occhi di tutti, o almeno di tutti quelli che vogliono vedere. I ghiacciai si stanno sciogliendo. La mancanza di neve d'inverno e questo caldo d'estate sono due fattori che messi insieme hanno un effetto devastante sulle montagne. Tutti ne siamo consapevoli, sia noi che viviamo qui sia quelli che amano raggiungere questi posti. Posso dire che soltanto io ho ricevuto 400 disdette negli ultimi giorni. La gente si è spaventata tantissimo. E capisco il motivo. Con queste condizioni la montagna non è più uno svago e un obiettivo da raggiungere».
    Trucco è la memoria storica di un posto incantato che incomincia a non assomigliare più a se stesso. Ricorda precisamente le annate di gravi crisi climatiche: 2003, 2009, 2022. Tuttavia nessuna assomiglia a questa per durata. Per persistenza. È come un pugno fortissimo, dato in continuazione.
    La crisi climatica del 2003, però, ha avuto un merito. E cioè aprire la strada alle decisioni che sono appena state prese nel 2022: «Allora ero presidente delle guide del Cervino per la prima volta. Quella fu un'estate di caldo eccezionale. I crolli si vedevano a occhio nudo, come le frane dal paese. La mia decisione di non andare sul Cervino fu molto contestata. Ricordo che era l'8 agosto. Il 15 agosto chiedevano le mie dimissioni. Replicai chiedendo di salire tutti insieme per vedere la situazione. Il 16 non fu possibile andare. Il 17 ci fu un crollo imponente, con devastazioni. Poi sono rimasto presidente per 13 anni». Insomma: è l'esperienza l'origine di questa storia.
    Paolo Comune, capo del soccorso alpino valdostano e gestore del rifugio Mantova, ha cercato di cambiare le sue abitudini e quelle di tutti gli escursionisti: «Dopo la tragedia della Marmolada, noi e molti altri rifugi abbiamo anticipato l'orario di colazione. Dalle 4 del mattino alle 2.30. In modo che le ascensioni incomincino prima e nessuno sia ancora fuori durante le ore più calde. La montagna così brulla non l'ho mai vista. Adesso è come dovrebbe essere a settembre». Rifugio Mantova, 3498 metri di altitudine, quattro di pomeriggio, nove gradi.

 

21.07.22
  1. SONO LORO CHE HANNO DECISO:   Che Mario Draghi godesse della fiducia della finanza internazionale era cosa risaputa, ma adesso ci sono anche documenti che ufficializzano questa posizione: le agenzie di rating Moody's e Fitch fanno sapere che se Draghi resta al timone l'Italia avrà vita più facile, mentre senza di lui il quadro economico e finanziario per il Paese si farebbe fosco: le riforme diventerebbero meno probabili, i finanziamenti europei del Pnrr più difficili da ottenere, e il merito di credito del Paese sarebbe a rischio; tradotto, quest'ultimo punto significa aumento dei tassi di interesse e dello spread rispetto ai Paesi nostri concorrenti.
    Moody's ammonisce che «i recenti eventi politici sono negativi sul credito. Le sfide per l'Italia cresceranno perché gli obiettivi del Pnrr diventeranno più quantitativi dal 2023, lasciando meno spazio per l'interpretazione. La diminuzione dello slancio degli investimenti e delle riforme quest'anno indebolirà l'economia». Moody's ritiene che senza Draghi «il governo italiano potrebbe avere difficoltà a trovare un accordo sul bilancio 2023, che deve presentare alla Commissione europea entro ottobre, o sulle politiche di gestione dei rischi per la dipendenza dell'Italia dal gas russo».
    Stesso spartito dall'agenzia Fitch, secondo cui senza Mario Draghi «l'Italia è destinata a entrare in un periodo politicamente incerto dopo quasi diciotto mesi di relativa stabilità. Per l'eventuale nuovo governo sarà più difficile portare avanti le riforme e il risanamento di bilancio». Fitch si preoccupa che le dimissioni di Draghi avvicinino le elezioni anticipate, ma nota che anche se tale prospettiva venisse evitata nell'immediato, il rinvio sarebbe solo di pochi mesi, con quello che ne consegue. «Ci aspettiamo - scrive l'agenzia - che i partiti che sostengono il governo cerchino più visibilità con l'avvicinarsi del voto, amplificando le tensioni». Sul piano della tecnica parlamentare, «con le elezioni anticipate si farebbero stretti i tempi per l'approvazione della legge di Bilancio. Potrebbero anche rendere più difficile per l'Italia raggiungere le pietre miliari per la prossima erogazione dei fondi NextGenerationEu a dicembre, e si potrebbe indebolire la capacità italiana di impiegare i fondi già ricevuti.
  2. MANCA SOLO LA CINA PER IL PATTO DI FERRO : Il destino dei curdi si decide a Teheran. O almeno così sembra pensarla Recep Tayyip Erdogan. Dopo la passerella al vertice Nato di Madrid, di nuovo ospite e alleato gradito dell'Occidente, il leader turco è andato nella capitale iraniana a trattare su una nuova "operazione speciale", la sua, in Siria. Contro i "terroristi" delle Ypg, le unità di autodifesa curde, già protagoniste della guerra contro l'Isis e poi scacciate da una parte del confine turco-siriano nell'ottobre del 2019. Se ai canditati all'adesione all'Alleanza atlantica, Svezia e Finlandia, il leader turco chiede l'estradizione di 73 attivisti, dal presidente di casa Ebrahim Raisi e da Vladimir Putin vuole un via libera operativo. L'Iran è il più stretto alleato del regime siriano di Bashar al-Assad, con migliaia di "consiglieri" di Pasdaran in loco. La Russia mantiene in Siria circa 10 mila militari. Si devono scostare, e fare strada alle colonne di blindati turche, già pronte.
    Il bilaterale con Raisi si è subito incentrato attorno alla questione. "Le organizzazioni terroristi Pjak, Pkk, Pyd, Ypg e Feto sono un serio problema per la Turchia e l'Iran. In Siria – ha puntualizzato Erdogan – i gruppi terroristici sono appoggiati dai Paesi occidentali, in particolare dagli Usa". La Turchia, ha precisato, "non minaccia l'integrità territoriale" siriana, ma Damasco deve "agire" e disarmare i guerriglieri. Raisi è stato accomodante: «I terroristi possono avere nomi diversi ma in ogni caso mettono in pericolo la sicurezza delle persone, per questo motivo dobbiamo combatterli». Il coacervo di sigle contiene gruppi che operano in Turchia ma anche in Iran. Anche se su sponde opposte in Siria, dove Teheran appoggia senza riserve lo sciita Assad e Ankara i ribelli sunniti, su questo fronte le due potenze islamiche hanno preoccupazioni in comune. Finora l'Iran si è opposto a una nuova scorribanda di Erdogan in territorio siriano, per difendere l'integrità territoriale di Damasco. Ma le cose cambiano in fretta, per via degli sconvolgimenti indotti dalla guerra in Ucraina.
    Nel Nord della Siria, nel loro Rojava, i curdi si preparano, moltiplicano le manovre, mostrano i muscoli, per quanto limitati, si dicono "pronti" a difendersi. Ma anche nel regime siriano ci sono preoccupazioni. Il rapporto con i curdi resta ambiguo, per la presenza di militari americani nell'estremo Nord-Est, ma l'ostilità verso la Turchia e i miliziani sunniti, nemici mortali nella decennale guerra civile, è maggiore. Damasco conta ancora sulla protezione di Mosca. Putin è arrivato ieri a Teheran con l'obiettivo di mantenere tutte e due i vicini musulmani dalla sua parte. È l'equilibrismo del formato Astana, che fra mille compromessi ha permesso la convivenza in Siria e ora viene allargato a tutta la regione. Per il leader del Cremlino in Siria bisogna distruggere una volta per tutto «l'Isis e gli altri gruppi terroristici». Formula ambigua, che può soddisfare anche Erdoga. Ma la priorità è adesso l'economia. Putin sottolineato come le relazioni commerciali tra Mosca e Teheran «si stanno sviluppando rapidamente».
    La "cooperazione" è stata corroborata dal contratto monstre firmato dalla russa Gazprom e dall'iraniana Nioc. Quaranta miliardi di dollari di investimenti per sviluppare sei nuovi campi petroliferi, impianti per il gas naturale liquido, nuovi gasdotti verso l'Asia meridionale. Tra i consiglieri politici di Raisi si sottolinea anche come «la Repubblica islamica ha imparato ad aggirare la sanzioni con l'aiuto di Russia e Cina» e quindi ha qualcosa da insegnare al suo partner, adesso a sua volta nella morsa dell'embargo occidentale. A Putin l'Iran può mostrare come esportare lo stesso petrolio, per esempio «stoccando milioni di barili in porti asiatici più defilati», per poi venderli con triangolazioni ai grandi clienti come India e Cina. In cambio Teheran vuole un grande accordo sul lungo termine, sul modello dei 400 miliardi promessi dal Memorandum d'intesa firmato con Pechino.
    Due alleati sono meglio di uno. Si bilanciano. Diventare un protettorato economico cinese non è una prospettiva allettante. Putin ha da offrire e da chiedere. Per esempio, i droni d'attacco che mancano alla sua armata in Ucraina, e limitano le capacità di distruggere i tank e l'artiglieria nemica. Raisi, e la guida suprema Ali Khamenei, si sono detti disponibili a fare un'eccezione al "divieto di esportare armi in zone di guerra", ridicolo visto che hanno inondato di droni le milizie alleate nella regione. In cambio però vogliono sistemi anti-aerei più potenti, come gli S-400, per contrastare eventuali raid israeliani. Finora Mosca non li ha concessi, per via delle sanzioni internazionali. È probabile che l'attenzione alle formalità passi in secondo piano. Dietro i sorrisi delle foto a tre e delle dichiarazioni finali, l'ottimismo sull'accordo per sbloccare l'export di grano ucraino, dove ci sono «progressi», restano molti contrasti da limare. Ma il mondo multipolare marcia in fretta.
  3. CRISI PUTINIANA : La Lada Granta bianca scorre sullo sterrato. Il suo primo viaggio è al cimitero, disordinato quanto la campagna intorno, con le croci di legno che spuntano dai cespugli e dall'erba che nessuno taglia. L'uomo anziano al volante racconta alla telecamera che l'auto è bianca, «come la sognava Aleksey». Aleksey è suo figlio, morto «come i nonni e i bisnonni, combattendo il fascismo», comunica una voce fuori campo, e spiega che l'auto è stata comprata grazie al risarcimento del governo per i caduti in Ucraina: «Il popolo chiama questi soldi "i soldi per la bara"».
    Il servizio trasmesso dalla Tv pubblica russa è talmente mostruoso da sembrare quasi una denuncia. Ma la storia di una famiglia della regione di Saratov che ora ha una auto nuova grazie alla morte del figlio è uscita nel programma del propagandista Dmitry Kiselyov, ed è invece uno spot pubblicitario della guerra. Il servizio è stato tagliato dalla versione del programma destinata a Mosca, mentre è rimasto nelle versione trasmesse per l'Estremo Oriente e la Siberia (in Russia lo stesso palinsesto televisivo esce più volte in base ai fusi orari). Non è la prima volta che la trasmissione di Kiselyov censura reportage su famiglie felici di avere un figlio in guerra. I ragazzi delle capitali non vengono mandati al fronte, le liste dei caduti si riempiono di nomi di soldati e ufficiali di zone remote e povere, e spesso abitate da minoranze etniche non slave: dalla mappa del Institute for the Study of War, a mandare più soldati sono la Buriazia e la Tyva, al confine con la Mongolia, la Chuvashia, sul Volga, il Caucaso musulmano, dalla Cecenia al Dagestan. Il calcolo è cinico e semplice: laggiù, l'esercito è uno dei pochi datori di lavoro, e un livello di cultura più basso rispetto alle grandi metropoli promette un livello più alto di obbedienza alle autorità.
    È la Russia ideale sognata da Vladimir Putin, dove padri, madri, sorelle e vedove ripetono alle telecamere – seduti in cucine e tinelli arredati con mobili ancora sovietici, con i tappetini con le renne sulla parete e un'icona di carta sopra il frigorifero – le bugie della propaganda sugli ucraini che «si bombardano da soli», e non nascondono che il risarcimento per il figlio caduto gli ha permesso di comprare un'auto, chiudere un mutuo, fare una vacanza. È in quelle case che i soldati russi mandano i frullatori e la biancheria saccheggiati nelle case ucraine. Ma anche nella Russia più povera la quantità di ragazzi pronti a diventare carne da macello è sempre più bassa. Aleksandra Garzhamapova del fondo "Buriazia libera" in un'intervista alla Bbc ha sfatato il mito della sua regione: da quella con il più alto numero di caduti in Ucraina è ora quella dove più militari si rifiutano di venire mandati al fronte. Almeno 500 soldati buriati si sono dimessi nelle ultime settimane, di cui 150 sarebbero «saltati giù dai camion quando hanno capito dove li portavano», e 78 parà d'assalto dell'11sima divisione sono stati chiusi in un garage e minacciati.
    I servizi ucraini pubblicano intercettazioni di occupanti russi che raccontano episodi simili. A giudicare dai "muri della vergogna" installati in molte guarnigioni, si parla di centinaia di "disertori", che formalmente non sono tali: la Russia non ha dichiarato guerra all'Ucraina, e quindi un militare a contratto può rifiutare una missione. Un problema «sempre più acuto», secondo l'Intelligence britannica che vede un'avanzata russa nel Donbass in difficoltà «per mancanza di soldati». Una dichiarazione che Mosca smentisce come disinformazione occidentale, ma che trova conferma, per esempio, nella dichiarazione del colonello Oleg Korotkevich, comandante ad interim della 41sima armata, che ha cercato di persuadere i familiari dei militari che la guerra deve andare avanti: «Putin può ordinare di farla finire domani, ma significa che ce ne dovremo andare come cani bastonati».
    Che non tutte le famiglie sono felici di mandare figli e mariti al fronte lo si era già capito da numerose proteste di mogli e madri trapelate nei media regionali russi, e il fatto che Korotkevich sia costretto a incontrarle e a cercare di convincerle che la guerra va persa almeno con una parvenza di onore, è rivelatorio. Anche perché il rifiuto ad andare a combattere in Ucraina spesso non è dettato da ideali di pacifismo, ma più banalmente a un razionale calcolo delle probabilità di venire uccisi: se la 41sima armata è comandata da un colonnello, è perché tutti i suoi generali sono stati uccisi già a marzo. Un rischio che non vale la pena correre, anche perché la Lada bianca è un premio che molti hanno visto soltanto in Tv: diverse famiglie non hanno ricevuto ancora i risarcimenti promessi. Lo stesso Korotkevich a giugno aveva firmato una richiesta di aiuti al sindaco di Novosibirsk, nella quale chiedeva aiuti umanitari: caffè, sigarette, sapone e perfino calzini e mutande da donare ai soldati mandati da Putin al fronte.
  4. IGNORANTE OSTRUZIONISMO : Omicron 5 sarà anche meno letale delle varianti che l'hanno preceduta ma l'elenco delle vittime del Covid si allunga e gli antivirali, efficaci quasi al 90% nel combattere la malattia grave, continuano a essere un'arma spuntata. Nonostante a inizio maggio l'Aifa ne abbia allargato la prescrivibilità ai medici di famiglia, consentendo poi di acquistare direttamente in farmacia Paxlovid, il più efficace contro Omicron e le sue sorelle. Ma che continua ad essere riservato a pochi. Dal primo maggio si contano seimila vittime ma di pillole anti-Covid i medici di famiglia ne hanno somministrate appena 8.323 su un totale di 27.988 trattamenti, riferisce il report aggiornato al 5 luglio della stessa Agenzia del farmaco. E anche a guardare le compresse mandate giù in ospedale, dopo una trafila ben più complicata, stiamo sempre a malapena al 5% delle 600 mila confezioni acquistate dallo Stato, che tra un po' rischiano anche di scadere e andare al macero. Paxlovid andrebbe assunto, dopo valutazione medica, dai contagiati con più di 65 anni e dai fragili, a prescindere dall'età. Una platea molto vasta se si pensa che solo gli ultrasessantacinquenni sono 13 milioni e di questi quasi 4 milioni sono considerabili fragili e quindi due volte esposti a rischio di contrarre l'infezione da Covid.
    Il flop fino ad ora è stato giustificato con la mancata formazione dei medici di famiglia all'uso corretto del medicinale, che per essere efficace va assunto entro 72 ore, massimo 5 giorni dal contagio, prima dell'aggravarsi dei sintomi. Ma per vedere se la pillola anti-Covid confligge con altre medicine basta scaricare sul proprio smartphone la app dell'Università di Liverpool «Covid19 drug interactions» e la risposta arriva istantaneamente senza consultare chissà che. Per giustificare il braccino corto dei medici di fiducia nel prescriverlo si è puntato il dito anche contro la burocrazia, che li costringerebbe prima a compilare un piano terapeutico, che consiste però in una paginetta dove trascrivere le generalità del medico e del paziente, barrando le condizioni cliniche o anagrafiche che danno diritto al farmaco. Una cosa da due minuti.
    «Il problema è un altro, i medici non lo prescrivono perché sono stati fissati troppi paletti che di fatto nel limitano la somministrazione», denuncia il professor Francesco Broccolo, virologo dell'Università Bicocca di Milano. Che poi spiega: "L'Aifa autorizzandolo ha infatti stilato anche una lunga lista di altre terapie che confliggendo con Paxlovid ne impedirebbero la sua assunzione. E tra queste ci sono anche statine e anticoagulanti, che pochi ultrasessantacinquenni non assumono». Secondo il professore se ne esce «superando questo eccesso di rigidità, perché trattandosi di una terapia limitata all'assunzione di due pillole al giorno per soli cinque giorni, nella maggior parte dei casi è possibile sospendere la cura che mal interagisce contro l'antivirale».
    «È quello che personalmente già faccio», replica a distanza Pierluigi Bartoletti, primo prescrittore di Paxlovid tra i medici di famiglia del Lazio e vice presidente della Fimmg, il sindacato di categoria. «Quando ho davanti a me un over 65 positivo valuto il rapporto rischio-beneficio ma alla fine quasi sempre questo è a favore del Paxlovid. E se ad esempio il paziente è sotto anticoagulanti li sospendo per cinque giorni e li sostituisco con l'eparina». Una duttilità che fino ad oggi è venuta a mancare, impedendo il decollo di quella che è al momento una delle armi terapeutiche più efficaci contro il Covid. Vaccini a parte, ai quali però gli immunodepressi gravi spesso non rispondono adeguatamente. Per loro ad uso profilattico, ossia da assumere prima che ci si contagi, c'è il monoclonale Evusheld, due iniezioni per gluteo da fare però in ospedale, capaci di proteggere i più fragili dalle forme gravi di Covid per sei mesi. Qui di controindicazioni particolari non ce ne sono ma di trattamenti al 6 luglio ne sono stati somministrati appena 2.402, perché l'Aifa lo ha fino ad oggi autorizzato per una ristretta cerchia di pazienti con sistema immunitario quasi azzerato. E intanto la lista dei morti si allunga.
  5. POTEVA ANDARE AD UN CENTRO VACCINALE ? : Si era presentata due volte al pronto soccorso, e per due volte era stata rimandata a casa. Piccoli malesseri, dolori passeggeri. Domenica scorsa, Federica Fabbris, 37 anni, si è presentata per la terza volta in pochi giorni all'ospedale di Chioggia (Venezia), la sua città, e non ne è più uscita. È morta sul lettino dall'area rossa del pronto soccorso, un'ora dopo il ricovero. Un dramma che non ha ancora spiegazioni. Un epilogo inspiegabile anche per i vertici dell'azienda sanitaria che hanno avviato un accertamento e disposto l'autopsia. Della vicenda è quasi certo si occupi a questo punto anche la magistratura. Bisogna accertare se qualcosa è stato sottovalutato e se la donna poteva essere salvata.
  6. LA SPARTIZIONE ? : Salvatore Borsellino
    "Non c'è più lotta alla mafia la politica deve tacere"

    RICCARDO ARENA
    PALERMO
    È stata la giornata del silenzio, non solo per il classico brano musicale in stile militare, eseguito dalla tromba alle 16,58, l'orario dell'esplosione. Trent'anni dopo la strage, il silenzio lo ha voluto lui, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e anima delle Agende rosse, un movimento che ha adesioni in tutta Italia: ogni 19 luglio Palermo si popola di quelli che qui vengono indicati come «polentoni», uomini e donne del Nord, chiamati a raccolta per chiedere verità e giustizia sulle stragi. Borsellino è l'unico fratello superstite dei tre – Paolo, Rita e lui – che facevano parte della famiglia originaria del quartiere della Kalsa.
    Il silenzio di ieri ha tanti significati, specie ora che le ultime speranze di arrivare a una minima verità sul colossale depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio sono state spazzate via dalla sentenza della settimana scorsa, nel processo ai tre poliziotti, celebrato a Caltanissetta: per due di loro è scattata la prescrizione, ma è caduta comunque l'aggravante di avere agito nell'interesse di Cosa nostra; per il terzo è arrivata l'assoluzione perché il fatto non costituisce reato. «Abbiamo chiesto noi il silenzio - dice Borsellino -. Silenzio per le passerelle. Silenzio alla politica. Perché invece di fare tesoro di ciò che in questi trent'anni è successo, ci accorgiamo che la lotta alla mafia non fa più parte di nessun programma politico. "Il Suono del Silenzio", tema della giornata, è collegato proprio alla necessità che nulla rompa il silenzio, se non la musica».
    Così in via D'Amelio ieri c'è stata soltanto una pedana sopra la quale un grande violoncellista, Luca Franzetti, ha eseguito una serie di brani. È stanco, il fratello del giudice ucciso: assente dalle manifestazioni palermitane per motivi di salute, si collega da remoto, si commuove nel ricordo di Paolo e dei cinque agenti assassinati con lui. «Se si scoprisse chi ha rubato l'agenda rossa si arriverebbe a individuare gli assassini – dice -. Avremmo voluto celebrare il 30° anniversario con una vittoria sulla mafia e quindi con la scoperta della verità, purtroppo anche quest'anno è stato solo un appuntamento rimandato. Nonostante i numerosi processi ancora attendiamo di conoscere tutti i nomi di coloro che hanno voluto le stragi del '92-'93. Abbiamo chiaro che mani diverse hanno concorso con quelle di Cosa Nostra per commettere questi crimini, ma chi conosce queste relazioni occulte resta vincolato al ricatto del silenzio».
    La delusione, la consapevolezza che, giunto ormai all'età di ottant'anni, per lui diventa ogni giorno sempre più complicato attendere una verità rinviata dal 1992 a oggi. A Caltanissetta sono stati celebrati tutti i processi per la strage del 19 luglio, fino al quater; poi il dibattimento sul depistaggio: «Mi è venuta in mente – dice ancora - la prima volta che sono stato a Caltanissetta per i processi. Stavo cercando il palazzo di giustizia e non lo trovavo. Chiesi delle informazioni a delle persone che stavano in un bar e mi risposero in dialetto: "Il palazzo è là dietro, la giustizia non sappiamo dov'è". Purtroppo da Caltanissetta non mi aspetto verità e non mi aspetto giustizia». Quella sul depistaggio è stata una «sentenza beffa, la giustizia delude, tradisce le richieste di giustizia dei parenti delle vittime di mafia e di tutti i cittadini onesti, ma da Caltanissetta non mi aspetto altro. Se mi aspetto qualcosa è dai processi che si svolgono a Reggio Calabria, a Firenze».
    Le altre indagini, la 'ndrangheta stragista e i collegamenti con i fratelli Graviano di Brancaccio, coloro che – secondo l'accusa - dovevano essere "salvati" dalle prime indagini su via D'Amelio, grazie alle false dichiarazioni di quel pentito fasullo che era Vincenzo Scarantino. Perché tutto questo? «Quando si tratta di rappresentanti dello Stato, in questo Paese non è possibile avere giustizia o che lo Stato processi se stesso. O si viene assolti perché il fatto non costituisce reato o subentra la prescrizione. Quindi ancora una volta né verità né giustizia». Un chiaro e preciso riferimento alla vicenda dei tre poliziotti, che ha portato a protestare anche i figli di Paolo Borsellino, Manfredi, Lucia e Fiammetta, non sempre in sintonia con lo zio. Ma in questo caso tutti sono compatti nell'essere insoddisfatti e nel reclamare una verità vera.
    «Oggi – riprende Salvatore Borsellino - si celebrano come eroi le vittime di quelle stragi e intanto se ne distrugge il patrimonio di leggi che ci avevano lasciato per dare alla magistratura e forze dell'ordine le armi necessarie per combattere la criminalità organizzata. A breve arriverà l'abolizione del 41 bis e dell'ergastolo ostativo e sarà cambiata la legge sui collaboratori di giustizia. Mentre si proclamano gli eroi, viene tradito e distrutto il patrimonio di leggi che ci avevano lasciato».
  7. NON POTEVA CHE FINIRE COSI : Non si è limitata a chiedere l'assoluzione degli imputati nel processo Eni-Nigeria, a partire dall'ad Claudio Descalzi. Con una mossa che almeno a Milano non ha precedenti, la sostituta procuratrice generale Celestina Gravina ha rinunciato ai motivi d'appello, rendendo definitive tutte le assoluzioni di primo grado. Le dure parole che ha pronunciato sono suonate in aula come un "atto di accusa" nei confronti del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, che non ha mai chiamato per nome. E che - proprio per la gestione delle prove in questo processo al centro del duro scontro che si è consumato nella procura di Milano - è imputato a Brescia per omissione di atti d'ufficio.
    Gravina ha definito i motivi d'appello promossi dall'aggiunto «incongrui, insufficienti e fuori dal binario di legalità», che non tengono conto dell'«assoluzione definitiva» dei presunti intermediari della maxi tangente al centro del processo: Obi Emeka e Gianluca Di Nardo, già giudicati perché avevano scelto il rito abbreviato. «E questa – per la sostituta pg – è una violazione delle regole di giudizio». Ha parlato di «vicende buttate lì come un'insinuazione», di «esilità e assoluta insignificanza degli elementi» usati dalla procura per sostenere l'accusa di corruzione internazionale, di «colonialismo della morale» da parte del pm per rispondere all'accusa di «colonialismo predatorio» che De Pasquale muoveva a Eni e Shell nel ricorso.
    «Questo processo deve finire oggi perché non ha fondamento - ha detto Gravina - Non c'è prova di un accordo corruttivo, né prova del pagamento di utilità corruttive». E, dopo aver «patito sette anni», gli imputati «hanno diritto a vedere cessare immediatamente questa situazione contra legem rispetto alle indicazioni di regolarità formale del processo». La sostituta pg ha censurato la richiesta di confisca di 1, 092 miliardo di dollari avanzata da De Pasquale, pari alla presunta maxi tangente che, nella ricostruzione accusatoria, Eni e Shell avrebbero pagato per aggiudicarsi la concessione da parte del governo nigeriano dei diritti di esplorazione sul blocco Opl245. Ha aggiunto Gravina che invece Eni e Shell avrebbero fatto «la ricchezza di quel Paese» a partire dagli anni Cinquanta «anche con tributi di sangue».
    Per il gruppo è stata così sancita «la fine della immotivata e sconcertante vicenda giudiziaria penale». La requisitoria della sostituta pg - che il difensore di Descalzi, Paola Severino, ha definito «penetrante, argomentata, anche pacata che però ha frantumato completamente l'accusa» - ha messo una pietra tombale sul processo. Che andrà avanti solo per il ricorso della parte civile. L'avvocato Lucio Lucia, che rappresenta la Repubblica nigeriana, ha chiesto alla corte di valutare i danni in separata sede e una provvisionale pari alla somma versata per i diritti di esplorazione del giacimento. Decisione attesa il 30 settembre.
  8. IL COSTO DEL NUCLEARE : Ad un paio di settimane dall'annuncio, il governo francese muove i primi passi verso la nazionalizzazione completa del colosso energetico Edf, proprietario in Italia di Edison.
    Parigi, già in possesso di circa l'84 per cento del gruppo, punta ad arrivare al 100 per cento con un'offerta pubblica di acquisto da 9,7 miliardi di euro, che prevede un'offerta di 12 euro ad azione (per un bonus del 53 per cento rispetto al prezzo di chiusura del 5 luglio).
    Il presidente Emmanuel Macron vuole così riportare uno degli asset più importanti del Paese sotto il totale controllo della sfera pubblica, dopo la parziale apertura del capitale avvenuta diciassette anni fa. Un mossa che arriva in piena crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina, e che sarebbe utile a dare ad Edf «i mezzi necessari per accelerare l'applicazione del programma del nuovo nucleare», insieme allo «sviluppo delle rinnovabili», ha spiegato il ministro dell'Economia Bruno Le Maire.
    Detto altrimenti, il governo vuole avere le mani libere sull'utility, sottraendola dalle dinamiche di mercato e dalle pressioni degli investitori, giudicate pericolose per le operazioni di ristrutturazione destinate a risanare i conti della società e a rafforzare la sovranità energetica del Paese.
    Edf, infatti, per quest'anno rischia di vedere salire il suo debito sopra i 60 miliardi di euro, dopo i 41 miliardi del 2021. A questo si aggiungono poi gli investimenti previsti nelle operazioni di manutenzione delle centrali (con circa la metà dei 56 reattori attualmente bloccati), insieme a quelli per la realizzazione dei sei nuovi reattori nucleari Epr annunciati a febbraio da Macron, a cui se ne potrebbero aggiungere altri otto.
    Ma non è solo la Francia a muoversi. Il governo tedesco sarebbe vicino al salvataggio di Uniper, la maggiore azienda importatrice di gas russo della Germania. Lo riporta Bloomberg evidenziando che «Uniper si sta avvicinando a un accordo di salvataggio che potrebbe vedere il governo tedesco iniettare più di cinque miliardi di euro e prendere una partecipazione diretta nel gigante dell'energia». Il governo di Berlino potrebbe arrivare a detenere una quota del 30 per cento.
  9. E' SUCCESSO ANCHE A ME, L'HO SEGNALATO MA L'ASSESSORE ALLA SANITA' NON MI HA MAI RISPOSTO: Quando morì la vittima aveva 66 anni. Era il 23 gennaio 2019. Al triage del San Luigi di Orbassano dove si era recato gli avevano assegnato un codice verde, ma l'uomo era morto poche ore dopo per shock emorragico a causa della rottura di un aneurisma dell'aorta addominale. Ieri un infermiere – difeso dai legali Pietro e Gino Obert - è stato condannato dal tribunale – in primo grado – a 8 mesi. L'accusa: omicidio colposo. La sentenza è chiaramente provvisorio e potrebbe essere appellata e quindi riformata.
    Lo aveva detto nella requisitoria il pm Giovanni Caspani, titolare dell'inchiesta: «L'imputato è stato imprudente». Secondo il magistrato, l'operatore - nella situazine specifica - non ha effettuato una corretta valutazione dell'urgenza.
    Il paziente si era presentato al pronto soccorso comunicando di soffrire di forti dolori inguinali. Erano le 14.30. Gli era stato assegnato il codice verde. Codice ribadito poi alle 16.42 e alle 19.36. Traduzione: per l'infermiere che lo visitò la situazione del sessantaseienne era stazionaria. Secondo la ricostruzione dell'accusa invece il paziente non è stato visitato in tempo da un medico. Gli accertamenti diagnostici e i trattamenti sanitari adeguati sarebbero stati tardivi. Alle 21.15, poi, dopo un ulteriore controllo, l'uomo era stato trasferito al reparto di chirurgia vascolare. Seguì un improvviso peggioramento delle sue condizioni di salute e la morte.
    Durante il dibattimento era emerso altro: «L'uomo sembra avesse informato l'infermiere di essere stato sottoposto a un precedente intervento di chirurgia vascolare – aveva spiegato il pubblico ministero in aula –, E anche nel caso in cui non fosse stato cosi il cambiamento della sua situazione psicofisica avrebbe dovuto convincerlo ad assegnarli un codice giallo. L'assegnazione del codice d'urgenza, infatti, determina anche gli orari con cui le condizioni del paziente vengono rivalutate e la serie di azioni da mettere in atto per evitare che le condizioni cliniche peggiorino».

 

20.07.22
  1. CARI FALCONE E BORSELLINO I TEMPI ED I MODI DELLA VS MORTE  DIMOSTRANO  CHE CERTI UOMINI CHE HANNO IL POTERE DI SCONFIGGERE LA  MAFIA FINORA NON LO HANNO VOLUTO FARE. SE LA MAFIA AVESSE VOLUTO AGIRE CONTRO FALCONE E BORSELLINO LO AVREBBE FATTO DURANTE IL MAXI PROCESSO.
  2. LA LOGGIA UNGHERIA E' MOLTO PIU' CATTIVA DELLA P2.
  3. L'ASSE DI GUERRA CINA-RUSSIA E' STATO COSTITUITO:   La Cina non lascia, anzi raddoppia. Entro il 2024 inizierà la costruzione del Power of Siberia 2, un nuovo gasdotto che collegherà la Russia alla Repubblica Popolare passando per la Mongolia. È stato proprio il premier mongolo, Oyun Erdene Luvsannamsrai, a dare l'annuncio.
    «Lo studio di fattibilità è stato completato, a breve saremo pronti a partire», ha detto al Financial Times. Lungo 2.600 chilometri, il Power of Siberia 2 avrà una capacità massima di 50 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Con riflessi anche per l'Europa, visto che attingerà alle stesse riserve che l'hanno rifornita finora, permettendo a Gazprom di reindirizzare le sue esportazioni. Frutto di un progetto del 2019, l'accordo è stato suggellato durante l'incontro fra Vladimir Putin e Xi Jinping dello scorso 4 febbraio a Pechino, di cui è stato il baricentro.
    Il nuovo gasdotto è un'opera cruciale a livello energetico e geopolitico. Nei piani di Mosca, il Power of Siberia 2 garantirà una schermatura semi-permanente di fronte alle sanzioni occidentali con Russia e Cina in grado di costruire un sistema energetico integrato in grado di reggere alle turbolenze esterne. Proprio per questo il Cremlino starebbe cercando di forzare i tempi e anticipare la data dell'entrata in funzione, al momento prevista per il 2030.
    A Pechino, il Power of Siberia 2 offre il vantaggio di poter importare gas via terra su una rotta ritenuta più sicura rispetto a quella che passa tra l'oceano Indiano e lo stretto di Malacca. La Mongolia, invece, cerca di sfruttare il suo posizionamento strategico per trarre vantaggio dall'amicizia «senza limiti» tra i due grandi vicini.
    Già adesso, attraverso il primo gasdotto Power of Siberia, i guadagni di Gazprom parlano sempre più cinese. Il colosso russo ha fatto sapere ieri che nel primo semestre del 2022 la fornitura di gas alla Cina è aumentata del 63,4%, passando dai 4,6 miliardi di metri cubi della prima metà del 2021 ai 7,5 miliardi di metri cubi attuali. Un record storico, registrato proprio mentre Mosca riduce le esportazioni verso i paesi europei. E Gazprom ha comunicato che il programma per il flusso di gas sulle rotte orientali verrà ulteriormente rafforzato.
    Non è l'unico settore in cui la Cina sta sostenendo le esportazioni della Federazione russa. Pechino sta continuando a incrementare anche gli acquisti di petrolio. Dopo che a maggio le importazioni sono aumentate del 55% su base annuale, a giugno le spedizioni hanno toccato un totale di circa due milioni di barili al giorno.
    Sinora la Cina ha cercato di diversificare le fonti di approvvigionamento per evitare una sovra dipendenza dalla Russia. Nel corso degli ultimi 12 mesi, le imprese cinesi hanno firmato 10 contratti a lungo termine per importare gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, come l'accordo di fornitura ventennale da 30 miliardi di dollari sottoscritto dalla compagnia petrolifera statale Sinopec con Venture Global, con sede in Louisiana.
    Ma gli effetti collaterali della guerra in Ucraina sembrano spingere Xi e Putin tra le rispettive braccia. Non a caso sarebbero già iniziate le discussioni per un Power of Siberia 3.
  4. INAFFIDABILE ERRORE :Due accordi, dodici memorandum di intesa, un protocollo di cooperazione. Altri quattro miliardi di metri cubi di gas naturale e un contratto da quattro miliardi di dollari con Eni, Occidental e Total grazie ai quali investire in progetti energetici, in particolare per nuove estrazione di metano nei giacimenti algerini. Mentre a Roma il destino del governo resta appeso a un filo, Mario Draghi vola in Nordafrica per la seconda volta in poche settimane. L'Algeria è ormai il primo fornitore di gas italiano, la precondizione necessaria a superare la dipendenza dal metano russo. È una rivoluzione geopolitica: il gas, la meno inquinante delle fonti tradizionali e prima fonte di energia per l'Italia, è arrivato fin qui in gran parte da Mosca e dai giacimenti dei Paesi nordici.
    La via algerina ribalta la cartina geografica. Attraverso il tubo di Mazara del Vallo arriveranno più di dieci miliardi di metri cubi di gas aggiuntivo, abbastanza perché - in condizioni normali - dall'Italia transiti anche energia utile a Paesi come la Germania. Dice il premier: «Il vertice ha confermato il nostro partenariato privilegiato». L'accordo di Sonatrach (la compagnia di Stato algerina) in aggiunta ai flussi già concordati rappresenta «un'accelerazione rispetto a quanto previsto» e anticipa «forniture ancora più cospicue nei prossimi anni». La collaborazione con l'Algeria sarà «nello sviluppo di fonti rinnovabili, in particolare dell'idrogeno verde e dell'energia solare, eolica e geotermica». Per firmare la nuova intesa, fin qui rimasta riservata, oggi ad Algeri arriverà il numero uno dell'Eni Claudio Descalzi. Se gli algerini rispetteranno gli impegni, avranno contribuito a ridurre la dipendenza italiana dal gas russo dal 40 al 25 per cento. Secondo i piani riservati sui tavoli di Eni e dei ministeri competenti, il flusso aggiuntivo sarà a regime in due anni.
    Il piano originario prevedeva un viaggio di due giorni. La crisi di governo ha costretto Palazzo Chigi ad limitare la visita alla giornata di ieri. In nome della collaborazione con l'Algeria il premier si è prestato a lunghi cerimoniali per firmare accordi di ogni tipo. Con lui al palazzo della presidenza algerina c'erano ben sei ministri. Luigi Di Maio (Esteri), Roberto Cingolani (Energia), Enrico Giovannini (Infrastrutture e trasporti), Marta Cartabia (Giustizia), Luciana Lamorgese (Interni), Elena Bonetti (Famiglia). Di qui la lunga lista di intese. Sullo scambio di informazioni in materia giudiziaria e nella formazione del personale giudiziario, carceraria, modernizzazione della giustizia. C'è un accordo sulla lotta alla corruzione, la cooperazione nel settore dei lavori pubblici, dell'industria farmaceutica, la promozione degli investimenti.
    L'implosione della Libia prima e la crisi del gas poi hanno avvicinato come non mai Roma e Algeri. L'Italia oggi è il secondo partner commerciale dell'Algeria tra i Paesi europei, a sua volta la repubblica popolare è il primo nel continente africano. Il lavoro diplomatico è stato lunghissimo: un primo viaggio di Sergio Mattarella a novembre, poi una visita a Roma del presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, infine le due tappe del premier, la prima ad aprile. Come sempre accade nei Paese africani, la differenza l'ha fatta l'antica presenza dell'Eni, il vero ministero degli Esteri italiano. In uno dei due discorsi di ieri Draghi ha citato la medaglia postuma conferita da Tebboune a Enrico Mattei, «amico della rivoluzione algerina».
    Nel pomeriggio al forum organizzato per le imprese ce n'erano trecento fra piccole e grandi, oltre alle istituzioni che danno supporto in un Paese in cui non è semplice investire: Cassa depositi e prestiti, la società pubblica di assicurazione Sace, Invitalia. Nonostante Algeri sia distante da Roma meno di due ore, le richieste di prenotazioni hanno costretto Ita a mettere a disposizione un enorme Airbus 300, normalmente usato per i voli a lungo raggio.
  5. COME DIVIDERE I PAESI EUROPEI: La turbina della Siemens riparata in Canada è tornata in Germania ed entro domenica dovrebbe arrivare in Russia, passando per la Finlandia. Ma i flussi lungo il gasdotto Nord Stream 1 non dovrebbero riprendere a pieno ritmo prima di agosto e le ultime mosse di Gazprom lasciano intravedere il peggio: il colosso energetico ha scritto a Berlino per dire che il taglio delle forniture è legato a «cause di forza maggiore».
    «Siamo tutti preoccupati», ha ammesso ieri Josep Borrell al termine della riunione dei ministri degli Esteri Ue. Perché nonostante gli sforzi di Mario Draghi in Algeria e di Ursula von der Leyen in Azerbaigian, l'Ue non riuscirà a compensare un eventuale stop dei flussi da Mosca. L'inverno rischia di essere difficile, per questo anche l'Agenzia internazionale dell'Energia ha invitato i governi al razionamento preventivo: bisogna tagliare almeno 12 miliardi di metri cubi nei prossimi tre mesi. Un appello in linea con il piano che sarà presentato domani dalla Commissione europea, ma tra i governi già emergono le prime tensioni sulla ripartizione dello sforzo: c'è chi sostiene la necessità di un taglio orizzontale e chi invece spinge per un sacrificio proporzionato alla dipendenza dal gas russo.
    La lettera di Gazprom, resa nota ieri dall'agenzia Reuters, è stata inviata il 14 luglio scorso, ma fa riferimento ai tagli iniziati a partire dal 14 giugno. Una mossa per mettere le mani avanti in vista di eventuali contenziosi e che rischia di alimentare ulteriori tensioni. Il gasdotto Nord Stream 1 è fermo dall'11 luglio per lavori di manutenzione che dovrebbero durare 10 giorni, ma nessuno sa con esattezza cosa succederà dopo il 21 luglio. Il governo tedesco non ha commentato l'episodio, ma il ministero dell'Economia ha fatto sapere che Berlino sta valutando il rinvio della chiusura delle tre centrali nucleari ancora in funzione.
    L'Unione europea è riuscita sin qui a compensare il taglio dei flussi da Mosca, ma in caso di stop totale non sarà in grado di colmare il vuoto. Dall'inizio dell'anno l'import di metano russo via gasdotto è crollato a 45 miliardi di metri cubi: il taglio è pari a 28 miliardi di metri cubi. In compenso, l'import di gas naturale liquefatto è cresciuto di 21 miliardi di metri cubi (in gran parte dagli Stati Uniti), mentre quello via gasdotto (da Norvegia, Mar Caspio, Regno Unito e Nordafrica) è salito di 14 miliardi di metri cubi. Al momento il saldo è positivo. Ieri Ursula von der Leyen è volata a Baku per siglare un accordo con il governo azero che nel 2022 porterà in Europa 12 miliardi di metri cubi di gas (rispetto agli 8 dello scorso anno) con l'obiettivo di arrivare a 20 entro il 2027. L'Italia sarà il principale destinatario, ma saranno necessari dei lavori per aumentare la capacità della Tap, il gasdotto che collega la Puglia alla Grecia, che verranno finanziati con fondi Ue.
    Il lavoro di diversificazione in corso da mesi ha portato dal 40% al 20% la dipendenza dal gas russo, ma senza il metano di Mosca l'inverno sarà complicato. Per questo l'Agenzia internazionale dell'Energia ieri ha lanciato un appello per chiedere subito un razionamento preventivo, con l'obiettivo di tagliare 12 miliardi di metri cubi di gas nei prossimi tre mesi per destinarli agli stoccaggi. Altrimenti l'Ue «potrebbe dover affrontare tagli e contingentamenti molto più drammatici più avanti».
    Tra le azioni proposte, c'è la revisione delle temperature negli edifici, ma anche piattaforme d'asta per assegnare incentivi alle industrie che riducono i consumi di gas. Si tratta di misure che fanno parte del piano che verrà presentato domani dalla Commissione europea. Bruxelles fisserà inoltre alcuni criteri per individuare i settori industriali da salvaguardare e quelli più «sacrificabili», per esempio i comparti particolarmente energivori come la ceramica, la chimica e il vetro. Il piano finirà martedì prossimo sul tavolo dei ministri dell'Energia per una riunione straordinaria che già si preannuncia tesa. Ci sono infatti diverse opinioni tra i Paesi sulla modalità per distribuire i sacrifici. Chiedere a tutti un taglio in egual misura viene considerato iniquo da chi in questi anni ha ridotto gli acquisti di gas russo, per questo alcuni governi premono per stabilire target di riduzione proporzionati alla dipendenza energetica da Mosca. In questo caso, però, lo sforzo chiesto a Italia e soprattutto Germania rischierebbe di avere conseguenze troppo pesanti per le rispettive economie.
  6. LA CORRUZIONE RUSSA SI INFILTRA : «Ho deciso di rimuovere il procuratore generale e di rimuovere il capo del servizio di sicurezza dell'Ucraina». Così l'altro ieri Volodymyr Zelensky ha parlato alla nazione. Una notizia che ha stupito poco gli analisti ma molto i cittadini. Una comunicazione stringata, fatta di severità e numeri: 651 procedimenti penali di alto tradimento e attività di collaborazione di dipendenti di procure e altre forze dell'ordine. Più di 60 dipendenti della Procura e della SBU (i servizi segreti) che nei territori occupati lavorerebbero contro l'interesse dell'Ucraina. «Ogni domanda aperta da queste accuse - ha concluso Zelesnky - dovrà avere delle risposte».
    Ieri i cittadini ucraini erano increduli, non tanto per Bakanov - amico d'infanzia del presidente e da molti considerato non all'altezza del ruolo che gli era stato affidato - quanto per la Venediktova che negli ultimi mesi è diventata per larga parte della popolazione l'icona della ricerca di giustizia e della ricerca delle prove per punire chi si è macchiato di crimini di guerra.
    Ieri pomeriggio il vicecapo dell'Ufficio del presidente Zelensky, Andriy Smirnov, parlando alla televisione ucraina, ha aggiustato il tiro sulla rimozione di Bakanov e della Venediktova, ha spiegato che il presidente si aspettava «la pulizia dei collaboratori e dei traditori dello Stato» e che la decisione resta in mano a Zelensky che non li ha «ancora licenziati perché sono in corso ispezioni». In tarda serata è arrivato l'annuncio di altri 28 "licenziamenti".
    I due, secondo Smirnov, sarebbero stati momentaneamente sospesi «per prevenire la loro potenziale influenza sui procedimenti penali che sono oggetto di indagine in relazione ai dipendenti della SBU sospettati di collaborare con il Paese aggressore».
    All'antico dilemma: chi controlla il controllore? Zelensky ha risposto rimuovendo i controllori. Troppo compromessa la partita, soprattutto in un Paese in guerra, soprattutto in un Paese con troppi simpatizzanti per l'invasore. Sono troppi i conti che non tornano sulle città difese poco e male e su quelle cadute velocemente in mano ai russi come Kherson, la prima grande città catturata dai russi e conquistata con poca resistenza. Sulle sorti di Kherson pende ancora il grande interrogativo sul perché le truppe ucraine non hanno fatto saltare in aria il ponte Antonovskiy che collega la città all'area da cui erano avanzate le forze sostenute da Mosca.
    Già l'ex governatore dell'oblast di Kherson in un'intervista a Novaya Gazeta, aveva detto che la presa della città era stata determinata da «stupidità e tradimento, o forse da entrambi», spiegando così la sua affermazione: «Abbiamo alcune linee di difesa. Il corso d'acqua tra Kherson e la Crimea. Poteva essere riempito di esplosivo, ma le mine sono state rimosse. Potevano essere bombardati i ponti, e non è stato fatto. Il ponte Antonovsky poteva essere bombardato e Kherson sarebbe stata lasciata fuori dalla portata del combattimento, nessun ponte, niente di niente». È chiaro ormai che non sia stata stupidità, che le decisioni siano arrivate dall'alto e che per fare pulizia sia necessario allontanare i vertici.
    Che le acque a palazzo fossero agitate si vociferava da tempo, già a fine giugno un lungo e dettagliato articolo di Politico a firma di Christopher Miller anticipava che Zelensky volesse sostituire l'amico d'infanzia diventato capo dell'intelligence dopo che i fallimenti della sicurezza a sud l'avevano fatto cadere in disgrazia.
    Anche con la Venediktova i rapporti erano tesi da tempo. Secondo la testata UP - Ukrainka Pravda la procuratrice generale sarebbe stata rimossa perché Zelensky e la sua squadra disapprovavano la sua esposizione mediatica e la sua decisione di processare in fretta i prigionieri russi. Alla fine di aprile in un'intervista con l'agenzia Interfax-Ucraina, rispondendo a una domanda sui prigionieri di guerra, la Venediktova aveva dichiarato: «Per noi è molto importante che coloro che sospettiamo responsabili di crimini di guerra e che possiamo portare in tribunale siano qui e non tornino in Russia». Decisione che avrebbe compromesso, secondo i giornali locali, i negoziati con Mosca sullo scambio dei prigionieri e sarebbe stata fatale nella decisione di Zelensky di rimuoverla dall'incarico.
    Nei mesi scorsi, ben prima dei licenziamenti/sospensioni di due giorni fa, arresti di alti funzionari e licenziamenti di vertici dei servizi segreti avevano aperto la strada a una resa dei conti. Come ricostruisce il Kyiv Post, il 31 marzo Zelensky ha accusato di tradimento due generali della SBU, Andrei Naumov e Sergei Krivoruchko, definendoli traditori e antieroi. Il primo, entrato nell'intellingence nel 2019 e diventato capo della sicurezza interna nel 2021, ha lasciato l'Ucraina poche ora prima dell'invasione e dopo che la sua famiglia era già stata messa in salvo. È stato arrestato a giugno in Serbia con oltre 600 mila euro e diamanti per un valore di 125 mila euro. Il secondo avrebbe ordinato agli ufficiali di evacuare la città di Kherson prima dell'arrivo delle truppe russe, lasciando tutti i server dei computer intatti da cui le forze russe avrebbero potuto ottenere dati di sicurezza sensibili.
    Pochi giorni dopo è stata la volta di Ihor Sadokhin, un alto ufficiale di Kherson che avrebbe fornito alle forze russe le posizioni delle mine e delle difese aeree ucraine.
    Alla fine di maggio la pulizia dell'intelligence è toccata a Kharkiv. Dopo aver visitato la città Zelensky ha licenziato il massimo ufficiale dei servizi di sicurezza, Roman Dudin, con l'accusa di non aver lavorato abbastanza duramente alla difesa di Kharkiv: «Sono venuto, ho capito e ho licenziato il capo dell'intelligence perché ha pensato solo a sé stesso» ha detto Zelensky nel suo discorso alla nazione il 29 maggio, spiegando quello che aveva visto nella seconda città del Paese: una larga cooperazione di esercito, polizia e amministrazione statale e una scarsa collaborazione dei servizi segreti. Parole che lasciavano poco spazio all'ambiguità, la caccia ai traditori non era solo in corso da tempo ma andava resa pubblica per motivi interni e esterni. I motivi interni servono a tenere compatto il consenso intorno al Presidente e solida l'idea che abbia tutto sotto controllo, quelli esterni servono a dimostrare ai funzionari occidentali che le promesse di ripulire le forze dell'ordine non fossero vane. Soprattutto ora che l'Ue ha concesso all'Ucraina lo status di candidato all'adesione e Kiev si è impegnata a condannare e combattere la corruzione.
    A dare la certezza che i vertici stessero per cadere è arrivato pochi giorni fa l'arresto di Oleh Kulinich, ex capo del dipartimento dei servizi di sicurezza dell'Ucraina nella Repubblica autonoma di Crimea, sospettato di collaborare con i servizi russi a cui avrebbe consegnato documenti e informazioni. L'arresto di Kulinich, filmato in strada mentre viene ammanettato e portato via dopo essere stato steso a terra, secondo il giornalista ucraino Viktor Kovalenko che ricostruisce la sua biografia , ha definitivamente minato la posizione di Bakanov. Fu proprio lui a riportare Kulinich, oggi accusato di essere un infiltrato dei servizi russi, ai vertici della SBU.
    Ieri sera l'ultimo atto, almeno per ora: Zelensky ha presentato al parlamento la richiesta ufficiale di destituzione di Ivan Bakanov.
    Responsabilità oggettive o punizioni esemplari poco importa in questo momento. Quello che è certo è che nei servizi segreti ucraini ci siano troppi infiltrati, che pochi sono stati scovati, processati e rimossi e che più la guerra si allunga più ci sarà qualcuno disposto a vendersi in vista di un futuro incerto, di un riposizionamento se le bandiere dovessero cambiare.
    L'altra cosa certa è che rimuovere i vertici dei servizi e il procuratore generale così platealmente serve a sanzionare i capi per educare i sottoposti, ma rischia di dare anche il segnale opposto, quello cioè di un leader che non ha saputo scegliere le persone giuste per i posti chiave, le persone giuste a proteggere la sicurezza del Paese.
    Quel Paese che, sfinito dalla guerra, potrebbe non perdonarglielo. —
  7. IL DISASTRO DELLA GUERRA: L'accordo del grano tra Ucraina e Russia è sempre più vicino. «Questione di giorni e ci sarà un nuovo incontro - promette Hulusi Akar, ministro della Difesa turco -, l'occasione per definire i dettagli e rivedere i punti su cui un accordo è stato già raggiunto». Una firma che aprirebbe la rotta del grano, la via marittima per far sì che le 35 milioni di tonnellate bloccate in Ucraina non marciscano nei silos. Una via voluta dalle Nazioni Unite che per la prima volta dall'inizio del conflitto si è seduta al tavolo con le parti. È lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ad aver preso la parola nell'ultimo incontro di Istanbul. Un intervento in streaming da New York dove ha parlato di un «barlume di speranza per alleviare la fame nel mondo e innumerevoli sofferenze» e annunciato che si ridurrà le vacanze per volare in Turchia al momento della firma. La Turchia è il garante militare di questa intesa mentre l'Onu quello morale: il 50% del grano «sbloccato» è destinato a progetti Onu del World Food Program nell'Africa Subsahariana.
    La via partirebbe da Odessa, per proseguire lungo le acque territoriali romene e poi, via stretto del Bosforo, prendere il largo verso i porti del mondo. A coordinare il traffico marittimo, di fatto a garantire la sicurezza delle navi cargo, un centro di coordinamento tra marine militari con sede ad Istanbul.
    «Russia e Ucraina hanno dimostrato di poter parlare, ma la pace è ancora lontana», ha detto Guterres. Oltre al centro di controllo logistico a Istanbul la marina turca ha dato la disponibilità a scortare le navi una volta entrate in acque internazionali oltre che in acque turche e compiere ispezioni delle navi in entrata con la partecipazione delle Nazioni Unite. Una garanzia per la Russia visto il timore che le navi in ingresso possano trasportare armi. Dal canto suo l'Ucraina sarebbe disposta ad aprire solo uno stretto corridoio marittimo. Un percorso libero dalle mine che consenta il traffico commerciale e che, contemporaneamente, impedisca alla Marina militare russa di insidiare le sue coste. Ora l'Isola del Serpenti è tornata sotto il controllo ucraino, ma la flotta russa è a poche miglia dalla Crimea ed i suoi sottomarini continuano a navigare entro le acque territoriali di Kiev.
    Intanto i campi di grano ucraini sono in fiamme. Per Kiev è l'ennesimo crimine di guerra russo. «In fiamme non è il grano ucraino, in fiamme è la sicurezza alimentare del mondo», scrive su Twitter il ministero della Difesa ucraino. Secondo Kiev l'esercito russo sta «volontariamente» distruggendo i raccolti nella regione di Kherson e «impedisce lo spegnimento degli incendi nei campi», rincara Sergiy Bratchuk, governatore militare di Odessa. Se ci si sposta verso il Donbass le cose non vanno meglio. Le poche mietitrebbie ucraine al lavoro sono costrette a muoversi tra campi minati e proiettili di cannone. Difficile capire se i campi della regione siano in fiamme per una scelta deliberata degli eserciti o siano l'ennesimo danno collaterale di una guerra che non conosce tregua. L'unica certezza è che i campi di grano seccati dal sole bruciano con facilità e nessuno è in grado di spegnerli. Nessuno, ad oggi, è in grado di prevedere quanto grano produrrà questa annata agraria di guerra. Le previsioni più catastrofiche parlano di una riduzione del 60%. Altre si limitano ad un 40%, ma di fatto il secondo produttore di grano al mondo, l'Ucraina, è destinato a perdere posizioni e quote di mercato.
    C'è poi da capire quanto grano sia passato dai silos delle terre occupate ai cargo russi. Una cosa è certa: il Mar d'Azov, ora sotto il totale controllo russo, è tornato ad essere navigabile. Navi cargo di Mosca hanno aperto nuove rotte, ma cosa sia stato stipato nelle stive resta un mistero. La Russia, con una produzione di 115 milioni di tonnellate di grano all'anno, ha già un suo mercato dei cereali e committenti a cui potrebbe interessare davvero poco la provenienza del prodotto.
  8. UN PESSIMO ESEMPIO: Guardate Erdogan. Come si muove, come stringe le mani, come è elegante e sornione, come ascolta con compostezza e gravità, con incoraggianti cenni di testa, le battute dei suoi colleghi della Alleanza, un po' scervellati, ma tanto in buona fede, poverini. Astuzia e sfrontatezza sono negli occhi e nella bocca. È un antipatico che come il canto di Orfeo, può domare anche i più feroci. Il guaio con lui è che tutte le volte ci diciamo, speranzosi: questa volta è al capolinea, è preso in trappola. E giù a elencare i suoi guai ciclopici, l'inflazione al settantatré per cento, la liretta turca che ha perso nei primi mesi di quest'anno il venti per cento del valore, i sondaggi che danno per sepolti, lui e il suo partito, alle elezioni del giugno del prossimo anno. La buona notizia è che il suo goffo e muscolare «ottomanismo» non sembra più la grande idea che era fino a qualche anno fa. Le sue galere sono piene di giornalisti e oppositori, come d'abitudine tutti «terroristi». Ma la decisione di dire basta con il sultano pare aver guadagnato consensi al di fuori dei salottini di Istanbul dove noi andiamo a cercare rassicurazioni di coraggiose ma finora rare volontà democratiche. E un sultano che viene sfidato non può permettersi di perdere. Perdere significa restare senza un ruolo, diventare ridicolo.
    La cattiva notizia è che mai come oggi l'anticamera della Sublime Porta, così si chiamava il palazzo di Istanbul al tempo dei sultani-califfi, è affollata di questuanti occidentali, di riverenti, di aspiranti alleati disposti a chiudere gli occhi su tutto. La Storia si ripete. Fino al Settecento l'impero ottomano non sprecava denaro e uomini per aprire ambasciate nei tenebrosi e incivili paesi europei. Erano questi che venivano a Istanbul a implorare uffici diplomatici e a imparare come bisognava ungere il favore dei gran visir per ottenere qualcosa dall'onnipotente sultano.
    Diavolo di un Erdogan! Son tornati quei tempi: corteggiato, adulato, invocato lui è ovunque, guizza, promette, tradisce, illude, un figaro dai mille intrighi. Si illudono i russi, la nato, gli europei di averlo afferrato e lui scivola via, se la ride infilandosi in altri intrighi, alleanze e contro-alleanze e li avviluppa in mille fili. Ci fa le lezioni. E tutti a chiedersi, a Washington, a Bruxelles, a Damasco, a Mosca: ma a che gioco gioca? che cosa cerca? Erdogan non è un dittatorello da paese musulmano, prevedibilmente disonesto e pittoresco. Ma il pittoresco stanca. Lui è moderno, modernissimo. Non si abbandona alla retorica e alle astrazioni, si ancora proficuamente al prosaico e all'immediato. Non offre teologie. offre interessi. Per questo nessuno dei «democratici» osa dirgli che è una vergogna la sua politica di repressione interna e di avventurismo internazionale. Chi, ancor un po' naif, si è lasciato sfuggire l'insulto «dittatore», poi deve correre a Canossa. Il moralismo, in un mondo fradicio di immoralità come il nostro, ha una bassa quotazione. Un caso da manuale è il rompicapo del grano ucraino bloccato dalla guerra. Anche qui tutto sembra passare da lui, il pasto quotidiano di centinaia di milioni di uomini, una crisi alimentare da maledizione biblica, un barlume di disgelo tra mosca e Kiev. Stiamo in guardia: non è detto che l'happy end accada davvero. Ma anche se finirà in nulla lui ha dettato il ritmo per settimane alla diplomazia universale, ha messo insieme crediti per i prossimi anni che si farà scontare a pronta cassa, silenziosamente. Erdogan il Negoziatore: un gigante in un panorama desertico di mezze figure che non vanno oltre l'insulto o la perorazione.
    Un minuto dopo l'annuncio dell'eventuale fallimento delle trattative lui riprenderà, sornione, paziente, i suoi furbi calcoli, gli insinuanti ricatti. Perché ottiene tutto ma non concede mai nulla che sia essenziale per i suoi complicati disegni. E forse questo è l'unico limite: che i suoi progetti sono architetture così complesse e ardite che, alla fine, proprio l'inseguirne la perfezione diventa l'unico fine. Come un architetto che disegna case meravigliose ma dove non c'è posto per dettagli come scale e cantine. Da ammirare da fuori, ma impossibile entrarci, inutili. Se gli levi gli intrighi, a Erdogan che gli resta?
    I baccaloni di Bruxelles, Stoltenberg mezzo guerriero e già mezzo bancario, hanno attraversato tutte le forche caudine della vergogna per strappargli il sì a Svezia e Finlandia nella Nato, gli hanno lisciato il pelo e il contropelo regalandogli un po' di curdi da gettare in pasto al nazionalismo implacabile dei turchi. Il sultano, che li sospetta implicati nel golpe fallito del 2016, ha fatto un po' le moine, si è negato come una accorta damina del Serraglio. Poi ha detto sì. Applausoni, mai come ora la nostra amicizia per lui è andata più liscia e spedita. In realtà non ha concesso nulla, solo parole. Se gli arriverà qualche offerta migliore, da Mosca per esempio, provvederà a negare la necessaria ratifica nel suo parlamento come impongono i trattati della nato. Siamo una democrazia, non decido solo io... Peccato. Nessuno oserà dire niente.
    E Putin? Pensa di tenerlo ben stretto con il cappio siriano. Perché se non c'è il via libera del grande Protettore di Bashar impossibile procedere alla quarta invasione turca della Siria dopo quelle del 2016, 2018 e 2019. Trenta chilometri di fascia di sicurezza anticurdi sono pochi per Erdogan. Bisogna cacciarli indietro di un altro bel tratto, bombardarli con cura i curdi delle Ypg, i terroristi. Ma lo zar dovrebbe venir imparare da lui, dalle sue astute civetterie. Perché Erdogan da anni pianifica e realizza aggressioni come quelle putiniane del Donbass e della Crimea, vende armi e da a servizio mercenari. Ma invece che una cateratta di sanzioni e maledizioni si inghinghera di dollari, armi e applausi. Vedrete che dopo aver ottenuto la complicità occidentale otterrà anche il via libera di Putin per ripulire gli angolini curdi. Mosca ne ha bisogno, unico contatto che è rimasto con l'altra parte del fronte, l'Ucraina e l'Occidente. Non si sa mai.
    Erdogan sa che almeno metà dei turchi è convinta che la responsabilità della guerra in Ucraina sia degli Stati Uniti e della Nato e che intravedono negli atti degli occidentali il peccato dell'islamofobia. I cosiddetti «eurasiani», coloro che pensano che il posto adatto per la Turchia sia a fianco di Cina e Russia e non certo con gli europei e l'America, sono influenti all'interno dell'esercito e dei servizi segreti. Di cui Erdogan non può fare a meno.
  9. SONO FINITI I CARNIVORI: Alpeggio di Metz, rumore di campanacci, 2300 metri di altitudine. Dovrebbe essere il paradiso, ma la guerra è arrivata. «Sta bruciando tutto. C'è un sole cattivo. L'erba è già secca, di un colore giallastro quasi bianco. Fino a 15 giorni fa la situazione non sembrava così grave, dormivamo ancora con due coperte». Le decisioni che sta prendendo adesso in Valle d'Aosta l'allevatore Remo Dalbard, 53 anni, sono una diretta conseguenza di tutto quello che sta accadendo nel mondo. La crisi del grano, il disastro climatico, l'aumento dei prezzi. Dalbard ha deciso che deve ridurre i costi del suo allevamento: «A settembre, quando scenderò dall'alpeggio, porterà al macello 40 capi su 120. Devo fare un abbattimento forzato perché la gestione è diventata insostenibile». Sono in molti ad avere fatto la stessa scelta. Lo conferma Sergio Borla, titolare del macello «Valdostana Carni». «Ho iniziato questo lavoro con mio padre quando avevo 13 anni e adesso ne ho 67, in tutto questo tempo non mi era mai capitato di ricevere prenotazioni per delle bestie da macellare già all'inizio di settembre. I prezzi del foraggio e quelli dell'energia stanno stravolgendo il nostro mondo».
    Ora le bestie sono all'alpeggio. Si spartiscono prati sempre più inariditi. Ma quando torneranno giù alle stalle avranno un costo nuovo per chi se ne è sempre preso cura. Per colpa della siccità manca il fieno e quello che c'è costa di più. Per colpa della guerra della Russia contro l'Ucraina i prezzi del grano, del mais e della soia sono alle stelle. Ogni mucca da latte ha bisogno di sei chili di cereali al giorno, oltre al fieno. Sfamarla a settembre costerà 1 euro in più ogni 24 ore. Per 40 capi significa 1200 euro in più al mese. Per un piccolo produttore di latte, latte pregiato che in gran parte finisce per costituire la fontina della Valle d'Aosta, quel costo aggiuntivo sballa la sostenibilità della sua impresa e vengono mancare i margini di guadagno. Ecco perché molti produttori stanno mettendo in fila le loro bestie sulla strada del macello. Sono 980 le aziende zootecniche della Val d'Aosta, 16 mila capi da latte.
    «Il problema è molto grave», dice Omar Tonino presidente degli allevatori valdostani. «Fra i produttori di latte c'è molta preoccupazione. È come se ci trovassimo al centro esatto di una concatenazione di eventi molto più grandi di noi. Da qui si vede bene che ogni cosa è correlata, dall'Ucraina ai nostri alpeggi. È difficile uscirne. Perché non possiamo ricorrere al mercato e alzare il prezzo, noi ci muoviamo dentro un sistema cooperativo. E i prezzi di vendita del latte si fanno a fine anno. Quindi: ricavi uguali, ma costi molto più alti. Ecco dove siamo finiti». Abbattere il bestiame per abbattere i costi, ricavare del denaro dalla carne macellata. Non ci sono molte altre alternative.
    «Ci ho pensato a lungo e proverò a resistere», dice sull'alpeggio di Torgnon l'allevatrice Delfina Vascoz. «Ho chiesto a mio marito di aiutarmi con il suo stipendio. Per un anno ancora voglio provare a farcela, prima di arrendermi e vendere tutto. Ma è un continuo di problemi troppo grandi». Anche alla signora Vascoz chiediamo di descriverci la situazione lassù, intorno a lei. «È tutto secco. È incredibile. Abbiamo pascolato una sola volta a 1870 metri e lì non cresce più nulla, ora ci spostiamo a 2400 metri di altitudine».
    Chissà come verrà ricordata questa estate del 2022 nei prossimi libri di Storia. Di sicuro è anche l'estate in cui gli allevatori della Valle d'Aosta sono stati costretti a sacrificare le loro bestie. Joël Folin, 39 anni, da 20 anni allevatore a La Madeleine: «Abbiamo costi impossibili da sostenere. Fra bollette, mangimi e foraggio a prezzi stellari sono costretto a prendere la decisione più difficile. Ho 57 capi, dovrò scendere a 40. È un'agonia».
    Nota non secondaria sulla questione: il governo aveva stanziato un sostegno specifico per gli allevatori di montagna. Sarebbe dovuto arrivare a settembre, al massimo a ottobre. Ma adesso tutti si chiedono che fine farà quella promessa.
    «Non mi ricordo un periodo così difficile», dice Dino Planaz, consigliere regionale della Valle d'Aosta e allevatore. «Abbiamo fatte anche qui delle scelte politiche sbagliate, per esempio non tutelare le piccole imprese. Ma quello che sta succedendo è enorme. Siamo passati dal Covid alla guerra, alla siccità estrema. Nel giro di pochissimo tempo stanno mancando le materie prime per uso zootecnico e anche quelle per uso alimentare. I grossisti stanno già razionando la distruzione. Il prezzo del latte in Europa è aumentato del 12%, mentre da noi solo del 2%. Le più grosse industrie di cibo che distribuivano a tutti ora scelgono a chi concedersi e i discount sono in difficoltà. Manca il prodotto. Nel giro di sei mesi è cambiato tutto. E poi il resto della mazzata è questa siccità: abbiamo il 30% di produzione in meno di latte e formaggio. Sono giorni tremendi. Siamo a luglio e sembra settembre. Abbiamo metà dell'erba».
    E quindi, ricapitolando. Il destino di un allevatore di mucche in Val d'Aosta dipende dalle politiche ambientali decise a livello globale e dipende dalla guerra in Ucraina. Intanto: sarà un settembre di enormi sacrifici. E qui, davvero, con le bestie mandate al macello, si capisce bene

 

 

19.07.22
  1. DRAGHI PUO' RIMANERE SOLO SE VIENE MANTENUTA ORA DA MATTARELLA LA PROMESSA FATTA 1 ANNO FA E NON MANTENUTA DI CANDIDARLO ALL PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA.
  2. Gli agenti dell'intelligence russa sono stati incaricati di determinare e tracciare le rotte utilizzate per trasferire le armi occidentali in Ucraina: lo riferisce l'intelligence militare ucraina, secondo quanto riporta Ukrinform.
  3. Un valzer di poltrone che sembra più un regolamento di conti interno al governo ucraino. Il presidente Volodymyr Zelensky ha licenziato ieri in serata, con decreto, la procuratrice generale Iryna Venediktova, attiva dal 2020 con quell'incarico. A rimpiazzarla sarà il suo vice, Oleksiy Symonenko. È la seconda testa di peso che cade, e in un ruolo delicato, dopo quella di Lyudmila Denisova, l'ex commissaria dei Diritti umani, che aveva denunciato i crimini di guerra a Bucha e gli stupri. Una notizia che durante il conflitto ha sicuramente una eco maggiore. Sempre ieri, a cadere è stata un'altra figura chiave, il capo dell'Sbu, i servizi segreti ucraini, Ivan Bakanov. Negli scorsi giorni si era diffuso il sospetto che un funzionario di alto livello avesse spiato Kiev per conto di Mosca. Non si sa se l'informazione sia collegata in qualche modo con il licenziamento di Bakanov. Di sicuro, il controllo di Kiev sulle sue figure apicali si fa sempre più serrato.
  4. La grande armata russa ha già perso almeno 50 mila soldati, tra morti o feriti, dall'inizio della guerra giunta oramai al suo 145esimo giorno, caratterizzato da massicci ed intensi raid e attacchi missilistici, in particolare sul fronte sud-orientale. Il capo di Stato Maggiore della Difesa del Regno Unito ha stimato che le forze russe abbiano perso oltre il 30 per cento della loro efficacia nei combattimenti sul campo e si è detto certo che la Russia sia una nazione «più sminuita di quanto non fosse all'inizio del mese di febbraio». Per questo motivo, ha spiegato l'ammiraglio Tony Radakin, l'esercito ucraino è «assolutamente» convinto di vincere la guerra contro «una Russia ormai in difficoltà». Un indebolimento che non trova però una eco a Mosca, che anzi continua ad alzare i toni della retorica guerrafondaia.
  5. IL POTERE DEMONIACO DI PUTIN:    Ci sono cose che sembrano difficili da tenere insieme. I caduti e i sopravvissuti. La memoria delle vittime e quella dei carnefici. La distruzione e la vita che va avanti. L'estate e la guerra.
    Kharkiv è così, mentre attraversa la sua terza stagione sotto attacco. L'inverno dell'invasione, la primavera della controffensiva, l'estate della vita sospesa.
    È domenica, le strade nella zona Nord della città vivono di silenzi, le serrande dei negozi sono chiuse. Sembrerebbe un normale giorno di festa, illuminato dal sole di luglio, se non fosse che quasi tutti i mezzi lungo le strade sono mezzi militari e chi cammina indossa un'uniforme.
    La notte di sabato alle due e trentacinque la città è stata di nuovo svegliata da quattro colpi sordi, uno dopo l'altro, che hanno colpito il distretto di Kyvsky. Danneggiati gli uffici, un'abitazione civile di cinque piani e una base militare in cui non è possibile accedere. I soldati sono nervosi, non vogliono mostrare niente, né parlare con nessuno. Devono portare via i mezzi in fretta e dividersi. Tenere troppe unità nello stesso luogo significa rischiare troppe perdite in caso di attacco. Un pericolo che l'esercito ucraino non può permettersi, soprattutto ora che i russi stanno cercando di tenere gli insediamenti già occupati e tentano di attaccare in altre direzioni, colpendo ogni giorno infrastrutture, depositi di distribuzione di aiuti, scuole, ospedali, asili nido, musei, chiese, edifici residenziali lungo le strade che da Kharkiv conducono al confine verso Belgorod.
    L'ultima volta che Ivan, un soldato delle unità di controllo dei confini, ci aveva accompagnato lungo le strade che da Kharkiv portano in Russia, l'esercito ucraino contava i villaggi che ogni giorno tornavano sotto il controllo di Kiev. Era maggio, la sua famiglia si era trasferita nella città occidentale di Ivano-Frankivsk a cercare riparo dai parenti della moglie, Ivan non vedeva lei e i figli già da due mesi ma era sereno perché li sapeva in luogo sicuro. Poi c'è stata la strage del centro commerciale di Kremenchuk e quella di Vinnitsya, anche loro considerate città sicure, approdi per gli sfollati interni perciò oggi alla domanda: «come sta la tua famiglia?» Ivan risponde: «Come tutti. Anche mia moglie passeggia in strada col passeggino, solo che da qualche settimana quando esce di casa si chiede se toccherà a lei morire».
    Due mesi fa di Ivan colpivano l'abnegazione e la pacatezza. Il suo morale era alto, come quello delle truppe. Leniva la distanza da sua moglie e dai figli con la riconoscenza che lui e gli altri soldati ricevevano dalla gente, entravano nei paesi, le persone andavano loro incontro esausti ma grati, gli anziani abbracciavano i soldati e si ricongiungevano con i familiari che non vedevano da febbraio. Oggi quando Ivan e i suoi si fermano a verificare come sta riprendendo la vita nelle aree liberate, la prima cosa che la gente chiede è quando tornerà l'elettricità, e quando sarà ripristinata l'acqua.
    Glielo ha chiesto anche Tetiana Bezruk, la proprietaria dell'unico negozio di generi alimentari del villaggio di Bezruky, siede all'esterno della bottega su una sedia di plastica blu. Alla sua destra Kharkiv, a sinistra, a 30 chilometri, la Russia. Nel negozio non c'è corrente dal 27 febbraio, Tetiana ha comprato un generatore e paga la benzina due euro al litro per farlo funzionare notte e giorno. Ha i congelatori e bisogna mantenere il cibo. Era seduta sulla stessa sedia lungo la strada che taglia il paese quando una colonna di mezzi russi le è passata di fronte puntando verso Kharkiv.
    Il villaggio di Bezruky non è mai stato occupato, è stato un ponte che però ha ingoiato chi viveva lì.
    Perché dopo che la colonna di mezzi ha superato il paese, per chi era rimasto dentro non c'era comunque via d'uscita anche se le truppe russe non si erano stabilite lì.
    Allora Tetiana continuava a sedere sulla stessa sedia blu ogni giorno, ma a sinistra c'era la Russia e a destra gli occupanti. Andarsene per lei non è mai stata un'opzione. Nemmeno quando sono la colonna è tornata indietro respinta dall'esercito ucraino. Tetiana ha aiutato le giovani famiglie con bambini a raggiungere i mezzi di evacuazione ed è rimasta lì a fare quello che poteva, nella sua Bezruky sempre più vuota, ma non muta. Tetiana ha imparato, restando, a distinguere il rumore delle armi e non si scompone più, oggi che dai boschi vicini partono le vibrazioni dei colpi ucraini che tentano di raggiungere le posizioni russe. L'altra cosa che dice di aver imparato è a fare a meno delle cose: «quello che non è facile è sopportabile». E a Bezruky la vita facile, certo, non è nemmeno dopo la liberazione.
    L'esercito russo è avanzato due volte su Kharkiv e per due volte è stato respinto, ma le forze armate russe controllano diversi insediamenti nella cintura a Nord della città e stanno di nuovo colpendo i villaggi vicini e inviando di nuovo truppe di terra.
    Ivan pensa che sia prematuro pensare a una nuova offensiva ma certo le cose nelle ultime settimane sono cambiate e i russi non si limitano più ad attacchi mirati con l'artiglieria pesante ma fanno avvicinare le squadre di ricognizione, di notte, verso le postazioni ucraine.
    Per questo i soldati di guardia ai check point guardano chiunque con scetticismo, bloccano le macchine civili, hanno ripristinato le frasi in codice anche all'interno delle forze armate per superare i posti di blocco e l'esercito ha rafforzato i raggruppamenti tra i villaggi di Udy, Slatyne e anche Bezruky, inviando nuove unità della Difesa Territoriale, i mercenari stranieri e il battaglione nazionalista Kraken nella zona di Staryi Saltiv e Molodova, in previsione di un possibile attacco russo sul fiume Siverskyi Donets.
    Anche Bezruky, perciò, è spesso sotto attacco. Due settimane fa un missile ha ucciso una bambina di otto anni e mentre sua madre Margarita le baciava il corpo steso nella bara, il rumore dell'artiglieria era più forte delle campane della chiesa che suonavano a lutto.
    Margarita e la sua famiglia non se n'erano andati perché non avevano un altro posto dove stare.
    È una frase che attraversa i continenti e i secoli, quella di chi resiste nonostante il timore di morire: «Resto perché non saprei dove altro andare». Una frase che mostra l'ostinazione della vita prima dell'incoscienza del pericolo.
    Non sapere dove andare, in guerra, ha un doppio significato. Il primo tiene insieme lo spazio e il tempo, il senso che le persone danno alla propria terra che non è soltanto il possesso di una casa o di un lavoro ma l'appartenenza radicata a uno spazio che rappresenta tutto il tempo vissuto, l'esistenza intera. E poi «non sapere dove andare» significa anche che la guerra opera una selezione brutale sui vivi, perché spesso a rimanere sono i più deboli, i più spaventati dal cambiamento, quelli che hanno meno speranza: i più poveri, gli anziani.
    Come quelli che entrano nella bottega di Tetiana, arrivano con le buste di plastica stropicciate e chiedono un po' di pane, latte e verdura e ogni giorno le dicono che «questa guerra proprio non la capiscono».
    Metà degli scaffali sono vuoti, il banco della frutta è anch'esso vuoto e la gente vive di quello che si trova. La guerra trasforma le abitudini in adattamento. La vita in luoghi come questo, dove i combattimenti si sentono a chilometri di distanza e la pace non c'è ancora, è una sospensione tra un passato a cui si tenta di non pensare e un futuro che non arriva. Il passato di civili trasformati in soldati o quello una commerciante di cinquant'anni come lei, che diventa il riferimento di una comunità.
    È primo pomeriggio quando un anziano arriva in bicicletta, la sistema sul muro del negozio di Tetiana, lei lo saluta con un affetto che dice qualcosa di più della consuetudine.
    L'uomo entra, sceglie il pane da portare via, chiede se è rimasto qualcosa da mangiare per i suoi gatti. Tetiana prepara il sacchetto, «a domani Yuri», «a domani».
    E se ne va.
    Yuri viveva con i figli e le figlie. Se ne sono andati tutti a febbraio. La paura, i bambini da mettere in salvo. Due sono andati all'estero e due a Leopoli. Yuri ha deciso di restare perché Bezruky è tutta la sua vita, è il suo spazio e il suo tempo. Nessuno dei figli è mai tornato indietro.
    Anche per lui la vita, oggi, è adattarsi a quello che si è diventati: un uomo che la guerra ha reso solo.
  6. LA PAURA DI PUTIN : «Se le forze di Kiev dovessero decidere di attaccare la Crimea, l'Ucraina subirebbe una risposta russa da fine del mondo, immediata, che non potrebbe in alcun modo essere evitata». A lanciare l'ennesima minaccia è l'ex presidente russo Dmitrij Medvedev, citato dall'agenzia governativa Interfax. Medvedev, attuale vice capo del Consiglio di sicurezza nazionale e falco del presidente Vladimir Putin, ha poi aggiunto che «la Russia arriverà in ogni caso ai suoi obiettivi militari in Ucraina, e i tentativi delle forze di Kiev di resistere fino all'ultimo porteranno soltanto al collasso dell'attuale regime politico».
    Opposto ovviamente il pensiero degli ucraini. Per il presidente Volodymyr Zelensky semplicemente la Russia «non vuole terminare questa guerra» mentre l'Ucraina «continua a difendere la sua sovranità». Duro il commento anche di Mikhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino. «Dmitrij Medvedev non è altro che una piccola persona dimenticata dalla Storia che cerca di mostrarsi seria e minacciosa, ma che in realtà suscita soltanto pietà», ha detto.
  7. IL DEMONE PUTIN SARA' SCONFITTO : La prima fase della guerra russa in Ucraina – la presa di Kiev in tre giorni – è stata persa da mesi, così come la seconda, quella che doveva tagliare l'Ucraina dal mare. A molti però rimaneva l'illusione (la paura, o la speranza) che nel Donbass l'esercito russo, implacabile e temibile come un ghiacciaio, avrebbe schiacciato passo dopo passo le posizioni ucraine, stritolando le difese in un muro di fuoco e sotterrando quello che sarebbe rimasto con la carne da cannone. Che Putin, grazie alla schiacciante supremazia di mezzi e munizioni (un colpo ucraino ogni 20 russi), avrebbe imposto una guerra a esaurimento, e l'avrebbe vinta.
    L'ultima settimana ha distrutto anche questa illusione. Il fronte russo, anzi, il retrovia russo per 60-80 chilometri in profondità, è in fiamme. Stanno bruciando decine di magazzini e depositi. Ma in realtà a bruciare è l'offensiva russa. A essere in fiamme è la strategia militare staliniana adottata dai generali russi; avanzare grazie alla carne da cannone, mandando avanti un muro di fuoco, colpire a ventaglio disordinatamente, senza mirare. Dopo la presa di Lisichansk le truppe russe avevano iniziato un'offensiva su tutti i fronti, che però si è subito impantanata: non aveva abbastanza munizioni.
    Gli attacchi mirati degli ucraini contro i magazzini russi sono in contrasto stridente con gli attacchi russi che tirano missili costosissimi su complessi residenziali, centri commerciali e piazze cittadine. L'ex pilota ucraino Roman Svitan, oggi un esperto militare, stima il numero dei depositi russi distrutti in 15-20%. Evidentemente, l'esercito ucraino non avanzerà prima di aver distrutto tutti i magazzini. Che vengono colpiti dagli Himars americani, gli M142 High Mobility Artillery Rocket System (Himars), montati sul telaio di un comune camion militare M1140 con dispositivo di lancio per sei missili GMLRS. Esiste anche una versione che monta un solo missile ATACMS con una gittata di 300 km, che però per ora non viene fornito all'Ucraina.
    L'Himars possiede una serie di pregi colossali. Innanzitutto ha la mobilità di un comune camion: percorre una strada normalissima, raggiunge la posizione, tira i missili e taglia la corda a 80 km/h. Colpirlo in un contrattacco è molto complicato. Secondo, i missili GMLRS (G sta per guided) hanno il GPS e colpiscono il bersaglio con precisione, a differenza degli Smerch, Grad e Uragan russi che distruggono tutto intorno a loro. Infine, sempre a differenza degli Smerch, non necessitano di una pista di lancio: l'Himars carica il blocco con i missili ed è pronto all'uso.
    Gli Himars stanno distruggendo tutta la logistica dell'esercito russo, abituato a creare magazzini giganteschi a 60 km dal fronte, che viene poi rifornito con i camion. «60 km di distanza – spiega il consigliere della presidenza ucraina Oleksiy Arestovich – significa tre viaggi di camion al giorno, 90 km sono due viaggi e 120 km sono un solo giro. L'esercito russo può sostenere all'offensiva soltanto con tre viaggi al giorno».
    L'utilizzo degli Himars conferma due ipotesi. La prima è che la guerra moderna, incentrata su una rete, batte sempre la visione staliniana del 1941, muro di fuoco più carne da cannone. La seconda è che Putin non è riuscito a trasformare questa guerra in guerra di posizione, che prevede di bloccare l'avversario sulla linea del fronte senza possibilità di colpire le infrastrutture militari nel retrovia. «Che razza di macchina militare ha costruito Putin se quattro Himars la fanno a pezzi?», si chiede sarcastico Arestovich. A dire il vero, gli Himars non sono quattro: l'esperto militare ed ex colonnello dello Stato maggiore ucraino Oleg Zhdanov dice che sono 17, e Arestovich ammette che sono arrivati «una settimana prima di quanto annunciato ufficialmente».
    Gli Himars sono stati utilizzati dagli Usa in Afghanistan, in Siria e in Iraq, ma non hanno mai prodotto questi risultati sconvolgenti. Perché? Semplice. Per utilizzarli con successo servono tre cose: una linea del fronte definita, buone strade da un lato e magazzini enormi dall'altro. In Siria non c'erano né strade, né linea del fronte, né magazzini, che l'Isis semplicemente non possedeva. In compenso, gli Himars e il metodo di guerra russo sembrano essere stati creati l'uno per l'altro. Gli ucraini li utilizzano soprattutto di notte, di giorno si nascondono, probabilmente, in qualche hangar dove i droni russi Orlan non riescono a vederli. Gli attacchi notturni hanno un altro pregio: «Di notte, il rischio di colpire i civili è ridotto al minimo», dice Svitan. Questa è un'altra differenza della tattica ucraina da quella russa: i missili russi colpiscono di giorno.
    Come fa lo spionaggio ucraino a sapere dove puntare gli Himars? L'esperto militare Pavel Luzin ritiene che i militari usino semplicemente le fotografie dei satelliti commerciali Maxar: «Scattano foto due volte al giorno e grazie a un software speciale e ai big data si possono capire le posizioni dei depositi militari, grazie ai percorsi dei camion dell'esercito», dice Luzin. Nasce spontanea la domanda: perché la Russia non può utilizzare le stesse foto satellitari per intercettare gli Himars? La risposta è che la Russia non ha accessi a Maxar né ad altre fotografie in commercio. La Russia però possiede dei satelliti suoi, vero? Sì: sono satelliti militari capaci di scattare foto al massimo una volta ogni paio di settimane. Inoltre possedeva i satelliti Resurs, assemblati con componenti occidentali proibite all'esportazione in Russia da una legge americana dopo l'ingerenza russa nelle elezioni del 2016. Tutti i Resurs hanno esaurito la loro risorsa, e l'ultimo ha abbandonato l'orbita nel dicembre 2021. Restano i tre satelliti Bars, che sono banalmente insufficienti.
    In altre parole, la Russia si sceglie i bersagli a caso, e li manca pure. Perde di fronte al sistema militare occidentale, e alla sua capacità di integrare tecnologie civili. I satelliti commerciali Maxar, inventati per tutt'altro, funzionano in un modo inarrivabile per il «gruppo militare in orbita» russo, costato miliardi. Così come lo Starlink di Elon Musk si rivela invulnerabile al sistema di disturbi radioelettronici russo, costato miliardi. E il sistema di comando dell'artiglieria ucraino Kropiva (Ortica), messo insieme da tablet civili, radioline civili e droni da quattro soldi, ha incrementato l'efficacia dei cannoni ucraini di dieci volte, quando ancora entrambi gli eserciti utilizzavano solo vecchie armi sovietiche.
    Tutto il complesso militarindustriale russo ritiene che esistano tecnologie supersegrete e perfette, che non hanno paragoni nell'industria civile. Il mondo contemporaneo però funziona al contrario. Le tecnologie, le apparecchiature e le soluzioni migliori sono quelle collaudate in miliardi di esemplari, e non possono che essere civili per il semplice motivo che i militari non hanno bisogno di miliardi. In Occidente, il confine tra le tecnologie militari e civili si sta dileguando, e i 10 principali fornitori del Pentagono vendono il 54% dei loro prodotti sul libero mercato. In Russia, le compagnie che non possono competere sul mercato, vincono concorsi chiusi per le forniture militari, proponendo tecnologie palesemente non concorrenziali. Raccontano semplicemente bugie sui loro successi, cosa che diventa evidente quando i loro prodotti sono costretti a competere con quelli occidentali nel più concorrenziale dei mercati: il campo di battaglia.
    È proprio quello che è successo con il complesso di difesa antiaerea S-400. La stampa russa e i suoi inventori avevano promesso che avrebbe abbattuto gli Himars. Era una bugia. I missili S-400 non sono in grado di intercettare gli Himars per un motivo: gli americani utilizzano un combustibile solido che «li fa volare più rapidamente», spiega Luzin. Inoltre, gli ucraini a volte saturano l'antiaerea russa con troppi bersagli: «Lanciano un pacchetto di razzi multipli Smerch o Uragan, e contemporaneamente gli Himars», dice Luzin.
    Il terzo motivo è che gli S-400 sono stati creati dal consorzio militare pietroburghese Almaz-Antey quando era diretto da Igor Ashurbeyli, un uomo che durante la perestroika aveva controllato il mercato coperto di Leningrado, poi era entrato nel direttivo di Almaz-Antey per affittarne i locali come magazzini del mercato, e infine ha progettato per Putin l'invincibile S-400. Esperti missilistici mi avevano confessato di nutrire perplessità sulla capacità di un uomo che aveva fatto carriera nei mercatini degli anni '90 di costruire missili all'avanguardia.
    La domanda ora è cosa farà Putin quando capirà di stare perdendo? Roman Svitan dice che nel cielo della Bielorussia sfrecciano i piloti russi. Contemporaneamente al confine con l'Ucraina vengono portati i missili Iskander, che hanno una gittata di 500 km e sono progettati per colpire il cuore delle retrovie nemiche. «Sembrano i preparativi per un massiccio attacco di bombe e missili, diretto ai ponti e alle infrastrutture civili», dice Svitan. *Scrittrice, giornalista e blogger russa. —
  8. TRAFFICO DI ARMI DA UCRAINA  : «Abbiamo un motore in avaria, chiediamo di poter effettuare atterraggio d'emergenza». Inizia così il «caso internazionale» dell'AN-12 che si è schiantato sabato notte in Grecia; nella stiva 11,5 tonnellate di munizioni ed esplosivi.
    Sono da poco passate le 23 quando il messaggio radio arriva al centro di sicurezza aereo greco. A lanciare l'Sos un Antonov AN-12, aereo a 4 eliche di fabbricazione sovietica, della Meridian, compagnia cargo ucraina. La torre di controllo attiva subito le procedute d'emergenza: «Due gli aeroporti disponibili: Salonicco o Kavala». Il pilota sceglie di virare su Kavala, è lo scalo più vicino, ma non arriverà mai in vista della pista d'atterraggio. Precipiterà 40 chilometri a Est dell'aeroporto: alle 23,15, poco distante dal Monte Athos, Egeo settentrionale.
    Sino a qui la cronaca di un incidente aereo. Un AN-12 cargo è precipitato; 8 le vittime accertate: sono tutti membri dell'equipaggio di nazionalità ucraina. Alle 23,30 l'incidente diventa un «mistero». Tutto cambia quando i vigili del fuoco greci arrivano nei pressi del velivolo. Le fiamme sono altissime e l'aria è irrespirabile. «Il fumo faceva bruciare le labbra - racconta un soccorritore alla tv greca -. Dal cielo cadeva una strana polvere bianca». I vigili del fuoco si fermano a centinaia di metri di distanza. Intanto arrivano le testimonianze dei residenti. Prima una scia di fuoco in cielo, poi la prima esplosione e, subito dopo, una serie di altri detonazioni. Le autorità greche chiedono l'intervento dei gruppi scelti per gli incidenti atomici, chimici e biologici. Per arrivare nei pressi dell'incendio servono tute e maschere d'ossigeno. I primi test scongiurano il rischio chimico o batteriologico, ma c'è esplosivo e polvere da sparo nell'aria.
    Contemporaneamente iniziano le indagini sul velivolo. È di proprietà della Meridian, compagnia ucraina specializzata in trasporti cargo. Dall'inizio del conflitto parte della sua flotta ha lasciato l'Ucraina per fare base fuori dal Paese. L'aereo era decollato da Nis, Serbia meridionale, ed era diretto a Dacca, in Bangladesh. Stando al piano di volo ufficiale era previsto uno scalo tecnico intermedio ad Amman in Giordania. Eppure quel volo non è uguale a tutti gli altri voli cargo che solcano l'Egeo. Otto membri d'equipaggio sono tanti visto che l'Antonov AN-12 ne prevede tre più, se necessario, un addetto alla stiva.
    La cortina di mistero comincia a solleversi domenica mattina quando il ministro della Difesa serbo rilascia alcune dichiarazioni. «Il volo trasportava 11,5 tonnellate di materiale bellico di fabbricazione serba. Nello specifico traccianti e mine da mortaio. Il volo aveva tutte le autorizzazioni nazionali ed internazionali - recita la nota di Nebojsa Stefanovic -. Tutto materiale d'addestramento regolarmente acquistato dal governo del Bangladesh».
    Eppure il mistero resta e la Merdian non aiuta a sciogliere i dubbi. Sentita telefonicamente dall'agenzia di stampa Reuter si limita a confermare che tutti i membri dell'equipaggio sono morti. Denys Bogdanovych, General manager della compagnia ha solo aggiunto «l'incidente non ha nulla a che vedere con la guerra in Ucraina». Ad ora solo sei delle otto salme sono state recuperate e per la scatola nera si potrebbe dover aspettare giorni, visto che l'area dell'incidente è a rischio esplosioni.
    La prima anomalia sta nel fatto che gli addetti al carico fossero tutti ucraini. Solitamente, ma non è una regola, i carichi di armi e munizioni che si muovono lungo tratte internazionali sono scortati da uomini, il più delle volte militari, del Paese acquirente. Vengono definiti «addetti al carico» ed hanno come unico compito quello di vigilare durante tutte le operazioni di trasporto.
    Una consuetudine che alimenta dubbi sulla possibile destinazione. Antonov AN-12 è stato per decenni il gigante dei cieli sovietico. Un areo con grade capacità di carico che poteva volare con solo tre membri di equipaggio: pilota, copilota e tecnico motorista. Nelle versioni militari si aggiungevano i mitraglieri. L'aereo nei decenni non ha subito particolari variazioni o ammodernamenti. Semplice da pilotare, altrettanto semplice da manutenere è stato uno dei velivoli più utilizzati anche per il contrabbando internazionale.
    Il governo del Bangladesh, dopo ore di silenzio, ha confermato solo nella serata di ieri di essere l'acquirente. Ha detto che quello trasportato sul cargo era materiale per le guardie di frontiera.
    Quando le autorità greche riusciranno ad analizzare le scatole nere si avrà qualche dettaglio in più. Il primo sulla rotta impostata, il secondo, fondamentale, sulla quantità di carburante imbarcato. Dettagli fondamentali per capire se l'aereo era stato allestito per un viaggio verso il Bangladesh. In Ucraina la notizia è circolata pochissimo. Giusto una nota per raccontare l'incidente aereo e la nazionalità dell'equipaggio.
  9. CONOSCENZE ED IGNORANZE SCIENTIFICHE :    Quella mattina di febbraio di sei anni fa, quando i dottori chiamarono Steffanie avevano una voce diversa. Nel loro tono c'era il segno della resa. «Suo marito è divorato dai batteri, non riusciamo a salvarlo». Steffanie Strathdee tornò nella stanza dell'ospedale californiano dove da qualche mese Tom Patterson, uno psichiatra, era attaccato alla flebo in bilico fra il coma e una fine scritta. Gli prese la mano: «Tesoro, il tempo sta scadendo, devi dirmi se vuoi continuare a vivere. Non so se riesci a sentirmi, ma se puoi, stringi forte la mia mano».
    Passarono dei secondi lunghi un'eternità, poi le dita di Tom si irrigidirono attorno alla mano della moglie. Steffanie non aveva alcuna ricetta magica, ma è una epidemiologa e dirigente del dipartimento di scienze mediche globali dell'Università della California a San Diego.
    Aveva sentito parlare dei fagi, virus naturali capaci di contrastare i batteri resistenti agli antibiotici. «Avevo iniziato a realizzare ben prima che i dottori ammettessero che non c'era nulla da fare – ha raccontato la dottoressa alla Conferenza Life Itself – che mio marito stava molto peggio di quanto pensassi e che la medicina moderna aveva esaurito il ventaglio di antibiotici per curalo». Quindi aveva cominciato le ricerche. Come uno studente qualunque si mise su Google e scovò uno studio fatto a Tbilisi da un ricercatore sull'uso dei fagi in medicina. Scoprì dopo qualche telefonata che in Georgia il trattamento era molto usato, ma che in Occidente era considerato un metodo «marginale», ai confini della scienza e per questo trascurato.
    I fagi sono ovunque. Ce ne sono miliardi nel suolo, nell'acqua, nel nostro corpo, nei letamai, stagni, fienili. Non tutti però fanno lo stesso lavoro, non tutti sono adatti per uccidere i batteri, altri uccidono l'ospite.
    La dottoressa Strathdee cominciò a rintracciare gli scienziati che catalogavano e studiavano i batteriofagi. Scrisse e-mail a emeriti sconosciuti implorandoli di aiutarla.
    Dal Texas si fece vivo un biochimico, Ryland Young: professore alla Texas A&M University e da 45 anni studiava quei virus. Lo convinse a lavorare al suo caso. «Fu così determinata che in pochi giorni tutto lo staff si era messo al lavoro, 24 ore su 24, sette giorni su sette per passare al setaccio 100 differenti esemplari e per individuarne due nuovi». Alla missione ha partecipato anche il centro di ricerca della US Navy che ha una banca di fagi raccolti nei porti di tutto il mondo.
    Dopo un po' i centri hanno incrociato i dati, le caratteristiche e le potenzialità dei vari virus fino a che è stato individuato quello che poteva aggredire i batteri nel corpo di Patterson. La Fda (Food and Drug Administration Usa) ha dato il via libera al cocktail di famaci non convenzionale per «motivi compassionevoli» accelerando così la procedura e facendo diventare il signor Patterson il primo paziente americano a subire un simile trattamento. Pochi giorni dopo, il cocktail preparato dalla Us Navy arrivò in California e Steffanie era in piedi accanto ai medici che facevano una flebo con la «nuova pozione» al marito. Lentamente si è risvegliato dal coma.
    L'uomo si era sentito male durante una crociera sul Nilo nella settimana del Thanksgiving del 2015. Improvvisamente aveva sentito dei crampi allo stomaco. La clinica dove era stato ricoverato d'urgenza in Egitto non era riuscita a capire cosa stesse accadendo al suo corpo, le prime cure anzi peggiorarono la situazione e Patterson venne portato in Germania dove i dottori gli riscontrarono un ascesso grande come un chicco d'uva invaso dal Acinetobacter baumanii, un batterio virulento resistente a quasi ogni tipo di antibiotico catalogato fra i patogeni più pericoli dall'Organizzazione mondiale della Sanità. Il batterio si trova fra le sabbie del Medio Oriente ed è stato sovente riscontrato nelle ferite dei soldati americani colpiti dalle schegge delle bombe lungo le strade dell'Iraq tanto da essere rinominato «Batterio iracheno».
    Dopo la tappa tedesca Tom era rientrato a San Diego, nessuna cura sembrava funzionare. Stava bene per alcuni giorni, poi peggio, un calvario che si allungava di settimana in settimana fino a che diversi organi erano compromessi. La situazione era precipitata a fine 2015.
    Sette anni dopo quella crociera, Patterson è felicemente in pensione ed è tornato a girare il mondo. La lunga e devastante malattia ha lasciato strascichi evidenti: Tom soffre di diabete, di insufficienza cardiaca e i danni allo stomaco lo obbligano a una dieta povera. «Ma non ci lamentiamo proprio, ogni giorno che mi sveglio è un dono». Grazie a una stretta di mano, alla «follia» della moglie e ai fagi. Un batteriofago o fago è un virus che infetta i batteri e sfrutta il loro apparato biosintetico per replicarsi. L'infezione virale del batterio ne causa la morte per lisi, ossia mediante rottura della membrana plasmatica. I batteriofagi sono composti da proteine che incapsulano un genoma a Dna o a Rna. Possono avere strutture semplici o elaborate. Sono stati usati dalla fine del XX secolo come alternativa agli antibiotici sia nell'ex Unione Sovietica sia nell'Europa centrale, nonché in Francia.
  10. FERMO AL PROCESSO AGLI ASSASSINI DI REGENI DA PARTE DI GIUDICI NON DI POLITICI MA NON LO SI VUOLE VEDERE : In queste ore sono in molti a ribadire un ferreo sillogismo: 1. La politica estera dell'Italia è fatta dall'Eni; 2. L'Eni ha enormi interessi in Egitto; 3. L'Italia non avrà mai l'autonomia e la determinazione necessarie per perseguire verità e giustizia a proposito della morte di Giulio Regeni, barbaramente trucidato nel territorio di un così importante partner economico. Vero, ma solo parzialmente. In altre parole, è
    incontestabile che la politica estera dell'Italia risulta condizionata in profondità dal sistema di relazioni finanziare, economiche e politiche che intercorrono con il regime dispotico di al-Sisi. Ed è facile constatare che il nostro paese è influenzato - in particolare dopo "la crisi del gas" - dal ruolo geo-strategico svolto dal Cairo. E, ancora, che la funzione dell'Egitto come presidio politico-militare nei confronti dello Stato islamico e, prima e dopo, come argine rispetto ai grandi flussi migratori, ha costretto l'Italia in una condizione di subalternità. Ma, concesso tutto questo, come spiegare un atteggiamento tanto rinunciatario e remissivo del nostro paese in una crisi diplomatica acuta come quella apertasi dopo il rapimento, le torture e l'assassinio di Giulio Regeni?
    Due le possibili interpretazioni. La prima: l'Italia, nel corso dei sei anni trascorsi dall'omicidio di Regeni, ha manifestato una sorta di senso di inferiorità nei confronti dell'Egitto. L'incapacità, cioè, di comprendere come quella morte, avvenuta in terra straniera e con il coinvolgimento di servizi di sicurezza stranieri, non rappresentasse soltanto uno strazio irreparabile per famiglia e amici, ma anche uno smacco per l'Italia. Ovvero un pesante oltraggio per la nostra sovranità nazionale e per la nostra indipendenza di stato democratico. Si aggiunga che, quando Regeni venne torturato e ucciso, nel nostro ordinamento giuridico non era ancora stato introdotto il reato di tortura, nonostante che l'Italia avesse ratificato la relativa convenzione internazionale già ventotto anni prima (giusto l'età del ricercatore italiano). Per chi, come me, crede che «le istituzioni pensano» (Mary Douglas), non è assurdo ipotizzare che l'Italia abbia avuto una qualche difficoltà, come dire?, psicologica a esigere la ricerca e la punizione dei torturatori, non avendo le carte in regola a sua volta. Seconda considerazione: l'Italia come, ahinoi, tutti gli stati democratici, sottovaluta la questione della tutela dei diritti universali della persona. Ne consegue che, quando - e accade raramente - nelle relazioni sovranazionali viene posto il tema dei diritti umani, esso slitta fatalmente all'ultimo posto dell'ordine del giorno degli incontri bilaterali, dei colloqui tra gli stati, delle assemblee generali delle istituzioni mondiali. E, su questo, i governi italiani che si sono succeduti dal 2016 hanno rivelato tutta la loro impotenza: mai si è riusciti a internazionalizzare la crisi diplomatica apertasi con l'assassinio di Regeni. Mai se n'è fatta materia di una controversia politica, capace di aggregare consensi intorno alla chiamata in causa dell'Egitto come regime che viola sistematicamente i diritti umani; mai si è creata - e nemmeno si è tentato di creare - un'alleanza tra democrazie europee, e non solo europee, per chiedere conto di quelle migliaia e migliaia di egiziani che hanno subìto la stessa sorte di Regeni.
    Gli atti del Parlamento europeo sono stati esili e flebili, affidati alla buona volontà di alcuni; la Commissione europea ha sostenuto - sono in grado di darne testimonianza - che la vicenda non fosse di sua «pertinenza». E i successivi governi italiani hanno accettato, pressoché supinamente, questo stato di cose, in nome di un realismo politico che si è rivelato, più che una strategia, un povero alibi. Dietro a tutto ciò c'è quell'idea prima accennata: l'assassinio di Regeni come «un tragico fatto umanitario» o un incidente inevitabile all'interno di regioni del mondo dove dominano il disordine e l'insicurezza. Mentre il ruolo avuto dalla National Security Agency, il boicottaggio delle indagini messo in atto dalla procura del Cairo e il comportamento aggressivo del regime, insultante nei confronti del nostro connazionale e sprezzante verso le istituzioni italiane dicono chiaramente che, oltre alla persona di Regeni, è stata la nostra dignità nazionale a subire un gravissimo attentato. Ed è la dignità di un popolo e dei suoi organismi a costituire il fondamento della sovranità dello Stato. Di fronte a tanto sfacelo restano due elementi positivi. Innanzitutto, il grande e intelligente lavoro svolto dalla procura di Roma col contributo essenziale dei reparti investigativi specializzati di carabinieri e polizia di Stato. E poi, il messaggio incancellabile trasmesso da Paola e Claudio Regeni, genitori di Giulio. Sono stati loro a far sì che quella che si sarebbe potuta considerare «una vicenda privata» diventasse una grande questione pubblica. Sono stati loro che, rinunciando a riservare il loro lutto esclusivamente alla sola sfera più intima, hanno consentito che si affermasse come grande tema civile. Sono stati loro, posso dirlo?, a salvare l'onore dell'Italia. Che non è declamazione retorica bensì consapevolezza dell'identità di un'organizzazione sociale e di una comunità di persone libere.
  11. I MANDANTI SONO I CONTROLLORI DEI SERVIZI SEGRETI  E LE MOTIVAZIONI SONO INTIMIDATORIE : I misteri siciliani, che sono misteri italiani e in più d'una occasione si sono rivelati misteri internazionali, sono storie del potere della peggiore specie. Da Salvatore Giuliano in poi - per rimanere al contemporaneo - non c'è avvenimento che abbia ottenuto almeno una spiegazione ufficiale, se non un riscontro giudiziario. L'elenco sarebbe troppo lungo e si rischierebbe qualche dimenticanza: per saperne di più basterebbe sfogliare i giornali della nostra «meglio gioventù». Oppure consultare gli accurati, quanto inutili, atti parlamentari custoditi nella polvere degli archivi delle numerose Commissioni, raramente aperti al pubblico e solo dopo un numero di anni sufficiente a garantire l'impunità di presunti colpevoli mai condannati.
    In questo panorama la storia di Paolo Borsellino «merita» un posto di assoluto rilievo perché contiene in sé tutti gli elementi del grande «affaire», concepito ed eseguito per rimanere insoluto o quantomeno relegato alla soluzione minimalista del «buono» ucciso per volontà del «cattivo», mafioso e crudele. E tre decenni di inchieste, processi, condanne, assoluzioni, revisioni e inchieste parlamentari non hanno dato nessuna certezza, anzi hanno prodotto un'unica certezza consacrata in sentenza: che le indagini sulla strage di via D'Amelio, 19 luglio 1992, rappresentano il più grande depistaggio della storia giudiziaria della Repubblica. E, ancora dopo trent'anni, non sappiamo perché è stato ucciso il giudice Borsellino.
    Ma questa storia non è destinata all'oblio. Mai come in questo momento gode di una risonanza mediatica che difficilmente consentirà un'archiviazione indolore. E questo per merito dei figli di Paolo Borsellino, Fiammetta, Lucia e Manfredi che hanno portato pesantemente all'attenzione generale le precondizioni e il «contesto» cupo che hanno consentito l'isolamento del giudice e, quindi, l'eliminazione fisica di un ostacolo che dava fastidio non solo alla mafia delle giacche di velluto di Corleone ma a quella delle grisaglie delle segreterie di partito e delle stanze della finanza dei salotti buoni.
    I figli di Borsellino hanno intrapreso, dopo anni di silenzio in ossequio all'educazione istituzionale del padre, un percorso di richiesta di giustizia «per amore della verità». Ma le loro richieste non sono grida scomposte e sete di vendetta. Fiammetta ha parlato a lungo nella sede appropriata, dopo l'inattesa ed esplosiva confessione del pentito Gaspare Spatuzza che rivelava l'esistenza del grande depistaggio: la costruzione a tavolino, da parte di magistrati e investigatori dell'epoca, di una falsa verità che (oltre a mandare all'ergastolo mafiosi, ma innocenti rispetto alla strage) impediva la ricerca di un movente (inconfessabile?) che apriva le porte di un potere ben più importante di quello gestito di Totò Riina.
    Fiammetta è andata davanti ai giudici, sostenuta dai fratelli e dall'ostinato avvocato di parte civile, Fabio Trizzino, a dire semplicemente: se il depistaggio è provato (tanto da doversi rifare il processo) voglio sapere i nomi dei depistatori, anche i nomi dei magistrati, e perché è stato messo in atto. E ha ragione, Fiammetta. Un depistaggio, infatti, serve a proteggere l'identità di un colpevole nascosto o impedire che venga fuori un intreccio di collusioni e di illegalità. Normale, dunque, che la parte lesa faccia una simile richiesta non per vendetta ma «per amore di verità», come recita il libro che Fiammetta, Lucia e Manfredi hanno scritto affidandone la «tessitura» alla lucida competenza del giornalista Piero Melati.
    È un prezioso documento, questo scritto. Perché racconta una parte inedita della dolorosa perdita della famiglia Borsellino. Racconta dell'assedio subito dalla signora Agnese, la moglie di Paolo, da parte delle cosiddette Istituzioni; di come tutto il falso affetto riservatole si concludesse puntualmente con la domanda «su cosa stava indagando Paolo»?
    Già, perché è quello il punto critico: a chi avrebbe nuociuto quanto andava scoprendo il giudice? Perché Borsellino, reduce da colloqui con un pentito, disse che stava venendo fuori di tutto («Altro che Tangentopoli»). E perché i verbali delle audizioni dei magistrati della Procura di Palermo (28-31 luglio 1992) sono rimasti sepolti negli archivi di Palazzo dei Marescialli? Conoscere lo stato d'animo di Borsellino dopo la strage di Capaci, il suo totale isolamento per mano del suo capo, Pietro Giammanco, i dubbi sull'amico «che mi ha tradito», sul perché non riceveva risposta dal procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra, a cui chiedeva di essere interrogato sulla morte dell'amico Falcone. Ecco conoscere tutto ciò, forse, avrebbe aiutato le indagini. Forse avrebbe potuto svelare l'incongruenza macroscopica di una strage imponente affidata ad un organizzatore ed esecutore (Vincenzo Scarantino, il pentito «inventato») di infimo livello.
    Ma il Csm probabilmente preferiva preservare il quieto vivere di una Procura palermitana che lo stesso Borsellino definiva «nido di vipere». Si preferì mettere il silenziatore trasferendo in Cassazione Giammanco e sostituendolo con Giancarlo Caselli, magistrato di ben altra consistenza e dirittura morale.
    Ma il nido di vipere non era solo in Procura. L'avversione a Falcone e Borsellino era cosa antica. Valga per tutte la storia dei «Professionisti dell'Antimafia». Leonardo Sciascia scrisse sul Corriere della Sera un articolo che contestava, dal punto di vista delle regole allora esistenti, la nomina di Paolo Borsellino a procuratore di Marsala. Secondo lo scrittore, aver preferito Borsellino per meriti di antimafia, trascurando il criterio vigente e oggettivo dell'anzianità, rappresentava un pericolo perché apriva una porta all'arbitrio. Quell'articolo fu una mazzata per il pool antimafia, anche se in seguito Sciascia e Borsellino si chiarirono durante un pranzo, in occasione di un convegno ad Agrigento.
    Ma non tutti sanno un particolare che la dice lunga sul nido di vipere. Sciascia fu indotto a scrivere quel pezzo. Una delegazione di magistrati palermitani si recò a casa sua, a Villa Sperlinga, portando lo «scandaloso» carteggio del Csm che sceglieva Borsellino. E i «Re Magi» che andarono da Sciascia non erano della Procura, erano ermellini giudicanti. Quindi il nido di vipere arrivava ai piani alti. Com'era stato per Falcone, osteggiato dal Procuratore Generale Pizzillo che riteneva le sue (di Falcone) indagini una rovina per l'economia siciliana. Ecco, ancora i piccioli, i soldi. In fondo in Sicilia si è ucciso solo per quelli e per il potere che ne deriva.
  12. SPERANZA LO TRASFORMERA' IN REPARTO VACCINALE ? : Quello che scodinzola è Michele detto Mike, cane dolce pieno di piombini addosso. E quell'altro, giù dalla sedia a rotelle, che lo abbraccia con ai piedi le ciabatte dell'ospedale, è il suo padrone Pietro Cauteri, 61 anni, nato a Napoli e emigrato a Biella, impiegato alle Poste, crollato a terra sul pavimento di un bar colpito da un aneurisma la mattina del 21 giugno. Non si vedevano da quel giorno. Da quel momento di buio. Fine vita, quasi. Ma adesso sono qui. Di nuovo insieme. Nel reparto appena inaugurato di questo ospedale all'avanguardia, dove gli animali domestici possono visitare i pazienti lungodegenti che ne fanno richiesta. Come un nuovo diritto. «Io a Mike glielo ripeto sempre, tu non sei mio figlio, ma io sono tuo padre e devo badare a te», dice il signor Cauteri. Il terzo giorno di ricovero e in condizioni piuttosto gravi aveva pianificato la fuga, cioè la firma sulle dimissioni per tornare dal suo cane. Per fortuna è successo il contrario: è stato il suo cane a venire da lui.
    Questa che adesso appare come una nuova piccola frontiera, una zona dell'ospedale dove l'amore fra essere umani e animali viene accordato quasi come una cura, doveva ospitare forse un giornalaio o forse un bar. È una zona rimasta a lungo inutilizzata. È isolata dai reparti, al primo piano dell'ospedale inaugurato nel 2014. Eppure, nonostante lo spazio fosse a disposizione, è servita l'esperienza di due infermieri perché potesse cambiare. I due si chiamano Marco Casarotto e Stefano Di Massimo: «Era il 2019. Un signore ancora giovane era ricoverato da noi con una prognosi infausta a breve termine, stava per morire. Ci ha chiesto di poter abbracciare ancora una volta il suo cane, un Golden Retriever. Ma nonostante tutti i nostri tentativi, la burocrazia ha reso irrealizzabile quell'ultimo desiderio. Non è stato possibile neppure portare il letto fuori».
    Sono la sicurezza, l'igiene, le regole, gli spazi da preservare in un ospedale pubblico a determinare le scelte. Sono i protocolli, quelli che non concedono deroghe. Ma gli infermieri Marco Casarotto e Stefano Di Massimo non hanno mai smesso di pensare all'ultimo desiderio irrealizzato di quel paziente. E adesso, quello che viene inaugurato è il reparto frutto della loro ostinazione. L'ingresso per gli animali domestici è separato da tutti gli altri. C'è una tenda, ci sono dei palloncini. Si arriva qui attraverso un lungo corridoio senza pazienti. Quello che succede dietro il separé è una festa. Non sono soltanto due amici ritrovati, vanno in scena i gesti e le parole di quel linguaggio segreto che conoscono solo gli innamorati.
    «Michele, Michele», dice il signor Cauteri mentre Mike lo guarda riconoscente. «È andata così. Avevo un cocker che si chiamava Kiwi, dopo la sua morte mi ero ripromesso che non avrei mai più avuto un cane in tutta la mia vita, ci avevo sofferto troppo. Ma poi su Facebook, era la scorsa estate, ho visto la storia di quel cane che viveva in un branco, finito impallinato. Cieco da un occhio, lo avevano preso in cura in un rifugio di Torre del Greco. Ho fatto una chiamata solo per conoscere la sua storia, ma poi il pensiero di Michele non mi andava via. E insomma: me lo hanno portato con una staffetta. Partito da là, preso a Carisio. Da subito si è rivelato un cane di una dolcezza straordinaria. In quei giorni ci siamo conosciuti e io gli ho pulito i denti».
    Il signor Cauteri era con il cane Mike anche nell'attimo in cui si è sentito male. Martedì 21 giugno: caffè al bar prima del lavoro. «Sono svenuto e mi sono sentito richiamare dall'oltretomba dalla voce di una signora. Diceva: "Il suo cane le ha fatto cadere gli occhiali". Era Mike che mi girava intorno e cercava di risvegliarmi». Dal bar a un letto d'ospedale, a una delicata operazione chirurgica al cervello, a questa lunga attesa che forse durerà un altro mese.
    Ruoli non secondari. La sorella del signor Cauteri, che venne richiamata da un bagno a Positano al capezzale del fratello, ma ancora di più al capezzale del cane Michele rimasto improvvisamente solo. «Mi sono trovata benissimo con lui e non potevo fare altro che essere qui», dice la signora Rosaria Cauteri. E quando lei non può, ecco subentrare la signora Silvana Cardinale, insegnante della provincia di Reggio Calabria emigrata a Biella 28 anni fa: «Io vado dove serve il mio aiuto». E poi l'amico del malato e compagno di calcetto, il dottor Francesco Ferranti, chiamato in piena notte quando voleva scappare dall'ospedale per raggiungere il suo cane. «Gli ho spiegato che avrebbe corso dei rischi molto seri per la sua salute. E gli ho detto che presto avremmo trovato una soluzione».
    Eccola qui, la soluzione. Il reparto per gli incontri fra ammalati e animali domestici è pronto. Ci si può arrivare in sedia a rotelle oppure sul letto. Il signor Cauteri è il primo ad usufruirne, ma ci sono già altre tre prenotazioni. Due richieste in psichiatria, una in medicina interna. Sono ammessi cani e gatti, furetti e pappagalli, tutti gli animali dotati di un regolare libretto sanitario e di un accompagnatore gentile. Quello di Biella è il primo ospedale a dotarsi di un reparto del genere in Piemonte. E visto adesso, dopo due anni di pandemia, di separazioni e solitudini forzate, è ancora più bello.
    «Michele, Mike, Michelino. Sono felice! Questa è una grandissima idea e penso che dovrebbe essere estesa il più possibile anche in altre strutture sanitarie», dice il signor Cauteri. Il cane Mike, con un pallino dietro l'orecchio sinistro e un altro infilato dentro al collo, con un occhio bianco e l'altro aperto su Pietro, se ne sta grato a prendersi tutte quelle attenzioni e a ricambiarle. Lui non sa che questa idea nasce da un mancato abbraccio. A lui pare solo un giorno di felicità. —
  13. VENDERE QUELLO CHE NON SI SA GESTIRE: Sedici su venti: tante, in questa seconda metà di luglio, le piscine pubbliche aperte in città. Vale a dire l'80 per cento del totale, a disposizione di chi in questi giorni di caldo record cerca in po' di refrigerio in vasca. Eccezioni: la Sempione e la Pellerina, alle prese con problemi strutturali, più la Sospello e la vasca dello stadio Monumentale, ferme da inizio mese per la pausa estiva). Un dato positivo, se raffrontato a quello dell'estate del 2021, quando - di questi tempi - gli impianti aperti erano quattordici.
    La differenza la fanno le norme anti-Covid, meno stringenti di allora. Non ci sono restrizioni sul numero di utenti in vasca: per questo le associazioni sportive che, per motivi di costi, l'anno scorso avevano sospeso il servizio quest'anno hanno tenuto gli impianti aperti.
    Sul funzionamento delle piscine torinesi, però, incombe una variabile pesante: quella della carenza di personale. Un fattore che avrà il suo peso anche quest'anno: proprio perché a corto di organico, nelle prossime due settimane altri quattro impianti sospenderanno le loro attività. Tradotto: ad agosto scenderà a dodici - sempre su venti - il numero di vasche pubbliche a disposizione dei torinesi. Ma c'è dell'altro: tra quelle aperte molte avranno orari ridotti, con uno o due giorni di chiusura a settimana.
    Cecchi, Colletta, Einaudi, Franzoj, Galileo Ferraris, Lido, Lombardia, Massari, Palazzo del nuoto, Sisport, Trecate, Vigone, Gaidano, Parri, Sebastopoli e Torrazza: ecco l'elenco delle piscine oggi in funzione. Le ultime quattro si fermeranno entro l'inizio del prossimo mese: la Sebastopoli chiuderà a partire dal 24 luglio, la Parri dal 30 luglio, la Gaidano e la Torrazza dal primo agosto. Tutte e quattro ripartiranno a settembre.
    Già oggi molte delle piscine aperte hanno orari ridotti. Delle sedici in funzione, solo quattro sono attive sette giorni su sette. Sono la Galileo Ferraris, la Torrazza, la Sebastopoli e la Lido (in quest'ultimo impianto l'orario di apertura è cambiato dall'11 luglio scorso: prima i cancelli in via Villa Glori, al Pilonetto, restavano chiusi due giorni a settimana). In tutte le altre è previsto almeno un giorno di chiusura settimanale. Quattro impianti - la Gaidano, la Parri, la Sisport, la Trecate - si fermano due giorni su sette.
    Proprio la Trecate, in via Alecsandri (Pozzo Strada), era per altro chiusa fino a giovedì scorso: ha riaperto al pubblico lo scorso 15 luglio, dopo quasi un anno di stop.
    Accedere alle vasche, quest'anno, ha un costo leggermente più alto rispetto al passato. Facendo un raffronto con l'estate scorsa, in particolare, si registra un incremento medio di 20 centesimi sul prezzo del biglietto d'ingresso. Nel dettaglio: in questa estate 2022, per trascorrere una giornata in una delle piscine pubbliche torinesi si paga in media una cifra di 5,80 euro (dal lunedì al venerdì) o di 8,80 euro (il sabato e la domenica), con costi ridotti per under 15 e over 60 e per gli studenti fino a 25 anni. Un anno fa, di questi tempi, si viaggiava intorno ai 5,50 euro a ingresso per i giorni feriali e 8,70 euro per i festivi.
    E poi ci sono le piscine chiuse. La Sempione, in via Gottardo (quartiere Rebaudengo), l'unica nella Circoscrizione 6, è ferma da due anni per crepe e cedimenti nell'impianto. Per la manutenzione servirebbero 3-4 milioni di euro, denaro di cui il Comune non dispone. La soluzione? «Sfruttare i fondi in arrivo con il Pnrr» secondo Valerio Lomanto, presidente della Sei.
    La piscina Pellerina, in corso Appio Claudio (Parella, Circoscrizione 4), è invece ferma da tre anni per problemi a impianti e vasca. I lavori per riaprirla (costo: 800 mila euro) sono a carico delle associazioni Libertas e Dinamica, cui l'impianto è affidato in concessione. Il piano di rilancio è già stato elaborato: l'obiettivo è rimettere la piscina a disposizione degli utenti «nel 2023» spiega Alberto Re, presidente della Quattro.

 

 

 

18.07.22
  1. UN'ALTRA RAGIONE PER DIRE NO ALLA PROPOSTA DI CINGOLANI DEL NUCLEARE :    La centrale nucleare di Zaporizhzhia si sta trasformando in una base di lancio russa. La denuncia arriva da Petro Kotin, capo di Energoatom, l'ente per il controllo dell'energia atomica ucraino. «La situazione è molto difficile e ogni giorno lo sta diventando sempre di più - ha detto Kotin -. Gli invasori stanno schierando lì le loro attrezzature, in particolare i sistemi missilistici, che stanno già utilizzando per lanciare attacchi oltre le rive del Dnipro, nell'area intorno alla città di Nikopol». Secondo le prime informazioni almeno 500 soldati di Mosca sarebbero di guardia alla centrale atomica più grande d'Europa in mano ai russi dai primi giorni della guerra.
    Le operazioni di terra intano stanno rallentando. L'avanzata russa a Est ha perso slancio, ma non allenta la sua morsa sul Donbass. Le alture di Siversk, l'ultimo villaggio ucraino di questo fronte, sono bersagliate giorno e notte, ma i blindati russi non hanno ancora lanciato l'offensiva finale. Discorso identico per Bakhmut e Sloviansk. I battaglioni russi che le assediano sono fermi da settimane. A tuonare giorno e notte l'artiglieria.
    Conferme arrivano anche dall'altro lato del fronte. Il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha dato un ordine chiaro e perentorio: «Intensificate gli attacchi missilistici sui centri di stoccaggio di armi ucraini». Per poi aggiungere: «Dobbiamo difendere le terre conquistate in Donbass». Difficile capire sei il messaggio è solo propaganda o ha un valore strategico. Di certo, per ora, ci sono gli attacchi andati a segno. A Odessa è stato colpito un magazzino. In fiamme un'area da mille metri quadri. Poi ci sono i missili su Dnipro piovuti dal cielo 48 ore fa. Per il governatore dell'Oblast hanno colpito obbiettivi civili provocando 3 vittime e 15 feriti. Per la Russia è stata colpita una fabbrica che produce componenti per sistemi missilistici. Il campo di battaglia tace. Rombano «solo» i bombardieri e fan loro da controcanto cannoni e missili. A Kiev, nella notte di ieri, sono tornate a suonare le sirene, mentre la notte di Kharkiv veniva squarciata dalle esplosioni.
    Le forze di terra ucraine non accettano il ruolo di meri difensori. Se a Est, in Donbass, possono solo ritirarsi man mano che gli uomini del Cremlino avanzano, a Sud annunciano un'offensiva imminente. «Ci riprenderemo Kherson - dichiarava una settimana fa Zelensky - ho dato ordine al comando generale del fronte Sud di attivare i tre piani di riconquista della regione». Pochi i dettagli sulle tre opzioni militari. L'unica certezza arriva da un messaggio di Hennadiy Lahuta, governatore in «esilio» dell'Oblast occupato: «Invito i cittadini di Kherson, della sua area metropolitana, a mettersi al riparo. Chi vive vicino a obbiettivi militari russi deve rifugiarsi nei bunker o lasciare l'area». Di questa offensiva si parla da 2 settimane. Se ne parla lungo tutta la linea del fronte e c'è chi assicura trasferimenti di battaglioni dall'Est verso Mykolaiv. Uno starebbe smobilitando da Bakhmut proprio verso il fronte Sud. Pochi giorni fa due bombe sganciate da Mig-29 sarebbero cadute su una caserma in centro città senza fare vittime militari. La parola «offensiva» era sparita dal frasario di guerra per tutto giugno, sostituita da «ritirata strategica».
    La Tass, l'agenzia di stampa del Cremlino, non commenta, ma ieri ha diffuso un video in cui mostra le armi sequestrate «ai terroristi che operano nella città di Kherson». Anche il Servizio di Sicurezza ucraino ha diffuso un documento dopo settimane di silenzio. «Gli occupanti di Kherson sono tornati a dare la caccia ai cittadini - scrive in una nota -. Abbiamo notizie di rastrellamenti casa per casa. Sappiamo di interrogatori violenti e di sequestri di persona. I soldati russi non concedono pace a chi vive nell'area. Sparano sui cittadini in pieno giorno».
  2. NON E' UN PROBLEMA POLITICO MA DI (IN)GIUSTIZIA: A meno di 48 ore dalla decisione della Corte di Cassazione che ha ridotto al lumicino le speranze di giustizia della famiglia Regeni - dichiarando inammissibile il ricorso della procura di Roma contro la sospensione del processo - a gioire sono solo i quattro 007 egiziani accusati, a vario titolo, di aver sequestrato e ucciso il ricercatore friulano, tra il 25 gennaio al 2 febbraio del 2016 a Il Cairo, in Egitto: il generale Tarik Sabir, i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Usham Helmi e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Dall'Italia è unanime la presa di posizione contro la decisione. Gli «ermellini» hanno escluso che i provvedimenti impugnati siano di loro competenza perché «non abnormi». Di più si capirà al deposito delle motivazioni. Intanto la parola torna al gup di piazzale Clodio, che potrà proseguire nella road map definita con il provvedimento di sospensione dell'11 aprile. La prossima udienza è fissata il 10 ottobre, quando verrà sentito anche il dg degli Affari di Giustizia del ministero che riferirà sull'attività svolta con le autorità egiziane. Non è escluso che la famiglia Regeni, assistita dall'avvocato Alessandra Ballerini, possa ricorrere alla Corte Ue dei diritti dell'uomo per ottenere che venga celebrato il processo. «Siamo increduli e sbigottiti di fronte a questo "cavillismo", ma bisogna andare avanti perché la goccia scava la roccia, come dicevano i nostri padri», commenta Bruno Lasca, amico dei Regeni.
    «Questi signori sono noti al governo e ai giudici egiziani e c'è un dovere di scomodare l'ambasciatore e di notificare gli atti ad al-Sisi», ha commentato il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, presente il 15 luglio al sit-in sotto la Corte. Reazioni anche dalla politica. «Le decisioni della magistratura si rispettano, ma resta l'umiliazione di un regime che si prende gioco di noi utilizzando il nostro Stato di diritto» scrive su Twitter il deputato dem Erasmo Palazzotto, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Regeni. Sulla stessa lunghezza d'onda il collega Andrea De Maria, Segretario d'Aula a Montecitorio: «È una sentenza che amareggia profondamente - scrive -. Le nostre istituzioni hanno il compito di battersi per fare Giustizia. Lo dobbiamo a Regeni e alla dignità dell'Italia». Di «perdita di dignità» parla anche Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato della Camera sui diritti umani nel mondo: «È "abnorme" aver mantenuto rapporti politici, commerciali e militari con l'Egitto» scrive su Twitter. Intanto resta agli atti questa decisione che il papà di Giulio, Claudio, ha bollato come «una ferita di Giustizia per tutti gli italiani». ED ANCHE: «Si era dimostrata pienamente in sé, in grado di esprimere validamente un consenso con la mimica e la gestualità». Sono queste le parole con le quali il Tribunale di Ravenna ha motivato l'assoluzione (dell'8 febbraio) di due giovani accusati di violenza sessuale di gruppo per induzione con abuso delle condizioni della vittima, che era reduce da una serata alcolica. Giusto 15 minuti prima «di avere il rapporto in contestazione», hanno scritto i giudici, la 18enne era riuscita a interloquire con gli amici e, al telefono, con la madre, fornendo peraltro «risposte congrue alle sue domande». Per i due, un 25enne di origine romena e un 27enne di origine senegalese, la procura aveva chiesto nove anni di carcere a testa: il primo aveva avuto il rapporto e l'altro aveva filmato con il cellulare spronando l'amico. L'assoluzione aveva creato una ondata di polemiche con un corteo fin sotto al Tribunale romagnolo promosso da varie associazioni contro la violenza di genere. La vicenda risale alla notte tra il 5 e il 6 ottobre del 2017 quando la ragazza, dopo vari bicchieri di vino e superalcolici in un locale del centro di Ravenna, era stata portata a spalla in un appartamento dove era stata infilata sotto la doccia; poi caffè, conati e infine il rapporto sessuale. Lei era andata a denunciare assieme al fidanzato qualche giorno dopo ricordando solo frammenti della serata.
  3. INCREDIBILE: Nessuno rispose alla telefonata dell'onorevole Daniela Santanchè. Nessuno usò il cellulare del defunto. Nessuno compose numeri cifrati. Nessuno spedì mail post mortem. Tutti gli elementi oggettivi sul cadavere e sulla scena del delitto sono compatibili con il suicidio, mentre non ci sono indizi di colluttazioni o della presenza di altre persone. Restano però nove ferite non correlate alla caduta, dunque apparentemente inspiegabili, anche per l'improvvida distruzione dei fazzoletti intrisi di sangue, ritrovati nel cestino della spazzatura e mai esaminati.
    L'attesa superperizia ordinata dalla commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di David Rossi, il manager della comunicazione del Montepaschi di Siena precipitato da una finestra della banca il 6 marzo 2013, è arrivata alla Camera. Quasi un migliaio di pagine redatte dai reparti speciali dei carabinieri (Ros, Ris, Racis) e da un collegio medico-legale, che domani sfileranno davanti alla commissione illustrando le risposte ai 50 quesiti.
    In quasi dieci anni, tre inchieste giudiziarie e una dozzina di magistrati tra Siena e Genova hanno concluso per il suicidio. Ma la famiglia di Rossi e agguerrite controinchieste mediatiche hanno evidenziato falle investigative, adombrando ipotesi alternative. Prima un suicidio indotto, poi un omicidio. Moventi: altolocati festini gay o fondi neri dell'affare Mps-Antonveneta, che Rossi avrebbe potuto rivelare rovinando politici, banchieri, magistrati. Ciò avrebbe reso necessaria la sua eliminazione e i depistaggi per gabellarla come suicidio di uno psicopatico.
    «Uno dei più clamorosi scandali della storia repubblicana», scrive Matteo Renzi in un capitolo ad hoc del bestseller «Il Mostro». Bersaglio Antonino Nastasi. Pm a Siena all'epoca e ora a Firenze dove processa lo stesso Renzi, viene accusato di aver risposto, nel primo sopralluogo, a una telefonata arrivata a Rossi dall'amica Santanchè, ignara della tragedia.
    Imperizia, superficialità o depistaggio? Semplicemente una fake news, rispondono ora i periti. Alla telefonata della Santanchè delle 21,59 (oltre due ore dopo la morte) nessuno rispose. Lo dimostrano i tabulati delle tre compagnie: due segnano «zero» alla voce «durata della telefonata», uno segna «38 secondi» perché il software rileva anche gli squilli a vuoto, prima che il chiamante riattacchi.
    Smentito il sospetto della presenza di un'auto con i fari accessi all'ingresso del vicolo: le luci nel video sono di auto in transito all'incrocio. Un altro mistero risolto riguarda la telefonata dal cellulare di Rossi al numero 4099009, partita dopo la morte. Un numero di conto corrente cifrato? In realtà, si tratta dell'innesco automatico del servizio di ricarica telefonica: la figliastra Carolina Orlandi, che lo chiamava, aveva esaurito il credito.
    Quanto alla dinamica della caduta, le analisi incrociate non scalfiscono la tesi del suicidio. Falso che il filo anti piccioni sulla finestra fosse rotto per un'azione violenta: era semplicemente staccato. Implausibile che almeno due persone abbiano spinto Rossi fuori, o lo abbiano tenuto sospeso per le braccia, minacciandolo e poi lasciandolo cadere dopo averlo fatto girare. Falso che l'orologio sia stato lanciato dopo qualche minuto: il luccichio nel video è frutto di una goccia di pioggia. Escluso che Rossi sia stato narcotizzato: le fratture alle gambe provano che erano rigide, quindi di un uomo nel pieno delle forze.
    Certo la precipitazione a candela e con il volto verso il muro è «inusuale» (così la prima perizia della procura di Siena) o «atipica» (così l'ultima della famiglia Rossi). Ma non inspiegabile. E soprattutto: nessun segno di colluttazione, nessuna ferita che faccia chiaramente pensare a calci e pugni. Nemmeno quella al fegato, pur valorizzata nell'ultima denuncia della famiglia, ma spiegabile con lo schiacciamento da caduta.
    Quasi tutte le ferite rilevate nell'autopsia combaciano con la simulazione virtuale della caduta. Restano nove ferite slegate dalla precipitazione. Sei al volto, le altre su ascelle, avambraccio, polso. I periti non possono sciogliere tutti i dubbi: Rossi potrebbe essersi ferito prima di buttarsi, raschiando sul muro o sulla sbarra che sormonta il davanzale. Potrebbe essersi fatto male da solo nelle ore precedenti: in quei giorni non mancano prove di autolesionismo, era stressato e terrorizzato. Ma non è possibile escludere con certezza un'origine diversa, frutto di una compressione per mano esterna. È l'unico, sia pure flebile, appiglio per ulteriori approfondimenti e pretese risarcitorie o assicurative.

 

17.07.22
  1. La Russia mette al bando l'organo di informazione investigativa Bellingcat e il suo partner The Insider. Il procuratore generale ha dichiarato che le loro attività «rappresentano una minaccia per la sicurezza della Federazione russa».
  2. LA VIA PER L'INFERNO PER PUTIN :    «Mamma, sono in cielo, sono una nuvola. Guardando il mondo bianco dall'alto. Ci sono un sacco di ragazzi strani qui, quelli che non sono riusciti a salvarsi». Nella preghiera di ricordo su Facebook, amici e parenti hanno inventato uno straziante inno di addio. Liza aveva quattro anni, le sneakers bianche come i pantaloni, i capelli ben pettinati indietro e sorrideva, giovedì mattina, mentre spingeva il passeggino rosa sulla strada per la logopedista a Vinnytsia. Era una bimba ucraina con la sindrome di Down, una regina in lilla, che la mamma Irina Dmitrieva, 99 mila follower su Instagram, filmava e fotografava ogni momento, mostrandola come una piccola star. Una normalità speciale, raccontata nei post fin dalla nascita: «Tanti mi dicevano di non partorire, ma io vi presento il mio angioletto», si legge.
    La vita di Liza è finita presto, sotto i colpi di un missile russo piombato là dove nessuno si aspettava, su un palazzo di uffici e centri medici di una città al centro dell'Ucraina, lontana dalle prime e dalle seconde linee, dalle trincee e dalla guerra di attrito dei due eserciti nel Sud e nell'Est.
    Le sirene antiaeree erano suonate nella zona. I bimbi del centro LogoClub avevano fatto in tempo a radunarsi nei rifugi, ma madre e figlia, che si vedono comparire insieme mentre chiacchierano in un ultimo video delle 9,38, non sono riuscite a mettersi al riparo. I fotogrammi successivi sono uno strazio indicibile di morte: la piccola a terra, il suo corpo sventrato, il volto cadaverico. Il passeggino al fianco macchiato di sangue, sullo sfondo del centro commerciale Jubilee, incenerito dalle fiamme. La mamma è stata trasportata in ospedale, gravemente ferita. Le hanno amputato un arto. E chiede sempre di Liza. Ancora non sa che la bimba non c'è più: «È una tragedia terribile – commenta la logopedista Valeriia Korol, intervistata ieri dalla Bbc –. Come madre io stessa, non so come sia possibile dare a qualcuno una notizia del genere, semplicemente non lo so».
    Altre ventitré persone sono morte nell'attacco russo di giovedì, otto sono ancora disperse, dieci gravi in ospedale. Morte là dove la propaganda del Cremlino dice che si annidavano soldati «fascisti», che discutevano dell'arrivo di nuove armi. Ieri, il ministero della Difesa russo ha rilasciato una dichiarazione sull'attacco, senza menzionare la morte dei bimbi. Ha affermato, piuttosto, che la Russia ha lanciato missili «ad alta precisione» e «colpito» una riunione di militari ucraini e funzionari stranieri, che discutevano di rifornimenti. Sul posto, però, i report dei media internazionali non riportano nessun indizio che confermi la versione di Mosca. Quello che è stato colpito è un edificio chiamato Casa degli Ufficiali in Piazza della Vittoria, ma l'unica caratteristica militare sembra essere il nome, che risale all'epoca sovietica.
    La storia di Liza, del LogoClub finito nel mirino di presunti razzi «ad alta precisione» russi e di altri giovani innocenti come Maksim Zharii, sette anni, morto insieme a sua madre Viktoriia, o di un altro ragazzo ancora senza nome, che aspettava lo zio in auto e che è stato carbonizzato, sono alcune delle immagini che ricorderemo per sempre, della guerra di Putin. «Liza era molto allegra, adorava venire da noi. Era una bambina molto gentile. Per sua madre, lei era l'intero significato della sua vita. L'amava follemente. Non riesco nemmeno a immaginare che dramma sia per la famiglia», spiega ancora la dottoressa. Che dirige il centro per bisogni speciali dove Liza doveva partecipare a un incontro quella mattina, come faceva quasi tutti i giorni. Madre e figlia erano tornate a Vinnytsia da Kiev, poco dopo lo scoppio della guerra. Per precauzione, perché la consideravano più sicura. Ma nessun posto è più sicuro in Ucraina. —

 

 

 

16.07.22

 

  1. Altre ragioni che rendono urgente l’ingresso dell’Ucraina in Ue.
    E’ chiara la strategia della Russia di chiudere il gas e poi fare cadere i governi .
    A cui seguira’ l’attacco cibernetico.
    Potrebbero partire accordi dei singoli stati con la Russia , in particolare fra Germania e Russia, mentre l’Italia potrebbe essere esclusa perche’ minata dall’azione di Conte.
  2. LA VERA RAGIONE PER CUI CONTE ROMPE E' CHE NON TOCCA SOLDO DEL PRNN.
  3. E' STATO UN ERRORE SIA NON ANDARE A VOTARE PRIMA DI ELEGGERE DRAGHI PER CUI AVEVA UN MANDATO PIENO, SIA NON VOTATARE UN NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, INVECE CHE PROLUNGARE , ANTICOSTITUZIONALMENTE , IL MANDATO A MATTARELLA.  SONO STATI GLI ERRORI DI POCHI CHE ORA PAGANO TUTTI, MENTRE PUTIN  SE NE APPROFITTA.
  4. INVECE CHE BUTTARE I SOLDI PER CERCARE L'ACQUA SU MARTE SI DOVREBBE PORTRLA A TUTTI SULLA TERRA.
  5. FERMARE LE AUTO A BATTERIA PER FERMARE LA GUERRA DEL LITIO E LO SFASCIO DEL MONDO:     «L'esercito russo non colpisce le strutture civili. Non ce n'è bisogno», ripete il presidente russo Putin dall'inizio dell'invasione. I fatti e i numeri dimostrano il contrario da mesi.
    Il corpo di una bambina giace a terra accanto al suo passeggino. Nella fotografia pubblicata dall'Emergency Service ucraino si vedono le sue gambe, i pantaloni macchiati di sangue, le scarpe da ginnastica. La bambina aveva un anno, lei e sua madre - il cui corpo le giace accanto - sono due delle almeno venti vittime dell'attacco missilistico che ieri ha colpito la città, ma il conto è destinato a salire. Nel momento in cui scriviamo, secondo quanto diffuso dal capo della polizia nazionale Ihor Klymenko, ci sarebbero almeno cinquanta feriti, di cui trenta in gravi condizioni e decine di persone disperse. Finora sono stati identificati solo sei corpi, tre erano bambini.
    Il vice capo dell'ufficio presidenziale ucraino, Kyrylo Tymoshenko, ha dichiarato che ieri, a metà mattina, sarebbero partiti tre missili da crociera Kalibr da un sottomarino russo nel Mar Nero colpendo edifici residenziali, un centro commerciale, e lambendo una clinica di maternità nel centro di Vinnytsia, città lontana centinaia di chilometri dalle linee del fronte e dai combattimenti che sono concentrati nella regione orientale del Donbass e in quella meridionale di Kherson.
    L'esercito russo non conferma. Account Telegram russi hanno però la loro versione: per qualcuno il danno è stato causato dalla difesa aerea ucraina e non dai missili russi, per altri l'obiettivo non era la zona residenziale ma un deposito di armi adiacente.
    Altri account commentano così l'attacco: stappiamo una bottiglia per i morti di Vinnytsia. Uccidiamoli tutti. Non ci sono vittime civili, e se pure ci fossero sarebbero fascisti. E ancora: gloria a Putin, è la sua vendetta per Nova Kharkova, il deposito di armi colpito due giorni fa dai missili di precisione in dotazione agli ucraini nella regione di Kherson.
    Le immagini del corpo della bambina che circolano durante la giornata sono due. In una il corpo della bambina è coperto, nella seconda no. È troppo guardarla. Impossibile mostrarla.
    Del suo ventre dilaniato non resta niente. Davanti a lei un numero: 12. La conta delle vittime civili, l'ennesima dal 24 febbraio.
    Proprio nel giorno in cui l'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) ha pubblicato il Secondo Rapporto della Missione di esperti sulle violazioni del diritto umanitario internazionale nella guerra della Russia contro l'Ucraina, allegando prove fotografiche, video, testimonianze dei sopravvissuti raccolte a Irpin, a Bucha, nella regione di Sumy, in quella di Kharkiv: «L'entità e la frequenza degli attacchi indiscriminati perpetrati contro civili - si legge - compresi i siti in cui non è stata identificata alcuna struttura militare, è una prova credibile che le ostilità sono state condotte dalle forze armate russe disattendendo il loro obbligo fondamentale di rispettare i principi fondamentali di distinzione, proporzionalità e precauzione che costituiscono la base fondamentale del diritto umanitario internazionale», si legge a pagina 3 del rapporto.
    Saccheggi, civili giustiziati, sparizioni forzate, violenze sessuali, rapimenti, attacco diffuso e sistematico diretto contro la popolazione, ogni singolo atto, dice la commissione «commesso nell'ambito di un tale attacco e a conoscenza di esso, è un crimine contro l'umanità».
    Crimini come quello dell'otto aprile scorso. Quattromila persone in attesa di essere evacuate alla stazione ferroviaria di Kramatorsk dopo che le autorità locali avevano chiesto a tutti di lasciare l'area il più velocemente possibile.
    Era iniziata la seconda fase della guerra e le truppe del Cremlino si stavano concentrando a Est. Quella mattina un missile Tochka-U di fabbricazione russa ha colpito l'area uccidendo 59 persone e ferendone 110.
    Yulia è una di loro. Qualche giorno fa, Evgeny Feldman, il celebre fotografo del giornale in esilio russo Meduza, ha segnalato un filmato di Mariupol trasmesso dalla televisione della propaganda russa RT. Mostrava carri armati russi sparare contro palazzi residenziali, gli stessi condomini prefabbricati di epoca sovietica nei quali abitano migliaia di russi. La telecamera indugia sugli sbuffi di polvere e schegge prodotti dalle cannonate, sui parallellepipedi dei caseggiati popolari che da bianchi diventano grigi, avvolti dal fumo, poi si vestono del rosso delle fiamme che li avvolgono, e infine si coprono di un nero carbonizzato. «Il filmato non spiega nulla», si è meravigliato Feldman in un tweet, «semplicemente si gode le immagini delle esplosioni, giustificate dal tricolore russo issato sopra una città bruciata».
    La responsabile di RT Margarita Simonyan, capa della propaganda di Putin che non esita a minacciare bombardamenti atomici nei talk show russi, ieri ha giustificato la strage di Vinnytsia (oltre 20 morti, di cui tre bambini, e 90 feriti) scrivendo che le sue fonti al ministero della Difesa russo le avevano confermato che la casa della cultura degli ufficiali, il centro poliambulatoriale e gli uffici adiacenti erano una «sede temporanea di nazisti», pubblicando come «prova» le foto dei militari e della protezione civile ucraina impegnati nei soccorsi dopo il bombardamento russo. Potrebbe sembrare un ennesimo tentativo goffo della propaganda russa di giustificare un ennesimo «errore» di un missile d'antiquariato russo che invece di colpire un bersaglio militare distrugge un condominio, un centro commerciale, un palazzo dello sport, una stazione piena di profughi, una scuola. È vero che i missili russi non hanno la stessa precisione delle armi americane con le quali gli ucraini ogni notte ormai fanno saltare i depositi di armi di Mosca. Ma se le truppe del Cremlino scelgono di bombardare in pieno giorno, e non di notte, e di colpire centri cittadini lontani centinaia di chilometri dal fronte del Donbass, non lo fanno solo per incapacità tecnologica e mancanze di armi moderne. I fake sui «nazisti» e le smentite dei militari sulla regola di «colpire esclusivamente obiettivi militari», non solo non riescono più, ma non vogliono nemmeno nascondere la realtà: la stessa propaganda russa mostra estasiata le foto dei condomini carbonizzati, e i cannoni russi che li prendono di mira.
    Un cambiamento che arriva nella settimana in cui l'Ucraina «non ha perso a favore della Russia nemmeno un metro di terreno», come annunciato ieri dal viceresponsabile operativo dello Stato maggiore di Kiev Oleksiy Gromov, mentre l'intensità dei cannoneggiamenti russi si riduce a causa dei magazzini di munizioni distrutti dagli ucraini. L'impressione è che più l'offensiva di Putin arranca, più la sua televisione deve mostrare ai russi immagini di guerra. Immagini feroci, crudeli, cui i «soldati della tastiera» reagiscono con commenti esultanti. In fondo, è indifferente se a gioire della morte di civili ucraini sono dei russi veri o dei troll al soldo del governo: in entrambi i casi, è il tipo di retorica che il regime incoraggia, i sentimenti che vuole indurre e premiare. È la scommessa sulla parte più assetata di sangue dell'opinione pubblica, la stessa alla quale si rivolge l'ex «moderato» Dmitry Medvedev con le sue invettive contro i «maiali americani» e gli europei «cretini che si cag... sotto». L'elettore/spettatore ideale che il putinismo oggi ha in mente gioisce delle bombe, si compiace del sangue, giudica la potenza del suo Paese dal numero degli ucraini uccisi, e dalla sua capacità di non mostrare pietà.
    Nel mondo di Orwell la guerra si chiamava «pace». Nell'Unione Sovietica che Putin e i suoi seguaci rimpiangono, la retorica della pace era onnipresente, tra manifesti, festival, murali di colombe e cori di bambini. Oggi, la polizia russa porta via chi canta queste canzoni sovietiche. Il pacifismo è ufficialmente un reato, e perfino la chiesa ortodossa russa non predica più la pace. Bisogna amare la guerra, bisogna odiare il nemico, e così mentre a Mosca si parla di un sondaggio segreto che mostra come il 30% dei russi ha il coraggio di dire ai sociologi del regime di voler far finire la guerra «subito», Putin promette che «non abbiamo ancora iniziato» e firma nuove leggi contro i «traditori della patria», «agenti stranieri» e «collaborazionisti con l'estero». I bombardamenti si illudono più di terrorizzare gli ucraini e convincerli a sottomettersi a Mosca: servono per coalizzare i putinisti più estremi.
  6. INTOPPO CAUSALE ? GLI ARCHIVI PER I SALVATIGGI NON SONO PREVISTI NEI PROCESSI TELEMATICI ? Per Eternit bis ieri sarebbe dovuto essere il giorno della sentenza, ma è stato tutto rinviato. Dopo oltre dieci anni di attesa, tra indagini, vicende processuali e così via. E la Corte d'Appello, anziché annunciare la lettura del dispositivo, si è dovuta profondere in scuse. «Siamo mortificate», ha detto la presidente anche a nome delle due colleghe. Cosa è successo? La chiavetta Usb che custodiva «il 90% degli atti del processo» era inutilizzabile. «Prima di prendere la nostra decisione - ha spiegato la Corte - volevamo esaminare un passaggio di una consulenza». Una volta inserito il device nel pc, però, non è comparso alcun documento. «Non c'era nulla. Non abbiamo capito se la chiavetta che ci è stata consegnata fosse vuota o guasta. In ogni caso, non c'è stato modo di farla funzionare».
    Tutto rinviato dunque. Con un provvedimento che, in linguaggio giuridico, è «ricostruzione degli atti mancanti». E la corte ha invitato la procura generale a depositare entro il 30 settembre una chiavetta con lo stesso contenuto. In quella data concederà alle difese quindici giorni per le opportune verifiche.
    Nulla di irrimediabile, è vero. Gli atti cartacei ci sono, così come quelli salvati sulle chiavette utilizzate per il primo grado. Ma i tempi, è inevitabile, si allungano ulteriormente.
    Sul banco degli imputati c'è l'imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny accusato di omicidio colposo per le morti causate dall'amianto lavorato negli stabilimenti italiani della multinazionale. La vicenda giudiziaria era nata nel 2004. Poi nel 2014 la Cassazione dichiarò prescritto il reato di disastro colposo e la procura di Torino contestò all'imprenditore centinaia di decessi. E il fascicolo fu diviso in diversi tronconi in giro per l'Italia. A Torino, Schmidheiny deve rispondere della morte di due persone a Cavagnolo. Il 23 maggio 2019, il tribunale l'aveva condannato a 4 anni. Poi l'appello. E il pg Carlo Maria Pellicano ha chiesto la conferma della sentenza. Ieri il rinvio.
    Per le parti civili si tratta di un «intoppo tecnologico». Le difese parlano di «mistero». E l'avvocato Astolfo Di Amato, che assiste l'imprenditore insieme al collega Guido Carlo Alleva, avanza delle perplessità: «Sorge il dubbio che la chiavetta fosse vuota o illeggibile fin dall'inizio. Se così fosse, il giudizio di primo grado sarebbe nullo». La difesa sta valutando come procedere. Tra le opzioni, anche la «richiesta di chiedere una perizia» sul device.Ognuno porta avanti la sua posizione.
    Ezio Bonanni, avvocato che rappresenta i familiari di un operaio e che è anche presidente dell'Ona, Osservatorio Nazionale Amianto, invita alla calma: «Dobbiamo continuare con pazienza a cercare giustizia. Confidiamo che questa trionfi con la conferma della condanna di primo grado». E anche l'avvocato di parte civile Andrea Merlino Ferrero, che in questo procedimento rappresenta l'Ona, allarga le braccia: «Si è trattato di un mero contrattempo tecnologico facilmente risolvibile e relativamente frequente. Nulla di straordinario». I tempi, però, si allungano. «Purtroppo sì. Ma se si vuole giustizia, servono garanzie. E per queste ci vuole tempo».
    A Novara si sta celebrando il processo di primo grado per omicidio volontario. A Napoli, il 6 aprile è stata pronunciata una condanna a 3 anni e 6 mesi per omicidio colposo per la morte di un operaio nella sede di Bagnoli (gli altri casi in esame sono caduti in prescrizione). Torino, ora, deve aspettare il 29 novembre. I familiari delle vittime aspettano da oltre dieci anni. —
  7. https://it.marketscreener.com/quotazioni/azione/GABETTI-PROPERTY-SOLUTION-16869849/attualita/Dicembre-Margherita-
    Agnelli-vince-ricorso-non-e-degli-Elkann-MF-40980345/
    14-07-2022 | 08:57
    Dicembre: Margherita Agnelli vince ricorso, non è degli Elkann (MF)
    ROMA (MF-DJ)
    Da martedì 12 luglio ci sono tre nuovi soci che controllano la Dicembre società semplice, il veicolo torinese che da decenni regge le sorti
    dell'impero Agnelli-Elkann.
    Un normale passaggio azionario? Non proprio.
    Perché i nuovi soci -che prendono il posto di John, Lapo e Ginevra Elkann- sono tre persone defunte da tempo: Gianluigi Gabetti, Cesare
    Romiti, ovvero i due principali collaboratori di Gianni Agnelli morti nel 2019 e nel 2020, e la vedova dell'Avvocato, Marella Caracciolo,
    anche lei scomparsa nel 2019.
    Lo scrive MF-Milano Finanza spiegando che è l'effetto di un pasticcio legal-burocratico che potrebbe avere effetti nella partita ben più ampia
    per le eredità multimiliardarie dell'ex patron di Fiat e poi della moglie, messe in discussione dalla loro figlia Margherita.
    La storia della Dicembre è stata a lungo avvolta nel mistero.
    I consulenti dell'Avvocato avevano individuato in questa forma giuridica la struttura che potesse garantire il massimo della riservatezza sui
    poteri e gli equilibri nella famiglia torinese.
    Per gestire la Fiat e le altre ricche partecipazioni del gruppo si fece ricorso alla società semplice, di solito usata da contadini e micro-
    imprenditori, perché non richiede formalità né deposito di atti e bilanci in Camera di Commercio.
    Per anni la Dicembre, creata nel 1984, non ha dunque pubblicato un atto, un elenco soci o un bilancio, fino a che una serie di richieste
    giudiziarie avanzate da Margherita Agnelli (de Pahlen in seconde nozze) non sono riuscite a squarciarne il velo.
    Solo nel 2021 si è venuto a sapere che della Dicembre ss, attraverso complessi passaggi di donazioni, acquisizioni di nuda proprietà e
    riunificazioni di diritti post mortem, erano diventati soci i tre figli maggiori di Margherita, ovvero John Elkann con il 60% e i suoi fratelli
    Lapo e Ginevra con il 20% a testa.
    In applicazione del principio della casa che «in famiglia comanda un Agnelli per volta», il primogenito ha dunque avuto legalmente il
    controllo della società e da lì, a cascata, della holding olandese Giovanni Agnelli Bv (veicolo dei vari rami famigliari che ha preso il posto
    della storica Accomandita) e quindi di Exor con le sue partecipazioni in Stellantis, Ferrari, Juventus, Chn e gli 8,6 miliardi appena incassati
    dalla vendita della società di riassicurazione Partner Re.
    Solo che per Margherita, assistita in questo difficile scalata giudiziaria dal suo nuovo legale, l'avvocato milanese Dario Trevisan, la
    documentazione presentata dal notaio Remo Morone alla Camera di Commercio di Torino per attestare i vari passaggi societari non era
    regolare e quindi non poteva essere accettata.
    Per un anno al tribunale del capoluogo piemontese è andato avanti un complicato ricorso che verteva appunto sulla irregolarità delle
    iscrizioni dei nuovi soci.
    Come scrive la sesta sezione civile del tribunale di Torino presieduta da Vittoria Nosengo nel decreto del 7 luglio, per la Dicembre ss «non
    risulta l'iscrizione dell'atto notarile ricognitivo che, in sostanza, ha ricostruito, alla presenza e con la volontà di tutti i soci, le vicende
    societarie dell'ente dalla sua costituzione ad oggi, ma risultano invece iscritti i documenti allegati» ma senza le formalità necessarie, in
    quanto fotocopie di scritture private non autenticate prive dell'attestazione di conformità all'originale.
    I tre Elkann sono corsi ai ripari, confermano fonti a loro vicine, depositando due giorni fa la declaratoria del notaio che - sempre secondo le
    fonti - è l'atto che mancava a causa di un errore nei codici con i quali tali atti vengono iscritti nei pubblici registri.
    Insomma un pasticcio all'italiana su fogli di carta dai quali dipende il controllo di un impero che vale circa 30 miliardi di euro.
    Ora le carte verranno vagliate per consentire ai tre Elkann di tornare ad essere pienamente soci della Dicembre.
    alu
    fine
    MF-DJ NEWS
    1408:56 lug 2022

 

 

15.07.22
  1. Gli Stati Uniti: "Stop alle deportazioni già 900 mila ucraini trasferiti in Russia"
    Kiev dice no a intesa sul cessate fuoco "Non cederemo mai i nostri territori"
    Tra i 900.000 e 1,6 milioni di ucraini, tra i quali 260.000 bambini, sono stati deportati in Russia, ha denunciato il segretario di Stato americano, Antony Blinken. Gli Usa chiedono alla Russia di "interrompere le deportazioni forzate".
  2. Il Brasile comprerà diesel da Mosca Bolsonaro promette carburanti economici
    Il ministro degli Esteri iraniano in Vaticano "Sulle crisi globali abbiamo le stesse idee"
    Decolla l'interscambio fra Russia e Cina un fiume di gas e petrolio a prezzi scontati
    Kiev: la fuga delle imprese dalla Russia peggio che dal Sudafrica dell'apartheid
    L'import della Cina dalla Russia, in prevalenza petrolio e gas, è salito a giugno del 56,3% annuo, a 9,7 miliardi di dollari, in scia agli sconti offerti dal Cremlino. Nei primi sei mesi del 2022 l'interscambio Cina-Russia è salito del 27%, a 77 miliardi.
  3. INTOLLERANZA :    L'avrebbero dovuta scarcerare il 5 settembre, dopo due anni trascorsi dietro le sbarre per una sentenza tanto ingiusta quanto assurda. Kateryna Bakhvalova - nota anche con lo pseudonimo di Kateryna Andreyeva - è stata invece condannata dal regime bielorusso ad altri otto anni di reclusione. Una condanna pesantissima e di ovvia matrice politica, inflitta per un'accusa di "alto tradimento" della quale gli inquirenti non hanno rivelato alcun dettaglio, ma da cui è facile intuire l'obiettivo del regime di colpire per motivi politici una persona innocente.
    Katerina è una giovane giornalista e due anni fa è finita nel mirino del despota bielorusso Aleksandr Lukashenko per aver fatto il suo dovere: raccontare le proteste antiregime in Bielorussia e la loro brutale repressione da parte della polizia. Gli agenti l'hanno arrestata nel novembre del 2020 assieme alla collega Daria Chultsova, con cui aveva appena filmato la violenta repressione di un corteo in memoria di Roman Bondarenko: un attivista ucciso in quei giorni da uomini a volto coperto ritenuti legati al regime. È bastato questo agli inquirenti per accusare le due reporter di aver fomentato con i loro servizi in tv le manifestazioni contro "l'ultimo dittatore d'Europa": quell'Aleksandr Lukashenko al potere da quasi 30 anni soffocando ogni forma di dissenso e calpestando i diritti umani.
    «Il reato è stato commesso con cellulari, videocamere, un treppiedi e giubbotti con la scritta Press», affermava in aula la pm sostenendo quell'accusa assurda. Poi per Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova è arrivata puntuale la condanna a due anni: una sentenza liberticida che ha indignato il mondo, mentre in quel febbraio del 2021 le foto delle due reporter abbracciate alla sbarra degli imputati finivano su tutti i giornali.
    Questa volta non è nemmeno chiaro quali siano le imputazioni rivolte a Katerina Bakhvalova. Si sa che la giornalista è accusata di "alto tradimento" e niente di più: il processo a Gomel si è svolto infatti a porte chiuse, e Belsat - la tv con sede in Polonia per la quale lavora la reporter - afferma che l'avvocato difensore ha dovuto firmare un documento in cui si impegna a non divulgare a nessuno i dettagli del processo, neanche ai familiari dell'imputata. La sentenza pare di certo dettata dal regime, è stata emessa in pochi giorni ed è stata subito condannata da Amnesty International, che ha denunciato «un processo farsa motivato politicamente».
    «Mi fa arrabbiare così tanto vedere il regime vendicarsi di chi ha il coraggio di resistere», ha dichiarato la principale oppositrice bielorussa, Svetlana Tikhanovskaya, costretta a lasciare il suo Paese dopo aver sfidato Lukashenko alle urne nel 2020. Ufficialmente le presidenziali sono state vinte dal despota bielorusso, ma questo risultato è considerato il frutto di evidenti e massicci brogli elettorali e per mesi migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza contro il regime. Le proteste pacifiche sono state represse con violenza e con ondate di arresti. I principali oppositori sono ora in carcere o all'estero e ad oggi secondo l'ong Viasna in Bielorussia ci sono ben 1.244 prigionieri politici.
    Se Ue e Usa hanno imposto sanzioni al governo di Minsk, il regime di Putin si è invece schierato con Lukashenko. Ed è proprio in Russia che in questi mesi la repressione politica si sta inasprendo sempre di più. Dopo aver ordinato l'invasione dell'Ucraina, Mosca ha varato una nuova legge "bavaglio" che prevede fino a quindici anni di reclusione per la diffusione di notizie sull'esercito che dovessero essere ritenute "false" dal regime. In pratica, in Russia è vietato esprimersi contro la guerra in Ucraina. Per questa legge famigerata uno dei più noti oppositori russi, Ilya Yashin, rischia fino a dieci anni di carcere. Il dissidente è stato preso di mira per aver avuto il coraggio di denunciare le atrocità di Bucha e ieri una corte gli ha imposto due mesi di custodia cautelare in carcere

 

14.07.22
  1. L'ARMATA ROSSA NON E' INVINCIBILE:  I lanciarazzi Himars, le armi più potenti fino ad ora fornite all'Ucraina dagli Stati Uniti, stanno esponendo il ventre molle dell'esercito di Putin. Lunedì sera, le forze di Kiev hanno rivendicato un attacco che avrebbe distrutto un deposito armi a Nova Kakhovka, città del Sud dell'Ucraina controllata dai russi. «Come è possibile che l'esercito Ucraino colpisca liberamente i nostri depositi? Dov'è la nostra contraerea? Dov'è la nostra aviazione?», si lamentano i mercenari russi del gruppo Rusich sul loro canale Telegram, commentando l'attacco. Mentre le fonti russe ufficiali negano l'importanza strategica dell'attacco – i razzi avrebbero colpito un deposito di salnitro e infrastrutture cittadine, causando vittime civili – analisti russi indipendenti e fonti sul campo descrivono una realtà diversa: gli Himars stanno seriamente danneggiando la logistica dell'esercito russo. Otto lanciarazzi Himars con una gittata di circa 80 km sono stati consegnati all'Ucraina a fine giugno. Da allora si sono moltiplicati gli attacchi ai depositi di munizioni e ai punti di comando situati in profondità nel territorio controllato dai russi, obiettivi precedentemente irraggiungibili dall'artiglieria ucraina. «I sistemi di difesa antiaerea russi, relativamente in grado di contrastare gli attacchi dei Tochka U e Uragan, si sono rivelati inefficaci contro i massicci colpi dei razzi Himars», ha osservato Igor Girkin, ex comandante dei separatisti filo-russi e critico severo della strategia del Cremlino durante «l'operazione speciale». Secondo le fonti di Girkin, negli ultimi giorni gli ucraini avrebbero colpito numerosi bersagli strategici, tra i quali una dozzina di punti di comando e più di dieci depositi di munizioni. Gli attacchi avrebbero causato «pesanti perdite in termini di uomini e mezzi».
    «Quando le forze armate della Federazione Russa inizieranno a fare sul serio?», si chiede frustrato Girkin. L'analisi del leader pro-russo sembra trovare conferma nei dati riportati dalla Bbc Ucraina, secondo i quali 14 depositi di armi russi sono stati colpiti nelle ultime due settimane, molto probabilmente dai razzi Himars. E gli attacchi sembrano destinati ad intensificarsi: altri quattro lanciarazzi saranno presto consegnati a Kiev come parte del nuovo pacchetto di aiuti statunitensi da 400 milioni di dollari.
    Per neutralizzare gli Himars, concordano gli analisti russi, sarebbe necessario distruggere il sistema di trasporti ucraino, che permette ai lanciarazzi di raggiungere la linea del fronte. Una simile analisi è riportata dal canale pro-russo Starshe Eddy, il quale sottolinea la necessita di «disperdere i punti di comando e i depositi di munizioni» per limitare i danni inflitti dai lanciarazzi. Questa è un'operazione che andava preparata in anticipo e che ora è impossibile da attuare in tempo breve, secondo il canale di analisi militare «Voenny Osvedomitel». «È semplicemente impossibile "disperdere" i quartier generali con un sistema di comando super-centralizzato e sistemi di comunicazioni arcaiche», commenta l'autore del canale. Per localizzare e distruggere i sistemi Himars, invece, sarebbe necessario un sistema di ricognizione aerea avanzato di cui i russi non dispongono al momento.«Non vediamo una soluzione rapida e universale di questo problema», ammette «Voenny Obozrevatel».
  2. L'AMBIGUITA' DI ERDOGAN : Joe Biden ha il dilemma di stringere la mano a Mohammed bin Salman. Vladimir Putin non avrà alcun problema a riabbracciare Recep Tayyip Erdogan. A celebrare la riconciliazione sarà l'ayatollah Ebrahim Raisi, padrone di casa nel summit a tre previsto martedì prossimo a Teheran.È il controvertice mediorientale che seguirà la visita americana, e che il Cremlino vuole utilizzare come prima vetrina nel nuovo "mondo multipolare" annunciato dallo Zar. E' un ordine globale fatto di molte triangolazioni, su tutte quella con la Cina e con l'India, e appunto quella con Turchia e Iran. Erdogan ha indispettito Putin al vertice della Nato di Madrid, quando ha ritirato il veto sull'ingresso nell'Alleanza di Finlandia e Svezia. Ma il Parlamento turco dovrà dare il via definitivo e il Sultano gioca con questa ambiguità. I due hanno già litigato per anni in Siria e Libia e poi hanno trovato un punto di equilibrio.Il "formato Astana", nella gestione della crisi siriana, li ha rodati.
    L'invasione dell'Ucraina ha posto Ankara e Teheran in una posizione di forza. La Turchia sorveglia il Bosforo, da dove escono le navi con il grano russo (e ucraino rubato) da esportare nel mondo. Fornisce droni a Kiev, ma a singhiozzo, in un gioco di equilibri con Mosca. E, soprattutto, non impone nessuna sanzione e importa gas russo a rubinetti spalancati, oltre il suo fabbisogno. In cambio vuole il via libera da Putin e Raisi per una nuova operazione contro i guerriglieri curdi nel Nord della Siria, un'operazione che solletica gli spiriti nazionalisti in patria e può fargli guadagnare la rielezione a presidente il prossimo anno. L'Iran è ancora più felice. È corteggiato dall'Occidente come mai negli ultimi 40 anni. Ha le capacità produttive di riserva più importanti al mondo nel campo energetico e serve Washington per sostituire quelle russe. America ed Europa sono pronte a offrire un nuovo accordo sul nucleare. Putin, l'alleato storico nei momenti di difficoltà, è ora costretto a chiedere. Ha bisogno dei droni d'attacco iraniani, come i Kaman 22, perché la sua industria bellica ha snobbato per decenni questa nuova arma e si trova scoperta. E non vuole che l'Iran inondi di petrolio il mercato, con conseguente crollo dei prezzi e dei suoi introiti. Le parti si sono invertite. Il "nuovo mondo" è anche questo.
  3. NON HA SENSO QUANDO C'E' L'H2 : «La situazione è sotto controllo», continua a ripetere il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, convinto che la riduzione dei flussi di gas russo degli ultimi giorni sarà compensata dalle forniture alternative già contrattate. Ma con il passare delle ore cresce il timore di uno stop totale, o comunque significativo delle consegne di metano in arrivo da Mosca. Uno scenario che non lascerebbe molte soluzioni: secondo uno studio del think tank Bruegel, in Europa «la sostituzione del gas russo con quello liquefatto ha raggiunto il suo limite. Le minori importazioni dalla Russia possono essere colmate soltanto riducendo la domanda».
    Per la commissaria europea all'Energia, il razionamento dovrebbe iniziare già oggi. Kadri Simson lo chiama «risparmio preventivo» e dice che dovrebbe riguardare sia l'industria che le famiglie «per evitare carenze in inverno e una situazione in cui sarà necessario ridurre alcuni settori industriali». Se da un lato i singoli possono dare un contributo riducendo la temperatura dell'aria condizionata, sul fronte industriale per Bruxelles è fondamentale «dare la priorità alle attività che permettono un risparmio energetico».
    «Se l'Ue lavora insieme, possiamo superare l'inverno senza utilizzare il gas russo» sostiene il premier sloveno Robert Golob, che ieri ha incontrato il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Le parole del primo ministro vogliono dire una cosa: gli Stati dovranno aiutarsi tra di loro con misure di solidarietà. È su questo che si concentrerà gran parte del piano al quale sta lavorando la Commissione europea in vista del 20 luglio.
    Finora la Russia ha tagliato totalmente le forniture a Polonia, Paesi Bassi, Grecia, Bulgaria, Danimarca e Finlandia, mentre le ha ridotte significativamente a Germania, Italia, Francia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria. Nel mese di giugno la Spagna ha invece incrementato (rispetto a maggio) l'import di gas (liquefatto) dalla Russia per compensare il calo dei flussi dall'Algeria in seguito alle tensioni diplomatiche. Ma il governo di Madrid ha chiesto agli operatori di ridurre gli acquisti da Mosca. La Commissione sta monitorando il riempimento degli stoccaggi e i Paesi che avranno i serbatoi pieni, come l'Italia, saranno chiamati a condividere il gas con chi è più in difficoltà.
    In parallelo sta aumentando il pressing sui Paesi Bassi per riprendere le estrazioni in caso di emergenza. Nel Nord, al largo di Groningen, c'è il giacimento più grande d'Europa, dentro il quale ci sono ancora 450 miliardi di metri cubi di gas. Esattamente il triplo di quanto l'intera Ue ha importato lo scorso anno dalla Russia. Attivo dagli Anni '60, dal 2013 il governo ha deciso di ridurre drasticamente l'attività estrattiva e ha previsto di interromperla nel 2023 perché causa di piccole scosse di terremoto che hanno danneggiato le case della zona: l'Aia ha già versato 1,5 miliardi di euro ai residenti per i danni subiti. L'esecutivo ha ribadito la sua intenzione di chiudere il giacimento, ma in una situazione d'emergenza le cose potrebbero cambiare. «Se fosse in gioco la sicurezza delle persone e ci troveremmo costretti a non avere più il gas per riscaldare gli ospedali o per cucinare – ha detto il segretario di Stato per l'industria estrattiva, Hans Vijlbrief – allora dovremmo riparlare del possibile utilizzo del giacimento di Groningen».
  4. DEPISTAGGIO PERFETTO : Quale depistaggio ci fu, chi lo fece e come, si saprà (forse) solo fra qualche mese: almeno 90 giorni, il tempo che il tribunale di Caltanissetta impiegherà per motivare le due dichiarazioni di prescrizione e l'assoluzione con cui ieri sera ha chiuso il processo a tre poliziotti, accusati di avere deviato dalla giusta via le indagini sulla strage di via D'Amelio, in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta: il 19 luglio 1992, giusto quasi trent'anni fa.
    Circa, quasi, almeno: la sentenza che manda assolto Michele Ribaudo, ex assistente capo della Squadra mobile, e che dichiara la prescrizione per l'ispettore Luigi Mattei e per il dirigente Mario Bo, sollecitando nuove indagini per calunnia contro il pentito farlocco Vincenzo Scarantino, lascia infatti un senso di approssimazione con tanti, troppi punti interrogativi. E una insoddisfazione generale anche delle parti civili: i familiari delle vittime, in testa quelli di Borsellino, ma anche i sette mafiosi che – per effetto delle false accuse di Scarantino – rimasero in media diciotto anni in carcere, a scontare ergastoli ingiusti.
    La formula usata dai giudici è quella di derubricare la contestazione formulata dalla Procura: il contributo che i tre imputati diedero alla calunnia era infatti ritenuto aggravato dall'agevolazione di Cosa nostra. Come se Bo, Mattei e Ribaudo avessero stretto un patto con i boss per indirizzare le indagini verso il clan della Guadagna, insabbiando gli accertamenti verso i veri responsabili materiali, gli uomini del clan dei fratelli Graviano di Brancaccio. Facendo cadere l'inverosimile ipotesi di una inconfessabile intesa fra i tre investigatori e i clan, per Bo e Mattei è arrivata la prescrizione, cosa che certifica che effettivamente il depistaggio ci fu, ma non dipese da un accordo con i boss; mentre Ribaudo, poco più di uno scrivano esperto in computer, è stato ritenuto del tutto fuori dai giochi e scagionato.
    Ora si dovrà capire che tipo di depistaggio fu: la "colossale" manovra di cui parlò l'ex procuratore Sergio Lari e che sarebbe stata ordita da Arnaldo La Barbera, morto vent'anni fa, ex questore ed ex coordinatore del gruppo Falcone Borsellino. Oppure la ricerca di un colpevole (sette, in verità) qualunque, per tacitare l'opinione pubblica scossa dalle stragi del '92 e consentire a La Barbera (e a Bo) di accelerare nella carriera. Cosa che valse per il primo, che era stato agente del Sisde, decisamente meno per il secondo. Assolutamente no per gli altri due, Mattei e Ribaudo.
    In tutto questo la sentenza non dipana l'altra matassa: in parallelo si era tenuta infatti un'altra indagine, finita a Messina e chiusa con l'archiviazione nei confronti di due magistrati, che sono stati o sono tuttora in servizio con incarichi di vertice, Carmelo Petralia e Annamaria Palma. Per loro l'ipotesi di avere contribuito al depistaggio (con un altro defunto, l'ex capo degli inquirenti di Caltanissetta, Gianni Tinebra) non ha retto nemmeno agli occhi dei magistrati dell'accusa e il Gip aveva accolto la richiesta dei pm di chiudere tutto con un nulla di fatto.
    Chi, come e perché, dunque, credette a Scarantino, un picciotto della Guadagna, uno "scassapagghiaru", un pesce piccolo trasformato improvvisamente in una riedizione di Tommaso Buscetta, all'epoca delle indagini sulla strage peraltro vivo e vegeto? Da Scarantino si dipanano errori, sopravvalutazioni, condizionamenti, correzioni delle dichiarazioni, preparazioni a tavolino dello pseudo collaboratore di giustizia. Un complesso di elementi che si trasformarono in sette ergastoli ingiusti, per non dire assurdi e in un senso di sfiducia nello Stato – questo sì – aggravato dalle successive dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. Lui, che al contrario di Scarantino, in via D'Amelio c'era, smontò le dichiarazioni del picciotto e indicò i veri responsabili. A chi giovò, quel depistaggio? E perché i pm - c'era anche Nino Di Matteo, anche lui bersaglio degli strali del legale di parte civile della famiglia Borsellino, l'avvocato Fabio Trizzino – non si accorsero di nulla, mentre tutta Italia assisteva alle sceneggiate in aula di Scarantino, alle sue ritrattazioni, alle smentite da parte di altri pentiti? In aula ieri sera c'erano i figli di Borsellino, Manfredi e Lucia, rimasti in silenzio e ancora in attesa di una verità che trent'anni dopo non c'è ancora.
  5. I VIGILI TORINESI POSSONO ESSERE PERICOLOSI : Andrea teneva un diario segreto. Sessanta pagine in tutto, trovate soltanto dopo la sua morte. Scriveva di se e della sua famiglia. Delle sue paure, della sua vita, dei suoi istanti di felicità. Andrea scriveva anche lettere alla famiglia: a suo padre, a sua madre, a sua sorella. Ma le teneva lì, con il diario, senza mai spedirle. Ed erano pagine zeppe di affetto, di amore. Di gioia di stare con loro. Andrea era affetto da schizofrenia paranoide. Era un uomo grande e grosso. Buono come il pane, dicono.
    Poi un giorno - era passato molto tempo da quando aveva smesso di prendere le medicine - arrivarono in quattro nel parco dov'era seduto. Il posto è piazza Umbria, a Torino. C'erano tre vigili urbani e un medico. Un agente lo immobilizzò alle spalle con una mossa al collo. Lo gettarono a terra. Fu ammanettato, e caricato a faccia in giù sull'ambulanza che lo portò in ospedale per il Tso. Andrea Soldi morì pochi minuti dopo il ricovero. Per quella morte, così assurda, senza senso e violenta, quattro persone sono state condannate a 18 mesi. Sono gli agenti della polizia municipale di Torino che eseguirono l'operazione e lo psichiatra che la ordinò. Ieri, a quasi sette anni da quella morte, la Corte di Cassazione ha confermato le condanne, rigettando tutti i ricorsi. E Maria Cristina, sua sorella, quasi s'è messa a piangere.
    «Ora finalmente Andrea avrà un po' di pace. La giustizia c'è stata. Le condanne sono risibili, è vero. Ma ciò che conta è la condanna morale per ciò che hanno fatto a mio fratello quel giorno. Quella adesso c'è» si sfoga al telefono questa donna che per sette anni ha combattuto in tribunale. Ieri con un gruppo di amici di Amnesty ha atteso la sentenza davanti a palazzo Calderini. Dice: «Io guardavo questo stabile che sembra così imponente e solido. E pensavo: se la giustizia è come questo palazzo, allora non devo avere paura. Qui ci sarà anche quella che si merita mio fratello Andrea. Ecco, adesso sì, sono contenta. Non me lo hanno ucciso. Non odio nessuno. Gli hanno purtroppo fatto cambiare residenza».
    «Adesso serve una riforma dei servizi dedicati alla salute mentale» dice Valentina Calderone, direttrice di A Buon Diritto, la Onlus fondata da Luigi Manconi, che in questi anni è stata al fianco della famiglia Soldi nella battaglia per ottenere la verità. «Il Tso è e deve rimanere un presidio a tutela di chi ha bisogno di cure. Non può tramutarsi mai in uno strumento violento con cui agire controllo sociale. Per questo è necessario un profondo cambiamento dei servizi dedicati alla salute mentale, affinché ci si prenda veramente cura della persona nella sua interezza». E Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International aggiunge: «Questa sentenza restituisce alla famiglia di Andrea un minimo senso di giustizia e afferma una grave violazione dei diritti umani».
    Intanto da Torino arriva la notizia che il numero dei trattamenti sanitari obbligatori in città è in aumento: quasi uno al giorno. Un dato che la Maria Cristina Soldi conosce bene e che le fa dire: «È enormemente sbagliato misurare le questioni legate alla salute mentale con il numero di Tso che si fanno. Occorre cambiare il tipo di approccio, così da aiutare in modo più concreto le persone fragili». Come? « Il medico deve interagire di più con il paziente, conquistare la sua fiducia. Se accade si lascerà convincere a prendere i medicinali che gli servono, senza bisogno di adoperare la forza».
    Ma oggi, con la sentenza della Cassazione, è il momento di iniziare a guardare più in là. Ma Cristina Soldi ha ben impressi nelle memoria i racconti di chi vide quel Tso: «Un uomo vide tutto dalla finestra di casa. E intanto urlava di lasciarlo stare, che in quel modo al suo paese non trattavano neanche gli animali. Se penso a questo capisco che di strada da fare ce n'è ancora tanta. Ecco perché devo continuare a battermi per tutti i fragili. Per tutte le persone come mio fratello Andrea»
  6. SOLDI SPRECATI : «Offriamo all'umanità uno sguardo che non ha mai avuto prima». Rigido nella posa, estatico nei toni. E' l'amministratore della Nasa, Bill Nelson. «Queste immagini e questi dati avranno un impatto profondo sulla comprensione dell'Universo e ci spingeranno a pensare in grande». Gli fa eco il direttore del programma Greg Robinson, non meno ispirato.
    Ieri, a Washington: la diretta mondiale ha svelato mondi lontani, lontanissimi, mai osservati prima e che solo l'occhio multiplo del più grande telescopio mai realizzato può darci e ci darà. Eccola, la sequenza di «scatti» del James Webb Telescope: un'anteprima, grandiosa e visionaria, che ci prepara al tuffo nel cosmo profondo e a un viaggio di cui ancora non conosciamo gli esiti. Per gli scienziati sarà l'indagine sulle origini del Tutto, per gli altri una rivoluzione nei modi con cui immaginiamo l'immensità dello spazio.
    La scoperta più sorprendente è legata all'analisi dello spettro di una remota sorgente di luce: proviene da Wasp-96b, un esopianeta, alla distanza - non razionalizzabile per i non addetti ai lavori - di 1150 anni luce. E' nella costellazione della Fenice ed è un Giove alla massima potenza. Un pianeta extra-large, che ruota vicino alla sua stella, completando un'orbita in un periodo che equivale a tre giorni e mezzo sulla Terra. L'atmosfera contiene le evidenze dell'acqua: la sua presenza genera foschie e nuvole e movimenta ciò che appare come un cielo simil-terrestre. E questo è l'inizio: in futuro l'analisi andrà ancora più a fondo, alla ricerca di molecole-chiave: ossigeno, metano, anidride carbonica.
    Merito dell'high tech del James Webb. Definirlo telescopio è riduttivo. Invece che un grande «tubo», come il suo predecessore, Hubble, in orbita sulle nostre teste, il super-strumento è un «fiore di specchi», collocato in prossimità di uno dei punti di equilibrio gravitazionale del sistema Terra-Sole: è noto come «punto lagrangiano L2», a 1,5 milioni di chilometri da noi, in direzione opposta a quella della nostra stella. E' in una sorta di vuoto silente, oltre che gelido, a -225 gradi. Un luogo infernale, per noi, ideale per questa sofisticata macchina: lì James Webb può eseguire i suoi studi nello spettro infrarosso e, perciò, spingere oltre lo sguardo, a distanze finora impensabili. Curioserà nel cosiddetto Universo Profondo, avvicinandosi alla soglia della creazione, a 13,5 miliardi di anni fa.
    E allora si capisce l'emozione delle immagini esibite dalla Nasa - a centinaia e a migliaia di anni luce - e che compaiono in questa pagina. La Nebulosa Carina, per esempio: una silhouette di picchi e valli, che compone un'irrequieta regione «aurorale», in cui nascono a ripetizione nuove stelle. Altrettanto emozionante è lo «Stephan's Quintet», quintetto di galassie che contiene ammassi di milioni di giovani soli, immersi in code di gas e in nubi di polveri, in una danza condotta dalle tremende forze gravitazionali in gioco. Se gli astrofisici scherzano sulle «nursery» delle stelle, sono non meno impazienti di imbattersi nelle loro «morgue». E infatti la Nebulosa «Southern Ring» racchiude soli morenti, che spruzzano rabbiosamente getti energetici.
    A chiudere idealmente la galleria di meraviglie è Smacs 0723: un insieme di galassie sorpreso com'era 4,6 miliardi di anni fa. E' la prova delle capacità di James Webb. Prepariamoci.
  7. Vogliamo solo salvare noi stessi della Terra non ci importa niente
    Di cosa parliamo in verità quando parliamo di salvare la Terra, o almeno rammendarla come dice l'architetto Piano? Parliamo di noi, di noi e soltanto di quel poco che non siamo noi ma della Terra ci riguarda perché ci è necessario per salvarci, rammendarci. Potenti quanto siamo, e stupidi, e crudeli, la potestà di dannare il pianeta non ce l'abbiamo; anche a mettere assieme tutta la forza distruttiva di cui siamo capaci, non sarà che una pallida imitazione delle collisioni celesti del Devoniano o degli immani sconvolgimenti del Triassico. Basta che tra poco, al tramonto dia un'occhiata ai campi qui attorno per capirlo anche con il mio corto sguardo di campagnolo; arriveranno a milioni i piccoli grilli verdi che non si erano mai visti, ogni sera sempre di più e sempre più vivaci, dopo che per decenni i contadini hanno sparso di tutto per far fuori i loro cugini e i parenti alla lontana, questi allegri grilletti sino invincibili, e se anche si riuscirà a sterminarli, arriveranno altri parenti. No, quando parliamo di salvare la Terra pensiamo a salvare noi stessi, perché l'unico vero potere che possiamo esercitare sull'universo si compendia nel suicidio di specie, distruggere ciò che della Terra ci è necessario per vivere e prosperare come specie; certo, possiamo assassinare diverse altre specie, possiamo desertificare, estinguere ghiacciai, ma la vita a cui attentiamo è la nostra, la catastrofe risolutiva è noi che chiama. Diciamo che dobbiamo salvare il Pianeta perché ci fa un po' vergogna dire che c'è da salvare noi stessi; e facciamo bene a vergognarci, niente di ciò che agiamo ci dice che è nostra intenzione salvarci, e per quei cuori in cui ancora risuona il battito dell'imperativo morale, non è affatto detto che ce lo meritiamo. Meglio dunque convincerci di essere deliziosamente generosi nei confronti del mondo intero, che riesumare un naturale, ovvio egoismo di specie che abbiamo sepolto da qualche parte, là dove non può disturbare l'egoismo degli individui, l'interesse dei gruppi, le necessità delle nazioni. È un pezzo che non circola più la parola umanità, l'eredità più preziosa del meglio che siamo stati, ma se avessimo la forza di pronunciarla ancora, di sentire pronunciarla e capire che senso ha, che ragione ha, forse ci sarà possibile fare l'unica cosa che ci compete, che ci dovrebbe obbligare. Rammendare l'umanità per salvarla, rammendare ciò che dell'umanità abbiamo disfatto, e solo così potremo rammendare la parte della Terra che abbiamo disfatto, la parte che ci ha dato vita e che in vita può ancora tenerci.
    Rammendare l'umanità, non rattopparla, che non serve a niente se non per illuderci di tirare avanti ancora po', ma rimetterla a nuovo. L'umanità nuova, una follia, eppure, anche solo andando per esclusione, l'unica cosa ragionevole. Perché è il sistema che abbiamo edificato che è irragionevole, che è vera follia, comprovata, misurata e verificata. È il sistema che ci tiene legati, asserviti alla promozione della distruzione. Un sistema malvagio, e non sto citando il principe Bakunin, ma una fonte addirittura più estrema, e per i credenti anche assai più attendibile, il libro della Sapienza: Ricordate, Dio non ha creato la morte e non vuole la morte degli uomini. Ha creato le cose perché esistano; le forze presenti nel mondo sono per la vita e non hanno in sé nessun germe di distruzione. Sulla terra non sarà della morte l'ultima parola. I malvagi invece aprono alla morte la porta di casa, la chiamano e la invitano a venire, la credono amica e spasimano per lei. Arrivano a fare un patto con lei e meritano così di riceverla in sorte. Rammendare l'umanità perché non sia della morte l'ultima parola. Una rivoluzione globale, nientemeno, al cui confronto la rivoluzione dell'89 è stata un aggiustamento e quella di ottobre una scorribanda. La parola rivoluzione cerco di tenerla per me, ben protetta sotto la coltre delle sue ceneri, ma ce n'è forse un'altra? Sempre con il mio sguardo corto di campagnolo guardo il mio vicino Fausto e vedo un brav'uomo, un contadino gentile, eppure quel brav'uomo è un pericoloso terrorista climatico; coltiva orzo e grano, e questo gli basta appena per sopravvivere perché quest'anno i cereali al contadino son pagati decentemente ma negli anni passati anche per le qualità pregiate poco e niente, e quando il blocco sarà finito i prezzi torneranno a calare. Allora per mandare i suoi tre figli a scuola coltiva kiwi; il kiwi piace, è molto gradito dai salutisti e dalla lobby della stitichezza, ma è un killer ambientale, richiede dieci volte l'acqua necessaria per il grano, acqua che da un bel pezzo non viene più giù dal cielo, e per vegetare bene in una terra che non è la sua natia richiede una notevole quantità di fitofarmaci e fertilizzanti. Per come stanno le cose chi se la sente di dire a Fausto che non ha diritto di coltivare kiwi e i suoi figli non ne hanno di andare a scuola? E quanti milioni sono i Fausto nel mondo vincolati a leggi di mercato e di marketing a cui disobbedire costa la miseria nera? E solo pensando ai contadini, perché ce li ho qui oltre la porta di casa, e ai consumatori di kiwi perché quelli ce li ho dentro casa, non so immaginare che un rivolgimento radicale, si chiama comunemente rivoluzione, del mercato agricolo, della speculazione sui cereali, della mentalità dei contadini, della scuola dei loro figli, delle aspettative dei consumatori. Da coniugarsi e moltiplicarsi per le innumeri malvagità di cui siamo autori e vittime. So questo e non so se sarà mai possibile; non si tratta di abbattere un regime ma di mutare la rotazione di un universo, non credo che sia mai successo nella storia dell'umanità. Le rivoluzioni le dirigono le avanguardie, per questa un'avanguardia globale, e le conducono i popoli, per questa un popolo universale; le rivoluzioni sono armate e per questa servono armi micidiali del pensiero, della fantasia, della conoscenza, del sentimento. Non so vedere niente di tutto ciò, il solo immaginare dà le vertigini; ma questo non vuol dire niente, ho la vista corta e non sono certo io al centro della storia. Però so anche che l'unica alternativa a questo senile esercizio dell'utopia - a proposito, utopia può essere indifferentemente tradotto come il luogo che non c'è o con il luogo buono, a voi la scelta- è la distruzione. E so ancora che il sentimento della distruzione è lì, già domani, e porterà con sé la disperazione, una disperazione universale; così come so che la disperazione non sa usare che un'unica arma, che è arma di rivalsa e di vendetta, e non conosce né pensiero, né fantasia, né conoscenza né tantomeno sentimento. —
  8. IL GIOCO DEL POTERE AD OGNI COSTO : "Aska contro tutti". Contro gli stranieri, gli ebrei, i partigiani, i rider, i loro stessi avvocati. Lo raccontano le intercettazioni finite nelle carte d'indagine sul centro sociale Askatasuna che imbarazzano i militanti. Intercettazioni telefoniche e ambientali durate due anni che per la Digos tratteggiano la vera natura del gruppo: «Persone prive di principi e valori morali».
    C'è la questione giuridica: per la procura Askatasuna è un'associazione sovversiva, per il tribunale del Riesame un'associazione a delinquere. E poi ci sono i raid contro i pusher, l'aggressione a un migrante, le conversazioni con tratti razzisti e antisemiti. «Frasi estrapolate dal contesto» per le difese. Per gli inquirenti dimostrano la reale «indole» dei principali esponenti del centro sociale. Come quando parlano di un bambino straniero definendolo un «bel negretto sano» da prendere «già fatto e finito» da «allevare come un bianco» che «sia già stato svezzato, già in grado di pisciare da solo», «come i cani, sempre meglio prenderli educati da adulti». O dei clochard che nel maggio 2020 si erano accampati fuori dal Comune: «Sti quattro barboni, l'ultimo anello della catena. Cosa ce ne frega».
    Per gli inquirenti, dietro le attività solidali e sul territorio del centro sociale non c'è «spirito di solidarietà», ma l'idea di trovare gente pronta a scendere in piazza.
    "Aska contro tutti", dunque. Contro gli anarchici che «in carcere non fanno mai nulla. Al massimo uno si suicida...come Pinelli...quello si è buttato giù era un caso umano», contro quei «pagliacci di Leu», contro Rifondazione e uno pure contro i partigiani, «vecchi balbuzzienti che poi scopri che quelli che sono sopravvissuti hanno rubato una bici una volta». Discussioni tra loro, qualche frase pure contro Vauro e Zerocalcare, per alcuni «fumettista dei borghesi». E poi le critiche ai Fridays che non pensano alla lotta ma vivono «nel mondo delle favole».
    Per i giudici, Askatasuna è un «sodalizio criminale» che utilizza il centro sociale come base per contrastare con la violenza lo Stato e chi lo rappresenta. Che controlla il territorio per trovare nuove "leve". Anche se queste scarseggiano. «Nessuno in giro vuole essere Giorgio», che poi è Giorgio Rossetto, volto storico dell'autonomia italiana. Perché? Di fronte al conflitto e «alla repressione» i più si tirano indietro.

 

13.07.22
  1. PERCHE' BERNABE' DIMENTICA L'H2 VERDE SUBITO ?    La crisi durerà «almeno quattro anni» e se i prezzi dell'energia restano a questo livello «l'industria energivora non ha prospettive, perché gli aumenti non sono trasferibili». Gli obiettivi del "Fit for 55" sono, per l'Italia che non ha il nucleare, quasi un miraggio. L'analisi sulla transizione energetica di Franco Bernabè, presidente di Acciaierie d'Italia, non fa sconti: «Chiunque aveva responsabilità politica avrebbe dovuto riportare il dibattito alla razionalità, invece di farsi trascinare dall'onda mediatica Thunberg. Invece di pianificare il benessere di lungo periodo dei loro Paesi, i politici di oggi vanno dietro ai social media».
    La crisi ha radici nel 2021?
    «I prezzi del gas, dai quali dipendono quelli dell'energia elettrica, hanno cominciato ad aumentare a partire dal secondo trimestre del 2021, nel corso dell'estate c'è stata l'accelerazione. L'esplosione è stata determinata da una concomitanza di fattori sul lato della domanda e dell'offerta. Su quest'ultima ha influito la riduzione della produzione di energia eolica nel Mare del Nord e di energia idroelettrica in Argentina e Brasile. Contemporaneamente, si è registrata una forte ripresa della domanda di energia in Europa, Giappone, Corea e Cina, in conseguenza della ripresa economica post Covid. A quel punto si è mossa la Russia, preparando le condizioni per attaccare l'Ucraina».
    Come si è mossa la Russia?
    «A partire dal terzo trimestre 2021, pur mantenendo i livelli delle forniture sui contratti a lungo termine, ha drasticamente ridotto l'offerta sul mercato spot: così si è innescata la corsa al rialzo dei prezzi. Il Ttf, l'indice di borsa del gas nel mercato dei Paesi Bassi, in quel periodo è aumentato di nove volte».
    La crisi durerà ancora anni?
    «Almeno quattro, finché non entreranno in marcia nuovi impianti di Gnl a livello internazionale. Il gas russo continuerà a mancare perché i rapporti tra Europa e Russia sono ormai compromessi, il confronto geopolitico con Mosca continuerà, la tensione persisterà».
    Il gas russo è insostituibile?
    «I piani di investimento dei grandi produttori di gas consentono di prevedere un aumento sostanziale delle capacità di esportazione di Gnl solo a partire dal 2026. Questo perché dal 2015 gli investimenti in nuovi progetti sono stati drasticamente ridotti dall'opposizione alle fonti fossili».
    L'Europa si è data la zappa sui piedi da sola?
    «Ha fatto i conti senza l'oste. L'industria europea ha impiegato 50 anni per sostituire petrolio e carbone con il gas. La Commissione Ue, non facendo i conti con la complessità del progetto, ha pensato che in soli 10 anni si potesse sostituire il gas con le rinnovabili».
    Greta Thunberg?
    «L'esplosione mediatica del fenomeno Thunberg è difficile da giustificare. Il messaggio del decarbonizzare subito è irrazionale. Chiunque aveva responsabilità politica avrebbe dovuto riportare il dibattito all'interno della razionalità, invece di farsi trascinare».
    Chi ha mancato?
    «Tutto il sistema politico, nazionale e internazionale. I politici di oggi corrono dietro ai social media. Invece di pianificare nel lungo periodo il benessere dei loro Paesi, dicendo la verità, hanno cercato il consenso facile rinunciando a un progetto serio di transizione energetica, che va fatta».
    Nucleare e gas sono nella tassonomia. L'Italia, che non ha il nucleare, può raggiungere gli obiettivi del "Fit for 55"?
    «Gli obiettivi del Fit for 55 sono estremamente difficili da raggiungere, se non con un costo enorme per tutta l'industria europea. Per l'Italia il costo è ancora più elevato. La Germania ha il nucleare e ha molte più rinnovabili di noi, così come la Spagna, la Francia ha il nucleare. Da noi le rinnovabili hanno trovato la stessa opposizione dei combustibili fossili e, nonostante lo sforzo del governo per accelerare gli investimenti, difficilmente riusciremo a colmare il gap».
    L'obiettivo 2035 della mobilità elettrica privata?
    «Non capisco perché l'Europa, invece di limitarsi a dare l'obiettivo della decarbonizzazione, stabilisca anche gli strumenti per arrivarci. Guardando al ciclo vita dell'automobile, i motori endotermici alimentati a biodiesel sono più ecologici dei motori elettrici. Serve neutralità tecnologica. Anche assumendo che nel 2035 tutte le auto siano elettriche, cosa impossibile, la maggior parte saranno parcheggiate per strada: dove le mettiamo le colonnine? Inoltre, tutta la rete elettrica andrebbe adeguata a un fabbisogno di potenza superiore».
    L'Europa è autolesionista?
    «Cingolani si è battuto per spostare il termine, facendoci guadagnare l'appellativo di Paese anti-ambientalista: ridicolo. Siamo tra i leader mondiali nell'economia circolare nella produzione industriale, una delle filiere è quella del biodiesel da rifiuti sviluppato dall'Eni, che ha convertito le raffinerie di Gela e Marghera».
    L'industria e le famiglie?
    «Se i prezzi restano a questo livello l'industria energivora non ha prospettive, gli aumenti non sono trasferibili. L'inflazione, non essendoci meccanismi che consentono di assorbirla, genererà problemi sociali. Inflazione e recessione fanno crollare i consumi: l'Italia rischia di tornare indietro di 30 anni, a quel punto, paradossalmente, potrà raggiungere gli obiettivi Ue sulle emissioni».
    Il governo?
    «In termini di mitigazione degli effetti e di ricerca di alternative, credo che abbia fatto il massimo che poteva fare. Purtroppo, la situazione dipende da fattori estranei alle leve che l'esecutivo ha a disposizione»
    Arvedi ha completato la decarbonizzazione. Acciaierie d'Italia ce la farà?
    «Può farlo, a due precondizioni: che la società continui a produrre con l'attuale dotazione impiantistica finché non entrano in marcia i nuovi impianti; e la disponibilità di risorse finanziarie da investire nella decarbonizzazione, che vanno cercate nel Pnrr». —
  2. NELLE MANI DI ERDOGAN SI STA FERMI :Hanno parlato di nuovo della crisi alimentare Putin e Erdogan. In una telefonata, ieri pomeriggio, il presidente turco e l'omologo russo hanno discusso della creazione di corridoi sicuri per le esportazioni di grano nel Mar Nero. Non è stata però l'unica crisi oggetto del colloquio. L'emergenza alimentare generata dalla guerra in corso non ha solo a che fare con le tonnellate di grano bloccate nel Sud dell'Ucraina, ma arriva lontano, sui tavoli del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
    Venerdì la Russia ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu per estendere di un anno il transito degli aiuti umanitari attraverso il confine turco-siriano, il valico di Bab al Hawa, l'unico modo per le Nazioni Unite di raggiungere 4 milioni e mezzo di persone sfollate dalla guerra senza transitare nelle aree controllate dalle forze del regime siriano di Bashar al-Assad.
    Il voto del Consiglio di sicurezza sull'autorizzazione delle operazioni di aiuto è stato a lungo una questione controversa, quest'anno però arriva nel mezzo delle tensioni tra la Russia e le potenze occidentali sull'invasione dell'Ucraina, ma per capire come e perché il voto di venerdì abbia a che fare con la guerra, occorre fare un passo indietro.
    A Idlib, Siria Nord-occidentale e area sotto il controllo delle forze ribelli, vivono da anni 4 milioni di persone sfollate a causa della guerra, di cui 2 nei campi profughi, fatti di tende improvvisate, senza acqua corrente, elettricità, senza cure mediche, con malattie e infezioni che dilagano.
    Dal 2014, grazie alla risoluzione 2586 del Consiglio di Sicurezza, le Nazioni Unite riescono a portare aiuti in quella zona della Siria nord occidentale senza il permesso del regime di Bashar al-Assad, transitando dalla Turchia. Per anni i russi, forti sostenitori del regime siriano, hanno cercato di ostacolare la risoluzione. Non è la prima volta, infatti, che Putin mercanteggia sul rinnovo.
    Negli ultimi anni ha ridotto una serie di misure sostenute dall'Occidente, usando il suo veto 17 volte in relazione alla Siria dallo scoppio della guerra nel 2011.
    Ha cercato di bloccare il rinnovo anche nel 2020 e nel 2021, usando anche allora la minaccia dei suoi poteri di veto per indebolire il meccanismo di aiuti. Minaccia dopo minaccia, ha limitato gradualmente l'accesso da 4 valichi a uno solo valico, quello di Bab al-Hawa da cui attualmente transitano dai 600 agli 800 camion mensili di aiuti.
    Pochi mesi fa, in vista del nuovo rinnovo, gli avvertimenti del Cremlino sono stati ancora più chiari: se volete far passare gli aiuti dalla Turchia - ha fatto capire all'Occidente - è necessario mandare anche più aiuti a Damasco, cioè per aiutare i ribelli è necessario aiutare anche Bashar al-Assad, l'alleato di Putin che deve fare i conti con un'economia disintegrata e la moneta che non vale quasi più niente. Poi venerdì il voto al Consiglio di Sicurezza e i suoi effetti che le Nazioni Unite hanno definito «catastrofico».
    Il segretario generale Guterres ha detto che rinnovare gli aiuti è un «imperativo morale e umanitario» e lo dice perché conosce i numeri, secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite i prezzi del cibo in Siria sono aumentati dell'800 per cento in due anni, il costo del paniere degli aiuti è aumentato del 40% dall'inizio della guerra in Ucraina. Tutto questo in un Paese che vive una guerra da 11 anni e che vede disintegrata la propria economia.
    L'avversione russa alle Nazioni Unite è cosa nota, ma non raccontano tutta la storia. Bisogna tornare indietro di qualche giorno e guardare all'altro veto, quello ritirato dalla Turchia la settimana scorsa che avrebbe bloccato l'ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
    La Russia non ha, evidentemente, gradito e ha armato di nuovo i due strumenti più affilati di questa fase della guerra: il cibo e i migranti.
    Impedire che gli aiuti arrivino in Siria dal valico turco significa infatti rendere ancora più miserabile la vita di milioni di persone con un rischio di maggiore instabilità, non solo per l'emergenza umanitaria ma perché la crisi spingerebbe migliaia di siriani disperati verso il confine turco, murato e armato.
    Dal 2016, la Turchia controlla direttamente o indirettamente vaste aree del territorio siriano lungo il confine turco-siriano, lì sostiene degli stati de facto dove vorrebbe ricollocare parte dei 3 milioni e mezzo dei rifugiati siriani che attualmente vivono in Turchia e verso cui la popolazione è sempre più ostile.
    Rispondendo a questa pressione, Erdogan ha aumentato la retorica sui rifugiati, annunciando due mesi fa che il governo sta lavorando al progetto di ritorno volontario di un milione di rifugiati nelle zone sicure controllate dalla Turchia nel Nord della Siria.
    Esattamente quelle che oggi rischiano di restare senza cibo come conseguenza del veto russo alle Nazioni Unite.
    Mosca quindi usa il suo veto come arma per diversi campi di battaglia contemporaneamente: a sostegno dell'alleato Assad contro i ribelli, punendo la Turchia per aver acconsentito all'allargamento della Nato, e la usa come ritorsione all'Occidente delle sanzioni.
    Quanto più l'Europa teme l'arrivo dei rifugiati siriani, degli effetti della crisi alimentare, tanto più sarà pronta, alla lunga, a trattare e fare concessioni al Cremlino, magari proprio per mano del "negoziatore" Erdogan che ha, da parte sua, tanto da perdere in questa cinica partita a scacchi sulla pelle dei siriani.
    È la guerra dei veti, che allarga il conflitto in Ucraina, e dà a Putin un'altra leva, perché sa che se la crisi si allarga al confine siriano e quindi alla Turchia, prima o poi l'Europa - impaurita dal rischio di un'ondata migratoria - dovrà invocare la sua cooperazione.
    E per allora gli effetti della crisi e della guerra, l'aumento dei prezzi e delle persone che muoiono di fame, sarà aumentato così tanto che al tavolo del negoziato la posizione più forte sarà la sua.
  3. GENOCIDIO : In guerra vale il principio che esisti - o sei esistito - solo se qualcuno ti sta cercando. Dal 24 febbraio centinaia di bambini sono scomparsi nel nulla, mentre Mosca continua a sostenere che le "deportazioni forzate" sono un'invenzione. All'inizio nessuno li ha cercati, hanno semplicemente cessato di esistere, perché per loro, che vivevano negli orfanotrofi e nei collegi di Mariupol e del Sud del Donbass, non c'erano genitori disperati che tappezzavano bacheche e chat di avvisi di ricerca.
    "Errore 404, pagina non disponibile". All'inizio di marzo il sito del collegio di Mariupol, quello dell'orfanotrofio di Volnovakha, la pagina degli educatori di Rozivka sono stati semplicemente oscurati, i telefoni staccati. Anche volendo, avere notizie dei piccoli ospiti era diventato impossibile.
    Da allora almeno duemila orfani hanno attraversato il confine con la Russia, lo denunciano gli ucraini, lo festeggiano i russi. Tra loro ci sono i bambini degli orfanotrofi e gli alunni dei collegi, così come i piccoli che hanno perso i contatti con le famiglie a causa della guerra. Dove fossero finiti era un mistero. Ora però, almeno qualcuno li ha cercati, e - infine - li ha trovati.
    I giornalisti del sito indipendente russo Verstka e i parenti dei bambini sono riusciti a scoprire dove si trovano alcune centinaia di loro: sono in "centri educativi" in Russia, in attesa di essere adottati da famiglie russe. I centri più affollati si trovano a Rostov, Nizhny Novgorod e Kursk. Mentre la Russia prepara il quadro legislativo per l'adozione di bambini ucraini, 27 di loro - riporta Verstka - sono già affidati a cure temporanee presso famiglie della regione di Mosca. Sul sito web del Commissario per i diritti dell'infanzia russo si legge che 18 bambini provenivano «da Romashka, due bambini dal centro per bambini Sputnik, nella regione di Rostov, e molti altri bambini erano temporaneamente in collegi a Nizhny Novgorod e Kursk».
    Proprio nel centro Romashka, a Taganrog, nella Russia meridionale, sono stati individuati 400 bambini, il più piccolo ha due anni. Nell'ex sanatorio riconvertito sono stati portati soprattutto gli orfani del Donetsk ucraino, ma anche - dicono i volontari - i figli degli uomini chiamati a prestare servizio nell'esercito o i bambini che hanno perso i contatti con i genitori durante la guerra. Oksana, che vive a Kiev, cerca la figlia di suo fratello da aprile: «Nastya ha solo 6 anni - dice - , vivevano a Mariupol. Mio fratello è morto, lei è stata portata in un istituto e da lì è scomparsa. Una settimana dopo l'hanno vista scendere da un autobus a Rostov, in Russia. Nastya è mia nipote, è ucraina, deve stare con la sua famiglia, deve stare con noi».
    Secondo la ministra delle Politiche sociali ucraina Maryna Lazebna, dall'inizio delle ostilità, Kiev ha evacuato circa settemila orfani dalle aree colpite dai combattimenti e dai bombardamenti più intensi: Kiev, Donetsk, Lugansk, Chernihiv e Sumy. La maggior parte dei bambini è finita in Polonia, Germania, Italia e Spagna. Le autorità ucraine sanno dove si trovano i bambini e chi ne è responsabile, mentre, dice Lazebnaya, sono noti con precisione nomi, cognomi e date di nascita «di soli quaranta bambini provenienti dagli orfanotrofi di Mariupol e portati in Russia senza il consenso dell'Ucraina». L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha già parlato della "deportazione forzata" dei bambini mentre Mosca, naturalmente, dice che gli orfani «sono stati salvati, e ora avranno un'opportunità importante di essere adottati».
  4. CON BUZZI E CARMINATTI GLI INCENDI NON C'ERANO :Fumi nerastri nel cielo, animali di campagna che passeggiano per le strade della Capitale, incendi che si accendono come luminarie di Natale, colline di immondizia su parti di città adibite al passeggio. Professor Marino, buongiorno: lei risponde dalla Thomas Jefferson University di Filadelfia, ma una città come quella descritta avrebbe potuto raccontarla un film di fantascienza americano venti anni fa e invece è la Roma del 2022. Come si è arrivati a tanto? Ignazio Marino, sindaco di Roma tra il 2013 e il 2015 non sorride: «Le risponderò con una scena da film, ma accaduta veramente. Era il 30 settembre 2013 e avevo convocato in Campidoglio l'avvocato Manlio Cerroni, un signore che si presenta sempre con un cappello di tela, come passasse di lì per caso e invece è assai competente sui rifiuti, ma rappresentava un'anomalia: era monopolista nello smaltimento da decenni. Poiché l'Ue aveva chiesto agli amministratori di Roma di superare entro il 2007, l'anomalia di una discarica, Malagrotta, che con quella di Fresh Kills di New York era la più grande della Terra, avevo preso una decisione non facile: chiudere per sempre quella immensa buca nella quale finiva di tutto: materassi, televisori e scarti alimentari dei romani…».
    La scena da film?
    «Appena gli dissi che chiudevo la "sua" Malagrotta, Cerroni mi rispose: "Sindaco, le faccio lo stesso discorso che ho fatto ai suoi predecessori, anche quelli che ci metteva Andreotti: lei ha tanti problemi, ma della "monnezza" lasci che mi occupi io, vedrà che non se ne pentirà!" La sintesi corrispondeva a quel che era accaduto nei 50 anni precedenti, ma non poteva più andare avanti così ».
    A proposito di film, "Mani sulla città" rende l'idea della Roma odierna, con la differenza che i politici di oggi non sanno dove mettere le mani e i poteri forti invece sì…
    «Roma avrebbe bisogno di una classe dirigente tecnicamente preparata e ideologicamente motivata. Il vero, grande problema di questa città? Se la politica non c'è, sono altri che la governano: quelli che sono in grado di metterci le mani sopra. Non dimentichiamo che Roma spende per i rifiuti circa un miliardo l'anno, somma che suscita interesse».
    La diceria di una città ingovernabile?
    «Debbo dissentire. A Roma esiste un problema di classe dirigente, non solo politica: imprenditori, burocrati, Parlamento, magistratura, Vaticano. Pensi che sino a quando venni eletto io, le Ambasciate non pagavano la tassa per i rifiuti. Spesso queste forze, anziché lavorare per il bene comune, nella migliore delle ipotesi cercano visibilità, nella peggiore pensano al proprio potere»
    Dopo nove mesi qual è il suo giudizio su Roberto Gualtieri?
    «Penso che sia una persona intelligente e un politico preparato. Immagino che in questo momento sia esasperato da una situazione che è fuori controllo per la mancanza di quell'azione comune dei principali attori senza la quale Roma non si governa. Tanto più il problema dei problemi di Roma: i rifiuti»
    Lei ha chiuso Malagrotta, ma perché la discarica è rimasta senza un'alternativa?
    «Appena divento sindaco, decido che il problema immondizia va affrontato con metodologia scientifica, facendola finita col monopolio della discarica che durava dagli Anni Sessanta. Per verificare le migliori pratiche, quelle pensate per avere città pulite e decorose, capaci anche di trasformare un problema in una risorsa, andai a San Francisco, che ricicla il 75% dei suoi rifiuti e dopo averli lavorati li vende: il materiale prodotto dal suo compostaggio va ai sofisticati produttori di vino di Napa Valley. Verificai le esperienze di Barcellona, Londra e di Brescia, che hanno realizzato termovalorizzatori capaci anche di produrre un valore economico».
    In questi anni quanto ha pesato l'indecisionismo del presidente della Regione Lazio?
    «Durante la mia sindacatura, riuscimmo ad incrementare sensibilmente la raccolta differenziata, passando in 28 mesi dal 20 al 45 per cento. Al tempo stesso proponemmo al Presidente Zingaretti un "revamping" , una rimessa a nuovo, dell'impianto di Colleferro, prevedendo una nuova quota di incenerimento. Veniamo ad oggi. La percentuale di differenziata è rimasta ferma e quanto al "piano Marino", la Regione ha deliberato una spesa di 30 milioni, ha acquistato il materiale e poi ci ha ripensato. Difficile seguire queste contorsioni. Aumentare la raccolta differenziata e avere una nuova linea di incenerimento con un costo di 30 milioni non va bene. E invece un inceneritore nuovo, del costo di un miliardo, va bene. Come nel gioco dell'oca si è tornati alla casella di partenza. Ma non chiedo riconoscimento: ho un atteggiamento laico e va bene così. Però sono trascorsi altri otto anni».

 

12.07.22
  1. Papa Francesco all'Angelus : "Dio mostri la strada per porre fine a questa folle guerra"
    «Rinnovo la mia vicinanza al popolo ucraino, quotidianamente tormentato dai brutali attacchi di cui fa le spese la gente comune. Che Dio mostri la strada per porre la fine a questa folle guerra»: a dirlo è stato Papa Francesco all'Angelus ieri mattina.
  2. L'attacco della ministra tedesca Baerbock "Quanti bambini morti e feriti nel conflitto"
    La ministra degli Esteri tedesca Baerbock ha criticato il presidente russo Putin per il gran numero di bambini vittime della guerra: 347 bimbi uccisi e 647 feriti negli attacchi effettuati dall'inizio dell'invasione dell'Ucraina.
  3. SOLO LO SVILUPPO DELL'H2 PUO' BLOCCARE LA GUERRA DEL LITIO :   L'inflazione pesa sulle famiglie e sulle imprese italiane, ma fa sorridere il Fisco. Lo dice un'analisi di Unimpres, secondo cui la fiammata dei prezzi ha assicurato alle casse dello Stato più di 10 miliardi di euro di gettito aggiuntivo nei primi cinque mesi del 2022, con un incremento del 19,8%. Da gennaio a maggio, le entrate relative all'Iva, che è arrivata all'8% e viaggia verso il 10%, hanno raggiunto quota 61,6 miliardi, in aumento di 10,2 rispetto ai primi cinque mesi del 2021. Molto più contenuto l'incremento del gettito Irpef, che ha subito una variazione positiva del 2,3%, con una crescita di quasi 2 miliardi a quota 81,5 miliardi. Secondo Unimpresa, l'incasso tributario complessivo nei primi cinque mesi del 2022 è salito di 18,5 miliardi (a 188,6 miliardi): più della metà del gettito fiscale aggiuntivo è dunque riconducibile all'aumento delle entrate legate all'Iva: +10,2 miliardi. Questo è dovuto al vertiginoso incremento dei prezzi, a seguito del quale il gettito dell'imposta sul valore aggiunto è passato da 51,4 miliardi a 61,6 miliardi. Più nel dettaglio, dei 10,2 miliardi aggiuntivi di Iva 6,9 miliardi sono per consumi e scambi interni (+15,1%) mentre 3,3 miliardi sono per la maggiore imposizione sulle importazioni (+59,9%). Lo Stato guadagna di più anche grazie all'incremento dei prodotti energetici, e in particolare del gas, con i prezzi rapidamente saliti a motivo della guerra tra Russia e Ucraina: i proventi fiscali sul metano sono cresciuti di 453 milioni (+35,7%) a 1,7 miliardi. Tutto il comparto energia, in generale, ha subito una crescita dei prezzi: l'accisa sui prodotti energetici è cresciuta di 130 milioni (+1,7%), l'accisa e l'imposta erariale sui gas incondensabili è aumentata di 20 milioni (+9,5%), e l'accisa sull'energia elettrica e le relative addizionali sono cresciute di 220 milioni (+20,9%).
  4. BALLE : Che impatto avranno sull'Italia le notizie che arrivano dal Nord Stream? Se il blocco si protraesse, magari fino all'inverno, possiamo sperare che il nostro Paese sia toccato solo marginalmente, anche grazie alla recente diversificazione degli approvvigionamenti? Pur senza iscriversi al partito degli ottimisti, Andrea Giuricin, economista dell'Istituto Bruno Leoni, si dice convinto che «quest'inverno l'ipotesi peggiore, quella del razionamento, sarà evitata». Giuricin mette insieme questi numeri, non risolutivi ma (in qualche misura) confortanti: «La dipendenza italiana dal gas russo è scesa dal 40 al 25%, grazie al raddoppio del flusso attraverso il metanodotto Tap dall'Azerbaigian, a una crescita del 4% dell'estrazione nazionale (che peraltro resta molto al di sotto delle possibilità) e a maggiori arrivi ai rigassificatori. Nel futuro immediato non sarebbe comunque facile fare del tutto a meno del gas russo».
    Secondo Giovanni Battista Zorzoli, presidente dell'Associazione italiana degli economisti dell'energia, «nel prossimo inverno l'Italia non potrà evitare qualche forma di razionamento del gas, che però immagino non troppo stringente, perché il flusso dall'Algeria può raddoppiare. Il problema non sarà tanto la mancanza fisica di metano, ma il suo prezzo, che rischia di mettere in crisi interi settori industriali».
    In vista dell'inverno Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, si preoccupa per gli stoccaggi: «In un anno normale, a metà luglio i depositi di gas dovrebbero essere pieni almeno ai due terzi della capienza, e invece sono solo al 55%, e al momento c'è una stasi perché la materia prima costa troppo e perciò gli acquisti vengono rinviati». Quindi si avvicina lo spettro del razionamento? «Temo di sì - risponde Tabarelli - ma anche se fosse evitato, la questione sarebbe accademica, perché con questi prezzi i meccanismi di mercato sono completamente saltati. È assurdo che nell'emergenza in cui ci troviamo gli stoccaggi vengano lasciati a presunti meccanismi di mercato». Il presidente di Nomisma Energia invoca un tetto al prezzo del gas concordato a livello europeo, e propone altre misure drastiche: «Bisognerebbe negoziare subito con la Russia non solo la riapertura del Nord Stream 1, ma anche quella del Nord Stream 2, il gasdotto gemello bloccato per ragioni politiche. Poi bisogna raddoppiare dal 6 al 12% il contributo del carbone al mix energetico italiano, anche se per mancanza di centrali non possiamo arrivare al 30% della Germania. Quanto a me, a casa mia in vista dell'inverno sto per comprare una stufa a Gpl».

  5. Gli enormi impatti ambientali delle guerre (e di tutto ciò che ci gira attorno)
    8 Luglio 2022


    La guerra uccide persone, distrugge attività economiche, relega all’oblio storie e voci che difficilmente saranno ricordate. Ma la guerra annienta anche l’ambiente. E i danni che provoca colpiscono il Pianeta a 360 gradi, in modi e tempi che nemmeno immaginiamo. Con questo nuovo focus cerchiamo di esaminare un problema concreto oggi più che mai
    guerre ambiente.
    di Matteo Grittani

    (Rinnovabili.it) – La guerra uccide anche l’ambiente, e lo fa in modi e tempi di cui l’opinione pubblica spesso non è informata. Il problema, tuttavia, esiste, tanto che le Nazioni Unite hanno stabilito una Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato, che si celebra ogni anno il 6 novembre, dal 2001. Con questo approfondimento a episodi, proveremo a esaminare ciò che a oggi la comunità scientifica ha accertato sul tema. I danni ambientali che in ogni momento e in ogni luogo vengono causati dalla guerra o da fatti e attività ad essa collegati. Si, perché le guerre inquinano e distruggono l’ambiente molto prima che scoppi il primo colpo.
    Non c’è bisogno che “scoppi” per inquinare

    Quando pensiamo alla guerra, qualsiasi guerra, ci vengono subito in mente le città, i grandi centri logistici, le stazioni e gli aeroporti. Pensiamo alla tremenda invasione dell’Ucraina, l’ultima guerra in ordine cronologico che affligge l’umanità (ve ne sono oggi altre 169, anche se non godono della stessa copertura mediatica e partecipazione da parte dell’opinione pubblica, come ricorda ogni giorno Marco Tarquinio, direttore di Avvenire). Fin dal primo giorno in cui Putin annunciò l’attacco, i nostri occhi sono puntati sulle grandi città ucraine. Forse qualcuno ricorderà persino, nelle primissime ore, una webcam puntata 24h su 24 su Piazza Maidan, la piazza centrale di Kiev, mentre l’esercito russo minacciava di prendere la capitale.

    In Ucraina come in molte altre occasioni, nel nostro immaginario le guerre sembrano combattersi solo nelle metropoli, dove la densità di popolazione è maggiore, così come i danni che l‘aggressore può causare, e allo stesso tempo ci sono più probabilità di organizzare una resistenza da parte dell’aggredito. Ma come arrivano i tank in città? Come si spostano le centinaia di tonnellate di armi pesanti necessarie per l’assalto? Quanti chilometri quadrati di terreno ci vogliono per organizzare l’artiglieria o l’aviazione? E ancora, quanto mare serve per far navigare le flotte di portaerei, corvette e fregate? La realtà è che le guerre scaricano sull’ambiente un peso impressionante, anche prima di scoppiare. A ben vedere le guerre hanno impatti enormi sull’ambiente anche senza che scoppino. Pensiamo a quanto possa essere sostenibile la “costruzione” di un esercito. Metalli comuni, terre rare, acqua e idrocarburi. Sono questi i mattoni primari di una grande armata, qualsiasi lingua parlino i suoi uomini. I veicoli su terra, le navi e gli aerei hanno bisogno di energia per funzionare, e questa energia è nella stragrande maggioranza dei casi sotto forma di petrolio, fonte fossile con bassissima efficienza, inquinante, ma comoda da trasportare.
    Quanto consuma un esercito (anche senza sparare)?

    A questo punto allora cerchiamo di capire quanto e come inquina l’ambiente un’armata, un grande esercito di una superpotenza. Va detto, non sono molti i dati presenti in letteratura scientifica per ovvi motivi, ma un ordine di grandezza ce lo offre uno studio della Royal Geographical Society (RGS), che ha stimato l’impronta carbonica della più grande forza armata del mondo: lo U.S. Army, l’esercito degli Stati Uniti. Secondo i calcoli di RGS, ente scientifico britannico tra i più autorevoli, e “occidentalissimo”, quindi, per così dire, al di sopra di ogni sospetto, nel 2017 (ultimo dato disponibile), l’armata Usa ha consumato 270 mila barili di petrolio ed emesso oltre 25 milioni di tonnellate di CO2. Cifre astronomiche, se pensiamo che nello stesso lasso di tempo considerato – un anno – Nazioni come Austria o Grecia consumano più o meno allo stesso livello.

    In altre parole, il più grande esercito del mondo consuma ogni giorno la stessa quantità di energia di Paesi industrializzati di 8 e 10 milioni di persone. Ma una cosa stupisce su tutte: l’esercito Usa (come evidentemente anche altri eserciti di simile importanza), consuma così tanto anche se impiegato solamente in guerre locali e in operazioni di addestramento. Insomma, più di un banale mantenimento delle truppe e un aggiornamento degli armamenti, ma nessuna guerra su larga scala. Tutto ciò ha un impatto sull’ambiente incalcolabile. Si pensi poi alle aree del Pianeta completamente dedicate a esercitazioni o ad altri scopi militari: si tratta di una quota che oscilla tra l’1 e il 6% della superficie terrestre. In vari casi al loro interno si trovano zone ricche di biodiversità e di capitale ecologico, che durante le esercitazioni viene danneggiato. Dagli habitat marini a quelli terrestri, inquinamento luminoso, acustico e chimico: la striscia nera della guerra danneggia il Pianeta già prima che scoppi.
     
  6. ECCO A COSA SERVIVANO GLI AUMENTI DI CAPITALE: Ai piani alti di Uber si parlava di «deal» (accordo, ndr) per descrivere l'intesa trovata con l'allora ministro dell'Economia Emmanuel Macron, che tra il 2014 e il 2016 avrebbe fatto di tutto per difendere le attività del colosso statunitense in Francia. A rivelarlo l'inchiesta «Uber files» pubblicata dal «Guardian», che ha raccolto più di 124 mila documenti che coprono un arco di cinque anni tra mail, Sms e file Pdf, condividendoli con il Consorzio internazionale del giornalismo di investigazione (Icij). Dal fiume di materiale passato al vaglio dei giornalisti emerge un Macron lobbista al servizio del colosso americano, con il quale era in continuo contatto mentre in Francia si svolgevano violente manifestazioni dei tassisti. Al centro delle proteste il servizio UberPop, che puntava a trasformare ogni privato in autista, poi bloccato con la legge Thévenoud. Ma mentre l'intero governo francese si mostrava ostile alla piattaforma, Macron era più che disponibile con il co-fondatore del gruppo, Travis Kalanick (dimessosi nel 2017), e degli altri dirigenti. Li riceveva nei suoi uffici per colloqui mai risultati nella sua agenda di ministro. «Incontro mega top con Emmanuel Macron questa mattina. La Francia dopo tutto ci ama», scriveva in un resoconto il dirigente Marc MacGann. Dall'indagine giornalistica emerge che Uber esercitava pressioni anche su altri leader, come il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente Joe Biden, in quel periodo ripetitivamente sindaco di Amburgo e braccio destro di Obama. I manager volevano avvicinare anche Matteo Renzi. —
  7. STRAGE INFINITA : Valeriy è appoggiato al muro, le dita ticchettano sui mattoni dietro la sua schiena, gli occhi fissi, umidi, concentrati a guardare dritto di fronte a lui i soccorritori che cercano i corpi tra le macerie. Alle nove di mattina sono già sei i cadaveri estratti dall'edificio a cinque piani di cui non resta che un mucchio di detriti. Erano da poco passate le nove, sabato sera, quando il primo missile russo ha colpito gli edifici residenziali di Chasiv Yar, cittadina 40 chilometri a Sud-est di Kramatorsk, nella provincia di Donetsk. Nei venti minuti successivi altri tre schianti, missili Iskander secondo i funzionari ucraini, hanno distrutto due edifici e gravemente danneggiato quelli adiacenti.
    Valeriy ieri mattina prima dell'alba ha preso una torcia ed è corso lì, verso la casa dove vivevano sua sorella Iryna e suo nipote Denis di nove anni.
    Quando è arrivato, però, la casa non c'era più. Era ancora buio, puntava la torcia verso i piloni di cemento venuti giù, verso le barre di ferro che ne costituivano l'armatura, mentre i mezzi di soccorso arrivavano uno dopo l'altro, sulle strade di campagna che congiungono questa radura alla via principale che porta a Kramatorsk, la città che dovrebbe essere uno dei principali obiettivi delle forze russe mentre si spostano verso ovest.
    È in piedi, Valeriy, gli occhi fissi al vuoto lasciato dai missili, quando arriviamo, ieri mattina. In strada mezzi della polizia e dell'esercito, e poi le gru e le ambulanze.
    Sua sorella Iryna aveva chiamato l'anziana madre due giorni fa, voleva sapere se avesse bisogno di cibo, di acqua, di essere evacuata. Si sarebbe data da fare per trovare un'ambulanza, un mezzo di soccorso per farla andare via. Ora la madre a casa chiede notizie lei e del bambino, e Valeriy dice solo: «Andrà tutto bene».
    È di poche parole ma mette in fila le cose, elenca le ultime conversazioni, gli ultimi spostamenti, le ultime parole di sua sorella con la logica di chi cerca di scongiurare la paura della morte ricordando i gesti consuetudinari dei vivi.
    È di poche parole ma mentre tutti intorno gridano lamenti e rabbia, dice a bassa voce: «Se la gente non avesse parlato, oggi non saremmo qui a piangere donne e bambini». Una frase, secca, che riassume la natura di questa guerra. Di fronte a lui una donna urla che il sindaco è responsabile dei morti, che non avrebbe dovuto permettere ai soldati di trasferire una base lì, che i soldati devono stare nei campi e non tra la gente.
    Valeriy scuote la testa, le dice: «Guardati intorno, qui ci sono solo campi, ci sono basi militari dappertutto, ci proteggono, dall'altra parte ci sono i russi».
    Allora la signora grida ancora, e più forte: «Ci sono i russi lì? E allora lasciateli arrivare. Tanto ci diranno che ce lo meritiamo. Separatisti, separatisti, ci lasciano morire mentre ci chiamano separatisti».
    Dalle macerie i soccorritori estraggono due corpi e li stendono nei sacchi bianchi prima di trasferirli vicino ai mezzi di soccorso. Uno è un civile, uno è un soldato.
    Che ci fossero i soldati lì Valeriy lo sapeva, glielo aveva detto sua sorella pochi giorni prima. Appena arrivati avevano sistemato i loro mezzi dietro il muro dell'edificio dove viveva. Un'unità arrivata a difendere la zona, gli uomini e i mezzi d'altronde si spostano man mano che si sposta la guerra. I russi puntano a Kramatorsk e le truppe di Kiev si spostano di conseguenza a difesa delle zone sotto attacco. Bakhmut, Siviersk, Sloviansk, e Chasiv Yar.
    I soldati arrivati lì avevano cucinato nel cortile venerdì e stavano cucinando anche sabato - dicono i sopravvissuti - quando è arrivato il primo razzo senza che nessun allarme li avvertisse del pericolo. Valeriy non accusa nessuno, non fa domande, quando i soccorritori chiedono silenzio per capire se si sentano suoni da sotto le macerie, si avvicina al cordone facendosi spazio tra i giornalisti e le telecamere e fissa i vigili del fuoco che cominciano a scavare a mano, spostando un mattone dopo l'altro. «Qualcuno vivo là sotto c'è - dicono le squadre di soccorso -, ma state indietro». Valeriy torna appoggiato al muro. Guarda un altro corpo estratto ma non vivo, e aspetta.
    Alle quattro del pomeriggio i cadaveri portati via nei sacchi bianchi sono quindici e mancano all'appello ancora trenta persone. Tra loro il padre di Oleksandra. Il fidanzato la stringe ogni volta che estraggono un cadavere. E a ogni corpo tirato fuori anche Oleksandra grida che è colpa dei soldati che stazionavano in casa loro, che la guerra si combatte lontano dalla gente, che a morire sono sempre i disgraziati. Come si sentono loro, che hanno nei volti la tristezza e il realismo dei reietti. Che non sono andati via perché non possono permettersi nemmeno un destino da sfollati, perché hanno paura dello stigma che sentono macchiare la gente del Donbass, o perché aspettano i russi che, intanto, li bombardano. Come hanno già fatto altrove, alla fine di giugno in un centro commerciale a Kremenchuk - allora le vittime furono 19 - e come avevano fatto nella regione di Odessa uccidendo ventuno persone in un attacco che ha distrutto un condominio e un'area ricreativa.
    Nei palazzi che circondano l'edificio dove vivevano la sorella di Valeriy e il padre di Oleksandra, gli uomini caricano elettrodomestici, qualche valigia e buste con le scorte di cibo sulle spalle. Portano via gli anziani mentre dai balconi pericolanti cadono lastre di cemento. Una donna sistema una sedia nel cortile e si siede a guardare i resti di casa sua. Comincia a piovere ma non si sposta, sistema uno scialle sulla testa e parla senza curarsi che ci sia, intorno, qualcuno ad ascoltarla. «Andate via, andate via, andate via ci dicevano. Adesso andiamo via, ci cacciano via le bombe».
    Quando la battaglia si è intensificata nella provincia di Donetsk, il governatore della regione aveva chiesto ai 350 mila cittadini rimasti in zona di andare via. «Dovete salvarvi la vita», sono state le sue parole. Lo stesso ha fatto la vice primo ministro Iryna Vereshchuk pochi giorni fa quando ha esortato i civili nella regione meridionale di Kherson occupata dai russi a evacuare urgentemente per lasciare libere le forze armate ucraine di organizzare il contrattacco: «È chiaro che ci saranno combattimenti, ci saranno bombardamenti, per questo andate via subito e con ogni mezzo possibile».
    Servono a questo gli appelli per le evacuazioni a salvare la vita dei civili e consentire all'esercito ucraino di difendere la gente e le città e non trasformarle in cimiteri.
    Come ieri è diventata Chasiv Yar.
    Lo scrittore austriaco Martin Pollack in uno dei suoi libri sulla memoria che le guerre hanno lasciato nel Vecchio Continente, descrive lo spazio come «paesaggio contaminato». Contaminato dai carnefici che hanno seminato atrocità e le hanno poi nascoste per togliere ai morti e ai vivi ogni residuo di dignità e giustizia.
    Scrive Pollack: «Le autorità conoscono le zone, ma si rifiutano di localizzarle con precisione, perché temono la verità più dei fantasmi sanguinosi del passato. I fantasmi, almeno sperano, si lasciano rabbonire, la verità invece non conosce misericordia».
    Ieri a Chasiv Yar c'era tutta la verità senza misericordia di questa guerra. Chi era pronto a tradire l'esercito di Kiev inviando le posizioni dei soldati, chi capiva che senza spostare basi e mezzi ovunque queste zone sono impossibili da difendere. C'era anche la verità più cinica, quella dell'aggressore, che non si cura delle vittime civili e usa il loro sangue per capitalizzare i rancori di una terra già spaccata.
  8. TRA UN ANNO SENZA L'ANNESSIONE DELL'UCRAINA ALLA EU PUTIN COME HITLER  NEL 1939  ENTRERA' IN EU PASSANDO DALLA POLONIA: Bakhmut è una città deserta. Per le sue vie si incontrano soldati che smontano dal fronte in cerca di un chiosco dove mangiare un panino.
    I civili, invece, camminano con passo svelto ed escono di casa solo se c'è un "valido" motivo, per andare al mercato o in farmacia. Bakhmut è in guerra dal 2014. Dal centro alle frontiere con le terre separatiste di Donetsk sono 30 chilometri. «I russi hanno cominciato ad occupare i villaggi della nostra area metropolitana. Piccoli paesi da cui sta per partire l'assedio alla città», dice Oleksander Marchenko, vicesindaco di Bakhmut. Passa le sue giornate a coordinare le squadre di operai al lavoro per ripristinare luce ed acqua dopo ogni bombardamento.
    Quanti cittadini sono rimasti a Bakhmut?
    «Meno di 10 mila. Prima del 24 febbraio la mia città contava 80 mila abitanti».
    State intensificando le evacuazioni?
    «Sì, proprio oggi (ieri, ndr) almeno 8 bus hanno portato profughi a Dnipro. Altri se ne stanno andando con mezzi propri».
    La sua famiglia è già andata via?
    «Sì, appena è iniziata la guerra. Nel 2014 la mia primogenita è stata male. Lo stress post traumatico le ha rovinato la vita e la salute. Come è iniziata la guerra ho mandato lei, con la sorellina e mia moglie in un luogo sicuro».
    Perchè ci sono persone che non vanno via?
    «La maggioranza sono anziani che non vogliono lasciare casa. Cerchiamo di convincerli, ma è una lotta contro i mulini a vento. La cosa peggiore è che proprio in queste ore alcuni stanno tornando, dicono di non voler vivere da profughi, lontano da casa».
    I russi hanno intensificato i bombardamenti?
    «Nelle ultime 72 ore è stato un vero inferno. Cannoni, missili e arei hanno colpito ovunque. Abbiamo registrato diverse vittime. Tra i feriti ci sono tre bimbi, il più grave è stato trasferito a Dnipro, non sappiamo se sopravviverà».
    Luce, acqua e gas?
    «Il gas non c'è da quasi due mesi. Metà città è senz'acqua, ma se tutto va bene oggi ripristineremo la stazione di pompaggio che serve la parte Nord della città. Ogni giorno dobbiamo correre per riallacciare le linee elettriche dei quartieri bombardati, i nostri operai sono eroi che nessuno celebra a dovere».
    A che punto è la battaglia di Bakhmut?
    «Si sta intensificando. I russi controllano già tre villaggi dell'area metropolitana. Da lì vogliono avvicinarsi alla città, ma i nostri soldati li stanno trattenendo».
    Sono arrivate anche qui le armi occidentali?
    «Sì, non so con precisione cosa sia arrivato, ma i nostri comandi ci informano che stanno aiutando. Peccato, se fossero arrivate prima avremmo potuto tenere i russi ben più lontano».
    Notizie dai villaggi occupati?
    «Pochissime. Sappiamo che ci sono state vittime. Non c'è rete e nemmeno acqua. In più sono stati distrutti i ripetitori dei cellulari».
    Teme che anche da Bakhmutsi debba ordinare la ritirata proprio come da Lysyciansk?
    «Certo. Severdonetsk e Lysyciansk sono a 60 chilometri da noi e abbiamo vissuto come nostra quella scelta sofferta. Temo di dover lasciare la mia città. Temo che ad un certo punto si debba dover scegliere tra salvare la vita dei nostri combattetti o sacrificarli contro un nemico che non conosce pietà. La vita umana è la prima cosa, va tutelata. È quello che ci differenzia dai nostri invasori: noi vogliamo che i soldati sopravvivano, che tornino a casa dalle loro famiglie. Per noi non sono solo carne da cannone».
    Ha un messaggio per l'Europa?
    «Vorrei che ascoltasse il mio governo. Vorrei che gli accordi presi per fermare i russi venissero rispettati. Vorrei che ogni europeo capisse a cosa ci servono le armi: per difendere casa nostra. Per poter lasciare ai nostri figli la terra dei loro avi».
    E per i russi?
    «Non ho nulla da dire loro. Vorrei solo che spegnessero