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Marco Bava ABELE: pennarello di DIO, abele, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

 

 

Il regolamento (UE) 2021/953 del 14 giugno relativo all'introduzione del certificato COVID digitale esclude l'obbligo vaccinale stabilendo anzi il principio di non discriminazione di coloro che non sono vaccinati, specificando che il possesso di un certificato di vaccinazione non deve costituire una condizione preliminare per l'esercizio del diritto di libera circolazione.

Tuttavia la scelta del governo francese – che altri Stati (come quello italiano) hanno annunciato di voler replicare – di prevedere l'obbligatorietà del passaporto sanitario per l'accesso a ogni luogo con più di 50 persone introduce una discriminazione nei fatti, in quanto impone delle restrizioni allo svolgimento della vita quotidiana dei cittadini, come l'ingresso in bar, negozi, trasporti pubblici, e così via.

Lo svolgimento di tali attività infatti costringerebbe il cittadino a sottoporsi a test per la rilevazione del SARS-CoV-2 con una frequenza insostenibile dal punto di vista sia organizzativo sia economico (visto che in nazioni come l'Italia il costo del tampone è a carico del cittadino), non lasciando dunque altra soluzione che la vaccinazione.

Alla luce di ciò si chiede dunque alla Commissione se misure come quelle annunciate dal governo francese non costituiscano una violazione del principio di non discriminazione più volte assicurato dalla stessa Commissione ed esplicitato nel sopra menzionato regolamento 2021/953.
 
 
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 Da inizio pandemia abbiamo usato almeno 46 miliardi di mascherine e abbiamo sempre sbagliato a smaltirle
Germana Carillo
Pubblicato il 3 Maggio 2022
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Un impatto “abnorme”, dicono gli esperti, quello dei famosi dispositivi di protezione individuale sull’ambiente e sulle nostre tasche. Dall’1 maggio sono cambiate parecchie regole, ma oramai il danno è fatto

Sono almeno 46 miliardi le mascherine utilizzate in Italia da quando ha avuto inizio la pandemia e 129 i miliardi a livello globale quelle consumate ogni mese, pari a circa 3 milioni di mascherine al minuto.

È quanto emerge da una stima effettuata SIMA, la Società Italiana di Medicina Ambientale, secondo cui ai circa 2 miliardi di mascherine utilizzate in Italia dalla popolazione scolastica a partire dallo scoppio dell’emergenza sanitaria nel nostro Paese, andrebbero ad aggiungersi i 16 miliardi in capo ai lavoratori e una quota stimabile in 28 miliardi per l’uso quotidiano nelle varie situazioni indoor e outdoor dall’inizio dell’emergenza sanitaria.

Raggiungendo così il catastrofico totale di 46 miliardi di mascherine.

Quanto gravano sull’ambiente?

Tantissimo. Secondo l’Oms sono 3,4 miliardi le mascherine che finiscono ogni giorno nella spazzatura, su scala globale, assieme a 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi (principalmente plastica) e 731mila litri di rifiuti chimici.

Uno studio apparso su Environmental Advances ha rivelato come buona parte delle mascherine finisca in acqua (quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima ottimistica al ribasso), evidenziando inoltre come una singola mascherina sia in grado di rilasciare fino a 173mila microfibre di plastica al giorno negli oceani, con possibili danni da ostruzione in seguito ad ingestione, ed effetti tossicologici dovuti alla veicolazione di contaminanti chimici e biologici. Preoccupa inoltre la presenza di frazioni sub-micrometriche, potenzialmente capaci di attraversare le barriere biologiche.

Come società scientifica siamo favorevoli al proseguimento dell’utilizzo delle mascherine negli ambienti indoor, ma al contempo abbiamo il dovere di evidenziare che ponendo adeguata attenzione alla qualità dell’aria indoor con semplici (oltre che economici) dispositivi di monitoraggio della CO2 ed eventuale ricorso a sistemi di purificazione dell’aria o ventilazione meccanica controllata (VMC) è possibile recuperare una fruibilità in piena sicurezza di tutti gli spazi al chiuso o ambienti confinati anche senza usare questi dispositivi di protezione individuale, di cui speriamo di poter fare presto tutti a meno, conclude Alessandro Miani, presidente Sima.

Noi cosa possiamo fare? Assolutamente informarci in modo da conoscere i modi adeguati per smaltire correttamente le mascherine chirurgiche. Noi ve ne abbiamo parlato qui.

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QUANDO  FINALMENTE SI SCOPRIRA' CHE IL VACCINO PER IL COVID NON VACCINA PERCHE'  IL VIRUS E' ANTIGENICO, NON ACCETTA VACCINI, E CHE IL DECRETO sul GREEN PASS DRAGHI e' illegale e antidemocratico, secondo il regolamento (UE) 2021/953 che stabilisce  il principio di non discriminazione di coloro che non sono vaccinati, specificando che il possesso di un certificato di vaccinazione non deve costituire una condizione preliminare per l'esercizio del diritto di libera circolazione, continueranno a decidere quelli che ora sbagliano. E' successo in Italia depo il fascismo per mantenere il contrtollo da parte degli antifascisti con gli ex fascisti. Ecco perche' l'ITALIA e' il paese dei signorsi. Le maggioranze hanno tutti i poteri mentre le minoranze hanno il solo potere di liberta' di manifestazione del dissenso. A chi manifesta e' stato imposto il green pass , non si puo' anche imporre come quando manifestare ! Quanti fumatori ci sono fra gli infetti e morti di Covid ? Non lo vogliono dire. Perche' ?

Mb

Commissione Dubbio e Precauzione | Live streaming [08|12|2021]

https://youtu.be/_ZLFlY7y_2w

UN NUOVO PARTITO PER IL GOVERNO DELLA DEMOCRAZIA

La scienza avanza sempre ed è venuto in nostro aiuto un altro virus. È la combinazione dei batteri e del virus che insieme riesce a dare la malattia. E sin dall’inizio il lavoro di alcuni ha dimostrato che un antibiotico avrebbe potuto fermare il virus. I virus non sono sensibili agli antibiotici. Era un batterio e questo batterio è stato trovato da una equipe italiana, dal dottor Carlo Brosnia. E si tratta di lavori recenti che non sono ancora stati pubblicati. Ci sono già delle immagini ? Ci sono delle immagini di batteri intestinali pieni di virus. Questa è una malattia nata da batteri e virus che va combattuta anche con l’igiene ?

 Non è solo il vaccino a curare: è una combinazione di cure che curerà questa malattia. Questo vaccino non cammina da solo. C’è stato un enorme errore di strategia. Contrariamente a quello che era stato detto, questi vaccini non proteggono assolutamente. È quello che sta venendo fuori piano piano. Questo è riconosciuto a livello scientifico oggi ? Non sono solo gli esperimenti scientifici che lo dicono ma anche gli esami sui malati ? Invece di proteggere, può succedere che favorisca altre infezioni ? La proteina che è stata utilizzata nei vaccini in realtà è tossica ?

 

 

COSTITUZIONE ITALIANA

Articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Articolo 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Articolo 32

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

 

Fonti di finanziamento della FONDAZIONE GIMBE

La Fondazione GIMBE è un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro e non riceve alcun finanziamento pubblico.

La Fondazione GIMBE realizza i propri scopi statutari grazie a:

Abbiamo lavorato con...

Fondazioni

Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus
Fondazione Poliambulanza - Istituto Ospedaliero
Fondazione Roma Sanita'
 

Internazionali

Istituto per la Sicurezza Sociale
 

Enti e Organi del SSN e della PA

Agenas
Agenzia Sanitaria Regionale Emilia Romagna
Istituto Superiore di Sanità
Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sardegna G. Pegreffi
Sardegna Ricerche
 

Università

Università degli Studi di Bologna - Facoltà di Medicina e Chirurgia
Università degli Studi di Catania - Facoltà di Medicina e Chirurgia
Università degli Studi di Firenze - Scuola di Specializzazione in Pneumologia
Università degli Studi di Messina - Scuola di Specializzazione in Pediatria
Universita' degli Studi di Milano - Facolta' di Medicina e Chirurgia
Universita' degli Studi di Padova
Università degli Studi di Padova - Facoltà di Medicina e Chirurgia
 

Aziende Sanitarie Locali

ASL 1 Imperiese
ASL 2 Savonese - Ospedale Santa Corona
ASL 3 Genovese
ASL 4 Chiavarese
ASL di Milano
ASL NO
ASL Oristano
ASREM - Azienda Sanitaria Regionale Molise
ASS n.2 Isontina
ASUR Zona Territoriale 13 Ascoli Piceno
Azienda per i Servizi Sanitari n. 4 Medio Friuli
Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari Provincia Autonoma di Trento
Azienda Sanitaria dell'Alto Adige
Azienda Sanitaria dell'Alto Adige - Comprensorio Sanitario di Bolzano
Azienda Sanitaria Firenze
Azienda Sanitaria Locale 2 - Lanciano - Vasto - Chieti
Azienda Sanitaria Locale 8 Cagliari
Azienda Sanitaria Locale BN1
Azienda Sanitaria Locale di Carbonia
Azienda Sanitaria Locale di Lanusei
Azienda Sanitaria Locale di Matera
Azienda Sanitaria Locale Teramo
Azienda Sanitaria Locale TO2 - Torino Nord
Azienda Sanitaria Locale VC
Azienda Sanitaria Provinciale di Messina
Azienda ULSS 1 Belluno
Azienda ULSS 12 Veneziana
Azienda ULSS 13 Mirano
Azienda ULSS 2 Marca Trevigiana
Azienda ULSS 3 Bassano del Grappa
Azienda ULSS 5 Ovest Vicentino
Azienda ULSS 7 Pieve di Soligo
Azienda ULSS 9 Treviso
Azienda Unità Sanitaria Locale Modena
Azienda Unità Sanitaria Locale n. 5 Spezzino
Azienda Unita' Sanitaria Locale Roma F
Azienda USL 11 Empoli
Azienda USL 3 Pistoia
Azienda USL 4 Prato
Azienda USL di Bologna
Azienda USL di Ferrara
Azienda USL di Piacenza
Azienda USL di Ravenna
Azienda USL di Reggio Emilia
Azienda USL di Rimini
Azienda USL Imola
Azienda USL Roma E
Azienda USL Valle d'Aosta
Comprensorio Sanitario di Merano
 

Strutture di Ricovero

AO Legnano
Arcispedale S. Maria Nuova - Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia
Azienda Ospedaliera Complesso Ospedaliero San Giovanni - Addolorata
Azienda Ospedaliera di Avellino - San Giuseppe Moscati
Azienda Ospedaliera di Padova
Azienda Ospedaliera di Rilevo Nazionale e di Alta Specializzazione - Garibaldi - San Luigi - San Currò - Ascoli - Tomaselli
Azienda Ospedaliera di Torino - Ordine Mauriziano
Azienda Ospedaliera Istituti Ospedalieri di Cremona
Azienda Ospedaliera Niguarda Ca'Granda
Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti Villa Sofia - Cervello
Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo - Potenza
Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini
Azienda Ospedaliera Santa Maria - Terni
Azienda Ospedaliera Specializzata in Gastroenterologia Saverio de Bellis
Azienda Ospedaliera Spedali Civili di Brescia
Azienda Ospedaliera Universitaria di Genova - San Martino
Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer
Azienda Ospedaliero - Universitaria Policlinico - Vittorio Emanuele
Azienda Ospedaliero Universitaria di Catanzaro - Mater Domini
Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna - Policlinico S. Orsola - Malpighi
Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara - Arcispedale S. Anna
Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Lecco
Casa di Cura Privata - Di Lorenzo
Casa di Cura Privata - Nomentana Hospital
Casa di Cura Privata - San Giacomo s.r.l.
Centro di Riferimento Oncologico
Centro Riabilitazione Motoria INAIL
Fondazione Stella Maris
I.R.C.C.S. Eugenio Medea - Associazione La Nostra Famiglia
I.R.C.C.S. Materno Infantile Burlo Garofolo
ISMETT
Istituto Clinico Humanitas
Istituto Europeo di Oncologia
Istituto Giannina Gaslini - Ospedale Pediatrico IRCCS
Istituto Ortopedico Rizzoli
Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori (I.R.S.T.) S.r.l.
Istituto Tumori Giovanni Paolo II - IRCCS Ospedale Oncologico di Bari
Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza
Ospedale Classificato Villa Salus
Ospedale di Pietra Ligure - Santa Corona
Ospedale Pediatrico Bambino Gesù
Presidio Ospedaliero Sant’Elia
 

Società e Associazioni Scientifiche

A.Ps.I.A. - Associazione Psicoterapia Infanzia e Adolescenza
AIFI - Associazione Italiana Fisioterapisti
AIFI - Associazione Italiana Fisioterapisti - Sezione Lazio
AIFI Sardegna
AIGO - Associazione Italiana Gastroenterologi & Endoscopisti Digestivi Ospedalieri
AISF
AITN - Associazione Italiana Tecnici di Neurofisiopatologia
AIUC Onlus - Associazione Italiana Ulcere Cutanee
AMD - Associazione Medici Diabetologi
AME - Associazione Medici Endocrinologi
AMIQA - Associazione Italiana per il Miglioramento della Qualità e per l'Accreditamento dei soggetti erogatori di assistenza sanitaria
ANUPI TNPEE - Associazione Nazionale Unitaria Terapisti della Neuro e Psicomotricita' dell'Eta' Evolutiva Italiani
Cooperativa Sociale Medicina del Territorio - MEDI-TER
FASTeR - Federazione delle Associazioni Scientifiche dei Tecnici di Radiologia
Gada + Eurosets + Getinge + Medtronic
GSTM-Gruppo di Studio della Terapia Manuale e Riabilitazione Muscoloscheletrica
Keiron - As.Me.G. Veneto
SIED
SIFO - Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie
SIGENP - Societa' Italiana Gastroenterologia Epatologia e Nutrizione Pediatrica
SIGOs - Società Italiana Geriatri Ospedalieri
SIMG - Società Italiana di Medicina Generale
SIMLA - Societa' Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni
SIN - Societa' Italiana di Neonatologia
SIN - Società Italiana di Neurologia
SIRU - Societa' Italiana della Riproduzione Umana
SISET - Società Italiana per lo Studio dell'Emostasi e Trombosi
SNAMID - Società Nazionale per l’Aggiornamento del Medico di Medicina Generale
SNO - Societa' dei Neurologi, Neurochirurghi, Neuroradiologi Ospedalieri
UNP - Unione Nazionale Pediatri
 

Ordini e Collegi Professionali

Collegio IPASVI Bolzano
Collegio IPASVI Milano - Lodi
 

Media

Il Pensiero Scientifico Editore Srl
Il Sole 24 Ore Sanità
MIDIA srl
 

Industria

3M Italia
Abbott Italia S.r.l.
Abbvie srl
AstraZeneca Spa
Biogen Idec Italia S.r.l.
Celgene srl
Chiesi Farmaceutici Spa
Covidien Italia Spa
Daiichi Sankyo Spa
Doc Generici Srl
Genzyme Srl
GlaxoSmithKline Spa
Janssen-Cilag Spa
MSD Italia srl
Pfizer Italia Srl
Roche Spa

Shire Italia Spa
Sofar Spa
Takeda Italia Farmaceutici Spa
Teva Pharma Italia Srl
Valeas Spa Industria Chimica e Farmaceutica
 

Altro

AIOP Giovani
Associazione Atlante
ASSOGENERICI - Associazione Nazionale Industrie Farmaci Generici e Biosimilari
COGEST M.& C. Srl
Consorzio ISMESS
EGAS - Ente per la gestione accentrata dei servizi condivisi
EOM Italia srl
Etna Congressi s.r.l.
Fondazione Sigma-Tau
INAIL - Sovrintendenza Medica Regionale Emilia Romagna
IntraMed Communications Srl
Noesis s.r.l.
Planning Congressi Srl
Spazio Congressi S.r.l.
Umbria Servizi Innovativi S.p.A.
UPMC ITALY srl

DA https://www.gimbe.org/pagine/370/it/fonti-di-finanziamento

 

Dr. Rand Paul on Martin Luther King Jr. Day
 
When one sees an injustice so great, he must make a choice — to continue tolerating the injustice or make sacrifices in the name of stopping it. Thankfully for us, Dr. Martin Luther King Jr. chose the path less traveled.
 
On this Martin Luther King Jr. Day, let us celebrate the life and legacy of Dr. King, and keep building the kind of America that is worthy of memory and that our children — of every race, creed and color — deserve.
 
Dr. Rand Paul Challenges Dr. Fauci on his Authoritarian Claim that he Solely Represents Science
 
The idea that a government official would claim to solely represent science and that any criticism of that official would be considered a criticism of science itself, is quite dangerous.

Last Tuesday, I challenged Dr. Anthony Fauci, Director of the National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) on his authoritarian claim that he unilaterally represents science.

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In a recently released email exchange with Dr. Collins, Dr. Fauci conspired, to create “a quick and devastating published takedown of three prominent epidemiologists from Harvard, Oxford, Stanford and label them, “fringe.”
 
Instead of engaging with the epidemiologists on merits, Dr. Fauci and Dr. Collins sought to smear and discredit any questions, opinions, and concerns they had. This is not only antithetical to the scientific method; it is the epitome of cheap politics that Dr. Fauci continues to prioritize over any questions surrounding COVID-19.
 
While Dr. Fauci continues to deflect from answering questions, I will continue to demand answers, and promise to thoroughly investigate the origins of COVID-19 once Republicans take back the Senate majority in 2022.
 
You can watch my full remarks and questions to Dr. Fauci HERE.
 
Dr. Rand Paul on U.S. Supreme Court Decision to Block Biden’s Vaccine and Testing Mandates
 
On Thursday, the Supreme Court blocked President Biden’s unlawful and unconstitutional vaccine and testing mandates for businesses across the U.S.
 
Under Biden’s vaccine and testing mandates, Kentucky risked losing up to 34 percent of its labor force, not to mention it would have cost Kentucky businesses at least $50 million.
 
People have the right to make their own healthcare decisions, and Biden’s command that working Americans and private businesses submit to his mandate upon penalty of loss of livelihood is a flagrant abuse of power that would have destroy Kentucky’s economy and work force.
 
While I have been outspoke against these mandates from the beginning and even more recently I joined fellow lawmakers in filing a amicus brief to the Supreme Court in opposition, I am thankful the Supreme Court ruled in a 6-3 decision to reject this unamerican federal takeover of individual freedom.
 
You can learn more about the cost of vaccine mandates in Kentucky by reading my committee’s report HERE.

 

 

11.11.21

Da quando Draghi e' diventato Presidente del Consiglio gli ho scritto queste lettere a cui non ha mai dato nessuna risposta

https://onedrive.live.com/?authkey=%21AFcMjDOYOAZIuQQ&id=A9BE3F8B29C04651%21890&cid=A9BE3F8B29C04651

giudicate voi se Draghi e' il caso che diventi Presidente della Repubblica o resti Presidente del Consiglio anche in considerazione del fatto che molto probabilmente scatenando la tempesta perfetta per scatenare la guerra civile passerà alla storia per aver scatenato una guerra civile per la furbata del green pass.

31.08.21

Dopo una pausa dal 30.10,20 al 31.08.21 ho deciso di aggiornare questo sito perche’ l’apertura del semestre bianco Draghi pare cambiato. Mi sembra meno indipendente nelle scelte giuste rispetto a quelle piu’ opportune per la Sua elezione a Presidente della Repubblica.

Se un Presidente della Repubblica dovrebbe essere indipendente e super partes non essere riconosciuto tale se si comporta in modo dipendente dal consenso nazionale del M5S-PD ed internazionale della Merkel.

Il tema fondamentale e’ la gestione dei rapporti con la Cina di  Xi Jinping, che nasconde le verita’ piu’ scomode, come i Talebani, per cui  aspira ad influenzare l’occidente ad avere rapporti guidati da Lui. Ed ecco che i soliti collaboratori interessati cinesi non perdono l’occasione per mettersi a disposizione : Conte, Prodi e soprattutto la Merkel che controlla l’Europa, strumento degli interessi tedeschi. Infatti Performance fuori scala dell'azienda che coproduce il vaccino per il Covid con Pfizer

Il boom dei vaccini fa decollare i conti di Biontech e traina anche il Pil tedesco. Nel secondo trimestre la piccola società di biotecnologie, che insieme a Pfizer ha sviluppato il primo siero contro il Covid-19, ha realizzato ricavi per 5,3 miliardi di euro, contro i 41,7 milioni del secondo trimestre 2020: nel primo semestre i ricavi sono stati pari a 7,3 miliardi, contro i 69,4 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. Un incremento spettacolare, che la stessa società in una nota attribuisce «alla rapida crescita dell'offerta del vaccino Covid-19 nel mondo».

Ma a rendere eccezionale questa performance, come ha fatto notare l'economista tedesco Sebastian Dullien, è il fatto che i risultati della sola Biontech sono «in grado di far aumentare il Pil della Germania di 0,5 punti percentuali». Un risultato definito «decisamente straordinario per una startup».

Dullien, professore di economia internazionale alla Htw-Università di scienze applicate di Berlino e direttore dell'istituto di studi macroeconomici Imk, ha argomentato le sue affermazioni in una serie di tweet. «Solitamente, in quanto studioso di macroeconomia non commento i risultati delle singole società. Tuttavia, può capitare in certi casi che i risultati di alcune aziende siano tali da avere una rilevanza macroeconomica, e Biontech è uno di questi rari esempi».

Facendo alcuni «rapidi calcoli», Dullien ha spiegato: «Biontech ha stimato che i ricavi provenienti dai vaccini contro il Covid-19 per il 2021 ammonteranno a 15,9 miliardi di dollari, cifra che rappresenta circa lo 0,5% del prodotto interno lordo tedesco», mentre lo scorso anno le vendite della società non avevano raggiunto livelli significativi.

 

Quest' anno, pur ammettendo la presenza di una componente estera - materiali acquistati oltreconfine - che non impatta sul Pil tedesco, secondo Dullien «la maggioranza dei ricavi viene realizzata in Germania, e per questo influisce direttamente sul prodotto interno lordo della nazione». Un caso più unico che raro. «Non ho memoria», scrive l'economista, «di un'altra società che abbia avuto un impatto paragonabile sul prodotto interno lordo della Germania».

Nemmeno Volkswagen, un colosso «che genera ricavi ben più importanti e che tra il 2018 e il 2019 ha visto crescere il fatturato di 18 miliardi di euro». Tuttavia, osserva Dullien, «in questo caso l'incremento è stato determinato da cambiamenti nei processi produttivi fuori dalla Germania, e per questo non ha influito sul Pil, al contrario di quanto accade per la gran parte dei ricavi di Biontech».

Questo essenzialmente per due ragioni: «In primis, Biontech realizza 1 miliardo di dosi di vaccino all'anno nello stabilimento di Marburg, e il valore aggiunto viene conteggiato nel Pil tedesco. In secondo luogo, la società ha siglato un accordo con Pfizer per la compartecipazione agli utili, e anche questi profitti vengono conteggiati nel prodotto interno lordo tedesco.

Un vaccino inutile per chi lo assume,  secondo Baric

 

Torino 19.07.21

 

ALL’ECC.MA Procura Generale di Torino

 

 Oggetto: probabile responsabilita’  della prof.ssa Shi del laboratorio virologico di Wuhan e di Xi Jinping, capo della Repubblica Popolare Cinese, nella creazione e diffusione di patogeni che hanno cambiato la loro antigenicita’ e qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus

 

Il sottoscritto Marco BAVA, nato a TORINO il 07.09.57  email: marcobava@pec.ordineavvocatitorino.it

rappresenta che :

 

Ho raccolto, ed ordinato una serie di informazioni che ho denominato: doppia pistola fumante;  sulle origini del virus  Sars-CO-2, da cui emergono probabili responsabilita’ della prof.ssa Shi del laboratorio cinese di Wuhan nella creazione e diffusione di patogeni che hanno cambiato la loro antigenicita’ e qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus

In un regime come quello cinese e’ ovvio che la  prof.ssa Shi condivida tale responsabilita’ con il capo dello stato Xi Jinping in quanto il laboratorio e’ statale e la stessa non si sa piu’ dove sia.

  1. Nel 1983 viene identificato il virus dell’HIV . Simon Wain-Hobson dell’Istituto Pasteur di Parigi e’ stato il primo a vedere la sequenza alla fine del 1984. Con il Sars-Cov-2 abbiamo avuto la sequenza in 10 giorni per la sequenza di fuoco genetica che oggi abbiamo. Si puo’ modificare un virus come si vuole.
  2. 2004 la Francia di CHIRAC dopo l’epidemia Sars del 2003 , stipula un’accordo intergovernativo per la lotta contro le malattie infettive emergenti .
  3. Nel 2011 in Olanda all’Universita’ Erasmus di Rotterdam e in contemporanea all’Universita’del Wisconsin negli Usa, per rendere piu’ contagioso il virus dell’influenza aviaria H5N1, un patogeno molto aggressivo che ha una letalita’ del 60% secondo l’Oms, ma che nell’uomo non si trasmette efficacemente per via aerea. Grazie a modifiche del virus e passaggi da un animale all’altro i ricercatori erano riusciti a fare in modo che i furetti in laboratorio si contagiassero solo attraverso un flusso d’aria senza contatti. I risultati erano talmente pericolosi che le riviste Science e Nature ne hanno vietato la pubblicazione per piu’ di 1 anno. All’Universita’ di Hannover lavora il prof.Osterhaus che era a capo dell’equipe olandese che sostiene che all’epoca eravamo nel mezzo di una epidemia di aviaria in cui l’H5N1 era un virus devastante per i volatili ma nel sud-est asiatico si ammalassero anche delle persone che venivano infettate dal pollame che morivano al 50%. Ma il virus non si trasmetteva in modo efficace da persona a persona . Per cui finanziati anche dall’NHI abbiamo costruito un laboratorio piu’ sicuro in 6 anni ma ad oggi non ci sono norme internazionali codificate.
  4. Nel 2012 6 uomini erano entrati in una miniera di rame abbandonata nello Yunnan per pulirla, era piena di guano. Pochi giorni dopo si erano  ammalati ti polmonite e 3 di loro erano morti. Il primo minatore aveva 63 anni, ed e’ morto dopo 12 giorni. Il secondo dopo 1 mese il 3° dopo 100 giorni. I sintomi erano febbre alta, tosse e dolore agli arti. Tutti, tranne uno facevano fatica a respirare. Tutti e 3 avevano gi anticorpi GM segno di una infezione virale recente. I test li aveva fatti il laboratorio di Wuhan. Si trattava di un coronavirus ed il dr.Nanshan aveva concluso che si trattava di polmoniti virali. Per 4 volte i ricercatori di Wuhan sono andati nella miniera per capire quali virus fossero presenti nei pipistrelli. Il collegamento fra RATG13 ed i casi di polmonite .
  5. Nel 2013 in una grotta di una miniera di rame abbandonata nello Yunnan viene  ritrovato il virus RATG13 - RABT-COV-4991.
  6. Il 12 luglio 2014 un laboratorio di massima sicurezza del CDC di Atlanta scambia inavvertitamente l’H5N1 , il virus della AVIARIA, per un ceppo di un virus dell’influenza inviandolo ad un altro laboratorio di ricerca. Tre giorni prima in un laboratorio vicino a Washington durante le pulizie le pulizie in un ripostiglio vengono trovate sei fiale con il virus del vaiolo dimenticate in una scatola dal 1950. Qualche settimana prima 80 dipendenti di un laboratorio  del CDC si infettano con batteri vivi dell’antrace.
  7. Nell’ottobre 2014 Obama blocca i fondi agli esperimenti di “gain of function” e chiede a tutti i paesi una pausa di valutazione.
  8. Nel 2015 la professoressa Shi si rivolge al prof.Baric , dell’Universita’ del North CAROLINA , uno dei maggiori esperti nella creazione di virus sintetici. Insieme i due scienziati costruiscono un virus ibrido la chimera innestando una proteina presa dal virus dei pipistrelli sul virus della Sars ricavato dai topi. E ne esce un super virus dannoso per l’uomo realizzato un Usa finanziato dal Dipartimento della Salute degli Usa , che dimostra che la proteina Spike e’ in grado di legarsi al recettore umano ed infettare le cellule direttamente. Nei data base c’erano le sequenze di molti Coronavirus di pipistrelli simili alla Sars, identificati in Cina. In quel bacino si immaginano dei ceppi che sarebbero potuti crescere bene nelle cellule umane. Da questi esperimenti e’ emerso che esistono dei ceppi nei pipistrelli che sono preprogrammati per saltare da una specie all’altra. Si puo’ sintetizzare chimicamente la sequenza del virus in laboratorio e poi ricreare il virus. Grazie ai fondi americani i ricercatori di Wuhan hanno partecipato ad esperimenti come la chimera del 2015 con il virus della Sars. Gli stessi autori del paper tra cui il prof.Baric e la prof.ssa Shi  a scrivere che :”Non e’ possibile prevedere la pericolosita’ del nuovo virus che si vuole creare come la chimera SHC014-MA15.”(NATURE-MEDICINE A SARS-like cluster of circulating bat coronavirus shows potenzial for human emergence.)
  9. Quindi nel 2015 la prof.ssa Shi, responsabile del laboratorio di Wahan si rivolge al prof.Baric dell’Universita’ del North Carolina , esperto sia nella costruzione di virus sintetici, sia di coronavis. Insieme i due scienziati costruiscono un virus ibrido , la famosa chimera di cui aveva parlato il Tg Leonardo, tornato a circolare in rete qualche tempo fa: “Dei ricercatori cinesi innestano una proteina presa dai pipistrelli sul virus della Sars ricavato di topi e ne esce un super virus che potrebbe colpire l’uomo.”

Realizzato in Usa con il finanziamento anche dell’agenzia del dipartimento della Salute degli Usa l’esperimento aveva dimostrato che la proteina Spike era in grado di legarsi al ricettore umano e infettare le cellule direttamente , come sostiene il prof.Baric protagonista di questa ricerca :””Nei data base c’erano le sequenze di molti Coronavirus dei pipistrelli simili alla Sars. Erano virus identificati in Cina. In quell’enorme bacino si potevano immaginare dei ceppi che sarebbero potuti crescere bene nelle cellule umane. La domanda nella comunita’ scientifica era : se emerge un nuovo ceppo e’ in grado di causare una epidemia ? o deve passare attraverso una serie di mutazioni ? A questo serviva l’esperimento del 2015. Ora sappiamo che nei pipistrelli esistono dei virus che sono preprogrammati per saltare da una specie all’altra. Se lo fanno si riprodurranno bene negli esseri umani . In quel caso non abbiamo avuto accesso ai virus in Cina. Avevamo solo la sequenza. Si puo’ sintetizzare chimicamente la sequenza del virus in laboratorio e poi ricreare il virus.” Dopo l’esperimento con il prof.Baric nel 2017 il team di Wuhan pubblica le sequenze di 11 nuovi Coronavirus di tipo Sars identificati ancora nel sud della Cina , nello Yunnan. Ricombinando alcuni di questi virus in un progetto sempre cofinanziato dal governo americano i ricercatori costruiscono 8 diverse chimere e due di loro sono in grado di infettare le cellule umane. La prova ancora una volta che i Coronavirus dei pipistrelli sono pronti a fare il salto senza passare da un altro animale. Nel 2015 c’erano due team al mondo molto bravi a creare virus chimerici ed entrambi lavoravano su Coronavirus simili alla Sars. Uno era in North Carolina sotto il prof.Baric e l’altro a Wuhan sotto la prof.ssa Shi. Entrambi hanno sviluppato tecniche per combinare due parti diverse di virus diversi in un unico virus. Si usa lo scheletro di un virus e la proteina Spike di un altro virus. Entrambi i due team sono diventati bravi a fare questi esperimenti. E a farlo senza lasciare traccia. Questi esperimenti sono stati fatti per capire quanto aggressivi e pericolosi fossero i Coronavirus, con la scusa di essere pronti a combattere una eventuale pandemia che invece potrebbero aver cagionato con una ennesima fuga accidentale , dopo quelle dal laboratorio di Wahan. Erano quindi giustificati a fin di bene , ma il team del prof.Baric e della prof.sssa Shi avevano avvertito il mondo del fatto che erano in grado di creare dei patogeni piu’ pericolosi e che questa era un tipo di ricerca rischiosa. Baric sostiene che “L’unica funzione in piu’ che abbiamo dato al virus e’ che abbiamo cambiato la sua antigenicita’ e qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus nel caso fosse apparso in futuro .”

L’intervista al prof.Baric e’ stata fatta dalla giornalista LISA LOTTI per la     trasmissione Presadiretta nella puntata  Sars-Cov-2:identikit di un Killer del 15 settembre 2020.

  1. Nel 2016 un articolo parla del RABT-COV-4991, firmato anche dalla professoressa Shi a capo del gruppo dell’istituto di Virologia di  Wuhan.”Coexistence of multiple coronaviruses in several bat colonies in an abandoned mineshaft” aveva descritto 152 virus che aveva identificato nella miniera abbandonata nello Yunnan. Il 4991 era l’unico beta Coronavirus del tipo Sars con caratteristiche molto diverse : un nuovo ceppo.
  2. Nel 2017,  il 23 febbraio 2017  il primo ministro Francese Cazenueve inaugura il laboratorio  scientifico di Wuhan, il primo di classe P4 in Asia,  che nasce da una collaborazione del mondo scientifico francese e degli USA. La Francia aveva venduto le strumentazioni alla Cina e a dirigere i lavori per la realizzazione dell’impianto , un cubo di 3000 mq. E’ capace di resistere ad un terremoto di magnitudo 7, sta sopra l’area esondabile, e con telecamere di controllo in tutta l’area circostante . Entro il 2017 il team di Wuhan pubblica le sequenze di 11 nuovi Coronavirus di tipo SARS identificati ancora nel sud della Cina, nello Yunnan. Ricombinando alcuni di questi virus sempre cofinanziato dal governo americano i ricercatori costruiscono otto diverse chimere di cui due di loro sono in grado di infettare le cellule . I Coronavirus dei pipistrelli possono infettare direttamente l’uomo.  Un articolo di “Nature” uscito nel 2017, poco prima dell’inaugurazione del laboratorio di Wuhan riferivano che molti membri dello staff cinese , fra cui la prof.ssa Shi, avevano studiato al P4  di Lione il gemello di Wuhann, e c’era il timore che un patogeno fuoriuscisse dall’impianto  in quanto il virus della Sars era sfuggito 4 volte dai laboratori : nel settembre 2003 Singapore, a dicembre 2003 a Taiwan; 2 volte ad aprile 2004 a Pechino .  Inoltre sotto la presidenza di Trump riprende a finanziare gli esperimenti nel mondo.
  3. “Nel 2017 e nel 2018 dal laboratorio di Wuhan vengono prodotte delle sequenze relative allo stesso virus RaTG13. Grazie ai fondi americani i ricercatori di Wuhan hanno partecipato ad esperimenti come quello del 2017 con diversi ceppi di pipistrelli.
  4. Nel 2018 due ufficiali dell’ambasciata statunitense a Pechino visitano l’impianto di Whan, e rilevano una grave carenza di tecnici e ricercatori addestrati per operare in sicurezza. Gene Olinger, direttore scientifico di una societa’ americana che cerifica i livelli di sicurezza dei laboratori P3 e P4 nel mondo sostiene che oltre all’incidente di contenimento quello classico e’ che un tecnico puo’ infettarsi senza sapere di essere contagiato o si rifiuti di ammettere di aver avuto un incidente attraverso l’uso errato dei dispositivi di sicurezza personale. Gli incidenti capitano purtroppo nonostante gli aiuti al personale dato dagli Usa per aprire i laboratori.
  5. Nel 2019 grazie alla rivista Science si viene a sapere che dei lavori erano stati autorizzati 2 progetti sul virus dell’influenza aviaria perche’ si trasmettesse piu’ facilmente nei furetti, senza che se ne sapesse nulla.  Quindi si sarebbe diffuso piu’ facilmente nei mammiferi . Nel febbraio 2019 Antoine  Izambard giornalista del settimanale francese Challenger ha visitato il laboratorio di Wuhan, e nel suo libro France-Chine les liaison dangereuses, racconta in un capitolo come la collaborazione fra Francia e Cina non sia mai partita perche’ la Cina era molto poco trasparente e la Francia non si fidava. Pechino metteva 44 milioni di dollari e i francesi fornivano tecnologie e scafandri e le stanze a tenuta stagna come quelle dei sottomarini. Ma i francesi non hanno mai messo piede a Wuhan. La Cina decide da sola quello che si fa nel laboratorio di Wuhan.
  6. Fine luglio 2019 la prof.ssa Shi dice in un’intervista a Science,  che ha studiato il virus dei pipistrelli a Wuhan , ma nessuno pipistrello era portatore di CORONAVIRUS simile alla Sars
  7. Dal 12 settembre 2019  e’ inacessibile dal web la pagina intera che la prof.ssa Shi aveva messo a disposizione della comunita’ scientifica con un ricco database specializzata in virus di pipistrelli , di roditori che conteneva dati relativi a piu’ di 20.000 campioni, con informazioni molto dettagliate come le coordinate GPS del luogo del campionamento il tipo di virus trovato e se era stato sequenziato o isolato cioe’ fatto crescere in culture cellulari. Il database prevedeva un accesso tramite password per consultare i dati dei virus non ancora pubblicati prima con l’obbligo solo di non divulgare le informazioni fino alla loro pubblicazione.
  8. il 30 dicembre 2019 all’istituto di Virologia di Wuhan arrivano i campioni di 2 pazienti colpiti da una polmonite atipica.
  9. il 3 febbbario 2020 su “Nature” esce articolo “A pneumonia outbreak associated with a new coronavirus of probabile bat origin” in cui si informa la comunita’ scientifica che l’istituto di Virologia di Wuhan ha trovato un virus originato dai pipistrelli che condivide con il nuovo Coronavirus il 96,2% del genoma. E’ il coronavirus piu’ vicino al Sars-Cov-2. Questo virus viene chiamato Bat CoV RaTG13, perche’ trovato in un pipistrello nella zona sud-ovest della Cina e il laboratorio di Wuhan ne sequenzano l’intero menoma. Monali Rahalkar e’ una microbiologa indiana di scienze e tecnologia del Governo indiano, che appena e’ uscito l’articolo su “Nature comincia l’indagine su RATG13 e mette in relazione la sequenza di un gene che corrispondeva al RATG13 con RABT-COV-4991. NESSUN animale e’ risultato positivo al Sars-Cov2 Perche’ la prof.ssa Shi ha  cambiato il nome dello stesso virus da RABT-COV-4991 a RATG13 ?
  10. Il 16 marzo 2020 la prof.ssa Shi Zhengli e’ la prima ed unica volta che racconta in prima persona a una giornalista di Scientific American “How China’s Bat Woman Hunted Down Viruses from Sars to the New Coronavirus “
  11. Nell’APRILE 2020 si scopre l’esistenza di 2 vecchie tesi una di LAUREA ed una di Dottorato, che raccontano come nel 2012, nella stessa miniera dove e stato scoperto il nuovo virus RATG13 delle persone erano morte di polmonite. La professoressa Shi fino ad aprile 2020 faceva parte di un grande progetto internazionale di ricerca lanciato dagli Usa.
  12. Il 20 aprile del 2020 hanno sospeso il finanziamento del progetto a Whan.
  13. nel MAGGIO 2020, il laboratorio di Wuhan ha caricato sui database altre sequenze relative allo stesso virus. Sono 33 e coprono diverse parti del genoma fra cui il gene della proteina Spike che permette il virus di entrare nelle cellule umane e replicarsi.
  14. Dal GIUGNO 2020 e’ stata rimossa dal web la pagina intera che la prof.ssa Shi aveva messo a disposizione della comunita’ scientifica con un ricco database specializzata in virus di pipistrelli , di roditori che conteneva dati relativi a piu’ di 20.000 campioni, con informazioni molto dettagliate come le coordinate GPS del luogo del campionamento il tipo di virus trovato e se era stato sequenziato o isolato cioe’ fatto crescere in culture cellulari. Il database prevedeva un accesso tramite password per consultare i dati dei virus non ancora pubblicati prima con l’obbligo solo di non divulgare le informazioni fino alla loro pubblicazione.
  15. L’8 luglio 2020 EcoHealth Alliance ha ricevuto una lettera dell’NIH in cui l’agenzia americana propone di riattivare i fondi se un team indipendente ispeziona i laboratori di Wuhan. Morin Miller e’ una epidemiologia della Columbia University che ha collaborato per anni con EcoHEALTH Alliance e con la professoressa Shi in un progetto  per la prevenzione degli spillover ed afferma che  EcoHealth Alliance ha ricevuto una lettera e una settimana dopo il loro progetto e’ stato cancellato da Antony Fauci responsabile dell’NIH che  successivamente ha finanziato con 7,5 milioni di $ su un nuovo progetto sulle malattie infettive emergenti senza esperimenti di “gain of function” e di genetica inversa. Patner scientifici  sono Usa, Thailandia e Singapore.
  16. Fine luglio 2020 rispondendo a domande della rivista “Science” la professoressa Shi ha confermato che conoscevano la sequenza intera del virus da 2 anni ma ora il campione non c’e’ piu’ con la scusa che dopo l’ultimo sequenziamento si e’ esaurito. Le chimere hanno fornito ai virus dei pipistrelli la capacita’ di infettare le cellule umane, che in natura non avevano.

CONCLUSIONI

Sars-Cov-2 e’ stato preadattato all’uomo. Il Coronavirus che causa il Covid-19 e’ abile ad infettare le cellule umane . Secondo il prof.Nikolai Petrovsky dell’Universita’ di Adelaide, ha analizzato l’interazione fra la proteina Spike di Sars-Cov-2 e il recettore umano ACE2 che e’ la serratura che il virus usa per entrare nelle nostre cellule. Il Sars-Cov-2 ha una chiave per entrare nelle cellule umane. Ma e’ molto meno efficace per entrare nel recettore dei pipistrelli. Analizzando la proteina SPIKE che e’ la parte del virus che si lega al recettore umano, ha un sito di taglio per l’enzima umano della furina  che facilita il contagio tra uomini. Le tecniche moderne per inserire o apportare modifiche ai geni non lasciano tracce. Fra le caratteristiche anomale di Sars-cov-2 c’e’ il sito di taglio della furina. La furina e’ un enzima che taglia le proteine umane per attivarle e renderle funzionanti. Sars-COV-2 e’ l’unico coronavirus in grado di ingannare la cellula per entrare. La Sars dei pipistrelli non ha la sequenza segnale riconosciuta da questo enzima. Ci sono 2 amminoacidi che devono essere presenti in un ordine particolare affinche’ la furina riconosca la proteina.

Il virologo Numberg e’ stato il primo nel 2006 ad inserire il sito di taglio per la furina nella Sars. Senza creare un virus pericolo ha dimostrato che la proteina Spike favoriva l’entrata   del virus nella cellula umana. Quindi si tratta di una ingegneria genetica da laboratorio usando le tecnologie di genetica inversa si puo’ costruire una copia dell’intero genoma virale manipolarlo in laboratorio metterlo nelle cellule e nelle giuste condizioni si genera un nuovo virus uguale ad uno naturale. Che si replica come un virus naturale.

C’erano 2 team al mondo molto bravi a creare virus chimerici ed entrambi lavorano su coronavirus simili alla Sars: North Carolina sotto prof.Baric e l’altro a WUHAN sotto la prof.ssa Shi. Entrambi hanno sviluppato tecniche per combinare due parti diverse di due virus diversi in uno unico: si usa lo scheletro di un virus e la proteina SPIKE di un altro. Senza lasciare traccia. Questi esperimenti sono stati fatti per capire quanto aggressivi e pericolosi i fossero i Coronavirus per poter essere pronti a combattere una pandemia.

BARIC e la SHI hanno dato al virus una funzione in piu’ cambiando la sua antigenicita’ per cui qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus. Quindi entrambi i team di Barrric e della Shi erano in grado di creare dei patogeni piu’ pericolosi che cambiando la loro antigenicita’ a qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe potuto proteggere le persone da questo nuovo virus.  Ci sono milioni di sequenze di virus.

I rapporti scientifici fra Wuhan ed USA prima della pandemia erano strettissimi. Il governo americano e’ stato uno dei maggiori finanziatori sulla Sars dell’istituto di Virologia di Wuhan.  3,7 milioni di dollari dal 2014 al 2020 per sorvegliare catalogare i virus dei pipistrelli del sud della Cina con l’organizzazione EcoHealth Alliance e altri istituti del Paese. Questi esperimenti di “gain of function” sono pericolosi perche’ di fatto potenziano i virus dando loro nuove capacita’ attraverso il “guadagno di funzione” rendendoli piu’ contagiosi o aggressivi per motivi di studio determinando il punto debole del virus puo’ permettere agli scienziati di identificare nuovi bersagli antivirali. Da 10 anni si fa questa nuova ricerca senza che la popolazione lo sappia,

Il prof.Amir Attaran   fa parte  del Cambridge    Working Group un gruppo di un centinaio di scienziati ed esperti in campo etico e legale  che si batte per la sospensione dei lavori di “gain of function” per non sono serviti per difenderci da nessun virus, che si cura con terapie classiche ma tempestive.

Secondo il prof.Richard Ebright biologo molecolare della Rutgers University quello che si faceva a Whan negli ultimi anni insieme all’organizzazione americana EcoHealth Alliance era una ricerca di gain of function che potrebbe produrre nuovi potenziali virus pandemici.

Basta il codice genetico anzi un frammento lo si puo’ iniettare direttamente o si puo’ mettere questa porzione di codice genetico di Sars-Cov-2 dentro un altro virus innocuo da usare come navicella nel corpo.

                                               PQM

Il sottoscritto chiede che codesta Ecc.ma Autorità giudiziaria verifichi se esistano estremi di reato per i fatti sopra indicati.

Chiede di essere informato a norma dell’art. 408 c.p.p di un’eventuale richiesta di archiviazione.

Con deferenza.

Marco BAVA

 

Un vaccino dalle proprieta’ piu’ conosciute da chi ne fa la promozione, come una bottiglia d’acqua, che dai suoi produttori.

Infatti come l’acqua in bottiglia il vaccino e’ sempre piu’ caro e con un’efficacia che nessuno controlla, rispetto alle acque potabili.

Ma utile alla Cina visti i ritardi nelle spedizioni dai porti cinesi a quelli europei e americani salgono a livelli mai visti. Così come i prezzi, da capogiro. Un caso di Covid e la Cina ha deciso di chiudere uno dei terminal del porto di Ningbo, il terzo più grande al mondo, mettendo in crisi ancora di più la già ingolfata catena delle spedizioni. Proprio mentre il periodo di maggior picco dell'anno si avvicina.

C'è da far arrivare in tempo sugli scaffali la merce per il Natale. E potrebbe non essere così facile. Dopo la chiusura di Yantian a fine maggio, durata quasi un mese, si rischia di rivivere un incubo, con il sistema marittimo mondiale che lotta per gestire una domanda senza precedenti. «Il fatto che le navi accumulino ritardi e che ora siano in aumento i focolai nei principali centri di produzione cinesi potrebbe avere conseguenze di vasta portata per lo shopping natalizio», ha spiegato Josh Brazil, dell'americana project44. Ma è solo una parte del problema.

Dal cibo all'elettronica, dall'abbigliamento all'arredamento soffrono tutti. Se due anni fa un container di 40 piedi (cioè lungo 12 metri) da Shanghai a Rotterdam costava 2.100 dollari, oggi si arriva a 13.700. «In 30 anni prezzi così non li avevo mai visti », spiega Fabio Ciardi, branch manager a Pechino della Savino Del Bene, primo spedizioniere italiano con una decina di uffici in tutta la Cina. «Per un container sulla Shanghai- Genova oggi bisogna sborsare 12.800 dollari. Due anni fa eravamo tra i 1.500 e i 2mila».

Dopo il lungo lockdown della scorsa primavera e la crescita incredibile della domanda sulle rotte dalla Cina e dai Paesi asiatici nella prima metà dell'anno l'export cinese verso l'Ue è cresciuto del 25,5%, quello verso gli Usa del 17,8% si è prodotto un ingorgo mai visto. Ma più si esporta meno container ci sono, più la domanda si alza più i prezzi delle spedizioni crescono, come quelli della merce.

ARTICOLO INTEGRALE:

https://www.repubblica.it/esteri/2021/08/14/news

Draghi punta al Quirinale e quando ci sara’ arrivato dove puntera’ ?

Come si comportera’ ? Con queste premesse non posso che essere preoccupato  visto che rinnovare i pronto soccorso , assumere medici per l’assistenza domiciliare, ed investire nella telemedicina invece che sul Ponte sullo stretto di Messina.

 

 

 

 

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Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».”

 

 

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Sono quello che voi pensate io sia (20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)

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(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

Non prendo la vita di punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

La siccità e le alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che invece che utilizzare risorse per cercare  inutilmente nuovi pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo, dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui rischiano di estinguersi . (31.10.!7)

L'Italia e' una Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)

La prepotenza della FIAT non ha limiti . (05.11.17)

I mussulmani ci comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)

In Italia mancano i controlli sostanziali . (09.11.17)

Gli alimenti per animali sono senza controllo, probabilmente dannosi,  vengono utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza alcun rispetto ai loro veri bisogni  alimentari. (20.11.17)

Ho conosciuto l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)

L'elicottero di Jaky e' targato I-TAIF. (20.11.17)

La Coop ha le agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato. (20.11.17)

Sono 40 anni che :

1 ) vedo bilanci diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?

2) faccio esposti e solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al Parlamento sia andato avanti ?

 (21.11.17)

La Fornero ha firmato una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)

Si puo' cambiare il modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)

La FIAT-FERRARI-EXOR si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la residenza fiscale in Sw (21.11.17)

La prova che e' il femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si sono rotte ossa, (21.11.17)

Carlo DE BENEDETTI un grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993 aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori CARENA-FIGINI. (21.11.17)

Quando si dira' basta anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)

Per i consiglieri indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo (11.12.17)

La maturita' del mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione dei bitcoin (18/12/17)

Chi risponde civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)

Non e' la FIAT filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI (13.02.18).

Infatti quando si comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella scissione

Tesi si laurea sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e' diventato il padrone :

https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4

 

Prima di educare i figli occorre educare i genitori (13.03.18)

Che senso ha credere in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito  Gesu' che e' il figlio di DIO come provato  per ragioni storiche da almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani  declassano Gesu' da figlio di DIO  a profeta perché riconoscono implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio di DIO. E tutti gli usi mussulmani  rappresentano una palese involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne (19.03/18)

Il valore aggiunto per i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)

I medici lavorerebbero gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi per pagarle ? (26.03.18 )

lo sfregio delle auto di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio alla polizia  con i loro autisti (19.03.18)

Se non si tassa il lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)

Quanto poco conti l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).

Credo che la lotta alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare tangenti (27/04/2018).

Non riusciamo neppure piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i mirtilli....(27/04/2018)

Abbiamo un capitalismo sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e degli operai (27.04.18)

Le imprese dell'acqua e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente (29.05.18)

Nel 2004 Umberto Agnelli, come presidente della FIAT,  chiese a Boschetti come amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang che avrebbe dovuto  essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128 che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO  venne licenziato da Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO ! Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI, molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)

(   vedi :  https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).

La differenza fra ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.

FATTI NON PAROLE E FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA DIRETTA.  Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI GABETTI (04.06.18).

Piero ANGELA : un disinformatore scientifico moderno in buona fede  su auto elettrica. auto killer ed inceneritore  (29.07.18)

Puoi anche prendere il potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto (01.08.18)

Ho provato la BMW i8 ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete ! (20.08.18)

LA Philip Morris ha molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso, aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari. Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67 milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio 2018 ). E PROSSIMAMENTE  un'uomo Philip Morris uccidera' anche la FERRARI .   (20.08.18) (25.08.18)

verbali assemblee italiane azionisti EXOR :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx

verbali assemblee italiane azionisti FIAT :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq

 

Prodi e' il peccato originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo dell'ALFA ROMEO alla FIAT) ad oggi (25.08.18)

L'indipendenza della Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)

Ho sempre vissuto solo con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed oggettive. (28.08.18)

Buono e cattivo fuori dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza che i bambini non hanno (20.10.18) 

Ma la TAV serve ai cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri soldi ? PERCHE' ?

Un ruolo presidenziale divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una Repubblica Presidenziale (11.11.2018)

La storia occorre vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e' finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)

I SITAV dopo la marcia a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)

La storia politica di Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della lungimiranza di Fassino , (18.12.18)

Perche' sono investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione non vanno bene ? (27.12.18)

Le auto si dividono in auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di valore (28.12.18)

Fumare non e' un diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)

Questo mondo e troppo cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)

Le ONG non hanno altro da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli scafisti ? (11.02.19)

La giunta FASSINO era inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)

Quello che l'Appendino chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)

La spesa pubblica finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari  (19.07.19)

AMAZON e FACEBOOK di fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il Governo Americano ?

(09.08.19)

LA GRANDE MORIA DI STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)

Il computer nella progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed innovazione. (17.08.19)

L' uomo deve gestire i computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non annullarle  (18.08.19)

LA FIAT a Torino ha fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO ! Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo di saperlo ! (13.09.19)

Non potro' mai essere un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)

L'arretratezza produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a dx.sx, che costa molto (09.10.19)

IL CSM tutela i Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI  e Davide Rossi ? (10.10.19).

Le notizie false servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole (12.10.19)

L'illusione startup brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie al alto valore aggiunto (15.10.19)

Gli esseri umani soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)

Non e' logico che l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di lavoro. (22.10.19)

L'intelligenza artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori  (24.11.19)

Quando ci fanno domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)

La prova che la qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^ si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere (27.11.19)

Per combattere l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e nel pagamento (29.11.19)

La famiglia e' come una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti (25.12.19)

Le tasse sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa e sa non importa (25.12.19)

Il calcio e l'oppio dei popoli (25.12.19)

La religione nasce come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)

L'auto a guida autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini

Il vero potere della burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per crearli.  Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)

Gli immigrati tengono fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le etnie piu' queste  divideranno l'Italia sovrastando gli italiani imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio. (05.01.20)

La sinistra e la lotta alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere come ragione di vita (07.01.20)

Credo di avere la risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no a mangiare la mela ?  Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti. (07.01.20)

Le sardine rappresenta l'evoluzione del buonismo Democristiano  e la sintesi fra Prodi e Renzi,  fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta  (08.01.20)

Un cavallo di razza corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)

PD e M5S 2 stampelle non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)

non riconoscere i propri errori significa sbagliare per sempre (12.04.20)

la vera ricchezza dei ricchi sono i figli dei poveri, una lotteria che pagano tutta la loro vita i figli ai genitori che credono di non avere nulla da perdere  ! (03.11.21)

GLI YESMEN SERVONO PER CONSENTIRE IL MANTENIMENTO E LO SVILUPPO E L'OCCULTAMENTO DEGLI INTERESSI OCCULTI DEL CAPITALISMO DISTRUTTIVO. (22.04.22)

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere  .Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

  31. Gli immigrati per protesta nei centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli  affinché  li redistruggono? (18.10.20)

  32. Abbiamo più rispetto per le cose che per le persone .29.08.21

     

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

IL TRIBUNALE DI  TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE

Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto come e quando vuole, basta leggere la sentenza SENT.FIAT Mb

 

Tweet to @marcobava

08.03.16

 

TEMI STORICI :

 

VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
Storie italiane
Puntata del 19/11/2019

SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

https://www.raiplay.it/video/2019/11/storie-italiane-504278c4-8e8c-4b79-becc-87d5c7a67be6.html

 

10° Convegno
 
La grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
 
Roma, 7 Dicembre 2019
 
Auditorium Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del Serafico 1 - Roma

 
alle ore 17,50
 
Vincenzo Tarantino
Gino Saladini
 
Elio Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista, Criminologo
 
Il “suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali criminologici e grafopatologici.

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 
NON DIMENTICARE CHE:

Le informazioni contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.

Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.


MARCO BAVA

 

 

  ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA

 

SITI SOCIETARI

 

Ø     http://www.aedesgroup.com

Ø     http://www.bancaprofilo.it

Ø     http://www.ngpspa.com

Ø     http://www.centralelatte.torino.it

Ø     http://www.a2a.eu

Ø     https://www.enelgreenpower.com

Ø     http://www.gabettigroup.com

Ø     http://www.mef.it/it/index.html montefibre

Ø     http://www.gruppozucchi.com

M&C SITO :  http://www.mecinv.com/

 

 

La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

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2021 sono nella cartella NUOVO MODELLO DI SVILUPPO  sotto-cartela  POTERI FORTI 2021 e ERA DRAGHI 21,22

2020 sono nella cartella NUOVO MODELLO DI SVILUPPO  sotto-cartela  ERA GIUSEPPE CONTE

 

 

L'Ucraina in fiamme - Documentario di Igor Lopatonok Oliver Stone 2016 (sottotitoli italiano)

https://www.youtube.com/watch?v=2AKpsBF-bvo

"Abbiamo creato un archivio online per documentare i crimini di guerra della Russia". Lo scrive su Twitter il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. "Le prove raccolte delle atrocità commesse dall'esercito russo in Ucraina garantiranno che questi criminali di guerra non sfuggano alla giustizia", aggiunge, con il link al sito in inglese

https://war.ukraine.ua/russia-war-crimes/

 

 

LA CHIMERA MANGIA-SOLDI DELLA FUSIONE NUCLEARE    FUSIONE NUCLEARE    QUANTE RINNOVABILI SI POSSONO FARE ?

E' ASSURDO CONTINUARE A PENSARE DI GESTIRE A COSTI BASSI ECONOMICAMENTE VANTAGGIOSI LA FUSIONE NUCLEARE QUANDO ESISTONO ENERGIE RINNOVABILI MOLTO più CONTROLLABILI ED EFFICIENTI A COSTI più BASSI, COME DIMOSTRA IL : https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_22_3131

 

   INFETT VIRUS  DIO UOMINI      IL DOPPIO SACRILEGIO DELLA BESTEMMIA     BESTEMMIA

   RICETTA LIEVITO MADRE LIEVITO MADRE

 

 

25.06.22
  1. Mosca adotta il nuovo sistema di rimborso e ripaga in rubli il debito in dollari Usa
    Non si fermano i rincari del metano ad Amsterdam il prezzo è di 134 euro
    La Russia ha pagato in rubli gli interessi sul suo debito denominato in dollari. Lo ha annunciato il ministero russo delle Finanze, affermando che è la base del nuovo sistema di pagamento temporaneo entrato in vigore mercoledì 22 giugno. —
  2. Le cifre dell'Onu: "Oltre 4000 civili morti tra loro 1200 donne e 320 bambini"
    È di almeno 4.662 morti il bilancio dei civili rimasti uccisi in Ucraina dal 24 febbraio. L'ultimo aggiornamento è stato diffuso dall'Onu e registra almeno 1.207 donne e 320 bambini. I civili rimasti feriti sono almeno 5.803
  3. LA RUSSIA VORREBBE LA 3 GUERRA MONDIALE MA NON L'AVRA' GRAZIE A DIO :   «Senza offesa, ma è evidente a tutti che Mario Draghi non è Silvio Berlusconi e Olaf Scholz non è Angela Merkel»: nel giorno della decisione dell'Europa sull'ingresso nell'Unione di Ucraina e Moldova, da Mosca arriva una nuova porzione di insulti da Dmitry Medvedev. L'ex presidente della Federazione Russa si è ritagliato una specializzazione nel sistema del potere russo: i suoi sfoghi di risentimento su Telegram ormai sono diventati un nuovo genere di comunicazione politica. Ieri, per esempio, ha comunicato al mondo «quanto è precipitato il livello dei politici occidentali, letteralmente sotto i miei occhi, negli ultimi vent'anni». Rimpiangendo Kohl, Thatcher e Chirac – anche se ammette che «Germania, Francia e Italia per ora, a confronto del resto, non sono male, anche se nessuno le stima più comunque» - l'ex delfino di Vladimir Putin parla di «degenerazione della politica europea», e di «fiacchi germogli di tecnocrati... incapaci di assumersi responsabilità». Il messaggio è più che evidente: se l'Ucraina deve entrare nell'Unione Europea, non resta che disprezzare l'Europa, ormai ridotta a «calibri sempre più piccoli». «Immaginarsi il presidente ucraino che incontra Chirac indossando una maglietta verde sarebbe assurdo», esclama nel suo post l'uomo che un tempo sembrava felice di mangiare hamburger insieme a Barack Obama.
    La ormai leggendaria t-shirt di Volodymyr Zelensky fa arrabbiare molto la propaganda russa, e negli ultimi giorni diversi lanci delle agenzie ufficiali e interviste di politici moscoviti sono stati dedicati alle scelte di abbigliamento del leader ucraino, ritenute «offensive» nei confronti dei suoi ospiti europei. I tempi quando era Vladimir Putin a sfoggiare volentieri uniformi e vestiti di taglio marziale sono lontani, ma Medvedev non perde occasione di adularlo ricordando che «un vero politico è colui che prende una decisione, anche impopolare, e se ne assume la responsabilità». Che l'obiettivo del post derisorio dell'ex presidente sia principalmente quello di compiacere il suo principale lo si intuisce anche dalla citazione di una vecchia battuta di Putin, che una volta si era lamentato che «dopo la morte di Mahatma Gandhi non so più con chi parlare».
    Ieri, Putin si è dovuto accontentare della compagnia – in video conferenza – dei leader dei Brics, nonostante qualche problema di collegamento del premier indiano Narendra Modi. Ai suoi colleghi il presidente russo ha presentato un discorso tradizionalmente antioccidentale, accusando gli Stati Uniti di «scaricare i propri errori sul resto del mondo» e invocando una «risposta comune» alle sfide transnazionali. Putin ha anche ribadito la solidità dell'economia russa, nonostante ieri il Moscow Times abbia rivelato che il governo russo ha tagliato quasi della metà la spesa pubblica da aprile, per mancanza di entrate. E sempre ieri altre tre grandi società internazionali hanno annunciato la prossima chiusura delle operazioni in Russia: la Nike è quella più simbolica, ma a fare più danno saranno la ritirata dei big dell'informatica Microsoft e Cisco.
    Mosca insiste a ostentare indifferenza, e ieri il portavoce della presidenza Dmitry Peskov ha riconfermato la posizione inflessibile del Cremlino: «Un piano di pace potrà venire redatto soltanto dopo che l'Ucraina avrà soddisfatto tutte le nostre condizioni». In altre parole, nessuno spazio al compromesso, anzi: sembra che Putin voglia tentare di nuovo di coinvolgere nei combattimenti l'evasivo alleato belarusso. Ieri a sorpresa l'aereo di Aleksandr Lukashenko è atterrato a 300 chilometri da Mosca, nella regione di Tver, per quello che il Cremlino ha definito un momento di «comunicazione informale» con Putin nella tenuta di caccia di Zavidovo. Il dittatore di Minsk è ormai l'unico leader straniero che Putin riceve con una certa frequenza, e nei prossimi giorni è prevista una visita del leader russo a Grodno, in Belarus. Intanto, il ministro della Difesa russo Sergey Shoigu ha incontrato a Mosca il suo omologo belarusso Viktor Khrenin, annunciandogli la necessità di «adottare misure urgenti» per incrementare la «prontezza al combattimento» delle truppe russe e belarusse. Considerando che, dopo quattro mesi di guerra, Lukashenko è riuscito a evitare di mandare a combattere i suoi soldati a fianco dei russi, nonostante le promesse fatte e le richieste di Mosca, è possibile che a Zavidovo Putin cercherà di convincerlo finalmente a entrare in guerra in prima persona.
  4. Bombe sul grano a Mykolaiv "A Sumy attacchi al fosforo"

    KRivi Rih
    L'avanzata russa nel Lugansk è alle battute finali. Lo conferma Serhiy Haidai, governatore militare della regione: «Le battaglie continuano in tutte le direzioni. Molte strutture difensive nella zona industriale di Severodonetsk sono già state distrutte e non escludiamo la possibilità di una ritirata verso nuove posizioni fortificate - dichiara via Telegram Haidai, governatore di ciò che resta di ucraino dell'Oblast -. Con l'occupazione di Severodonetsk le persone che si nascondono nei rifugi della fabbrica Azot diventeranno ostaggi dei russi». Il copione di Mariupol sta tornando in scena. La conferma arriva da più fonti. L'intelligence inglese sta monitorando l'area da settimane ed indiscrezioni danno Severodonetsk già, di fatto, in mano russa. È lo stesso Volodymyr Zelensky a paragonare la città martire di questa guerra con «Lysychansk, Slovyansk, Kramatorsk; qualsiasi città nel mirino i russi vogliono renderla come Mariupol». Per poi aggiungere: «Nel Donbas ci sono massicci attacchi aerei e di artiglieria. L'obiettivo degli occupanti rimane lo stesso: distruggere l'intero Est del Paese passo dopo passo».
    Il punto di svolta dell'avanzata russa è vicino. Kramatosk sta per essere accerchiata e alle porte di Kharkiv Vladimir Putin è tornato ad ammassare soldati. La Russia ha bombardato, dai proprio confini, anche il villaggio di Yunakivska, nell'Oblast orientale di Sumy, «con munizioni al fosforo» vietate dalle convenzioni internazionali. Lo ha riferito il governatore della regione nel Nordest dell'Ucraina, Dmitry Zhivitsky, citato dal Kyiv Independent, senza al momento precisare se ci siano vittime o danni.
    Spostandosi verso Sud, lungo le coste del Mar Nero, i missili lanciati dalla Crimea hanno colpito due depositi di grano. Un segnale chiaro mandato al mondo intero: le scorte alimentari dell'Ucraina non lasceranno il Paese.
    Nonostante l'intensificazione delle operazioni militari Mosca ha dovuto incassare due duri colpi. Il primo arriva da oltre oceano. Ad annunciarlo via Twitter Oleksii Reznikov, ministro della Difesa ucraino: «I sistemi missilistici Himars sono in Ucraina - per poi aggiungere - grazie al collega e amico americano, segretario della Difesa, Lloyd J. Austin III per questi potenti strumenti. L'estate sarà calda per gli occupanti russi. Sarà l'ultima per alcuni di loro».
    Il sistema missilistico M142 Himars è un sistema lancia razzi ad alta mobilità. Rispetto a quello sviluppato negli Anni 70 l'Himars è un'arma più leggera, agile, e montato su ruote anziché su cingoli. Il raggio di azione è intorno agli 80 chilometri, una gettata doppia rispetto a cannoni M777 calibro 155, l'altra arma targata Usa che ha permesso agli ucraini di dare del filo da torcere all'artiglieria russa.
    Resta il massimo riserbo su dove verranno inviati i sistemi di lancio Himars, ma il campo di battaglia lascia pochi dubbi: la meta più probabile è il Donbass.Se Mykolaiv è stata colpita per l'ennesima volta dall'inizio della guerra a Kherson, per la prima volta dall'inizio dell'occupazione, i «partigiani» ucraini sono riusciti ad agire con successo. Un primo attentato esplosivo ha colpito un amministratore filo russo ferendolo gravemente. In un'altra operazione due soldati russi sono stati uccisi ed un terzo è rimasto gravemente ferito.
    Kherson è stata una delle prime città ucraine ad essere occupate dai russi. In un primo momento i russi hanno tollerato manifestazioni di piazza e sabotaggi. Da aprile tutto è cambiato. Prigioni per i dissidenti e camere di tortura per estorcere informazioni sui partigiani. Contemporaneamente le banche sono state allacciate ai sistemi telematici russi e le compagnie telefoniche ucraine sono state sostituite con quelle moscovite. Ad ora circola il rublo anche se la grivna, la moneta ucraina, è ancora accettata.
    Da almeno due mesi la propaganda ucraina annuncia una controffensiva proprio verso Kherson. La città è a meno di 60 chilometri da Mykolaiv, ma le postazioni difensive russe, ormai presidiate da mesi, sono fortificate e ben protette da aviazione ed artiglieria. I «partigiani» potrebbero giocare un ruolo fondamentale in questo tentativo di riconquista, ma ogni informazione che trapela è impossibile da verificare.—
  5. NON E' QUESTA LA SOLUZIONE :Mentre l'Italia chiude i rubinetti e le regioni iniziano a litigare tra loro su come spartirsi quell'«oro blu» che è diventata l'acqua, governo e Protezione civile sono al lavoro per mettere a punto il decreto siccità che la prossima settimana fisserà i paletti per stabilire chi ha diritto e chi no a proclamare lo stato di emergenza idrica. Con tutto quel che ne consegue in termini di diritto agli indennizzi e di approvvigionamento d'acqua. Le aree del Paese più colpite sono quelle del Nord, Liguria esclusa: da una prima analisi degli esperti della Protezione civile, in attesa di stabilire i parametri con precisione, nell'area rossa dell'emergenza ci sarebbero il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, l'Emilia Romagna, praticamente tutta la Pianura Padana.
    «È stato riconosciuto che il Piemonte, che versa in condizioni difficili soprattutto dal punto di vista idropotabile, ha tutti i requisiti per poter ottenere lo stato di emergenza» aveva ribadito il presidente Alberto Cirio.
    Del resto la situazione in Piemonte è quanto mai difficile. Gli invasi sono infatti ai minimi storici, con una riduzione di un 50% della loro portata, mentre un livello così basso del Po non lo si vedeva da 70 anni. Senza contare che dalle sorgenti montane sta sgorgando tra il 50 e il 90% in meno di acqua. E così in attesa che il governo scopra le sue carte un comune piemontese su dieci ha deciso di agire in proprio emanando ordinanze che mirano a ridurre gli sprechi d'acqua.
    Il Dpcm in fase di messa a punto prevederà probabilmente due tipi di intervento. Uno sarà indirizzato a salvaguardia del comparto agricolo. Confagricoltura già parla di oltre due miliardi di danni, ma lo «stato di eccezionale avversità atmosferica», ha già anticipato il ministero delle Politiche agricole, si potrà proclamare, con tutto quel che segue in termini di indennizzi, solo «qualora il danno provocato dalla siccità superi il 30% della produzione lorda vendibile». L'altro fronte sul quale intervenire sarà quello dell'approvvigionamento idrico, tanto delle abitazioni che delle imprese. E qui il discorso si fa più complicato perché l'acqua non si ottiene con la danza della pioggia. Che in queste ore dovrebbe cadere lungo l'arco alpino ma non in misura e modalità tali da non alleviare più di tanto la situazione, fanno sapere dalla Protezione civile. La quale sotto il cappello dello stato emergenziale potrà emettere ordinanze per attingere dagli invasi delle società idroelettriche. Ma senza che questo arrivi poi a creare un altro problema con il calo dell'approvvigionamento energetico.
    La coperta resta dunque corta e alla fine è probabile che occorra ricorrere anche a misure di razionamento dell'acqua ad uso domestico, perlomeno di quello ritenuto non essenziale. Che è poi quello che autonomamente hanno già cominciato a fare un po' in tutta Italia sindaci e presidenti di regione. In Emilia Romagna l'Autorità del bacino del Po ha chiesto diminuire del 20% il prelievo d'acqua dal fiume per irrigare i campi e portare a compimento i raccolti e tutti i comuni sono stati invitati a emettere ordinanze per ridurre l'utilizzo di acqua per cose non indispensabili, come pulire la macchina, innaffiare le piante o riempire le piscine.
    In Toscana il sindaco di Livorno ha fissato una multa da 100 e 500 euro per chi venga sorpreso ad utilizzare l'acqua per fini che non siano quelli strettamente domestici. L'assessore lombardo all'Agricoltura, Fabio Ridolfi, ha annunciato un tavolo per studiare come utilizzare le acque reflue per irrigare i campi. In Trentino il sindaco di Ronzo-Chienis ha chiuso i rubinetti delle case dalle 23 alle 6 ed altri sindaci sparsi lungo lo Stivale sono pronti ad imitarlo.
    Tutto questo mentre le regioni si fanno lo sgambetto tra loro. Al Piemonte che chiedeva più acqua il governatore della Valle d'Aosta, Erik Lavevaz ha risposto picche, ricordando che «con i nevai già sciolti ci troveremo tutti a fare i conti con una carenza idrica importante». E più o meno la stessa risposta ha dato il Trentino al vicino Veneto.
  6. UN MONDO SBAGLIATO RETTO DAL DEMONIO:Sarebbero oltre mille le vittime e 1500 le persone rimaste ferite dal terremoto che nella notte tra martedì e mercoledì ha colpito l'Afghanistan orientale. Era da poco passata l'una quando centinaia di case sono state distrutte dalla scossa di magnitudo 6.1 che ha fatto tremare il Paese non nuovo a eventi sismici. L'Afghanistan si trova infatti in una regione tettonicamente attiva, su una serie di linee di faglia tra cui la faglia di Chaman, quella di Hari Rud, e quella del Badakhshan centrale. Negli ultimi dieci anni, secondo i dati dell'Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, settemila persone sono morte a causa dei terremoti, ma un sisma di tale violenza non si vedeva da almeno due decenni.
    Nelle ore successive alla scossa le immagini dei luoghi colpiti hanno fatto il giro del mondo: strade franate, case di fango spazzate via dalla violenza del sisma, cadaveri sotto le macerie, molti di bambini. La maggior parte delle vittime proviene dai distretti di Gayan e Barmal a Paktika nell'est del Paese, zone rurali di case di fango e mattoni in cui le famiglie afghane vivevano già in condizioni precarie.
    L'impatto del terremoto è stato più duro nella provincia di Paktika, una zona montuosa al confine con il Pakistan e, secondo l'emittente locale Etilaat-e Roz, nel villaggio di Gayan sono 1800 le case distrutte o danneggiate, cioè il 70% del totale.
    La scossa ha danneggiato ponti e strade, edifici e linee di comunicazione. I sopravvissuti riescono con difficoltà a comunicare con l'esterno per chiedere aiuto e da due giorni scavano a mani nude per estrarre superstiti e cadaveri dalle macerie. A rendere ancora più drammatica la situazione sono intervenute forti piogge e vento che hanno reso inaccessibili le zone più remote.
    Mohammed Hanef, uno dei coordinatori locali del programma di CARE, un'organizzazione umanitaria internazionale, ha detto ieri che le squadre umanitarie stanno raggiungendo a piedi le zone colpite: «Sta piovendo molto, le strade sono dissestante e impraticabili. Solo le ambulanze pesanti possono arrivare in alcune aree e questi ritardi mettono ancora più a rischio la vita delle persone».
    Danneggiati e distrutti anche gli ospedali e le cliniche così chi non è morto per effetto del terremoto muore nell'impossibilità di essere curato e essere portato via. Una situazione non nuova in Afghanistan, anche prima della presa di potere dei taleban, i servizi di emergenza del Paese erano costretti a far fronte ai disastri naturali con pochi aerei ed elicotteri a disposizione dei soccorritori. Nessun ospedale delle zone colpite sarebbe stato in grado di affrontare un simile disastro anche prima del sisma. Oggi però le conseguenze della distruzione anche sulle strutture sanitarie sono incalcolabili. Secondo un medico di Paktika, raggiunto ieri al telefono dalla Bbc, molti operatori sanitari sono rimasti uccisi e in molti villaggi, a causa delle precipitazioni, a prestare soccorso non ci sono ancora organizzazioni umanitarie ma solo persone accorse dai villaggi circostanti a cercare i propri cari o portare via i corpi per seppellirli.
    Quello di martedì è il primo disastro naturale che affrontano i taleban da quando sono tornati al potere nell'agosto del 2021, e probabilmente metterà alla prova le loro capacità amministrative, in un Paese che vive una delle più gravi crisi umanitarie del mondo, a corto di liquidità e con un governo non riconosciuto a livello internazionale. I taleban hanno promesso aiuti finanziari alla popolazione, squadre mediche e di soccorso, ambulanze e chiesto supporto alla comunità internazionale. In un video pubblicato ieri dai social media della polizia di Kabul si vedono i funzionari del governo lasciare la capitale per raggiungere le zone colpite in elicottero e si vede Khalid Zadran, il portavoce della polizia, dire: «Qualsiasi tipo di aiuto è urgente. La gente non ha cliniche, né riparo. C'è urgente necessità di tende e aiuti».
    Il disastro rappresenta un'enorme sfida per i taleban. Il gruppo ha attuato politiche sociali ultraconservatrici e limitato i diritti di donne e ragazze, intensificando il suo isolamento internazionale e lasciandolo tagliato fuori dalla maggior parte degli aiuti esteri.
    Dopo la presa del potere ad agosto, come è noto, i finanziamenti che coprivano l'80% del budget afghano si sono interrotti, la comunità internazionale ha sanzionato il regime di Kabul e gli Stati Uniti hanno congelato i fondi della Banca Centrale Afghana che erano depositati nelle banche americane ed europee: sette miliardi di euro che avrebbero dovuto essere destinati alla sopravvivenza di una popolazione segnata da quarant'anni di guerre e oggi anche da crisi climatiche e alimentari. Secondo i dati di un rapporto di maggio delle Nazioni Unite la malnutrizione infantile che da tempo affligge il Paese è in costante aumento e quasi la metà della popolazione non sa come procurarsi da mangiare. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite stima ora che circa 18 milioni di persone avranno bisogno di assistenza alimentare urgente a giugno.
    I leader taleban in questi mesi hanno più volte chiesto aiuto alla comunità internazionale e sono tornate a farlo dopo il terremoto. L'ufficio del mullah Abdul Ghani Baradar, vice primo ministro del regime taleban, ha chiesto supporto alle agenzie di aiuto estero e lo stesso ha fatto Abdul Qahar Balkhi, un alto funzionario taleban: «Il nostro governo è purtroppo soggetto a sanzioni - ha detto- quindi non è finanziariamente in grado di assistere le persone nella misura necessaria. L'assistenza deve essere aumentata in misura molto ampia perché siamo di fronte a un evento devastante».
    Ieri, in una conferenza stampa a New York, il vice rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan, Ramiz Alakbarov, ha dichiarato che sono già stati stanziati 15 milioni di dollari per affrontare la crisi, che le Nazioni Unite stanno lavorando per trovare il modo di distribuire aiuti alimentari alle famiglie sfollate e che le agenzie umanitarie hanno richiesto una rapida assistenza alla Turchia, che è il Paese più vicino con capacità di ricerca e soccorso professionale.
    Concludendo la conferenza stampa Alakbarov ha anche ribadito però che «sarebbe responsabilità delle "autorità di fatto" farsi carico della missione di recupero».
    Che è come dire al regime taleban di Kabul: avete il potere, amministratelo nel bene e nel male.
    Provocazione o dato di fatto, a pagarne sono - una volta ancora - milioni di cittadini, donne, uomini e bambini afghani lasciati al loro destino.
    Lo dimostrano le cifre. A gennaio il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres aveva lanciato un drammatico appello: servono 4 miliardi di dollari, disse, per aiutare il Paese a uscire dalla crisi. Per aiutare gli afghani a sopravvivere.
    Ne sono arrivati meno della metà. Poi c'è stata l'invasione russa dell'Ucraina, la distrazione occidentale. E' servito un terremoto per risvegliare l'attenzione sull'Afghanistan e sulla sua gente che muore di fame.
  7. DELINQUENZIALE ED IRRESPONSABILE :Giallo in Canavese uccise dal veleno più di 350 mila api

    alessandro previati
    Almeno 350 mila api sterminate dal veleno. Una vera e propria strage nelle casette di Prascorsano dell'azienda «Il Giramiele», che ha sede a Favria. A scoprire il grave episodio è stato il titolare Gianluca Cat Berro quando, l'altra mattina, è andato a controllare il lavoro dei preziosi insetti.
    «È stata davvero una brutta sorpresa - ammette - non mi era mai capitato in questi anni. Avevo da poco portato quelle casette a Prascorsano per la produzione specifica di miele di castagno. Non mi sarei mai immagini di trovare quel disastro». A terra c'era un tappeto di api morte e all'interno delle casette altrettanti insetti tremolanti. Diciotto gli alveari dove il veleno ha fatto strage. Cat Berro ha chiamato immediatamente il personale dell'Asl To4 per le analisi del caso. A seconda del principio attivo individuato, sarà possibile chiarire quello che è successo. «Sono in attesa degli esiti definitivi dal laboratorio dell'azienda sanitaria ma i dubbi sull'avvelenamento sono pochi». Da verificare se si è trattato di un atto doloso: perché episodi di questo tipo possono essere provocati anche dall'uso accidentale (e massiccio) di prodotti diserbanti nelle zone vicine alle casette. Una volta che gli esami saranno completati il titolare dell'azienda presenterà denuncia ai carabinieri.
    Per l'attività il danno è doppio perché, oltre agli insetti sterminati, quegli alveari, quest'anno, non produrranno nulla: si parla di circa 400 chili di miele persi e diverse migliaia di euro andate in fumo dal momento che il veleno ha ucciso soprattutto api adulte.
    «Per noi è un brutto colpo, sia economico che morale - dice ancora Cat Berro - da qualche anno si fa un gran parlare di salvare le api per la loro importanza nell'ecosistema. Purtroppo le campagne di sensibilizzazione, a quanto pare, non bastano».
    Non è nemmeno la prima volta che in Canavese si verificano casi simili. L'anno scorso era toccato ad un'azienda di Candia: in quell'occasione, però, si trattò di una vera e propria spedizione punitiva. Una settantina di arnie vennero fatte a pezzi causando la morte di milioni di api e l'inevitabile azzeramento della produzione di un'azienda biologica che aveva appena trasferito le casette dalla Val Maira.

 

24.06.22
  1. COME POTREBBE NASCERE LA 3 GUERRA MONDIALE :    «Saremmo un osso duro da rompere». Il generale Timo Kivinen non ha dubbi sulla motivazione dei finlandesi a combattere. Helsinki ha vecchi conti in sospeso con l'ex Unione Sovietica e si sta preparando per un assalto russo da decenni. Se dovesse accadere, il Paese «combatterà duramente», ha affermato il capo delle forze armate. «Abbiamo sviluppato la nostra difesa militare proprio per questo tipo di guerra che si sta conducendo in Ucraina - ha detto Kivinen -, con un uso massiccio di potenza di fuoco, forze di terra e anche forze aeree».
    La Finlandia della premier Sanna Marin lancia a Putin un messaggio dal «fronte Nord» e mostra preventivamente i muscoli. A metà maggio scorso, Helsinki ha ufficialmente presentato la domanda di adesione alla Nato, insieme alla Svezia. Mosca vede questa richiesta come una minaccia: il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha annunciato che entro la fine dell'anno verranno creati dodici nuovi distretti militari al confine occidentale della Russia. L'allontanamento della Finlandia dalla tradizionale neutralità comporterebbe, infatti, un deterioramento delle precedenti relazioni di buon vicinato, dice Mosca.
    La Repubblica scandinava ha costruito una delle artiglierie più potenti d'Europa e ha accumulato una scorta di missili da crociera con una portata fino a 370 chilometri. Spende il 2% del Pil per la difesa, che sarebbe una delle cifre più alte anche tra i membri Nato. Sta scorrendo una lunga lista della spesa in termini di armamenti: ha acquisito quattro nuove navi da guerra e 64 caccia F-35 dalla Lockheed Martin, la più grande compagnia di difesa del mondo. Intende acquistare fino a 2.000 droni, che si aggiungono alle armi antiaeree ad alta quota. E, dettaglio non da poco, sta erigendo fortificazioni lungo il confine con la Russia. Confine che si estende per 1.300 chilometri.
    Negli Anni 40, Helsinki ha combattuto due guerre con l'ex Unione sovietica, in quei conflitti ha perso 100 mila uomini e un decimo del suo territorio. Da allora, ha mantenuto un alto grado di preparazione militare.
    Oggi, con una popolazione di 5,5 milioni di abitanti, ha una forza che in tempo di guerra può contare su circa 280 mila soldati, ma che può crescere fino a 870 mila con i riservisti. Forte anche del fatto di non avere eliminato il servizio militare, come hanno invece scelto di fare molti altri Paesi occidentali dopo la conclusione della Guerra Fredda. In un sondaggio condotto il 18 maggio dal ministero della Difesa di Helsinki, l'82% degli intervistati si è detto disposto a unirsi alla difesa nazionale, se il Paese fosse invaso. Con le tensioni su Kaliningrad di questi giorni, la Russia sta già mettendo in campo un'escalation: l'Estonia ha riferito ieri che due caccia Sukhoi Su-35 di Mosca hanno violato lo spazio aereo nel Mar Baltico. È il quarto incidente di quest'anno. Helsinki non vuole farsi cogliere impreparata.
    Intanto, ieri, la Germania di Olaf Scholz dopo molte esitazioni (compresa la titubanza durante il vertice a Kiev con Draghi e Macron ) ha finalmente fatto sapere la sua lista di armi per l'Ucraina. Ci sono 500 missili antiaerei Stinger, 100 mitragliatrici e 16 milioni di munizioni. E poi gli obici semoventi PzH 2000, più tre lanciarazzi multipli Mars II, che l'esercito di Berlino fornirà a Kiev, dopo aver addestrato i soldati di Zelensky. Secondo un ex generale della Bundeswehr, «queste armi potrebbero rappresentare un punto di svolta» per Kiev nella controffensiva contro le truppe di Putin.
  2. HA RAGIONE : Antonello Pasini, fisico e climatologo del Cnr è uno dei massimi esperti in fatto di cambiamenti climatici.
    Professore ma questa situazione è destinata a peggiorare?
    «Temo di sì. Per quanto sia difficile fare previsioni a medio e lungo termine, tutto sembra indicare che avremo ancora per due mesi temperature sopra le medie e precipitazioni sotto le medie stagionali. Senza dimenticare che veniamo da una primavera con poche precipitazioni».
    Al Nord però è previsto qualche temporale….
    «È vero, ma la pioggia cadrà su terreni resi aridi dalla siccità e così l'acqua finirà per andare direttamente nei fiumi e da qui al mare senza che si riesca a trattenerla per poterla usare sia a fini domestici che agricoli».
    Utilizzare gli invasi idroelettrici come propongono le Regioni può essere la soluzione?
    «Nell'immediato può aiutare. Ma la coperta resta corta, perché se diminuisci il livello d'acqua negli invasi poi cala la produzione di energia elettrica. E di questi tempi con i problemi di approvvigionamento energetico legati al conflitto in Ucraina non può essere la soluzione a tutti i mali».
    E dell'altra proposta, quella di utilizzare le vecchie cave per la raccolta idrica, cosa ne pensa?
    «Che anche qui bisogna essere cauti, perché se intercettiamo troppa acqua poi rischiamo di abbassare ancora di più il livello dei fiumi. Come sta accadendo al delta del Po questo finisce per salinizzare le acque fluviali vicine alle foci. E già gli antichi romani sapevano che non c'è miglior modo per fare terra bruciata nei campi che cospargerli di sale».
    Intanto dobbiamo attenderci un razionamento di acqua ed energia elettrica?
    «Di acqua temo di sì, di energia elettrica spero di no. Ma dobbiamo pensare al futuro, combattendo l'emissione dei gas serra, perché altrimenti rischiamo di avere ondate di calore terribili, con aumenti fino a cinque gradi della temperatura. Che tra l'altro ridurrebbe del 90 per cento i ghiacciai che forniscono buona parte dell'acqua utilizzata nella Pianura Padana. Per questo dico: bisogna andarci piano con il carbone».
  3. GRAVI ERRORI: Farmacisti contro l'ipotesi di abolire il bugiardino. In chiave di risparmio e minore impatto ambientale ne sta discutendo la Commissione europea. Ma dalla riunione di Roma del Simposio internazionale del Pgeu - che rappresenta i 160 mila farmacisti e le 400 mila farmacie operanti in Europa, presieduto da Roberto Tobia, segretario nazionale e presidente a Palermo di Federfarma - è arrivato un secco «no». «È un riferimento pratico per anziani e cronici».
  4. UN GRAVE VIZIO :  Dai benestanti percettori di reddito di cittadinanza alle imprese assetate di sussidi cui non hanno titolo, dalle merci contraffatte alle 400 agenzie di gioco illegale, dal business delle finte mascherine anti Covid agli evasori fiscali totali. L'Italia dei furbetti, multiforme e resiliente, emerge dal report della Guardia di finanza sulle 74 mila indagini compiute tra 2021 e 2022.
    La pandemia non ha prosciugato malversazioni e sprechi di denaro pubblico. Anzi. A cominciare dal business dei dispositivi di protezione dal virus. Sequestrati 130 milioni di mascherine e 14 mila litri di igienizzanti: venduti come regolari, in realtà taroccati. Sono quasi 350 gli indagati per frode in commercio, vendita di prodotti con segni mendaci, contraffazione e ricettazione.
    La sanità è terreno di conquista. Qui si sono generati quasi 600 milioni di danno erariale su 3,5 miliardi accertati nella spesa pubblica, con oltre 7.000 segnalazioni alla Corte dei conti. Gli appalti illegali (per lo più frutto di corruzione) sono pari a 360 milioni nel settore sanitario sul totale di 1,4 miliardi.
    Il report si occupa anche dei provvedimenti di spesa varati nel 2020 per i riflessi economici del Covid. Malgrado gli interventi del governo, le truffe sui bonus per le ristrutturazioni edilizie non si fermano. Quelle accertate ammontano a oltre 5,6 miliardi di euro (sei mesi fa erano circa 4) con il sequestro di oltre 2,5 miliardi di crediti inesistenti, generati con l'attestazione di lavori mai eseguiti. Su quasi 13 mila controlli su contributi a fondo perduto e finanziamenti bancari assistiti da garanzia, 2.400 beneficiari sono risultati abusivi, avendo ricevuto senza titolo quasi 300 milioni di euro.
    I controlli sul reddito di cittadinanza sono ormai selettivi, secondo uno screening di rischio. Nel complesso sono stati scoperti illeciti per 288 milioni – di cui 171 milioni indebitamente percepiti e 117 milioni fraudolentemente richiesti e non ancora riscossi – con oltre 29.000 persone denunciate.
    L'evasione fiscale resta una malattia endemica. Negli ultimi 17 mesi sono stati individuati 5.762 evasori totali, ossia imprenditori o lavoratori autonomi completamente sconosciuti al fisco. Molti ormai si riparano dietro le piattaforme di commercio elettronico. La dimensione internazionale del fenomeno, che ne rende più difficile il contrasto, è testimoniata dai 1.615 casi di evasione fiscale internazionale, attuata con organizzazioni occulte e residenze fiscali fittizie.
    Complessivamente i soggetti denunciati per reati tributari sono 19.328, di cui 508 arrestati. Il valore dei beni sequestrati come profitto dell'evasione e delle frodi fiscali è di 2,2 miliardi.
    Nonostante l'aumento di infortuni sul lavoro, 26.537 lavoratori sono risultati in «nero» o irregolari nelle ispezioni. Un aspetto preoccupante in vista dell'attuazione del Pnrr che richiedendo tempi rapidi alimenta gli appetiti più spregiudicati.
  5. INGORDIGIA MAFIOSA: Mafie «camaleontiche» che diversificano gli investimenti e lucrano su pandemia e crisi energetica, mimetizzandosi dietro le piattaforme finanziarie informatiche. I dossier della Guardia di finanza ricostruiscono la filiera del denaro sporco: dai canali di finanziamento agli sbocchi di investimento. Il traffico di droga resta la principale fonte di approvvigionamento finanziario: quasi 200 arresti e 97 tonnellate di stupefacenti sequestrate. Seguono contrabbando, contraffazione di marchi e, soprattutto per le mafie di origine straniera, ricettazione e sfruttamento della prostituzione.
    Il tradizionale business della contraffazione non ha subito rallentamenti per la pandemia. Sia nel settore industriale, con 565 milioni di prodotti sequestrati per falsa indicazione del made in Italy; sia in quello agroalimentare, con 14,5 milioni di litri e oltre 6.400 tonnellate di prodotti agroalimentari sequestrati, in particolare con la falsa indicazione di marchi di origine controllata e protetta.
    Le ricchezze vengono poi riciclate e reinvestite. Le indagini evidenziano ormai in modo consolidato e uniforme sul territorio (in questo campo, il divario Nord-Sud è assai ridotto) la disponibilità in capo alle organizzazioni criminali di know how specialistico e professionale, per costruire operazioni sofisticate sotto il profilo dell'architettura societaria e amministrativa. Il che le pone in pole position nell'acquisizione di bonus fiscali (edilizia) e finanziamenti del Pnrr.
    «Alle connotazioni tipiche quali l'uso della violenza e delle intimidazioni – spiega il colonnello Carmine Virno, capo dell'ufficio tutela economia e sicurezza del comando generale - affiancano la capacità di suggellare alleanze trasversali e accordi collusivi con facilitatori, imprenditori disonesti, pubblici funzionari infedeli e professionisti senza scrupoli, disposti a scendere a patti in nome di una mutua convenienza». Inoltre «la disponibilità di piattaforme informatiche e applicazioni online assicura rapidità ed anonimato nelle transazioni». Centrali, per intercettarle, l'analisi di 260 mila segnalazioni di operazioni sospette da parte degli intermediari finanziari. In materia di riciclaggio e autoriciclaggio la Finanza ha denunciato 4.684 persone, di cui 606 arrestate, e sequestrato beni patrimoniali pari a oltre 1,4 miliardi.
    Il business dei carburanti, tanto più in crisi energetica, è diventato il terreno di una «nefasta sinergia tra mafie e colletti bianchi». Un'indagine coordinata da quattro importanti Procure (Roma, Napoli, Catanzaro e Reggio Calabria) denominata PetrolMafia Spa ha ricostruito il riciclaggio di centinaia di milioni di euro in società intestate a prestanome di clan di rango: dai Moccia (camorra) ai Piromalli e Mancuso (‘ndrangheta).
    I clan mettevano struttura operativa e liquidità al servizio di imprese in crisi, moltiplicandone il fatturato da 9 a 370 milioni in tre anni. La disponibilità di commercialisti consentiva poi di costituire un network di società «cartiere», anche nell'Est Europa: scatole vuote utili solo a sfornare fatture false per frodare il fisco e abbassare i prezzi della benzina nelle «pompe bianche». Infine i clan ricostituivano la provvista illecita, svuotando le società satellite con il vecchio metodo degli "spalloni", dopo prelievi frazionati in contanti.
    Significativo anche il dato dei sequestri per usura - 33 milioni di euro – considerando che il 2021 è stato caratterizzato dalle restrizioni causate dalla pandemia, con un crescente numero di imprese in crisi di liquidità. In materia di reati fallimentari i beni sequestrati ammontano a oltre 429 milioni, su un totale di patrimoni distratti di oltre 3,4 miliardi. La specifica e rafforzata disciplina dei controlli antimafia ha portato a provvedimenti di sequestro e confisca per 3,5 miliardi, cui si aggiungono le aziende (valore 200 milioni) affidate all'amministrazione giudiziaria per interrompere l'infiltrazione della criminalità organizzata, attraverso lo strumento delle misure di prevenzione
  6. UNA SCUOLA DI MEDIOCRI PUO' SOLO PRODURRE MEDIOCRI: Boom di temi su Liliana Segre e musica, stupore per l'assenza dell'Ucraina. Ieri oltre 33 mila studenti piemontesi (18 mila a Torino) si sono misurati con la prima prova dell'esame di maturità. Un esercito di giovani, che dopo il Covid torna quasi alla normalità, con due prove scritte e una orale finalmente senza mascherine. I candidati più numerosi sono stati quelli dei licei (16 mila, quasi la metà, con lo scientifico in testa), seguiti dai tecnici (11 mila) e infine dai seimila iscritti ai professionali. Tutti, alle 8,30, erano pronti con la penna in mano, per una prova che poteva durare fino a sei ore.
    Qualcuno ha corso. Federica Gallitelli del D'Azeglio alle 12,20 è la prima studentessa a consegnare. «Ho scelto la traccia sulla musica - spiega - Mi sembrava la più interessante. Francamente mi ha stupito che non ci fosse una traccia sull'Ucraina». Tesa? «No, sono abbastanza tranquilla, ma ho visto molti compagni preoccupati. Piuttosto sono gli orali a mettermi ansia». Alice Fassio e Laura Fecioru, anche loro del "D'Aze", escono poco dopo. La prima ha scelto la traccia sulla musica e racconta come «i temi potevano essere migliori, ma c'erano margini per scrivere qualcosa di interessante». La seconda ha optato per l'analisi del testo di Verga «perché lo collegavo bene ad altri argomenti. Non ci fosse stato quello, avrei scelto la pandemia. La parte complicata sarà domani (oggi per chi legge, ndr) con la versione».
    La musica è tornata a qualche centinaio di metri di distanza, al Sommeiller, nel tema di Umberto Canale, che segue il serale di Amministrazione, finanza e marketing. Lui non ha dubbi: «Finite le superiori mi iscriverò al conservatorio». È andata bene oggi? «Sì. La prima prova non è difficile: si tratta di utilizzare il linguaggio ed è sempre importante saperlo fare nella vita». Alla fine dei conti, se l'emozione non è mancata, la preoccupazione è più che altro per le prossime prove. «Ad esempio l'orale» confessa Riccardo Negro, indirizzo Economico Sociale del Regina Margherita nella sede di Lingotto. «Il problema è la preparazione: in Dad erano più le volte in cui c'era qualche problema di collegamento di quelle in cui filava tutto liscio».
    Tra i temi più gettonati, si diceva, c'era anche quello su Liliana Segre e il razzismo: «La mia passione è la storia, vorrei continuare i miei studi in questo campo, quindi l'ho scelto con convinzione - racconta Matteomaria Vada, Scienze Umane del Regina - Le tracce le ho trovate stimolanti, soprattutto attuali. Mi sarei aspettato qualcosa sul conflitto, ero preparato». Come lui Alessa Calabria, stessa scuola ma indirizzo linguistico: «Le tracce erano interessanti, ma non ero sicura di saper dire molto su tutte. Ho scelto Segre perché è un tema affrontato più volte in classe».
    Gettonatissima nella media nazionale, la traccia sull'iperconnettivià non è stata la preferita dei torinesi, almeno stando agli exit poll. Alice Baglieri, del Carlo Ignazio Giulio, indirizzo commerciale, ha scelto proprio quella «perché è un tema attuale e dove si può spaziare molto, dalle strategie di marketing al body positive. Ma gli spunti sulle altre tracce non mancavano: il cambiamento climatico, il Covid». Alle 14,30 la prima giornata è archiviata, ed è la volta di un'altra notte prima dell'esame, quella che precede la seconda prova di oggi. Poi sarà la volta della volata finale verso la maturità. L'ultima, si augurano tutti, in cui si sentirà ancora parlare di Covid.
  7. CI VOLEVA PUTIN PER SMETTERE DI FARCI SCHIACCIARE DAI MANDANTI DELL'OMICIDIO MATTEI ? Risparmiare sui costi dell'energia elettrica ed evitare che blackout sempre più frequenti possano paralizzare la produzione. Sono queste le due esigenze che stanno spingendo sempre più imprenditori a decidere di istallare pannelli fotovoltaici nelle proprie aziende. Prima, a spaventare, erano i tempi incerti per ottenere i permessi e le lungaggini burocratiche. Problemi che sembrano superati, se confrontati con il caos energetico degli ultimi mesi. «Stiamo coprendo due nostri stabilimenti di pannelli fotovoltaici per avere un costo fisso. Ci siamo serviti di una società che sta effettuando l'investimento e che ci rivende per dieci anni l'energia a costo fprestabilito. Poi a noi resteranno i pannelli», racconta Alberto Dal Poz, vicepresidente dell'Unione Industriali e fondatore della CO.MEC . «Avevamo stimato dei costi energetici che nell'ultimo anno sono stati totalmente sballati, per questo ritengo importante avere la scelta fatta. Questa ricetta non può valere per tutti ma si sta rivelando sempre più diffusa». Tra i primi ad adottarla, anche Marco Piccolo, amministratore delegato della Reynaldi. «Oltre a una importante riduzione dei costi - sottolinea l'imprenditore dell'azienda di cosmetica - ci aiuta a evitare i blackout che stanno fermando la produzione in altre fabbriche».
    Tra le aziende che si stanno occupando di questi aspetti c'è la torinese Ceresa. «La richiesta è forte anche se abbiamo difficoltà nell'approvvigionamento dei materiali che arrivano dalla Cina. Sarebbe bello se ci fosse un produttore europeo», racconta Giovanni Ceresa. «Questa - evidenzia il segretario generale della Fiom Torino, Edi Lazzi - può essere un'opportunità anche produttiva per le aziende che devono trasformarsi». E Giorgio Airaudo, segretario generale della Cgil Piemonte conferma l'interesse di alcune aziende piemontesi. Tra i più attivi c'è Andrea Amalberto, presidente degli industriali di Asti, che ha lanciato l'idea e sta cercando altri imprenditori per «mettere insieme le competenze». I costi potranno comunque essere competitivi ma soprattutto, per Amalberto, si potrebbe avere una maggiore garanzia di qualità e di certezza delle forniture. «Il Piemonte può diventare produttore di pannelli solari e quindi di energia pulita. In sinergia con il comparto dell'automotive per le batterie di accumulo, la regione - sottolinea l'industriale - può entrare in partita».
    Dagli artigiani, invece, arriva la richiesta di intervenire a livello normativo. «Chiediamo al Governo di aprire anche alle aggregazioni tra imprese le cosiddette Comunità energetiche - sottolinea il presidente della Cna Torino, Nicola Scarlatelli - mentre per ora sono previste per i privati, per esempio i condomini». L'obiettivo, conclude Scarlatelli, « è quello di utilizzare i siti produttivi delle nostre imprese per aggiungere una quota significativa potenziale di produzione utile sia per l'autoconsumo che per la vendita verso terzi».cla. lui.
  8. BEL COLPO :I latitanti – insegna l'esperienza, soprattutto quella della lotta alla ‘ndrangheta – si nascondono sempre a casa loro. E Barcellona con le sue spiagge, i suoi ristoranti, i locali della movida e i negozi di un certo standing, era ormai da qualche tempo la casa di Vittorio Raso, 43 anni, torinese, narcos delle cosche, affiliato al locale dei capi della mafia calabrese in città: i fratelli Adolfo e Cosimo Crea. E' stato fermato sull'Avenida dels Banys, località ricreativa a cinquanta metri dalla spiaggia di Castelldefels, comune in provincia del capoluogo catalano dimora di vip e di numerosi giocatori del Barcellona calcio. Altro che bunker sepolto sotto le case in mattoni dell'impervio Aspromonte.
    Raso, secondo quanto si apprende da autorevoli fonti investigative – faceva una vita da nababbo. Frequentava costosi ristoranti francesi, rinomati bistrot italiani. Soldi e Rolex hanno accompagnato per anni la sua latitanza dorata nella penisola iberica durante la quale – agli atti – non si sarebbe mai interrotta l'attività per cui la mafia lo avrebbe ingaggiato e si fidava di lui: il narcotraffico internazionale. E che questa vita da fantasma fosse scandita da un tenore piuttosto alto lo si era capito quando un anno fa la Squadra Mobile di Torino aveva arrestato uno dei suoi fedelissimi: nascondeva 300 mila euro in contanti e orologi da collezione costosissimi.
    Il suo arresto è con ogni probabilità maturato al termine di un'intensa attività di indagine della polizia italiana che ha lavorato ai fianchi il narcos torinese, fermando uno per uno molti dei suoi fiancheggiatori e facendogli attorno terra bruciata. Che poi sia stato fermato dalla polizia spagnola è un fatto storico improbabile da rubricare a controllo stradale (anche se è questa la versione riportata dai quotidiani iberici).
    Raso aveva documenti falsi, avrebbe tradito nervosismo al momento del controllo, sarebbero state dunque prelevate le sue impronte digitali e l sua vera identità sarebbe emersa. Deve scontare una condanna definitiva in Italia a 17 anni per narcotraffico. Ma su di lui pendono, come un macigno, le indagini della Dda di Torino (pm Valerio Longi) insieme alla Mobile per associazione di stampo mafioso e droga (processo "Pugno di ferro". Lunedì scorso si sarebbe dovuta celebrare l'udienza di Appello con contestuale richiesta di condanna. Rinviata per motivi tecnici. Ora si attende che venga finalmente concessa l'estradizione dopo la beffa del novembre 2020 quando raso fu arrestato dai poliziotti spagnoli su input della polizia di Torino e scarcerato per errore dai giudici in attesa del riconoscimento di validità del Mae (mandato di arresto europeo) firmato dalla procura generale. Quando i disguidi burocratici finirono con esito positivo, il "Vangelo" dei Crea era già in fuga. Ma lontano soltanto qualche chilometro da casa sua. Come giurisprudenza di ‘ndrangheta insegna.Certo il presunto boss, difeso dal legale Enrico Calabrese, era stanco di fuggire, braccato dagli investigatori italiani, sapeva che il suo tempo da uomo libero stava per concludersi. Al suo avvocato si è limitato a dire che ammette di aver trafficato droga, ma non di far parte della 'ndrangheta: «Questa storia è falsa». Per i magistrati no.
  9. INACCETTABILE: «Abbiamo chiuso definitivamente». È racchiusa nel testo di un post su facebook, pubblicato due giorni fa, la fine della storia del Caffè Basaglia. Parliamo del circolo Arci aperto dal 2008 al 2018 in via Mantova 34, in borgo Rossini, in cui lavoravano - come camerieri o aiuto cuochi – uomini e donne con problemi psichici. Un progetto che, a suo tempo, era stato interrotto quando erano emersi problemi strutturali nello spazio in cui aveva sede: «Grazie a tutti coloro che hanno condiviso dieci anni di emozioni» si legge sulla pagina social del Caffé Basaglia. Un post che suona come una resa, dopo i tentativi di riaprire il circolo di cui, attraverso raccolte fondi e la ricerca di nuovi spazi, negli ultimi anni si erano fatti carico i promotori del progetto.
    Il Caffè Basaglia era stato messo in piedi quattordici anni fa proprio per favorire l'inserimento socio-lavorativo di persone seguite dai servizi pudi salute mentale. Erano arrivati a essere sedici i pazienti psichiatrici del vicino centro diurno di via Leoncavallo al lavoro in via Mantova. Ma lo spazio in borgo Rossini - che ospitava anche spettacoli oltre a corsi di cucina, musica e danza – era anche quello in cui veniva data una mano a ragazze in arrivo da comunità protette. E dove il tribunale mandava chi doveva svolgere lavori socialmente utili. Nel 2019 i promotori del progetto avevano lanciato una raccolta fondi per provare a riaprire il bar. Nel 2020 avevano chiesto di essere aiutati con i fondi del 5 per mille. «Ci sono stati proposti tre diversi spazi per rimettere in piedi il circolo, ma si sono rivelati non idonei, soprattutto per motivi di costi» spiega Vincenzo di Dio, uno dei fondatori. Sui social in tanti hanno commentato la notizia della chiusura. «Mi dispiace molto, era un posto magico» scrive Paola Giglio. «Era un circolo bellissimo, ricco di valori e iniziative» secondo Gabriele Moroni. Fabio Passador parla di «un colpo al cuore: rimarrete un bellissimo ricordo»

 

 

23.06.22
  1. Quindici civili, tra cui un bimbo di 8 anni, hanno perso la vita a causa dei bombardamenti russi nella regione di Kharkiv. Lo ha riferito il governatore Oleg Synegubov su Telegram, precisando che in 16 sono rimasti feriti. I bombardamenti mortali sono avvenuti in quattro diversi attacchi sulla regione. «Quello che la Russia sta facendo ora nella regione di Kharkiv è un crimine di guerra. Gli occupanti stanno deliberatamente attaccando aree residenziali dove non ci sono strutture militari. Questo è vero terrorismo contro i civili», denuncia Synegubov, ricordando che «i russi hanno già perso la battaglia per Kharkiv e ora, terrorizzando la popolazione civile, si preparano alla vendetta, ma non hanno alcuna possibilità di conquistare la nostra città».
  2. L'EGOISMO UMAMANO ILLIMITATO: Anche i governi più scettici si sono ormai convinti: al Consiglio europeo di domani l'Ucraina otterrà lo status di Paese candidato. Ma la mossa rischia di alimentare i malumori nei Balcani, con tre Paesi – Serbia, Macedonia del Nord e Albania – che minacciano addirittura di boicottare il vertice di Bruxelles con i partner Ue.
    Nella giornata di ieri Volodymyr Zelensky ha ricevuto tre telefonate decisive: quella di Viktor Orban, quella del premier portoghese Antonio Costa e quella della danese Mette Frederiksen. Tutti gli hanno assicurato il sostegno alla concessione dello status di candidato, nonostante i dubbi avanzati nelle scorse settimane. L'Ungheria aveva sempre mantenuto un atteggiamento ambiguo, mentre il Portogallo (con un'intervista al Financial Times dello stesso Costa) e la Danimarca (con alcune dure prese di posizione a Bruxelles) avevano ammesso pubblicamente i loro dubbi. Ma la formula ideata dalla Commissione europea, che prevede alcune condizioni «confermative» per mantenere la candidatura, è riuscita a convincere anche i più reticenti. Anche se la spinta decisiva è arrivata dopo la visita a Kiev di Mario Draghi, Olaf Scholz ed Emmanuel Macron. E così ieri, durante la riunione dei ministri Ue al Consiglio Affari Generali, «si è registrato un consenso totale» sul sostegno all'Ucraina, come ha rivelato il francese Clément Beaune.
    Ucraina e Moldavia riceveranno dunque lo status di candidato, ma dovranno fare una serie di riforme, mentre alla Georgia verrà offerta soltanto la «prospettiva europea», che equivale allo status di pre-candidato. Diversi Stati membri, inoltre, chiedono di concedere lo status anche alla Bosnia-Erzegovina, ma non ci sono le condizioni. Sul dossier allargamento, comunque, restano alcune tensioni: la Bulgaria continua a bloccare l'avvio dei negoziati di adesione con la Macedonia del Nord. E questo, di conseguenza, frena i progressi con l'Albania. I leader dei due Paesi balcanici ieri si sono riuniti con il serbo Aleksandar Vucic e hanno minacciato di boicottare il summit con gli altri Stati Ue: solo oggi scioglieranno la riserva. «Pare che dovremo ascoltare un altro "no, mi dispiace" – ha detto l'albanese Edi Rama –. L'intera Unione in ostaggio della Bulgaria non è un bello spettacolo da vedere: che ci andiamo a fare?»
  3. GENOCIDIO :L'altra sera, sulla tv ufficiale del Cremlino, Rossiya1, l'anchorman più amato da Putin, Vladimir Solovyov, ha vantato questi numeri su quelli che ha chiamato «ricollocamenti» o «evacuazioni» di cittadini ucraini in Russia: il numero totale è di 1,9 milioni, di cui 307 mila bambini. Il dato dell'Onu è addirittura inferiore: in totale 1.230.800 ucraini, numero di bambini imprecisato. I russi, ancora una volta, sono paradossalmente sinceri. Esibiscono ormai direttamente quello che fanno, basta sostituire la parola «ricollocamenti» con un'altra: deportazioni. Anche di bambini.
    Che lo dicano, però, potrebbe portarli a processo a L'Aja. Kevin Rothrock, di Meduza, spiega che «Mosca la presenta come un'impresa umanitaria, ma l'ammissione potrebbe servire come prova in un processo per genocidio, un giorno». Secondo la Convenzione sul Genocidio, 1948, Articolo II sezione E, separare bambini dai genitori configura giuridicamente il reato internazionale di «genocidio». Naturalmente bisogna dimostrare che oltre al fatto, ci sia l'intenzione. E qui diversi tra propagandisti, ufficiali, alti dirigenti del Cremlino, stanno dando spontaneamente una mano. Il 13 aprile, parlando al Consiglio federale, la senatrice Lilia Gumerova si è mostrata inorridita per il fatto che molti dei bambini ucraini «dei territori liberati» - la neolingua del Cremlino chiama così le regioni e città invase e rase al suolo - non parlino correntemente il russo. Gumerova ha promesso l'organizzazione di scuole estive per liberare le loro lingue. Esiste il video. Deportazione e intenzione.
    Interfax, l'agenzia di Stato russa, ha fornito altri futuri documenti processuali utili, raccontando così il ritmo con cui procede la deportazione dei bambini: le «evacuazioni» sono cominciate «dalla fine di febbraio da regioni pericolose (testuale) dell'Ucraina, le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk. Nonostante tutte le difficoltà create dalle autorità di Kiev, nelle ultime 24 ore, senza la partecipazione della parte ucraina, 29.733 persone, di cui 3.502 bambini, sono state evacuate nel territorio della Federazione Russa dalle regioni pericolose dell'Ucraina e del Donbass. Un totale di 1.936.911 persone dall'inizio dell'operazione militare speciale, di cui 307.423 sono bambini», ha detto Mikhail Mizintsev, capo del Centro di controllo della difesa nazionale della Federazione Russa. Mizintsev ha anche parlato dell'esistenza di un database russo – orrore – che conterrebbe oltre 2,7 milioni di domande di coloro che desiderano trasferirsi in Russia da oltre duemila insediamenti in Ucraina e nei territori della Dpr e della Lpr controllati da Kiev. Immaginiamo quanto spontaneamente lo desiderino.
    Non è l'unico ufficiale russo che si sta consegnando alla futura Corte Penale Internazionale. C'è una donna che sta presiedendo all'operazione-bambini. E ormai fa parte della lista di oligarchi o alti burocrati statuali russi sanzionati in Occidente: è stata appena colpita dalle sanzioni britanniche per «trattamento barbaro dei bambini in Ucraina». Si chiama Maria Lvova-Belova, e secondo il Regno Unito è la «mente» dietro un oscuro programma di rapimenti. Lvova-Belova è accusata dall'Ucraina di aver organizzato la cattura di oltre duemila bambini vulnerabili prelevati violentemente dalle regioni di Luhansk e Donetsk e di aver orchestrato una nuova politica per facilitare le loro adozioni forzate in Russia. Secondo gli ucraini, Lvova-Belova supervisiona personalmente il lavoro del centro di raccolta «Romashka» per bambini a Rostov, in Russia, utilizzato come hub temporaneo per alcuni dei bambini ucraini deportati, e geolocalizzato da diverse fonti open source. Se sia possibile definirlo campo di concentramento saranno i tribunali a deciderlo. Secondo il consigliere del sindaco di Mariupol, i bambini deportati da quella città massacrata sono detenuti lì, nel villaggio di Zolota Kosa.
    Anastasjia Lapatina, del Kyiv Independent, riporta che «gli occupanti di Kherson hanno detto che tutti i bambini nati lì dopo il 24 febbraio, così come gli orfani, riceveranno automaticamente la cittadinanza russa». Deportazioni e rapimenti si inquadrano in un processo che, secondo il Kyiv Independent, ha portato quasi due terzi dei bambini ucraini a esser stati sfollati internamente o a esser fuggiti dal Paese. Afshan Khan, direttore dell'Unicef per l'Europa e l'Asia centrale, ha dichiarato che «i numeri sono sbalorditivi». La sfida logistica, come in ogni genocidio, è enorme. Il crimine richiede la sua macchina industriale. Il 25 maggio Putin stesso ha firmato un decreto che consente il conferimento semplificato della cittadinanza russa per chi risiede a Kherson e Zaporizhia.
    A Kiev, per i diritti dei bambini, arrivano attori americani, Sean Penn, Angelina Jolie, ultimo Ben Stiller. Ma la macchina della morte e della deportazione lavora incessante. Si parla tanto delle frasi di Dmitry Medvedev, ma un suo collega dello Stato russo, il capo dell'agenzia spaziale Roscosmos, Dmitry Rogozin, ha teorizzato su Twitter: «Se non mettiamo la parola fine, perché purtroppo i nostri nonni non li hanno eliminati, dovremo morire». Il tweet è stato cancellato solo dopo sei giorni da Twitter. Nel frattempo Valentina Matvienko, ultra putiniana presidente del Senato russo, con villa milionaria sequestrata a Pesaro, annuncia che spedirà ai bambini nelle repubbliche filorusse poesie per ragazzi di Agniya Barto, favole del poeta Ivan Krylov e libri russi di storia. Non li stanno deportando, li stanno evacuando e rieducando.
  4. L'ACQUA UN  DONO  DI DIO INCOMPRESO DA CHI SPRECA L'ACQUA : Massimiliano Fazzini, climatologo dell'Università di Ferrara e responsabile del team "rischio climatico" della Società italiana di geologia ambientale vede un'estate all'insegna della grande sete con frutta, verdura, carni, latte e latticni scarseggiare sulle nostre tavole.
    Come si è arrivati a questo punto?
    «È da maggio che abbiamo temperature più elevate della media tanto da aver sfiorato il record del 2003. Ma a preoccupare maggiormente è la penuria di precipitazioni, ridotte ai minimi termini già da fine autunno. Nelle aree di montagna non ha nevicato e in pianura le piogge sono state inferiori del 50-60% rispetto alla media. Quando ha piovuto poi lo ha fatto con grande intensità, senza utilità dal punto di vista della raccolta idrica. In alta montagna è anche sparito il manto nevoso che avrebbe potuto portare acqua ai nostri fiumi».
    Che cosa ci attende nelle prossime settimane?
    «Non vedo perturbazioni in arrivo all'orizzonte. E i temporali estivi non servono a migliorare le riserve idriche, che sono già del 30-35% inferiori a quelle medie del periodo. Nei prossimi due mesi poi le temperature saranno superiori di almeno un grado alla media estiva. Inoltre con questo caldo i consumi d'acqua aumentano, per cui c'è da essere veramente preoccupati».
    Il razionamento dell'acqua servirà?
    «Direi che diventerà fondamentale quando gli ingegneri calcoleranno che con queste riserve idriche non si potrà tirare avanti a lungo. Se non altro il razionamento ci servirà a capire una volta per tutte che l'acqua non va sprecata».
    C'è il rischio che nelle nostre tavole vengano a mancare frutta e verdura?
    «C'è eccome. Con queste condizioni metereologiche la produzione agricola va in sofferenza. I frutti ad esempio diventano più piccoli e di ortaggi se ne raccolgono pochi. A maggio nel periodo di maturazione della frutta abbiamo avuto violenti temporali che ne hanno fatta cadere un 50-60%. Sembra che tutto remi contro».
    Potremmo però importare i prodotti dall'estero…
    «Mica tanto. La situazione è identica alla nostra in tutto il mediterraneo, fatta eccezione per la sola Grecia».
    Ci saranno problemi anche per gli allevamenti?
    «Si perché sia bovini che ovini hanno bisogno di molta acqua. Alcuni produttori già denunciano un forte calo della produzione di latte».
    Dichiarare lo stato di emergenza può essere d'aiuto?
    «Siamo al solito discorso del curare anziché prevenire. Se non altro i cittadini saranno più responsabili nel consumo di acqua e le istituzioni capiranno che bisogna intervenire in modo strutturale».
    Come?
    «Primo, non sprecando acqua. Quella che consumiamo individualmente. Ma soprattutto quel 39%, con punte del 55 al Sud, che in media disperdiamo per non aver efficientato la nostra rete idrica. E poi bisognerà ridurre l'emissione dei gas serra colpevoli di questi mutamenti climatici. Se dobbiamo momentaneamente riaprire al carbone lo si farà turandosi il naso. Sperando che anche il clima geopolitico muti in fretta e in meglio».
  5. INCIDENTE STRADALE OMICIDIO PERFETT0 : A Roma c'era un «mondo di mezzo» e c'è un «mondo di Massimo» (Bochicchio). Quest'ultimo, a differenza del primo, affiora, è visibile, anzi s'ostenta. Ha una sua geografia, una storia e un'antropologia. Molle si stende sul Lungotevere, ma si sperde per le vie del centro e s'inerpica sulla collina Parioli. Si perpetua, come un rito o un film di Neri Parenti, da qualche decennio, cambiano gli attori, ma la trama è la stessa: un profeta venuto dal nulla o quasi promette la moltiplicazione dei pani e dei pesci a una genìa che ha fede nei miracoli del dio denaro. Bochicchio, o chi per lui, non è che un minor deus ex machina. Non avrebbe effetto alcuno se non ci fosse quel mondo, targato Roma.
    A Milano, per dire, l'esistenza, il potere di accesso oltre la velvet rope, il tesseramento sono garantiti dal biglietto da visita. Conta che la carica esista e sia in corso. Appena scade, tutto si dissolve come per Cenerentola a mezzanotte: l'auto aziendale perde le ruote, la carta si smagnetizza, si ridiventa nessuno. Roma indulge. Un direttore, un onorevole è per sempre. La mondanità accoglie vivi e fantasmi. Alle prime cinematografiche si volge lo sguardo al tappeto rosso, si scruta l'obiettivo dei flash e ci si domanda regolarmente: «Quella, chi era?», giacché lucean ancor le morte stelle. Il mondo di Massimo è popolato di ex qualcosa, fratelli di qualcuno, di presunte e sedicenti. Stanno tutti a un dipresso. Sfioranti, un soffio appena. Consoli onorari dello Stato delle cose. Ambasciatori senza pena. Noti per essere noti a qualcun altro. Nomi che si fermano sulla punta della lingua. Nomignoli che lascian perplessi: a Milano Pupi è femminile (Pupi Solari) a Roma è maschile (Pupi d'Angieri). Inezie. Conta la riconoscibilità. La si conquista prevalentemente di sponda. La domanda chiave è: «Ma tu, come stai messo con?». Perché se sei «messo bene con» il nuovo consigliere d'amministrazione, il politico emergente, il presidente dai mandati multipli, allora è fatta. Quello è la porta, l'altro la chiave. «Che ce l'hai un progetto? 'Na sceneggiatura, 'na mostra, 'na ristrutturazione?».
    Il problema, come spesso nella vita, sono i gradi di separazione. Nel «mondo di Massimo», come spesso a Roma, potevano essere tanti. Che significa: troppi. Il simbolo della prossimità sono gli armadietti dei circoli. Il detentore garantisce per il proprio vicino, ma innesca una catena in cui ognuno lo fa per chi gli sta accanto e finisce che il primo affida i soldi non all'ultimo della fila, ma a quello che passava nel corridoio e ha fatto buona impressione. È lo schema di Para-Ponzi. Quando la nota stecca e la musica cessa, soltanto allora ci si chiede chi fosse il conduttore, quali titoli avesse. «Ma non era amico tuo?», «Mio? Nooo, era amico dell'amico di Coso. Io mai glieli avrei dati i soldi a uno così: bravo nel suo campo per carità, ma non di più». Quale fosse il suo campo, però, esattamente nessun sa dirlo. Le competenze sono esportabili, labili i confini. Già in partenza non si capiscono bene. C'è chi di professione organizza rassegne e c'è chi conferisce premi. Vale il principio della partecipazione di scambio. Tu vieni ospite da me quest'anno, il prossimo io ti assegno un ambito riconoscimento. Si splende di luce riflessa, di qui la necessità di attingere ai bacini dove nuotano i soliti noti: sport, cinema, diplomazia, cultura. Ogni settore fa da specchietto per l'altro. Non essendo vasi comunicanti, la rilevanza dei singoli può essere auto-certificata, perfino prodotta dalla fantasia. La verifica è un esercizio superfluo, la storia una materia mai studiata, altrimenti come sarebbe possibile per i Bochicchio riproporsi a distanza di tempo negli stessi ambienti e con le medesime modalità? L'avidità non muore mai, fa da schermo a ogni valutazione. Regna il principio della delega: all'agente, al manager, perché non anche al consulente finanziario? I talenti hanno sempre fruttato, perché sotterrarli?
    È mossa la fotografia del «mondo di Massimo». Non è il «generone» sorridente in posa, non è il «cafonal» di Dagospia sorpreso a bocca piena. Va oltre e in quell'oltre si muove. Quando fai l'appello dei truffati dai Madoff de Roma rispondono, tra gli altri, Ruggiero Rizzitelli e Patrice Evra, i figli di Gassman e il padre di Calenda, Anne de Bellefroid e Regis Donati. In ordine sparso. Ma se li metti insieme a tavola, di che cosa parlano? L'anello di congiunzione è d'oro matto, Bochicchio o princisbecco. La pietra angolare non regge e prima o poi cadrà la piramide intera. Il «mondo di Massimo» è inevitabilmente destinato a fermarsi, un attimo sospeso in un cielo di cartapesta e poi giù, nel cestino. Alla fine, proprio alla fine, viene un moto di compassione per chi crea universi fasulli, perché è il solo a sapere che imploderanno e perché, fra tutti, paga il conto più alto.
  6. IL POTERE DELLA GERMANIA :Uno dei primi che uccisero fu il mugnaio di Marzabotto. Non lo fecero a caso, è che dava il pane ai partigiani della brigata Stella Rossa. La Stella Rossa controllava Monte Sole e con Monte Sole gli Alleati sarebbero arrivati a Bologna in 4 ore. Nessuna delle operazioni condotte dal Reich a ridosso della Linea Gotica a partire dall'estate del '44 e culminate in autunno con i 955 omicidi che compongono uno dei peggiori crimini di guerra della storia furono condotte a caso. Il generale Kesselring voleva annientare i partigiani, togliere loro la voglia di combattere incominciando dallo sterminio delle loro famiglie, così mandò i soldati in montagna ad ammazzare i civili. Per questo, lunedì i famigliari delle vittime dell'Eccidio di Montesole hanno vinto la causa di risarcimento contro la Germania. C'era un piano governativo, è nelle carte militari, e lo Stato tedesco è stato ritenuto responsabile da un tribunale italiano. A pagare per i crimini nazisti, però, sarà il nostro Paese, anche se non è detto che queste sentenze non facciano giurisprudenza per casi analoghi dell'attualità.
    Il punto è questo: il 30 aprile la Germania ha citato l'Italia presso il Tribunale Internazionale dell'Aja, chiedendo che le nostre associazioni di vittime delle stragi naziste smettano di pretendere risarcimenti. Le ragioni sono che gli esecutori sono stati processati in sede penale, che la Repubblica Federale ha già pagato milioni nel Dopoguerra e che un pronunciamento del 2012 dello stesso tribunale dell'Onu stabilisce che gli Stati hanno immunità giudiziaria sui crimini dei loro eserciti. Nonostante questa presa di posizione dell'Aja (che l'Italia ha recepito, subendo però lo stop della Corte Costituzionale), i giudici continuano a ritenere legittime le istanze di rivalsa e, quando arrivano a sentenza, puntano immobili che Berlino possiede nella penisola, per espropriare e rimborsare la parte lesa.
    Sono scuole, musei, biblioteche, dicono i tedeschi. Edifici che svolgono attività socialmente significative, come faceva anche la chiesa di Casaglia, sopra a Marzabotto, dove il 29 settembre del '44 duecento persone, tra cui 51 bambini, si chiusero a pregare di sopravvivere al rastrellamento, ma la divisione corazzata delle SS, i soldati della Wermacht, i militi della Guardia Nazionale fascista e l'ex partigiano della Stella Rossa che guidava la colonna uccisero comunque tutti. Nello specifico, queste querele sono state 25 dal 2012. 15 passate in giudizio, tre quelle arrivate a sentenza, proprio come questa a Bologna, di cui ancora non si conosce l'importo e contro la quale è possibile fare ricorso.
    Lo stesso 30 aprile in cui Berlino è andata all'Aja, il governo italiano ha emesso il decreto 36, valido dall'indomani, firmato dal presidente Mattarella e da tutto il governo. Si intitola «Ulteriori misure urgenti per l'attuazione del Pnrr». Contiene molti provvedimenti per sostenere l'economia e all'articolo 43 stanzia 50 milioni su 4 anni per risarcire i parenti delle vittime del Reich che vincono la causa. Oggi, il Senato voterà un testo che poi andrà alla Camera. Se approvato, sarà l'Italia a pagare per il comportamento dello sturmbannführer Walter Reder e dei suoi sottoposti, nei cinque giorni più bui che queste colline ricordino. Non è detto che poi non si cerchi un modo per rivalersi sulla Germania, ma al momento il modo non c'è. L'Aja potrebbe anche ricredersi sull'immunità degli Stati e fare giurisprudenza per crimini di guerra più recenti, come quelli commessi in Ucraina o in Siria, ma per ora la sua posizione è un'altra.
  7. ASSURDO: Ecco: come usa dire, non ci mancava che questa. Ma dato che ormai viviamo in un mondo al contrario, perché stupirsi? Dallo scorso mese di maggio, per chi non lo sapesse, una nuova norma ha equiparato i calciobalilla (e i tavoli da ping-pong, e con questi oltre ai biliardi e le carambole pure i dondolanti per bambini) ai videopoker. Così vuole infatti l'Agenzia delle Dogane, secondo cui tutti i giochi presenti nei locali pubblici devono oggi essere provvisti di uno speciale «nulla osta» per certificare, mediante assunzione di responsabilità del proprietario del bar, dello stabilimento balneare e a questo punto anche del parroco di turno, visto che i non molti calciobalilla superstiti in Italia stanno negli oratori, che il gioco a gettone in questione non sia strumento (del demonio) per ottenere vincite in denaro, caratteristica com'è noto dei giochi d'azzardo.
    Ora, sui dondolanti per bambini non ci giurerei, ma sono certo che il calciobalilla e il ping-pong siano tra le discipline riconosciute - esattamente come il biliardo - e ammesse tra gli sport con tanto di federazioni nazionali: all'Agenzia delle Dogane forse è sfuggito che esistono da tempo tornei, campionati e perfino competizioni a livello non soltanto amatoriale ma addirittura olimpionico. Al di là di questo, tuttavia, basterebbe avvicinarsi a un qualsiasi calciobalilla o tavolo da ping pong et cetera e insinuare a coloro i quali ce la stanno mettendo tutta per battete l'avversario o gli avversari di turno sudando le proverbiali sette camicie e insinuare che la partita in questione sia appunto un gioco d'azzardo, di quelli cioè in cui conta solo la fortuna, checché ne dicano i colleghi del «Giocatore» di Dostoevskij, intenti a rovinarsi alla roulette o alle slot-machine. Ora, vi immaginate la reazione dei giocatori? Io sì, avendo praticato piuttosto indegnamente per alcuni decenni soprattutto il calciobalilla (meno il ping pong e meno ancora il biliardo; sul dondolante purtroppo non ho ricordi molto attendibili) e sapendo bene, avendo patito un lungo elenco di sconfitte, come ci si scanni su ogni singola pallina, e come gli eventuali colpi di fortuna (la rete segnata involontariamente grazie a un rimbalzo bizzarro, il punto ottenuto con la complicità del bordo superiore della rete che divide il tavolo da gioco) siano oggetto di ovvio sarcasmo e relativi sfottò da parte degli altri giocatori, mentre al contrario ci si vanti legittimamente di ogni giocata dovuta all'abilità che in effetti solo un'infanzia all'oratorio può garantire.
    Signori, e signore, dell'Agenzia delle Dogane, ascoltate dunque questo appello: non privateci vi prego di questi divertimenti, a tutti noi tanto cari, e carichi di ricordi. In vita mia ho partecipato o assistito a migliaia di partite, al termine delle quali si vinceva al più un giro di birre. Rammento sfide epiche, in cui match interminabili si decidevano all'ultima pallina, circondati da un tifo infernale nei peggiori bar di Torino e nei migliori bagni delle Cinque Terre. E poi ancora, nel caso infausto di eventuali sconfitte «a zero», la determinazione disperata a battersi fino in fondo per segnare almeno un goal e non dover passare sotto il calciobalilla. E infine l'ammirazione che scattava in tutti i duellanti nel caso in cui a dimostrarsi più forte fosse una ragazza, che da quel momento diventava un mito di cui si narravano le gesta fino a notte fonda, tornando a casa.
    So che le prime sanzioni sono già state comminate, in Puglia, e che lungo lo Stivale a cominciare dalla Toscana vi sono già stati proprietari e gestori di locali pubblici e stabilimenti balneari che hanno fatto sparire quegli omini sempre pronti ad affrontarsi in mille e una finali di Champions, giocate in diurna e in notturna, da Jesolo a Marsala passando per Noli e Pietra Ligure. Un'estate al mare senza più nemmeno un calciobalilla su cui sfidarci con gli amici e le amiche, o con cui divertire i nostri figli, magari facendoli salire su una sedia o uno sgabello, sarebbe un'estate monca di un piacere che nulla ha a che fare con il triste e autodistruttivo rituale che contraddistingue i videopoker. Sono sicuro che siete stati/e bambini/e e ragazzi/e anche voi. Ricordate quell'amore infantile o adolescenziale sbocciato proprio intorno a un calciobalilla, e quanto vi impegnavate per fare bella figura al cospetto di chi vi faceva battere il cuore?
  8. FINALMENTE SI RAGIONA: Realizzare nuovi bacini artificiali: magari una rete di piccoli invasi, come chiede Alberto Cirio al governo, per rilasciare acqua in casi di emergenza e mitigare le esondazioni. Parallelamente, lavorare sulla rete di distribuzione ad uso idropotabile, monitorando i consumi e riducendo le perdite: in parte fisiologiche, non si possono azzerare, e in parte da contenere. Se possibile, da minimizzare. A maggior ragione, considerato che sul fronte climatico il mutuo soccorso non esiste, o è assai tenue: fa fede il doppio no che il Piemonte, a corto di riserve, ha ricevuto dalla Valle d'Aosta e dalla Svizzera, pure loro a corto di acqua.
    Il Pnrr può rappresentare un'occasione anche sotto questo profilo. Non solo transizione verde e digitale o, nel perimetro della Sanità, ospedali e case di comunità. Ma gestione del ciclo idropotabile. È l'obiettivo del piano per la tutela e valorizzazione della risorsa idrica, si chiama così, che ha per beneficiario l'Autorità d'ambito torinese (Ato3) e come soggetto attuatore Smat. Importo totale: oltre 66 milioni. L'ultima parola sarà quella del ministero, a cui è stato mandato.
    Oggi, stando ai dati forniti dalla Società metropolitana Acque Torino (Smat),gestore del servizio idrico integrato, la media delle dispersioni idriche a Torino città è del 21%, percetuale che sale al 28 nella Città Metropolitana. Dato medio, abbiamo detto, con punte superiori, talora di parecchio, in una serie di Comuni. Nulla a che spartire con altre Regioni in Italia, dove le perdite sono decisamente più macroscopiche (anche oltre il 50%), ma non per questo da sottovalutare.
    Da qui la sfida, agganciandosi al Pnrr: digitalizzare e monitorare la rete di distribuzione dei 290 Comuni serviti da Smat per ridurre le dispersioni con l'assistenza di algoritmi di intelligenza artificiale.
    In particolare, spiega il presidente di Smat Paolo Romano, è prevista la realizzazione di una rete di telecomunicazione dedicata, contatori per la telelettura e di sensoristica studiata per il controllo attivo delle perdite. Si comincerà da una parte di Torino per poi allargare il tiro alla Città Metropolitana.
    Significa molte cose: fornitura di contatori per la rilevazione a distanza dei consumi, sostituzione degli attuali apparecchi, cartografia informatizzata, posa di misuratori di portata e pressione non permanenti, ricerca delle perdite tramite metodo acustico su porzioni di rete ritenute critiche, step-test notturni nei casi più complessi, tracciamento e manutenzione. E via andare. Obiettivo: ridurre i livelli percentuali di perdite delle reti dell'11,76% entro il 2025. In sostanza, dimezzarli o quasi.
    L'area complessiva di intervento comprenderà una rete di 12.842 km e un totale di 2.321 km di condotte di allacciamento, 617 impianti telecontrollati, 169 punti acqua Smat, 1.431 serbatoi di accumulo, 207 impianti di pompaggio e 89 impianti di potabilizzazione a favore di oltre due milioni di residenti. Un piano di ampio respiro, che va ben oltre gli interventi realizzati nel 2020, per blindare il più possibile una rete dove tra i materiali dominano il polietilene, l'acciaio, la ghisa sferoidale e la ghisa grigia. Una rete, anche, che risente del tempo. Per quanto riguarda l'età di posa delle condotte di adduzione, 448 km hanno dieci anni o meno. Ma 395 viaggiano tra 11 e 30 anni, 105 tra 31-40, 90 tra 41-50, 55 hanno più di 50 anni. Al netto di 12 km la cui età «non è nota».
    Un progetto ambizioso, quello girato al ministero: il punto è se otterrà il finanziamento.
  9. BENE: Realizzare nuovi bacini artificiali: magari una rete di piccoli invasi, come chiede Alberto Cirio al governo, per rilasciare acqua in casi di emergenza e mitigare le esondazioni. Parallelamente, lavorare sulla rete di distribuzione ad uso idropotabile, monitorando i consumi e riducendo le perdite: in parte fisiologiche, non si possono azzerare, e in parte da contenere. Se possibile, da minimizzare. A maggior ragione, considerato che sul fronte climatico il mutuo soccorso non esiste, o è assai tenue: fa fede il doppio no che il Piemonte, a corto di riserve, ha ricevuto dalla Valle d'Aosta e dalla Svizzera, pure loro a corto di acqua.
    Il Pnrr può rappresentare un'occasione anche sotto questo profilo. Non solo transizione verde e digitale o, nel perimetro della Sanità, ospedali e case di comunità. Ma gestione del ciclo idropotabile. È l'obiettivo del piano per la tutela e valorizzazione della risorsa idrica, si chiama così, che ha per beneficiario l'Autorità d'ambito torinese (Ato3) e come soggetto attuatore Smat. Importo totale: oltre 66 milioni. L'ultima parola sarà quella del ministero, a cui è stato mandato.
    Oggi, stando ai dati forniti dalla Società metropolitana Acque Torino (Smat),gestore del servizio idrico integrato, la media delle dispersioni idriche a Torino città è del 21%, percetuale che sale al 28 nella Città Metropolitana. Dato medio, abbiamo detto, con punte superiori, talora di parecchio, in una serie di Comuni. Nulla a che spartire con altre Regioni in Italia, dove le perdite sono decisamente più macroscopiche (anche oltre il 50%), ma non per questo da sottovalutare.
    Da qui la sfida, agganciandosi al Pnrr: digitalizzare e monitorare la rete di distribuzione dei 290 Comuni serviti da Smat per ridurre le dispersioni con l'assistenza di algoritmi di intelligenza artificiale.
    In particolare, spiega il presidente di Smat Paolo Romano, è prevista la realizzazione di una rete di telecomunicazione dedicata, contatori per la telelettura e di sensoristica studiata per il controllo attivo delle perdite. Si comincerà da una parte di Torino per poi allargare il tiro alla Città Metropolitana.
    Significa molte cose: fornitura di contatori per la rilevazione a distanza dei consumi, sostituzione degli attuali apparecchi, cartografia informatizzata, posa di misuratori di portata e pressione non permanenti, ricerca delle perdite tramite metodo acustico su porzioni di rete ritenute critiche, step-test notturni nei casi più complessi, tracciamento e manutenzione. E via andare. Obiettivo: ridurre i livelli percentuali di perdite delle reti dell'11,76% entro il 2025. In sostanza, dimezzarli o quasi.
    L'area complessiva di intervento comprenderà una rete di 12.842 km e un totale di 2.321 km di condotte di allacciamento, 617 impianti telecontrollati, 169 punti acqua Smat, 1.431 serbatoi di accumulo, 207 impianti di pompaggio e 89 impianti di potabilizzazione a favore di oltre due milioni di residenti. Un piano di ampio respiro, che va ben oltre gli interventi realizzati nel 2020, per blindare il più possibile una rete dove tra i materiali dominano il polietilene, l'acciaio, la ghisa sferoidale e la ghisa grigia. Una rete, anche, che risente del tempo. Per quanto riguarda l'età di posa delle condotte di adduzione, 448 km hanno dieci anni o meno. Ma 395 viaggiano tra 11 e 30 anni, 105 tra 31-40, 90 tra 41-50, 55 hanno più di 50 anni. Al netto di 12 km la cui età «non è nota».
    Un progetto ambizioso, quello girato al ministero: il punto è se otterrà il finanziamento.
  10. INACCERTABILE :Il calcolo di quanta acqua sia andata perduta in anni di guai non lo ha mai fatto nessuno. E i camion della Smat fanno ormai parte del panorama del paese, come la fontana in centro, e la lapide sulla facciata del municipio che celebra la «volontà e la tenacia» con cui venne costruito l'acquedotto. Addì: «14 novembre 1971».
    Oggi, 51 anni dopo, Casalborgone - 2 mila anime tra la collina di Torino e l'astigiano - ha un tratto di acquedotto che spreca otto litri su dieci di potabile. Motivo? Tubi che si spaccano in continuazione e progetti di rifacimento lunghi come la quaresima.
    Per capire la situazione bisogna partire da strada San Giuseppe, appena fuori dal centro. Qui c'è uno dei tre rami dell'acquedotto che scala la collina per circa 2 chilometri e arriva alla vasca che poi alimenta una parte del paese. In 2 mila metri disperde nel terreno circa l'80 per cento della potabile.
    Ora, in paese lo sanno tutti che c'è questo guaio, e le raccomandazioni del sindaco Francesco Cavallero sulla necessità di «non usare in modo improprio» la potabile, sono un provvedimento di pochi giorni fa. Il barista che del Brivido Rosso, uno dei bar in piazza ne parla come una cosa scontata: «Guardi gli operai della Smat scavano tutti i giorni in mezzo alla strada, riparano i tubi e il giorno dopo vengono a riparare una perdita da un'altra parte. Da quand'è che va avanti così? Uhh».
    Ciò che impressiona di più è il fatto che in cima alla salita di strada San Giuseppe, Smat abbia sistemato un generatore. E quando l'acqua in vasca cala in modo evidente, arrivano le autobotti, collegano una pompa al generatore, che attraverso un tubo di plastica scala gli ultimi 500 metri e riempie il vascone. È più di un anno che va avanti così.
    L'ultima volta che le botti sono arrivate con l'acqua presa a Volpiano - raccontano in Comune- è stato tra venerdì e lunedì, e hanno sversato decine di carichi. La situazione ora sembra sia migliorata. Sembra: perché da un momento all'altro il livello calerà e si ripartirà da capo. Normale? No. Perché questo significa più costi per tutti e consumo di acqua almeno doppio. Un disastro. Che in questo periodo è evidente. Ma che pure in pieno inverno provoca valanghe di guai.
    A onor del vero, Smat - che ha comprato questo impianto dall'«Acquedotto del Monferrato» - ha nel cassetto un progetto da un milione e mezzo di euro per rifare le condutture: sia quelle che corrono sotto la strada (e sono la ragione delle decine di rattoppi nell'asfalto) e quelle nei boschi. Ma i lavori, pensati 4 anni fa, non sono ancora partiti (progetto da fare, regole per non rovinare l'ambiente da rispettare e definire) e così si continuano a sprecare metri cubi su metri cubi di acqua.
    Quanti, c'è una stima? La risposta è scontata: «No». Perché, se la rottura è sotto l'asfalto si scopre in poche ore. Ma almeno un terzo dei 5 chilometri di tubi da sostituire corrono nei boschi. E trovare le falle è impossibile. Quindi si tampona con le botti. E intanto la gente mugugna e punta il dito su Smat. Oppure banalmente se ne infischia, perché le perdite qui sono la normalità, come il caldo in estate.
    Casalborgone ha tre direttrici dell'acquedotto e altrettante vasche. La peggiore è quella di strada San Giuseppe. Ore 14, località Mongallo, dove i tubi entrano nel bosco e salgono verso un altro vascone. Il bosco è un pantano. Così, casualmente, ieri è stata trovata un'altra falla. Da quando andava avanti? Boh. Dov'è? Chissà. Inutile chiedere quanta acqua ha sprecato.

 

22.06.22
  1.   UNA RIPICCA POCO UTILE:    Una serie di società, palazzi, ville, yacht – in tutti questi anni di volta in volta offerti all'uso personale di Vladimir Putin da oligarchi o suoi amici d'infanzia – sono adesso collegati tra loro dall'utilizzo della stessa infrastruttura online, un dominio web (LLCInvest.ru) che non è disponibile sul mercato, quindi utilizzabile solo da parte di una organizzazione che vi ha accesso. Nel network i dirigenti di queste società e questi asset – molti dei quali riconducibili in ultima analisi a Bank Rossiya, la banca che il Tesoro americano definisce testualmente «la banca personale di Putin» - discutono di mosse comuni, coordinano operazioni fiscali e finanziarie, decidono insieme come gestire un mega yacht, in quale rimessaggio andare, o chi deve ristrutturare e come un palazzo.
    È una delle nuove scoperte di un consorzio internazionale di numerosi giornalisti, Occrp in Europa e Meduza in lingua russa, che hanno avuto accesso ad alcune mail leakate da un'azienda di servizi internet, Moskomsvyaz, strettamente collegata a Bank Rossiya. L'azienda non opera per privati cittadini, ma lo studio di questa notevole tranche di mail ha connesso (almeno) 86 società e entità no profit che controllano un tesoro di (almeno) 4,5 miliardi di dollari. Questo network è incaricato di gestire, e celare, proprietà rilevantissime. Alcune erano note, per esempio il celebre «Palazzo di Putin» sul Mar Nero, a Gelendzhik, ma non si sapeva che fossero collegate tra loro. Per esempio nel newtork c'è una villa a nord di San Pietroburgo, che sul luogo tutti chiamano «La Dacia di Putin», che era di proprietà di Oleg Rudnov, amico d'infanzia di Putin, ed ereditata dal figlio di lui Sergey, attraverso una società chiamata North. Rudnov utilizza gli indirizzi e-mail di LLCinvest.ru.
    O come per esempio il resort sciistico Igora, nell'oblast di Leningrado, dove la figlia di Putin Katherina Tikhonova si sposò nel 2013 con Kirilll Shamalov, personaggi che abbiamo già incontrato e intestatari di pezzi del tesoro putiniano. Questo resort – progettato in mattoni da un grande architetto finlandese a inizio novecento - appartiene a una società russa, Ozon, di cui è maggior azionista Yuri Kovalchuk, appunto presidente di Bank Rossiya (e anche di CTC, il colosso dei media che impiega come co-presidente Alina Kabaeva, l'attuale compagna di Putin). La società madre di Ozon usa anch'essa l'account mail LLCInvest.ru. Che, ripetiamolo, non è disponibile sul mercato. La proprietà è ricondotta anche qui a Yuri Kovalchuk e suo figlio Boris.
    Nel leaks c'è un affascinante edificio rivestito in legno a nord di Pietroburgo, noto come «La Capanna del pescatore»: viene fuori che tre società, collegate nel dominio LLCInvest.ru, possiedono i terreni circostanti, e una quarta ha gestito la costruzione della «Capanna». Questa società – di cui La Stampa vi raccontò in anteprima – si chiama Revival of Maritime Traditions, ed è una delle quattro società che il Tesoro americano ha direttamente collegato a Putin, ordinando il sequestro di alcuni yacht ritenuti riconducibili a lui. La «Revival», che oggi è sotto sanzioni americane, possiede due dei diversi yacht putiniani, lo Shellest e il Nega. Il Dipartimento del Tesoro scrive che Putin utilizza lo yacht Nega per viaggiare nel nord della Russia, e invece lo Shellest si muove ciclicamente davanti a dove? Al «palazzo di Putin». Quello di Gelendzhik. Un terzo yacht, Aldoga, è nel network LLCIinvest ma risulta di una società (Pulse) di proprietà di Svetlana Krivonogikh, ritenuta l'ex amante di Putin, e azionista di minoranza di quale banca? Rossiya, ovviamente. Gli yacht delle società LLCInvest trascorrono spesso l'inverno in un deposito per yacht vicino alla città finlandese di Kotka (la stessa dove è appena stato trovato il presunto yacht di Dmitry Medvedev, «Fotinia»). Il deposito è gestito da un altro amico di Putin, Dmitry Gorelov, che sarebbe connesso alla costruzione del Palazzo sul Mar Nero dall'inchiesta Navalny.
    Se sono coincidenze, sono strabilianti e miracolose. Se ha ragione il vecchio whistleblower russo Sergey Kolesnikov, una vasta famiglia si trova collegata in un network online in cui tornano sempre gli stessi nomi. Per esempio Ghennady Timchenko e Petr Kolbin, amici di gioventù di Putin, entrambi oggi plurisanzionati, che gestiscono alcune società dotate di un po' di cash (700 milioni di dollari, per le prime necessità, forse). Tra le società che usano il dominio, una delle più pubbliche è Russair, che gestisce alcuni degli aerei Falcon su cui hanno volato persone legate all'entourage presidenziale. Tra cui probabilmente Alina Kabaeva, la compagna del presidente russo.
    Il Cremlino nega e risponde che «il presidente della Federazione Russa non è collegato o affiliato in alcun modo con i beni e le organizzazioni menzionati». Bank Rossiya non risponde. Nessuno dei dirigenti nei leaks risponde alle domande inviate dal Consorzio di giornalisti. Tranne uno. Che spiega tutte queste coincidenze così: «Sono un dipendente umile e mi faccio gli affari miei. Io firmo solo documenti. Se la mia azienda facesse parte di una grande holding, non lo saprei». Parole sagge, visto cosa succede a certi dirigenti russi.
  2. SOSTEGNO NON VUOL DIRE ALLEANZA:      Il petrolio corre sempre più rapido sulla rotta Mosca-Pechino. Le importazioni cinesi di greggio dalla Russia sono aumentate del 55 per cento su base annua nel mese di maggio. Secondo i dati delle dogane cinesi, sono entrate nel paese circa 8,42 milioni di tonnellate di petrolio russo. Si tratta di un nuovo record, ancora più significativo visto che si registra durante la guerra in Ucraina e mentre le democrazie liberali stanno cercando (a fatica) di ridurre la dipendenza energetica da Mosca.
    Il petrolio russo arriva in Cina sia via mare sia attraverso oleodotti. A maggio sono stati importati quasi due milioni di barili al giorno, oltre il 40% in più rispetto a gennaio, prima dell'invasione. E un deciso +25% rispetto ad aprile. Le aziende cinesi, tra cui il gigante statale Sinopec e la compagnia Zhenhua Oil, hanno aumentato gli acquisti di petrolio russo, invogliate dai forti sconti operati dal Cremlino che cerca di sostituire le esportazioni verso l'occidente. A maggio, il Cremlino ha incassato circa 20 miliardi di dollari dalle esportazioni di petrolio, soprattutto grazie agli sconti fino al 30%. Mossa che ha invogliato la Cina a incrementare i suoi acquisti, cresciuti in totale del 12% nel settore rispetto a maggio 2021. Pechino sta dunque approfittando dei bassi prezzi del petrolio russo per dare un segnale di sostegno al partner "senza limiti", che di recente aveva mostrato qualche segnale di insofferenza per l'ambiguità dell'amicizia cinese. La Russia è così tornata il primo fornitore di greggio della Cina a distanza di 19 mesi dall'ultima volta. Sorpassata l'Arabia Saudita, che ha sì aumentato del 9% le esportazioni verso Pechino su base annua ma ha spedito in Cina meno barili al giorno rispetto ad aprile: 1.84 milioni invece che 2.17 milioni. Forse non a caso, Joe Biden si prepara alla visita a Riad, dove incontrerà anche il principe Mohammad bin Salman e parlerà soprattutto di petrolio.
    I dati sul greggio arrivano dopo che Xi Jinping ha parlato al telefono con Vladimir Putin per la seconda volta dopo l'invasione. Venerdì scorso, il presidente cinese è anche intervenuto al Forum economico di San Pietroburgo, dando un altro segnale della sua opposizione alle sanzioni. L'interscambio commerciale sinorusso è peraltro in costante crescita. Nei primi cinque mesi del 2022 ha raggiunto i 65,81 miliardi di dollari, con un aumento del 28,9% rispetto all'anno scorso. Sono cresciute in particolare le importazioni cinesi dalla Russia: +79,6% a maggio. Soprattutto sul fronte delle risorse naturali.Pechino rappresenta una scelta inevitabile per Mosca, intenta a cercare di salvare un'economia duramente colpita dalle sanzioni.
    Ma la Cina non è la sola ad approfittare degli sconti del Cremlino per acquistare petrolio a basso costo. Anzi, l'India ha operato una vera e propria svolta alla sua politica di approvvigionamento energetico dall'inizio della guerra. Secondo Reuters, nel giro di sole tre settimane tra fine maggio e metà giugno, Nuova Delhi ha aumentato di 31 volte gli acquisti di petrolio dalla Russia rispetto allo stesso periodo del 2021. Tra gennaio e maggio le importazioni via mare sono passate da quasi zero a circa 700 mila barili giornalieri. Stessa tendenza anche sul carbone, con aumenti di oltre sei volte su base annua. In Asia, alla Russia non sembra mancare la possibilità di trovare chi è disposto a chiudere un occhio e finanziarla perseguendo i propri interessi. Se il petrolio di Mosca scorrerà meno verso ovest, lo sta già facendo di più verso est.
  3. LE ENERGIE RINNOVABILI ESISTONO GIA' LO PSEUDO- NUCLEARE PULITO NO :Si scrive Newcleo, si legge nucleo e ha un cuore che pulsa a Torino. La sfida di Stefano Buono, fondatore della società, è ambiziosa. «In sette anni vogliamo costruire il primo reattore nucleare pulito», dice con orgoglio il fisico nato nel 1966. Diviso tra Torino, il Regno Unito e la Francia, Buono non si ferma mai. E punta a rivoluzionare un settore quanto mai strategico come quello dell'energia nucleare.
    La storia di Newcleo non arriva dal nulla. Lo scienziato prima creò Advanced Accelerator Applications (Aaa), che brevettò diversi farmaci nell'ambito della medicina nucleare. Ancora prima di fondare Aaa, nel 2002, Buono ha lavorato al Cern di Ginevra con Carlo Rubbia, vincitore del premio Nobel per la fisica del 1984. Dopo aver venduto la sua società a Novartis nel 2018, per 3,9 miliardi di dollari, il fisico ha deciso di andare oltre.
    «È un progetto di lungo periodo, senza dubbio, ma il clima è fertile», dice della sua nuova creatura, nata nel settembre 2021. Prima dell'invasione della Russia in Ucraina, quindi. Prima che ci si accorgesse che alcuni Paesi, come Italia e Germania, hanno un elefante della stanza che prende il nome di dipendenza energetica. I combustibili fossili sono un problema per l'Europa. E la transizione energetica, così come la sicurezza energetica, è necessaria. Costosa, con orizzonti di lungo periodo, ma inevitabile. Ne è convinto anche Buono, che è stato al World Economic Forum di Davos poche settimane fa a spiegare il suo sogno.
    «Se pensiamo che per soddisfare il fabbisogno energetico di un individuo occorrono 35 grammi di materiale nucleare mentre servono 88 tonnellate di fossile, vediamo subito il vantaggio», spiega. I numeri sono dalla sua parte in modo incontrovertibile. «Purtroppo, c'è stato un pregiudizio molto lungo sul nucleare, ma oggi si sta cambiando attitudine», dice. E lui se lo ricorda bene, perché quando accadde il disastro di Chernobyl stava studiando proprio molecole e atomi. Partito dal liceo Galileo Ferraris, il mitico "Galfer", non ha mai abbandonato la passione per la fisica. A cui ha unito la capacità imprenditoriale.
    Il progetto che ha in mente è semplice, come dice spesso. «Nei reattori spesso si usa il sodio, ma questo è un elemento troppo instabile», ammette. Problemi di reazioni con altri elementi, rischio di dispersione nell'ambiente, rischi per la salute. Tutto questo non succede, di contro, con il piombo liquido. «Se pensiamo che questo elemento solidifica a temperature relativamente basse, ne capiamo facilmente i vantaggi», fa notare Buono. E Newcleo punta a suon di innovazione e investimenti, circa 3 miliardi di euro, a ultimare i lavori di progettazione entro sette anni. Nel 2028 vedrà la luce il primo reattore di questo tipo, in Regno Unito. E il cuore batterà torinese.
    Nel capoluogo piemontese c'è la squadra che sta portando avanti i test, a questo giro su modelli senza utilizzo di elementi radioattivi. «Torino è un hub perfetto, perché c'è capitale umano di prim'ordine ed è una città molto interconnessa», ripete più di una volta. Non si è dimenticato da dove è partito.
    E poi c'è la sostenibilità. Perché il reattore ideato da Buono permette di essere uno strumento capace di bruciare il "mox", ovvero le scorie radioattive di uranio e plutonio. Una volta inseriti nel reattore a piombo liquido, forniscono una sorgente di energia capace di essere utilizzata a basso costo e con elevati livelli di sicurezza. Alla domanda specifica i pregiudizi delle autorità italiane e dei cittadini, amplificati da Chernobyl, sono ancora presenti, risponde in modo flemmatico. «Le nuove generazioni non hanno mai vissuto quell'incidente, ma hanno vissuto quello di Fukushima. E, per via dell'incidente all'impianto giapponese, non è morto nessuno. Le ragazze e i ragazzi di oggi non vedono il nucleare come un pericolo. Anzi, il pericolo sono le emissioni di anidride carbonica», afferma. I numeri, anche in questo caso, confermano la bontà delle sue parole.
    Il processo prevede la creazione di un precursore. «Il nostro prototipo riscaldato elettricamente non nucleare ci consentirà di testare a fondo le soluzioni per le ben note sfide legate al metallo liquido e in particolare al piombo», dice Buono. E questo lavoro viene svolto in collaborazione con l'Enea e il prototipo sarà realizzato presso la sede di Brasimone, in Italia. Allo stesso tempo, rimarca, «investiremo direttamente in un impianto mox per alimentare i nostri reattori». Poi ci sarà il Mini, un reattore veloce raffreddato al piombo da 30 Mw, che soddisferà la domanda commerciale di piccole unità di generazione elettrica. Questo genere di reattori, dice Newcleo, possono essere prodotti in impianti, riducendo i costi e accelerando la messa in servizio. Poi ancora, nell'arco di 10/12 anni, la terza evoluzione, lo Small. Ovvero un reattore veloce raffreddato al piombo da 200 Mw. E sarà, dice la società, «il nostro reattore terrestre di termovalorizzazione». Utilizzando la «capacità dei reattori Lfr (Lead-cooled fast reactor, o reattori veloci raffreddati a piombo, ndr) di chiudere il ciclo del combustibile, sarà utilizzato per produrre energia e, allo stesso tempo, bruciare scorie nucleari provenienti da centrali nucleari esistenti, altrimenti destinate a deposito geologico».
    Nel lungo termine, invece, si arriverà alla quarta fase, l'Accelerator Driven System (Ads). «Tutti i passaggi e i progetti precedenti servono anche a un ulteriore obiettivo - spiega Newcleo - e cioè quello di progettare e commercializzare l'Ads, concept proposto dal premio Nobel Carlo Rubbia. Questo consiste in un Lfr subcritico (non autosufficiente) accoppiato con un acceleratore di particelle, che consente un ciclo del carburante a base di torio e le condizioni finali per la completa sicurezza».
    L'ultimo passaggio in ordine temporale è avvenuto il 9 giugno scorso, con il lancio della sussidiaria francese Newcleo SA. Che sarà focalizzata proprio sul mox. «La linea di produzione industriale di combustibili mox garantirà la futura fornitura di combustibile necessaria per il funzionamento del primo prototipo da 30 Mw e della successiva flotta e, cosa molto importante, si rivelerà fondamentale nella gestione delle scorie nucleari e nel ridurre considerevolmente l'impronta dello stoccaggio finale in un momento in cui la Francia si prepara a rilanciare in maniera massiccia un programma nucleare e indirettamente la produzione di scorie», fa notare la società. Il tutto sempre con il nucleo che batte sotto la Mole Antonelliana.
    Buono e Torino, ma il Piemonte in generale, continuano un rapporto intrigante. Sono numerose le posizioni lavorative che Newcleo sta cercando, perché il team è in costante espansione. «E abbiamo svariate richieste anche dell'estero», concede. Il territorio resta sempre nel cuore, dunque. E non è un caso che il team sabaudo di Newcleo sia iconicamente vicino al Politecnico, in via Galliano, a due passi dal Fante. E da quel Galfer da cui tutto è partito.
  4. GIUSTO :Pochi sanno che il nome della Iplom – la piccola raffineria che annuncia Genova a chi scende giù dalle curve dell'autostrada Serravalle – in origine stava per «Industria Piemontese Lavorazione Oli Minerali», e che la sua collocazione originaria era ben lontana dal mare: a Moncalieri, dove nacque nel 1931 fondata da Giovanni Battista Profumo, e lì rimase fino al 1943. «Sa che al momento, se devo essere sincero, non ricordo il motivo per cui l'impresa nacque in Piemonte? Ma vede, mio nonno era un ingegnere che lavorava in quella zona, anche se la famiglia, che da sempre è l'azionista di riferimento della società, era genovesissima – racconta Giorgio Profumo, l'ad della Iplom -. Ma erano anche tempi molto diversi rispetto a oggi, l'industria era all'inizio». Un capannone, qualche alambicco, e si era pronti per lanciarsi in un mercato che all'epoca pareva non avere confini.
    Perché l'impianto venne trasferito a Busalla?
    «Era il paese dove la mia famiglia svernava. E aveva il vantaggio di essere più vicino alla Pianura Padana, ma anche a 20 chilometri dal mare: e guardi oggi. Le uniche raffinerie sopravvissute in Italia sono quelle sulla costa, di impianti interni quasi non quasi esistono più».
    La più piccola raffineria in Italia: 1,8 milioni di tonnellate di prodotto all'anno.
    «Quando venne pensato l'insediamento tra le colline di Busalla, non ci si poneva il tema degli spazi. Ma l'industria crebbe comunque, oggi siamo in 353 per un fatturato di 616 milioni nel 2021, con un indotto di circa altre 500 persone sul territorio. E intorno alla raffineria sono sorte case, servizi, insomma ha portato lavoro, come tutte le fabbriche. Dal 2014-15 abbiamo investito 200 milioni. Ma al netto di questo, la nostra idea non è mai stata quella di fare concorrenza ai grandi impianti industriali, con le produzioni su larga scala. Anzi, l'obiettivo è sempre stato lavorare sui prodotti di nicchia, innovativi».
    Dove esportate?
    «Esportiamo circa un 20% dell'olio combustibile che non viene assorbito dal porto di Genova. Tutto il resto, quindi benzina, gasoli a basso contenuto di zolfo, bitumi sono destinati al mercato italiano. Del resto, quando ho cominciato a lavorare negli anni Settanta, l'Italia aveva 33 raffinerie per una capacità produttiva di 250 milioni di tonnellate l'anno, oggi la capacità è di 87 milioni di tonnellate, a fronte di lavorazioni per 65 milioni».
    Come affrontate l'orizzonte 2035, quando a livelloUe sarà vietata la vendita di auto a benzina, diesel e Gpl?
    «Mah, ovviamente il mio è un commento molto interessato: non credo che ci potremo affrancare con tanta facilità dai carburanti di origine fossile, o dei motori a combustione interna. Il via libera dal Parlamento europeo a questa parte del Fit for 55 è la parte di un percorso: per le raffinerie non si dovrebbe prevedere la chiusura, ma la decarbonizzazione. Siamo stati i primi a metanizzare l'intero impianto, e dal 2000 abbiamo attivo un sistema per la cattura della CO2: la vendevamo alle società di acque minerali, e avremmo gli strumenti per catturare 60 mila tonnellate di anidride carbonica l'anno, tagliando il 55% delle nostre emissioni. Ma non possiamo più venderla, perché la CO2 rimessa in circolo non vale come decarbonizzazione: bisogna aspettare che venga individuato il migliore sistema di stoccaggio».
    Quindi niente investimenti sulle fonti alternative…
    «Al contrario. Stiamo proprio investendo sei milioni di euro per la produzione di idrogeno verde, da fotovoltaico, per una parte delle esigenze della raffineria e di ossigeno per coprire l'intero fabbisogno dell'impianto. E poi siamo vicini all'autostrada e alla ferrovia: siamo pronti a costruire il primo e finora unico distributore di idrogeno verde in Liguria, nel momento in cui il mercato lo chiederà».
    Quali sono invece i carburanti su cui state lavorando?
    «Innanzitutto mi piace ricordare che siamo stati tra i primi al mondo a realizzare, dal 2018, e fornire, dal 2020, carburante a basso contenuto di zolfo destinato alle navi, quando questo è diventato obbligatorio in tutto il mondo nel trasporto marittimo. Adesso abbiamo da poco concluso le prove per l'utilizzo di olii vegetali negli impianti produttivi, fino al 10% della carica, per produrre la parte bio oggi richiesta nel carburante diesel – che è quello che consente di abbattere la CO2 senza dover cambiare auto».
  5. GLI SPRECHI DELL'ACQUA IGNORATI DA POLITICI VOTATI SUPERFICIALMENTE:Acqua razionata nei comuni della cintura, il Piemonte che chiede aiuto alla Val D'Aosta, gli appelli al governo, i gridi d'allarme degli agricoltori. «Una situazione di emergenza, ma questi episodi non sono più avvenimenti isolati, bensì cronici - spiega Stefano Fenoglio, zoologo, docente dell'Università di Torino al dipartimento di Scienze della vita e Biologia dei sistemi e membro di un centro di ricerca sul Monviso, Alpstream, punto di riferimento per lo studio, la gestione sostenibile e la tutela dei sistemi fluviali delle Alpi. -. Serve una pianificazione che permetta di fronteggiare crisi sempre più ricorrenti. E non basterà costruire nuove infrastrutture, come i bacini artificiali, per risolvere il problema».
    Cosa fare allora?
    «Da anni siamo alla prese con la diminuzione delle precipitazioni che influisce, con l'aumento delle temperature, sulle portate dei fiumi. Bisogna muoversi per essere resilienti e andare verso un sistema che dovrà avere bisogno di meno acqua. È arrivato il momento di gestire le nostre acque in modo più oculato, evitando gli sprechi, puntando ad avere un sistema più ottimizzato e meno idro-dipendente, dall'irrigazione all'uso dell'acqua per l'agricoltura. Si alternano periodi di estrema siccità a intense, ma sempre più rare, precipitazioni. Ecco perché dobbiamo trattenere acqua nel territorio per distribuirla meglio, una prassi molto utilizzata soprattutto in diverse aree del Mediterraneo, che nel Nord Italia non sembrava un'esigenza ma adesso lo è diventata».
    Cosa ne pensa di nuovi bacini artificiali?
    «Non devono essere visti con una panacea. Se le precipitazioni crollano con cosa verrebbero riempiti? Prima di parlare di grandi opere bisognerebbe iniziare a pensare di gestire meglio quella poca acqua che c'è. Abbiamo una rete di distribuzione che a volte ne spreca il 50%. È un problema nazionale».
    Molti fiumi sembrano scomparsi.
    «Bisogna fare in modo che anche i fiumi continuino ad avere l'acqua: in provincia di Cuneo il Varaita è scomparso per un'intera giornata a causa dei prelievi eccezionali per l'agricoltura. Preoccupa anche la salvaguardia dei sistemi acquatici. Un altro fattore da considerare è la qualità. In questo periodo, non solo nel Po ma in buona parte dei fiumi alpini piemontesi, il carico di batteri patogeni, anche di salmonelle, è particolarmente elevato».
  6. LA SICCITA' SARA' SEMPRE PIU' PRESSANTE:Di acqua ce n'è sempre meno e prima di arrivare all'emergenza estrema, c'è chi ha già predisposto ordinanze ad hoc. Ieri la Regione ha emesso una nota in cui invita i sindaci a prendere in considerazione la possibilità di restringere l'uso dell'acqua all'essenziale. Stop all'irrigazione di orti, lavaggio di cortili o autovetture, all'uso di piscine o fontane ornamentali. Non un'imposizione, ma un «caldo consiglio» (è proprio il caso di dirlo). Comuni come Piossasco, Rivalta e Pinerolo hanno agito subito, mentre Grugliasco e Orbassano sono in fase di riflessione. Moncalieri, Collegno e Nichelino per ora non sono in allerta. Ma la linea è sottile. C'è poi un'altra verità: chi controlla il rispetto dei divieti? «Noi abbiamo chiuso le fontane – dice il sindaco di Beinasco, Daniel Cannati –, le ordinanze si fanno se si riescono a controllare. Non posso mandare la polizia locale 24 ore su 24 in giro per vedere se qualcuno innaffia le piante. Mi aspetto buon senso da parte della popolazione».
    Chieri è un altro Comune che ha stretto i rubinetti per gli usi non domestici, dopo l'arrivo delle autobotti la scorsa settimana. I trasgressori saranno puniti con sanzioni da 25 a 500 euro. «Il livello dei serbatoi è stato riportato in alto – spiega il sindaco Alessandro Sicchiero – ora li manterremo così grazie a flussi deviati da altri centri, dove il problema è meno sentito». A Santena, Cambiano e Poirino la situazione è sotto controllo. L'acqua della fontana in piazza Trinità a Santena, però, è stata chiusa: «Anche se non abbiamo problemi è giusto ridurre gli sprechi – spiega il neo sindaco Roberto Ghio –: abbiamo ridotto anche l'irrigazione delle aiuole». A Pecetto, in frazione Rosero, giovedì è arrivata un'autobotte a riempire il serbatoio. Ora la situazione è sotto controllo. Anche a Pino Torinese comincia a scarseggiare l'acqua nei pozzi privati.
    Mentre in provincia i sindaci pensano, e in qualche caso ordinano, di evitare l'uso dell'acqua per attività non domestiche, a Torino è tutto fermo. E se a Trofarello il Comune chiude una fontana pubblica, perché di notte ignoti portavano via l'acqua con furgoni pieni di taniche, Torino rassicura tutti sulla presenza della falda acquifera che per il sindaco Lo Russo scongiura la possibilità di restrizioni.
    In Canavese sono una ventina i Comuni che hanno promosso l'ordinanza anti spreco, anche qui con sanzioni fino a 500 euro per chi non rispetta. Tra questi Castellamonte, Pont, Valperga, Forno e Val di Chy. Palazzo Canavese aveva già deciso a fine maggio la sospensione dell'erogazione a partire dalle 23 e fino alle ore 6 del mattino. Provvedimento revocato lo scorso fine settimana con la situazione tornata sotto controllo. Altri sindaci, per ora, si affidano al senso civico, sempre valido, al netto dell'emergenza siccità. Intanto fino a giovedì l'agricoltura della zona beneficia del rilascio di acqua dalla diga di Ceresole (sei metri cubi al secondo nel torrente Orco) che consente l'irrigazione di 8.500 ettari di terreni fino a Chivasso. Poi ci sarà una settimana di stop alla quale seguiranno altri sette giorni di irrigazione, in modo da garantire la coltivazione del mais almeno all'80%.
  7. IGNORIAMO CHE L'ACQUA VALE PIU' DEL PETROLIO : Severità idrica massima», è stata la conclusione, ieri, al termine dell'Osservatorio sul distretto padano. E allarme rosso decretato per il Piemonte, la regione più in sofferenza del Nord Ovest trasformato in un forno a cielo aperto, dove l'acqua disponibile scende a vista d'occhio e di altra, tramite le piogge, non ne arriva. «Per ora non si tratta di blocchi in via permanente ma soltanto di riduzioni del carico di prelievo sul Po», ha precisato Alberto Cirio, che con l'assessore Marnati sollecita al governo lo stato di calamità per l'agricoltura e ieri ha domandato aiuto alla Valle d'Aosta.
    Si cerca di prendere tempo, sperando in una evoluzione del quadro climatico, a fronte di margini che si riducono ogni giorno. «Lo scenario nel distretto padano che, visti i nuovi indicatori, si fa obbligatoriamente "rosso", prevederebbe lo stop totale e immediato dei prelievi ma la proposta di area vasta presentata dal segretario Berselli propone un provvedimento transitorio per equilibrare in modalità sussidiaria l'uso della risorsa rimasta: -20% dei prelievi per continuare l'irrigazione e garantire risorsa al Delta, che vede una risalita di acque dal Mare Adriatico arrivata a oltre 21 chilometri. Nuovo incontro a Parma il 29 Giugno»: così nel comunicato emesso al termine dell'incontro. Soffrono Lombardia, Liguria, Veneto, Emilia, la provincia di Trento, il Lago maggior: un rosario di allarmi in sequenza sul fronte idroelettrico, agricolo, idropotabile. E il Piemonte, «con criticità evidenti anche in aree montane e pedemontane nel comparto idropotabile».
    Ne sanno qualcosa alla Smat, che monitora quotidianamente la situazione nella Città Metropolitana di Torino: 32 Comuni in difficoltà, calcola Paolo Romano, il presidente. E ad Arpa Piemonte, che raccoglie dati su dati con un solo denominatore: una situazione senza precedenti, e talora senza precedenti di sorta.
    Per allarmarsi non c'è che l'imbarazzo della scelta. Scorrendo qua e là l'ultimo report dell'Agenzia si scopre, per esempio, che al primo giugno al Rifugio Claudio e Bruno, 2.713 metri, in alta Val Formazza, si registravano -150/160 centimetri di neve rispetto alla media. Immaginatevi cosa accade a quote più basse, e in pianura. «L'anti-tempesta perfetta», la definisce Angelo Robotto, direttore di Arpa, con una sintesi efficace.
    Temperature: terzo inverno più caldo degli ultimi 65 anni, undicesima primavera più calda, terzo giugno più caldo dopo il 2003, secondo anno più caldo dopo il 2007. A ieri l'anomalia è stata di +2,2 gradi. Alla voce "precipitazioni: terzo inverno più secco, sesta primavera più secca, primo giugno più secco, secondo anno più secco dopo il 2003. Neve: manto più basso degli ultimi 25 anni, 35-40 giorni di anticipo sulla data di fusione. E ancora: -50% la risorsa idrica immagazzinata nel manto, con 210 Milioni di metri cubi contro un valore storico di 430 milioni. Il minimo storico, per intenderci, rimanda al 2007, con 235 milioni di metri cubi.
    Siamo alla progressiva frantumazione dei record. I dati più impressionanti rimandano ai deflussi, cioè alle portate, che in Piemonte sono minimi su tutto il Po.
    In particolare, a Torino la portata media mensile di giugno è la più bassa mai registrata. Ma il segno «meno» domina ovunque: -77% a Villafranca (Cuneo), -77% al Ponte Regina (Torino), - 91% a San Sebastiano (Torino), - 94% a casale Monferrato (Alessandria), - 73% a Valenza (Alessandria), - 82% a Isola Sant'Antonio (Alessandria). E oggi entriamo nell'estate.
  8. L'ARROGANZA DEL POTERE : Musica anche la notte, l'Atlas Festival, andato in scena lo scorso weekend nell'area naturalistica Pianezze a Vialfrè ha scatenato più di un malumore. Più che altro perchè la musica ha rimbombato fino all'alba per tre giorni di fila e si è fatta sentire anche a parecchia distanza: sono arrivate segnalazioni di notti insonni da Agliè, Castellamonte e persino Valperga. Diverse persone hanno chiamato il 112 chiedendo lumi ai carabinieri e qualcuno ha preannunciato persino un esposto in procura (anche per i presunti danni provocati alla fauna dell'area naturalistica).
    Sui social non sono mancate lunghe discussioni tra chi ha passato le notti in bianco e chi ha chiesto un po' di pazienza, visto che si è trattato di un «ritorno alla normalità» dopo due anni di pandemia. Il festival è nato dall'unione di Atlas e Taurus Connection, due progetti dedicati a musica e natura. Centinaia le persone che vi hanno partecipato, molte delle quali sono rimaste a Vialfrè da giovedì a domenica. Le note underground, però, hanno sfidato la pazienza di molti abitanti. «Intanto vorrei puntualizzare che il festival aveva tutte le autorizzazioni e gli organizzatori hanno rispettato quelle che erano le prescrizioni - dice il sindaco di Vialfrè, Pietro Gianoglio Vercellino, gettando acqua sul fuoco - non c'erano limiti orari e tutto si è svolto secondo le norme». Il primo cittadino ammette, però, che qualcuno possa essere stato disturbato dal suono: «Si tratta di emissioni a bassa frequenza, simili a quelli delle aziende di stampaggio. La verità è che dopo due anni di pandemia la soglia di sopportazione si è abbassata tanto. Festival di questo tipo, a Vialfrè, ne abbiamo fatti altri: eppure nessuno si è mai lamentato».
    Gli happening musicali continueranno anche nelle prossime settimane a Pianezze dove sono già in calendario altri due eventi di richiamo: «Con quello che il Comune incassa da queste manifestazioni è possibile mantenere l'area naturalistica che altrimenti sarebbe un bosco abbandonato» dice il sindaco.
  9. GIUSTO : Nel 2021 è stata la realtà che ha venduto il maggior numero di auto a livello nazionale e il Gruppo Intergea ricompensa così i suoi 700 dipendenti e collaboratori: in busta paga si troveranno un premio di produzione extra di mille euro ciascuno, con cui far fronte all'inflazione galoppante.
    Nato nel 2003, il Gruppo ha sede a Borgaro Torinese, ma è una realtà radicata nel Nord Italia e in Toscana, che conta su una rete di 126 punti vendita.
    Malgrado la pandemia e le conseguenze sull'economia mondiale, l'impresa si è espansa, acquisendo nuove realtà, guidata da una logica che, scorrendo i numeri, dà i suoi frutti: «Siamo sempre più orientati non alla semplice vendita del prodotto automobile, ma a fornire ai clienti una serie di servizi utili, che è un elemento che è stato apprezzato anche durante l'emergenza sanitaria» sottolinea il presidente e amministratore delegato Alberto Di Tanno.
    Grazie alla strategia di espansione, messa in atto, il 2021 è stato un anno storico per il Gruppo, che ha siglato il suo record ed è risultato il primo in Italia per numero di auto vendute: 53.400 contro le 48.565 del 2020 e le 45.350 del 2019. Il progresso ha fatto schizzare anche il fatturato sopra i 700 milioni di euro, a 730 milioni. Da qui la decisione del management di riconoscere un premio importante ai lavoratori che hanno collaborato al raggiungimento degli obiettivi aziendali, inclusi i dipendenti e i collaboratori del reparto commerciale delle società controllate Autoingros, Theorema, Logica, Tecknogest, Forza, Certo Service e CRF.
    «Per soddisfare al meglio i clienti, i lavoratori devono essere motivati e il riconoscimento della qualità del loro operato è un modo per creare empatia e un collegamento positivo tra azienda, lavoratori e clienti» puntualizza Di Tanno. La scelta assume un valore esemplare anche per il momento storico di incertezza e stress per le imprese, che spesso tendono a tirare i cordoni della borsa, e per le famiglie, che hanno difficoltà a chiudere il mese: «In un contesto socio-economico in cui il costo delle materie prime è ai massimi termini e l'inflazione continua a salire, ci auguriamo che questo gesto possa essere di sostegno per i nostri lavoratori. Un piccolo contributo che mette al centro le risorse umane, cioè il primo valore aziendale» è l'auspicio del presidente.
  10. BENE : Per i dipendenti della cooperativa « La Dua Vallada» di Pinerolo lo stipendio di giugno ieri è stato raddoppiato.
    Non è solo un aiuto economico che arriva in un momento in cui il caro vita incide sui bilanci familiari, ma qualcosa che ha più valore: un concreto segno di riconoscenza per il lavoro svolto durante la pandemia.
    «Anche in questo modo è possibile creare un forte senso di appartenenza - spiega Chantal Re, la presidente della cooperativa che in alcuni Comuni del Pinerolese gestisce asili, case di riposo e eroga servizi alla persona - Tutti arriviamo da un periodo che è stato difficile e che ha imposto maggior lavoro e tanti sacrifici. Ebbene ora è giunto il momento di premiare i nostri soci lavoratori per quello che hanno fatto, ecco perché abbiamo deciso di raddoppiare lo stipendio».
    E aggiunge: «Siamo una cooperativa con una quarantina di soci, una dimensione che ci permette di conoscerci bene, e di lavorare in un clima più a dimensione familiare. Il Consiglio di amministrazione, approvato il bilancio che è di un milione e 590 mila euro, a quel punto ha deciso di pagare la doppia mensilità. La costante presenza dei soci lavoratori nella ca se di riposo ci ha permesso di superare i momenti difficili che sono stati dettati dalla pandemia, ma soprattutto di poter guardare avanti con nuovi servizi».
    E fra le iniziative che la cooperativa ha portato avanti ci sono state sia l'accoglienza di giovani donne sottratte alla tratta, che hanno trovato una sistemazione in una casa delle suore Giuseppine di Pinerolo, sia un nuovo servizio, Cuore solidale Piter che grazie ad un progetto transfrontaliero, che vede in alcune farmacie la presenza di una socia della cooperativa, è in grado di erogare tutta una serie di servizi sociali alle popolazioni delle Alte valli, garantendo così un'elevata qualità della vita che porta le persone a restare nei luoghi d'origine».
    E conclude: «In questi anni siamo stati testimoni di un profondo cambiamento del lavoro nel settore dell'assistenza e credo che la maggiore soddisfazione la si colga quando vediamo che all'interno della cooperativa avviene un passaggio di testimone, i padri cedono il posto ai figli che hanno ben colto il significato racchiuso nel lavorare in una realtà capace di dare riposte adeguate alle richieste che si presentano. Questo per noi è il senso di una cooperativa sociale».
  11. CHI SCEGLIE L'INFERNO : I ladri entrano in casa e rubano tutto, anche i soldi per le cure del loro figlioletto che soffre di autismo. È una brutta storia quella che arriva da Moncalieri, dove una famiglia si è vista violare non solo la propria casa, ma anche una storia di sacrifici e difficoltà per dare al proprio bimbo di sei anni un futuro più sereno possibile. Vera è una mamma forte e se da una parte spiega che «Non importa abbiano portato via i miei anelli o braccialetti», dall'altro le si rompe la voce quando ricorda come «per mio figlio avevamo un gruzzoletto di alcune migliaia di euro. Lavoriamo al bar tutto il giorno e non abbiamo sempre tempo di andare in banca a versare quanto mettiamo da parte. È bastato un attimo: ora dobbiamo ricominciare da capo».
    Il fattaccio succede il 30 maggio: ladri che forzano l'ingresso, mettono a soqquadro tutto e portano via soldi, gioielli: «Se ne è accorto mio marito, rientrando in casa – spiega -, io avrei avuto di sicuro un mancamento. Hanno fatto la spesa: hanno portato via persino alcuni vestiti dei miei bambini. Ma i soldi per le cure di mio figlio Tyler no, quello non lo posso accettare». Cento euro oggi, cinquanta domani, un lavoro da formichine per lei e il marito dai guadagni del loro bar di strada Genova: «Facciamo tanti sacrifici. Con il Covid siamo rimasti aperti per miracolo, riuscendo a pagare tutti i dipendenti. Tanti negozi li abbiamo visti chiudere. Noi abbiamo stretto i denti e ci siamo tolti ogni possibile euro in modo da metterlo da parte per Tyler. Le visite, le medicine, il percorso che gli stiamo facendo fare costano. Per noi è stato un duro colpo».
    E così ecco l'idea di aprire una raccolta fondi on line, sulla piattaforma gofoundme, a cui hanno già aderito in molti per raccogliere soldi da donare al futuro di Tyler: «Una volta al mese, viene la consulente del centro Cabaleonte, dove è iscritto – racconta Vera -, il nostro bimbo non ci delude mai: ci sono sempre piccoli o significativi miglioramenti. Siamo orgogliosi di quanto lui si impegni: è la forza che ci fa andare avanti».

 

 

21.06.22
  1. VEDREMO MOLTA GENTE IN STRADA SENZA BENZINA

 

 

20.06.22
  1. Londra: i corridoi umanitari servono al trasferimento forzato di popolazioni
    Borrell: "La Russia usa il grano come uno strumento di ricatto"
    Secondo Londra, la Russia utilizza i corridoi umanitari verso i suoi territori come meccanismo «per imporre il trasferimento forzato di popolazioni». Se i civili a Severodonetsk rifiutano rischiano di essere bombardati senza pietà.
  2. Settantasette minatori sono rimasti intrappolati in una miniera di carbone di Zasyadko nel Donetsk dopo che la corrente elettrica è saltata in seguito a raid ucraini. È l'accusa lanciata da Mosca.

 

 

19.06.22
  1. In contrazione i futures del metano in Ue ad Amsterdam scambiati a 118,50 euro
    Petrolio, è tonfo a New York: -7,35% il greggio Usa finisce sotto 109 dollari
    Quotazioni in deciso calo per i futures per luglio del gas naturale Ttf scambiati ad Amsterdam, che cedono il 4,715% a 118,50 euro al Mwh dopo i rialzi registrati nella prima metà della seduta di negoziazione.
  2. Perduto il 33% delle aree coltivabili Le prove dalle immagini satellitari
    Senz'acqua e con sintomi da colera "A Mariupol condizioni medievali"
    Rispetto al 2021 in Ucraina è andato perso un terzo delle aree coltivabili, con la produzione di mais scesa del 54%, quella di girasoli del 40%, con i russi che continuano a "prelevare" grano. Sono alcune evidenze riscontrate dai satelliti Maxar.
  3. LA DEMOCRAZIA USA NON ESISTE SE: Ora l'estradizione di Julian Assange negli Usa potrebbe essere davvero vicina. Il governo britannico ha approvato la richiesta di traferimento del fondatore di WikiLeaks, una decisione che segna una svolta potenzialmente decisiva nella sua ormai decennale lotta per la libertà. Assange può ancora presentare ricorso. «Questa non è la fine della nostra battaglia», commenta WikiLeaks: «È un giorno buio per la libertà di stampa e per la democrazia britannica».
    Ma nonostante i toni combattivi della moglie e dei legali, le speranze di Assange si affievoliscono, e la via verso un rilascio si fa più difficile. In una conferenza stampa a Londra, la moglie Stella Moris ha affermato che un'estradizione potrebbe portare Assange al suicidio. E ha rivelato che il ricorso in appello conterrà presunte prove di un piano della Cia per avvelenare Assange. «Julian vuole vivere, vuole avere la possibilità di essere libero, di stare con me e con i suoi figli», ha detto. Ma l'estradizione «lo spingerà a togliersi la vita».
    Australiano, 50 anni, Assange è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra. In America deve rispondere di pesantissime accuse di spionaggio; rischia una condanna fino a 175 per aver pubblicato nel 2010 e 2011 migliaia di documenti top-secret sulle guerre in Afghanistan ed Iraq, incluse informazioni su crimini di guerra commessi dalla forze americane.
    Il dossier è arrivato sul tavolo della ministra degli Interni Priti Patel al termine di una vicenda giudiziaria tortuosa, tra sentenze, appelli e colpi di scena. Nell'accogliere la richiesta della corte suprema, il governo ha specificato che non esistono impedimenti legali per bloccare l'estradizione: questo può avvenire solo in circostanze limitate, per esempio se un detenuto rischia di andare incontro alla pena di morte, e non è il caso di Assange.
    Assange ha ora 14 giorni di tempo per fare appello, prima all'Alta Corte britannica, e poi potenzialmente alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. «Passerò ogni minuto a lottare perchè sia fatta giustizia», giura la moglie, avvocato sudafricano dei diritti umani che Assange ha sposato in carcere l'anno scorso e dalla quale ha avuto due figli. Se gli appelli dovessero fallire, Assange secondo alcuni media britannici potrebbe essere estradato già il mese prossimo. Per Amnesty International l'estradizione «mette in pericolo Assange e manda a tutti i giornalisti un messaggio agghiacciante».
    Assange resta tuttavia un personaggio enigmatico e controverso, martire della libertà di espressione per alcuni, hacker senza scrupoli secondo altri. La sua saga risale al 2010, quando è stato accusato di violenze sessuali contro due donne in Svezia e colpito da un mandato di cattura internazionale. Assange si è rifugiato nell'ambasciata ecuadoriana a Londra. Ci è rimasto per sette anni, senza mai lasciare l'edificio, almeno a quanto si sappia. È stato poi arrestato ed è rinchiuso a Belmarsh da quasi tre anni. Presto potrebbe ritrovarsi in un carcere americano.
  4. GIUSTO: In qualsiasi coppia il sesso non è solo per riprodursi, ciò che conta è un amore sincero e rispettoso. E poi, il celibato dei preti: non è un dogma e può essere rivisto. Il messaggio del Vangelo, che deve vincere sulle rigidità ecclesiastiche. Scandisce parole dirompenti il cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, membro del Consiglio dei porporati istituito da papa Francesco.
    Eminenza, il mondo è uscito sofferente dalla pandemia, ora è piegato dalla guerra. Qual è il ruolo della Chiesa cattolica oggi?
    «La Chiesa, ovvero il popolo di Dio, accompagna sempre le persone e i loro dolori. Non può stare al di fuori del mondo, altrimenti è anacronistica. Qualcuno la vorrebbe trasformare in una fortezza, in attesa che passino le tempeste. Ma non è questo il suo compito. Deve essere testimonianza di nuova speranza. Trasmettere che la vita è più forte della morte. Perché durante la pandemia abbiamo vissuto la fragilità della vita umana, perché intorno a noi c'è sempre qualcuno che vuole dominare sugli altri. Il popolo di Dio, per dare consolazione e incoraggiamento, per raggiungere la pace, è chiamato a riempire i fossi e abbattere i muri. Non è un buon rinnovamento se la Chiesa continua a distribuire dogmi e a educare pretendendo di sapere che cosa serve alle persone. Gesù invece stava insieme alle persone, non si ergeva dando ordini. La Chiesa non può limitarsi a guardare il passato definendolo "glorioso", perché non c'è poi tutta questa gloria. Non dobbiamo solo cercare modalità per far sopravvivere l'istituzione ecclesiastica, ma trovare strategie per diffondere in una società aperta e plurale il Vangelo come invito, come "Empowerment". Non sono le persone che devono cambiare, è la Chiesa che deve cambiare».
    Il celibato sembra stia diventando più un impedimento che una promessa per il mondo sacerdotale. È ora di togliere questa prassi, che non è un dogma? La possibilità di diventare mariti e padri non aiuterebbe a svolgere meglio il compito di guida?
    «Per affrontare questo tema bisogna cominciare chiedendosi: come si vive meglio il Vangelo? Gesù per almeno 40/50 volte (nel Nuovo Testamento) parla del Regno di Dio, ma non dice solo che cosa succederà dopo la morte. Secondo Gesù, il Regno di Dio incomincia adesso, quando ci riuniamo nella sua memoria, quando troviamo riconciliazione. Di che cosa ha bisogno la gente oggi? Di persone che celebrano e portano l'Eucaristia, danno il buon esempio, dedicano la loro vita alla Chiesa e al Vangelo. Possono farlo solo quelli non sposati? Ci metto un punto interrogativo. Penso ai collaboratori pastorali laici, qui in Germania, che predicano, che accompagnano i funerali. Penso all'Amazzonia, dove i credenti aspettano due o tre anni per poter ricevere l'Eucaristia perché mancano sacerdoti. Certo, il celibato è un segno forte per la sequela di Cristo. Ma mantenendo il celibato obbligatorio non è che teniamo in vita solo una tradizione? Era giusta, ma forse oggi non dappertutto. Credo che ci siano anche vocazioni sacerdotali tra gli uomini sposati».
    La Chiesa tedesca spinge con forza per un ruolo più centrale delle donne nell'istituzione. I tempi sono maturi? Anche per il sacerdozio femminile?
    «La questione del ruolo della donna nella Chiesa è più che matura, e si capisce facilmente. Solo i preti possono guidare la Chiesa? No. Occorrono la responsabilità ed i carismi di tutti e tutte, insieme. A Monaco ho creato la nuova posizione del capo ufficio, assegnata a una donna, che come co-leader insieme al vicario generale dirige l'amministrazione della diocesi. Gli uomini non possono dire "cerchiamo, ma non troviamo persone adatte", questo è ipocrita: bisogna solo volerle cercare e trovare. Nella Chiesa tedesca abbiamo lanciato un programma mentoring per sostenere la leadership femminile. I segni dei tempi vanno letti. L'uomo e la donna sono uguali: questo è fondato nella Bibbia. Se non viviamo questa uguaglianza siamo gravemente in ritardo. Bisogna accelerare la riforma. Sul sacerdozio femminile Giovanni Paolo II aveva preso una decisione contraria ben precisa. Ma questa discussione non è ancora finita, non basteranno anni. Intanto però bisogna far partecipare le donne in modo più intenso alla vita della Chiesa, anche in posizioni apicali: non per essere una Chiesa che piace, ma perché è un dettame del Vangelo».
    La pedofilia è la piaga più imperdonabile della Chiesa. Come si estirpa e come si può prevenire?
    «Lo scandalo dell'abuso non riguarda esclusivamente la pedofilia in senso più stretto, i colpevoli di abuso hanno profili differenti. Il problema di fondo è l'abuso di potere. È particolarmente grave perché i sacerdoti hanno un potere sacro. Eppure, preti che hanno abusato di bambini il giorno dopo si sono presentati tranquillamente all'altare. È terribile. Ho creato una fondazione per le vittime di abusi, per tutti coloro che hanno perso la fede dopo avere subito violenze. La prevenzione è decisiva, ne vediamo già i frutti: il numero di molestie è diminuito. Ma tutto questo non può avvenire senza un processo globale di rinnovo della Chiesa, senza una nuova collaborazione di preti e laici. Anche il Cammino sinodale, il processo di riforma che abbiamo iniziato nella Chiesa in Germania, ha il suo punto di partenza nella lotta contro tutte le forme di abuso, anche spirituale».
    La sessualità fa parte dell'essere umano. Non pensa che la morale cattolica dovrebbe cambiare approccio?
    «Anche qui serve una crescita di consapevolezza. La domanda che ci dobbiamo fare è: come possiamo aiutare le persone a vivere il Vangelo? Il Vangelo prevede rapporti personali. La sessualità che Dio ci ha donato fa parte dei rapporti personali. E non deve essere asimmetrica. I due partner devono essere allo stesso livello, anche perché la sessualità, come dice il Concilio Vaticano II, non è solo per la riproduzione. Per tanto tempo c'era la convenzione che fosse così, adesso non più. Perché siamo esseri umani e non animali, la sessualità fa parte del rapporto, esprime un sentimento; va misurata con il livello di amore che c'è tra due persone. Il sesso è anche un modo di manifestare l'amore. Non è automaticamente un peccato, deve essere una forma di accettazione dell'altro. È questa la morale».
    La Chiesa sta davvero accogliendo le persone omosessuali?
    «Sono stato recentemente invitato a una messa cattolica organizzata da persone LGBTQ+ a Monaco. L'ho celebrata per il ventesimo anniversario di queste messe. L'ho fatto dopo avere informato il Papa. Volevo dare un segnale: "Voi fate parte della Chiesa". L'orientamento sessuale non può e non deve comportare un'esclusione dalla Chiesa. Non è possibile! Anche le coppie omosessuali vivono la propria relazione con amore: dunque perché non dire a queste coppie "che Dio vi accompagni lungo la vostra strada" come incoraggiamento? In fondo stiamo parlando di una benedizione, non del sacramento del matrimonio. Una volta mi sono espresso così e dopo ho avuto un po' di grane… Il centro delle coppie, omosessuali e non, non è il sesso: è rappresentato dalla volontà di trascorrere la vita insieme, dall'amore, la fiducia reciproca, la fedeltà fino alla morte. Perciò non posso dire che tutto questo è peccato. Certo la discussione in merito è molto emozionale. Ogni tanto mi meraviglio che questo argomento incontri ancora tanta resistenza».
    Torniamo alla guerra. Che cosa pensa della posizione assunta dal patriarca di Mosca Kirill?
    «Il 24 febbraio ero a Roma, in auto. Ho sentito dell'invasione russa in Ucraina, ho chiamato subito il vescovo della Chiesa ucraina unita a Monaco. E poi la domenica successiva sono andato alla loro messa, e già nel saluto iniziale ho lanciato un appello al Patriarca Kirill affinché facesse di tutto per fermare questa guerra. Questo è stato ben accolto qui da tanti credenti nella Chiesa ortodossa russa. Anche il Papa ha lanciato messaggi simili al mio, sempre indirizzati al Patriarca. È incomprensibile e insopportabile il comportamento di Kirill: come può un uomo di Chiesa stare a fianco di un aggressore e benedire guerra e violenze? Tanti fedeli della Chiesa ortodossa russa si sono già staccati e si stanno unendo alla Chiesa ortodossa ucraina. La posizione di Kirill ha conseguenze drammatiche enormi sia dal punto di vista politico che ecumenico. Provocano danni a tutto il cristianesimo».
    Per molti anni avete lavorato alla nuova costituzione apostolica, «Predicate evangelium». Quali sono le principali novità?
    «Il Papa dice che la Curia, "direzione" della Chiesa universale, non è una segreteria del Pontefice. Certo, il Papa è la base dell'unità della Chiesa, ma il Concilio dice anche chiaramente che la Chiesa non è come una piramide. Ci deve essere, più che un insieme, un incastro, tra la Chiesa universale e la Chiesa locale. Non c'è l'una senza l'altra. La Curia non è solo un ente in mezzo, bensì deve sostenere questo insieme. Ma questa istituzione come può essere organizzata? Possono preti e laici, uomini e donne lavorare uno accanto all'altro, anche in posizioni dirigenziali? Il Papa dice un chiaro sì. Forse i cardinali in futuro saranno piuttosto un senato del Papa, bisogna riorganizzare i vari incarichi. Poi ci devono essere compiti precisi nei dicasteri (ministeri). Sarà un grande passo, accadranno cose importanti».
    Per esempio?
    «Nell'ottobre 2013, nel mio primo intervento al Consiglio dei cardinali, parlavo di "declericalizzazione della Curia". Però la riforma deve continuare». —
  5. IL VERO VOLTO DI ELON MUSK : La società spaziale di Elon Musk, SpaceX, ha licenziato almeno cinque dei dipendenti coinvolti nella diffusione di una lettera, all'interno della stessa azienda, nella quale si criticava apertamente il fondatore e amministratore delegato. Secondo quanto riporta la Cnbc, la lettera aperta, firmata da un numero sconosciuto di dipendenti, aveva iniziato a circolare in azienda all'inizio della settimana. In particolare, la missiva, secondo i media statunitensi, faceva riferimento alle accuse di molestie sessuali contro Elon Musk e descriveva il comportamento del capoazienda come «una frequente fonte di distrazione e imbarazzo» per i dipendenti di SpaceX. Musk, che detiene circa il 78% delle azioni con diritto di voto della società aerospazione, ha recentamente incassato il sostegno della presidente e responsabile dello sviluppo operativo di SpaceX, Gwynne Shotwell, secondo la quale le accuse di molestie sessuali sono «false». La stessa lettera, inoltre, chiedeva ai dirigenti della compagnia di creare una cultura del lavoro più inclusiva e rispettosa. —
  6. CHI HA PERMESSO AI SERVIZI SEGRETI DI GOVERNARE ED UCCIDERE ? «Il giudice è moralmente ineccepibile, molto ben preparato, profondamente attaccato al proprio lavoro che svolge con notevole spirito di sacrificio (lavora dalle 10 alle 12 ore al giorno), apolitico (la magistratura padovana invece è caratterizzata da un chiaro orientamento a sinistra), tendenzialmente ansioso di un rinnovamento sociale, per il cui conseguimento ritiene di dover applicare la giustizia rigidamente ma con evidente mancanza di elasticità».
    Non dev'essere piacevole trovare nell'archivio dei servizi segreti, durante una perquisizione, un fascicolo a proprio nome. «Eppure non mi sorpresi né mi risentii - scrive ora Giovanni Tamburino nel libro Dietro tutte le trame (Donzelli) -. Al contrario, mi sarei meravigliato se non avessero tenuto d'occhio un magistrato incaricato di un processo che toccava il mondo militare».
    Tamburino ha indossato la toga la prima volta nel 1970 e l'ultima nel 2015, al culmine di una carriera valorosa e di non comune varietà: consigliere del Csm, capo del Dipartimento penitenziario del ministero, fondatore (con Falcone, Lattanzi e Zagrebelsky) dei Movimenti per la giustizia. Ma soprattutto giovane giudice istruttore che a Padova, a metà degli Anni 70, aveva sbattuto la testa contro la storia, indagando sulla Rosa dei Venti. Una struttura politico-militare creata per la «guerra non ortodossa» in funzione anticomunista e ramificata nell'estremismo neofascista come nei servizi segreti, nelle reti sovranazionali come nelle forze armate, nelle gerarchie civili come nella borghesia imprenditoriale.
    Tamburino racconta genesi, sviluppo e prematura (ma non naturale) estinzione dell'inchiesta che alla fine del 1974 fu trasferita dalla Cassazione nel porto delle nebbie della Procura di Roma. L'istanza, benevolmente accolta dalla Suprema Corte, era firmata da un sostituto procuratore capitolino, Claudio Vitalone, di andreottiana osservanza.
    L'autonarrazione non è compilativa né meramente documentale. Rispetto a uno storico o a un giornalista, Tamburino aggiunge tre ingredienti: il vissuto personale fatto di delusioni (gli amici magistrati iscritti alla P2), minacce, intimidazioni; il disvelamento degli interna corporis degli apparati pubblici, polizieschi e giudiziari, incluse le complicità nella sua categoria; l'intreccio con le risultanze di altre inchieste, anche successive.
    Il risultato è un mosaico che si compone nel tempo, strage dopo strage. Ma con alcuni tasselli mancanti. Il principale: i mandanti. Secondo Tamburino, questa lacuna è probabilmente incolmabile sul piano giudiziario (depistaggi, troppo tempo trascorso, alto standard probatorio) ma non su quello storico-razionale. L'inchiesta sulla Rosa dei Venti, non essendo limitata a una singola strage, evitò «la lettura atomistica che dava spazio a spiegazioni fasulle, manovre depistanti, dubbi artificiosi, incertezze dei magistrati: in una parola, favoriva l'impunità».
    Tamburino tira il filo nero delle stragi, da piazza Fontana a Peteano, dall'Italicus a piazza della Loggia, affermando «l'unità del progetto e il significato di schermatura proprio delle differenze nominalistiche dei gruppi. Si ricorreva a etichette per complicare le indagini e a tecniche confusive come i contrasti tra gruppi: la sostanza era comune, organici i momenti di coordinamento, presenti la gerarchia e la sovra-ordinazione». E i finanziamenti. Non inganni la «struttura a grappolo» e il relativo grado di autonomia degli acini.
    Ma con quale obiettivo? Il golpe «modello Grecia», risposta immediata. Ma non appagante. Per una ragione fattuale (il fallimento di Borghese nel 1970 aveva lasciato il segno, di altri tentativi non c'è traccia negli anni successivi) e per una logica: la compenetrazione tra manovalanza stragista e vertici politico-militari. Questi ultimi, se avessero voluto un golpe, l'avrebbero fatto dall'alto. Dunque Tamburino conclude che «il livello superiore conosceva, ma non condivideva la finalità golpista». La tollerava, nutriva, foraggiava, incoraggiava, ma per incassare «un altro e più sofisticato risultato di destabilizzazione», non disgiunto dagli interessi americani.
    Quanto all'identificazione dei «livelli superiori», Tamburino rifugge da semplificazioni come quella delle «stragi di Stato», nega che i politici democristiani e le istituzioni democratiche fossero complici tout court. Piuttosto adopera l'immagine della «zona grigia di interscambio tra gruppi esecutivi e dimensione politica», poco indagata dalla magistratura» e alla quale appartiene l'eclettico protagonista del libro, Gianfranco Alliata di Montereale. Principe palermitano e chiave di accesso, romanzesca se non fosse intrisa di sangue, a quella zona. I tasselli che mancano sono tutti lì.
  7. VI HANNO ADDESTRATO A NON PENSARE, MODELLO SPERANZA-DALEMA-VACCINO ,  E CHI LO FA VIENE DISCRIMINATO:    Tra la pace e il condizionatore acceso, gli italiani sembrano non avere dubbi: meglio il fresco, soprattutto in queste calde, caldissime giornate di inizio giugno. E i dati di Terna sui consumi di ieri non fanno che confermarlo con un picco di oltre 51 gigawatt poco prima di mezzogiorno. Certo, il record storico di consumi di 60,5 gw di fine luglio 2015 è lontano, ma a far riflettere gli addetti ai lavori è l'aumento del 4% rispetto alla prima decade di giugno del 2019. Il caldo anomalo di inizio mese non aiuta certo a tenere sotto controllo l'utilizzo del condizionatore e a ben guardare sono pochi gli uffici e i privati cittadini che rispettano il limite dei 25 gradi individuato dal governo. Sul fronte della corrente elettrica, il dispacciamento funzione senza intoppi, anche se la distribuzione locale inizia ad aver qualche problema: in particolare a Milano i blackout giovedì sono stati diversi. Insomma, per il momento, l'aumento vertiginoso della bolletta non preoccupa i consumatori.
    Timori che, invece, sono sempre più forti tra le imprese. E anche il settore del commercio e del turismo si trova nella morsa di chi da una parte si trova pagare bollette sempre più care e dall'altra deve evitare di trasferire troppo i rincari sui clienti. A fare i conti è l'osservatorio Energia di Confcommercio insieme a Nomisma Energia che stima un aumento del conto energetico di 27 miliardi rispetto agli 11 dello scorso anno.
    Situazione complicata anche per le aziende agricole: pochi giorni fa, Coldiretti aveva calcolato che l'aumento dei costi energetici e delle materie prime spinto dalla guerra in Ucraina avesse determinato un'impennata dei costi di produzione che supera i 9 miliardi di euro.
    «Il Governo intervenga con la proroga, almeno per tutto il 2022, dell'azzeramento degli oneri sulle bollette di luce e gas e rafforzando il bonus sconto in bolletta destinato alle famiglie. Se il potere d'acquisto dei cittadini si abbassa e i consumi calano, le imprese rischiano di saltare» dice il senatore Udc Antonio De Poli che poi aggiunge: «Il governo deve intervenire riducendo in maniera strutturale, non una tantum, i costi dell'energia»
  8. UN TETTO IMMAGINARIO AL GAS : L'Italia presto potrebbe trovarsi sul baratro energetico. Neanche il tempo di tornare da Kiev, e festeggiare il successo diplomatico sull'ingresso dell'Ucraina in Europa, che Mario Draghi si trova ad affrontare gli effetti immediati del taglio delle forniture di gas. All'inizio della settimana, probabilmente lunedì, potrebbe convocare un tavolo con i ministri interessati per mettere a punto un piano di emergenza. Una riunione che servirà anche ad affinare la strategia per imporre al Consiglio europeo di giovedì un tetto al prezzo del gas. Ora è il tempo, sostiene Draghi, di avere di più dai partner. Per esempio: una data, almeno approssimativa, in cui battezzare il cosiddetto «price cap».
    Per il premier la coincidenza fra la visita a Kiev e lo stop imposto da Mosca è una certezza. La stagione estiva eviterà il peggio, il flusso di gas in entrata è ancora ampiamente superiore a quello consumato, ma la decisione di Mosca è un modo per mettere sotto pressione l'Europa a poche ore da un viaggio dal forte significato simbolico. Molto, però, dipenderà dai prossimi giorni. Certo, la mossa di Vladimir Putin è un segnale, ma secondo il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani bisogna prima capire se sia solo un episodio isolato. Serve essere rapidi ma non precipitosi. Per mercoledì ha convocato gli operatori del settore. Ieri ha sentito Snam, Eni, Enel. Ha chiesto a tutti di mettersi una mano sul cuore sugli stoccaggi per l'inverno (accumulare ora costa di più) ma è convinto che l'Italia non sia messa così male. Ovvio: se Putin taglia del tutto le forniture si passa dallo stato di pre-allerta a quello di allerta. Al momento, però, il razionamento resta una carta da usare solo in casi estremi. I Comuni, alcuni dei quali già impegnati in distacchi temporanei delle illuminazioni stradali, saranno indotti sempre più a risparmiare. Si va avanti con il rafforzamento delle centrali a carbone e la richiesta eventuale alle aziende di interrompibilità programmata, contando sul fatto che dall'anno prossimo arriveranno 18 miliardi di metri cubi in più dai nuovi contratti siglati in Africa e altrove. Nel frattempo, c'è anche un problema di siccità: senza l'acqua dei fiumi si sono dovute fermare due centrali idroelettriche e una termoelettrica è a regime ridotto.
    Nella decisione di Mosca c'è però anche l'altra faccia della medaglia, un'opportunità che Draghi cercherà di sfruttare al vertice dei leader europei, per convincerli a introdurre un tetto al prezzo del gas. La diplomazia italiana è rinvigorita da quello che definisce «il successo di Kiev», parlando di «fattore D», una vitamina utile a superare le resistenze nordiche alla proposta italiana. L'obiettivo, ancora non ufficiale ma che trapela dai lavori degli sherpa, è ottenere una data. Nell'ultimo Consiglio il governo era riuscito a strappare la citazione del taglio al prezzo nel comunicato finale. Una conquista poi annacquata, per volontà di Berlino, tra mille vincoli. Ora però Draghi è convinto si possa fare di più, perché in meno di un mese sono cambiate radicalmente le condizioni. Non è impensabile che ieri mattina, a colazione, ne abbia parlato con Emmanuel Macron e Olaf Scholz sul treno che li ha riportati da Kiev in Polonia. Come spiega una fonte di Palazzo Chigi, ci sono tre aspetti da valutare. Il primo, il più decisivo: il taglio deciso da Mosca ha fatto schizzare i prezzi del gas. Il secondo: l'inflazione, che spaventa i Paesi nordici. E infine una ragione diplomatica: la vittoria incassata a Kiev sulla domanda di adesione dell'Ucraina nell'Unione.
    Le motivazioni tecniche addotte dal Cremlino sul taglio delle forniture sono «bugie», secondo Draghi. Con l'aumento dei prezzi, la Russia può tranquillamente ridurre il flusso, guadagnando lo stesso se non di più. La risposta allo Zar - sostiene Draghi - a questo punto diventa ancor più doverosa. E, se il tetto fosse circoscritto alla Russia, avrebbe ulteriori effetti sanzionatori. La proposta ha il sostegno di Washington, della Commissione Ue e di Francia, Slovenia, Grecia, Spagna e Portogallo. Ma ci sono da convincere l'Olanda e soprattutto la Germania, terrorizzata che Putin tagli le forniture. Il governo di Berlino, anche perché sfavorito geograficamente, non ha portato avanti il progetto di diversificazione degli approvvigionamenti con la stessa rapidità di Palazzo Chigi. E ora è più esposto al ricatto di Putin.
  9. LA VALANGA CHE NON VOLETE VEDERE : Non si ferma l'aumento dei prezzi dei carburanti e ora anche il diesel in modalità self supera i due euro al litro. E questo nonostante sia ancora in vigore il decreto del governo che garantisce uno sconto alla pompa di 30,5 centesimi al litro. Il provvedimento, peraltro, scade l'8 luglio e il Tesoro sta cercando le coperture per prorogare la riduzione delle accise. «Lo sconto verrà confermato per tutta l'estate, il ministro Daniele Franco mi ha detto che servono 4-5 miliardi», dice il segretario della Lega Matteo Salvini, intervistato da Telelombardia. Secondo Quotidiano Energia, in base ai dati comunicati dai gestori al ministero dello Sviluppo economico il prezzo medio della benzina self è 2,069 euro al litro. Quello del gasolio è 2,006. Il prezzo medio praticato sul servito, invece, sale a 2,195 euro per la benzina e a 2,139 per il diesel, con punte massime rispettivamente a 2,273 e 2,217. I costi del Gpl vanno da 0,835 a 0,850 euro al litro, mentre il metano auto si colloca tra 1,697 e 1,891.
    Le associazioni vanno all'attacco. L'Unc chiede all'esecutivo di «intervenire per bloccare la speculazione», e stima un rincaro del gasolio del 16,5% da inizio guerra, e del 26,5% da gennaio. «Dopo i nostri esposti le Procure ancora tacciono, mentre dall'Antitrust non si hanno notizie», accusa Massimiliano Dona, presidente dell'Unione nazionale consumatori.
    Federconsumatori calcola sui listini dei carburanti «un sovrapprezzo di 32 centesimi, che si traduce, per una famiglia che fa due pieni al mese, in un aggravio di 384 euro». Per il Codacons il conto è addirittura più salato: una stangata di 491 euro annui in più a famiglia in caso di auto a benzina, e 565 euro se diesel, solo per il rifornimento. I rincari, infatti, fanno lievitare anche i prezzi dei beni di consumo, trasportati per la gran parte su gomma. E poco importa che le quotazioni del petrolio stiano scendendo (ieri -5,6% a New York) perché sul costo del prodotto finito pesano lavorazione e distribuzione. E la speculazione.
  10. I DEBOLI CHE ANDRANNO IN PARADISO: Tra il dicembre del 1983 e il gennaio del 1984 la Tunisia visse una violenta stagione di émeutes du pain, le rivolte del pane. L'economia del Paese aveva bisogno di aiuti e le condizioni del Fondo Monetario Internazionale avevano imposto un rigido programma di austerità, così il governo aveva interrotto l'erogazione di sussidi su grano e semola e il prezzo del pane era rapidamente aumentato, fiaccando il potere d'acquisto delle famiglie. I costi dei beni di prima necessità aumentarono in poche settimane di oltre il 100% e la gente si ribellò, scendendo in piazza in massa da Tunisi a Sfax, da Nefzaoua a Al-Mabrouka e altre aree emarginate e povere nel Sud del paese. L'allora presidente Habib Bourguiba dichiarò lo stato di emergenza, impose il coprifuoco dal tramonto all'alba, vietò assembramenti pubblici per più di tre persone e nel giro di pochi giorni le rivolte furono represse con la forza. Morirono in cento.
    Pochi giorni dopo Bourguiba annunciò in televisione l'inversione di rotta, vennero ripristinati i sussidi, il costo del pane tornò quello delle settimane che avevano preceduto le rivolte e il presidente disse che il Paese stava «tornando dov'era». Lo disse sperando che fosse così ma le rivolte ebbero effetti politici, il potere di Bourguiba cominciò a vacillare e tre anni dopo il generale Zine El Abidine Ben Ali salì al potere e lì rimase fino al 2011, quando una crisi economica simile e una simile rabbia portarono di nuovo in piazza la frustrazione dei tunisini, dando vita alla stagione delle rivoluzioni maghrebine e mediorientali, le Primavere Arabe.
    Sono passati quasi quarant'anni da quei dieci giorni di rivolte del pane, eppure lo scenario che caratterizzò quei fatti porta direttamente all'odierna crisi tunisina, gli elementi sono gli stessi: la crisi economia e valutaria, i piani di supporto sponsorizzati dalla Banca Mondiale, le severe prescrizioni del Fondo Monetario Internazionale, un presidente che approfitta della crisi per accentrare i poteri e le conseguenti rivolte di piazza. Elementi che però, oggi, sono aggravati dall'onda lunga della crisi pandemica e dalla guerra in Ucraina.
    La settimana scorsa a manifestare, a Tunisi, è stato il grande e potente sindacato generale del lavoro (Ugtt), centinaia le persone in piazza nonostante i tentativi del presidente Kais Saied di impedire lo svolgimento dello sciopero. Tre milioni di lavoratori del settore pubblico si sono fermati bloccando aeroporti, trasporti pubblici, porti, uffici governativi, scuole e ospedali. Si sono radunati di fronte alla sede del sindacato nella capitale e hanno gridato la loro rabbia contro i piani di riforma economica del governo: salari congelati, revoca dei sussidi e privatizzazione delle aziende pubbliche. È il prezzo dell'austerità richiesta dal Fondo Monetario Internazionale per garantire un prestito di quattro miliardi di dollari che, se era importante fino a qualche mese fa, è oggi diventato necessario perché la Tunisia - che importa il 50% del suo grano da Russia e Ucraina - è uno dei Paesi su cui maggiormente stanno pesando le conseguenze della guerra, con l'aumento dei prezzi di grano e dell'energia. Come annota Hamza Meddeb, ricercatore del Carnegie Middle East Center: «Il grano prezzo del grano ha superato i 12 dollari per staio, un livello che non si vedeva da marzo 2008, e che rappresenta un aumento del 44% dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina. Anche il prezzo del greggio è aumentato, di un ulteriore 40 per cento, aggravando ulteriormente il deficit di bilancio. Nella preparazione del bilancio statale per il 2022, le autorità avevano previsto che un barile di petrolio sarebbe costato 75 dollari, mentre il prezzo di un barile di greggio Brent era di circa 130 dollari già il 9 marzo, circa il doppio del prezzo di un anno fa». Aumento del prezzo dunque del grano che si combina all'aumento del prezzo del carburante e rallenta o interrompe le catene di distribuzione in un Paese che dipende da grandi volumi di importazioni che però oggi si sono drasticamente ridotte: dall'inizio del conflitto le importazioni di grano dall'Europa Orientale dirette in Tunisia sono diminuite del 60%.
    Sebbene recentemente il ministro del Commercio abbia cercato di placare la popolazione annunciando che ci siano sufficienti riserve di grano fino alla fine di giugno, i panifici hanno iniziato a razionare il pane e sugli scaffali dei supermercati cominciano a mancare grano, zucchero e olio di girasole. Il timore è che un ulteriore aggravamento della situazione economica destabilizzi ancor di più la Tunisia che vive nell'incertezza politica da un anno, da quando cioè il Presidente Kais Saied ha destituito il governo.
    Nel luglio dello scorso anno Saied, un ex professore di giurisprudenza, aveva sospeso il parlamento del Paese, destituito il primo ministro ed emesso un decreto d'urgenza, con il quale ha da allora governato. Di fronte a chi definisce le sue azioni un colpo di Stato, Saied ha affermato che le sue mosse erano necessarie per salvare la Tunisia dalla crisi e il suo intervento inizialmente sembrava avere un ampio sostegno pubblico dopo anni di stagnazione economica, paralisi politica e corruzione.
    Forte del consenso che in effetti aveva da parte di un'ampia fascia di popolazione stanca di nepotismo e corruzione, da luglio del 2021, Saied ha attuato una serie di riforme fortemente criticate.
    Quanto più si aggravava la crisi economica tanto più riduceva l'espressione democratica della vita politica e sociale del Paese. A fine settembre ha sospeso la Costituzione del 2014 assumendo di fatto nuovi poteri, poi ha licenziato 57 giudici in una vera e propria epurazione della magistratura, e poi ha nominato tre dei sette membri della commissione elettorale dell'Alta Autorità indipendente per le elezioni (Isie), tra uomini della sua cerchia ristretta.
    A marzo - di fronte all'aumento dei prezzi e alle riduzioni sulle scorte di grano - ha emanato una legge che introduce pesanti sanzioni per gli speculatori, pene che vanno da dieci anni di carcere all'ergastolo e che però, dice la legge, possono essere applicate anche a chi «diffonde deliberatamente informazioni false o errate sulla situazione economica e i prezzi dei beni». Un modo per punire il dissenso interno sfruttando l'emergenza globale.
    Oggi ci sono tutti gli elementi per un esito potenzialmente esplosivo: l'inflazione è vicina a un livello record, il deficit è destinato a raddoppiare, il 40% giovani che hanno meno di 25 anni è disoccupato, i colloqui con il Fondo monetario internazionale su un pacchetto di salvataggio sono di fatto fermi.
    Il grande interrogativo è cosa succederà alla giovane democrazia, spesso citata come l'unica storia di successo delle Primavere arabe, alla democrazia imperfetta in cui per molti, troppi, gli effetti della rivoluzione non si sono mai visti.
    È a loro, evidentemente, che Saied ha saputo parlare, è così che ha vinto nel 2019, salvo centralizzare il potere solo due anni dopo.
    I prossimi mesi e gli effetti della guerra in Ucraina saranno decisivi per capire se la Tunisia saprà emanciparsi dalla deriva autoritaria in atto o se la rivoluzione avrà fatto il giro completo, come in Egitto, ripristinando una dittatura, magari morbida, ma decisamente lontana dal percorso democratico che tutti si aspettavano dal Paese della Rivolta dei ciclamini.
  11. PUTIN RUBERA' ? Fuori dal Delfinario al porto di Odessa, i bambini fanno la fila eccitati col gelato in mano. Al balcone dei residence, i pochi turisti si godono il fresco e si preparano per la cena, una signora si tuffa in piscina, perché le acque del mare sono assolutamente proibite. Nell'ultimo mese, sono morte nove persone, mentre tentavano di fare il bagno sulla spiaggia del Sud: sono saltati sulle mine. In lontananza, nel più grande scalo del Mar Nero, non c'è nessuna nave ormeggiata. In lontananza, tra pescatori che sfidano i divieti e passanti, si stagliano i silos del grano ucraino, bloccato da 115 giorni perché l'export è impossibile.
    La parte terrestre del porto di Odessa è stata minata dagli ucraini, il mare invece dai russi. I cereali marciscono nei container, mentre la regione produce nuovo grano: «2 milioni di tonnellate a giugno, 2 milioni a luglio e 2 ad agosto», spiega Alla Stoianova, direttrice del dipartimento delle politiche agrarie, donna energica e determinata, costantemente al lavoro per trovare nuove soluzioni per fare fuoriuscire le scorte di grano attraverso altri canali. «Ci stiamo provando in ogni modo - spiega l'organizzatrice della logistica delle esportazioni delle merci alimentari ucraine -, ma non è facile e il quantitativo di grano che possiamo trasportare è assai minore rispetto al potenziale». Un anno fa, in questo stesso periodo uscivano dal porto di Odessa 5 milioni di tonnellate di cereale ogni mese, «oggi abbiamo la possibilità di portarne fuori solo 1,5 milioni, mentre 25 milioni di tonnellate dell'anno scorso restano ferme nei silos». Ed è già un grande risultato, visto che a marzo il conto si fermava a 200 mila tonnellate esportate. Con un danno enorme per l'economia della città, che conta per il 40% sull'attività dello scalo portuale e sul suo indotto.
    Il raccolto del grano in Ucraina è appena cominciato, il 9 giugno. Il Paese è il granaio d'Europa, garantisce il dieci per cento del pane che si produce nel mondo, ed è il leader globale dell'export dell'olio di semi di girasole, spiega ancora la direttrice. Un paniere di risorse, ostaggio della guerra. Che ora il governo di Volodymyr Zelensky sta provando comunque a movimentare. Ma la situazione è delicatissima. «Temiamo attacchi ai nostri silos. Ci sono molti movimenti nel Mar Nero», dice Attilio Mailiani, di origini calabresi, attivissimo consigliere del sindaco Gennadiy Trukhanov, nella città ucraina in cui più si respira l'Italia e che spera di diventare presto patrimonio dell'Unesco, grazie al sostegno di Roma. Il primo cittadino passa da una riunione all'altra sulla sicurezza, e aggiunge: «Oggi perdiamo 1,8 miliardi di grivnie con questa situazione (48 milioni di euro, ndr)».
    Il viaggio del premier Draghi a Kiev, insieme a Scholz e Macron, ha portato tra le righe un'importante novità: il tentativo di una mediazione dell'Onu per sbloccare il porti e uscire dall'impasse. Putin ieri, al forum economico di San Pietroburgo, ha affermato di «accogliere con favore l'invito delle Nazioni Unite per il dialogo sulla sicurezza alimentare». Ma secondo Mailiani, se è vero che questa mediazione è «l'unica che potrebbe essere accettata», dall'altro lato il reale sminamento del porto di Odessa in tempi brevi, «è quasi impensabile, perché dovrebbero iniziare domani. E poi c'è la grande questione del dopo sminamento: chi garantirà che la Russia rispetti i patti e lasci passare le navi?».
    Intanto, Stoianova continua a studiare alternative. Una concreta sono i corridoi attraverso la Romania, il porto di Costanza e quelli fluviali sul Danubio, la Moldavia e la Polonia. «Attualmente ci stiamo arrangiando con il trasporto su gomma, quello ferroviario e quello sui piccoli fiumi», dice la dirigente. Ma basta fare i conti per capire che non basta: «Una nave che trasportava prima 40 mila tonnellate di grano richiederebbe oggi 1600 camion - spiega -. E consideriamo che da Odessa partivano tre o quattro navi al giorno, poi c'erano i porti più piccoli di Juzne e Izmail, dove salpavano altre cinque o sei navi al giorno. A queste aggiungiamo, Mykolaiv, Kherson».
    La crisi del grano che sta affamando il mondo non è tanto un problema per gli ucraini, che producono sei volte il loro fabbisogno, quanto «per i Paesi dipendenti da noi, come lo siete voi europei». Per questo, Stoianova non capisce perché «l'Occidente impieghi così tanto a intervenire». Per parte sua l'Ucraina «non ha problemi di cibo, può risolvere lo sblocco dei porti solo con una vittoria»
  12. VOI CI PENSATE E SIETE COME IL MIO VICINO DI CASA  ? Lo chiamano il «mare a quadretti»: all'inizio della primavera era uno spettacolo maestoso per chi lo guardava dall'alto. Dalle strade che da Camino, calano verso il vercellese. Il quei giorni il canale Cavour ancora pompava acqua che finiva nelle risaie. E la siccità era un incubo da scacciare scommettendo sulla pioggia, che non è arrivata.
    Oggi il riso è cresciuto. E da quella strada l'acqua la intuisci appena tra il verde delle piantine di riso. Lucedio, frazione di Trino. Se c'è un posto che racconta che cosa significa fare i conti con acqua che non c'è, è proprio questo: la campagna del vercellese. E poi più giù ancora, fino alla provincia di Novara. Terreni divisi in enormi quadrati. Un mare d'acqua dolce che invade i campi.
    «Se mancherà saremo costretti a cambiare colture. Ci sarà un sacco di gente che ripiegherà su coltivazioni che ne richiedono meno, come la soia». E Paolo Carrà, risicoltore di seconda generazione, adesso fa gli scongiuri. Perché se dovesse andare davvero così, decine di aziende di questo angolo di Piemonte andrebbero in crisi. Meno guadagni. Meno posti di lavoro. Meno investimenti. Debiti con le banche complicati da rimborsare. Sarebbe l'economia di un intero territorio che «va a farsi benedire» come dicono su questa spianata, dove alle 3 del pomeriggio il termometro sfiora i 35 gradi.
    Vercelli e l'acqua, Novara e l'acqua. I laghi che calano. La regione che raziona i consumi. La fotografia che arriva dal Piemonte è un'infilata di paesi che devono fare i conti le montagne secche e i fiumi che non ci sono più. «Piovesse» dicono tutti. Poco alla volta, però, perché i terreni sono secchi. E i letti del fiumi duri come pietra. Uno scarico intenso rischia di causare più danni che benefici.
    Per intanto si raziona. Si chiudono i rubinetti che alimentano la rete pubblica. Lo hanno fatto a San Bernardino Verbano. Dalla sera tardi al mattino presto dai rubinetti non esce nulla. «Autobotti per le strade? No, per l'amor del cielo. Se fosse così sarebbe un disastro. Il razionamento serve per evitare gli sprechi» si premura di spiegare la sindaca Assunta Regoli. Per impedire che chi ha il giardino la adoperi per innaffiare i fiori. E chi ha la piscina usi l'acqua pubblica per riempirla. Potrebbero farlo di giorno, è vero. Ma nessuno controlla perché in un posto così, con duemila anime che si conoscono tutte, nessuno fa il furbo.
    Per fortuna non ci sono attività che potrebbero averne bisogno la notte. Come invece accade a Palazzo, nel Torinese. Dove la panetteria del borgo fa i conti con quella poca - e senza pressione - che esce dal rubinetto. E Stefania si adegua: «Quel filo di acqua è la nostra salvezza: se mancherà del tutto saranno guai enormi e non soltanto per noi». Già, una montagna di guai che rischiano di mettere in crisi decine di altre attività. «Una filiera lunghissima di cui neanche ci rendiamo conto» dicono in paese. E allora ben vengano le notti con i rubinetti all'asciutto. Perché, se l'agricoltura soffre, è la sete quella che potrebbe avere conseguenze più gravi, e richiedere interventi più complicati. Le autobotti. Le file per portare a casa una tanica al giorno. L e hanno già adoperate in qualche borgata. Per ora le usano per spostare acqua da dove ce n'è agli acquedotti in crisi. Chieri. La val di Susa. E in decine di altri paesi.
    Polvere sulle strade. Fontane chiuse. La terra grassa delle coltivazioni di mais sempre più dura. «Dateci l'acqua degli invasi» implorano gli agricoltori. L'appello lo hanno raccolto quelli di Iren la società proprietaria dell'invaso di Ceresole Reale, nel Torinese. Hanno annunciato che rilasceranno, per una settimana, sei metri cubi di acqua al secondo. Ed è come la manna nella bibbia: darà speranza almeno a 5 mila coltivatori. Riempirà i canali, le deviazioni e le rogge. Basta? Assolutamente no, perché la terra ha sete ovunque. E perché il livello delle riserve naturali si abbassa sempre di più. Per dire: a Ceresole la diga da 34 milioni di metri cubi adesso ne contiene più o meno un terzo. E si devono pure alimentate le turbine per l'energia elettrica. Senza acqua muore l'agricoltura e si spegne l'elettricità.
    E non è che nei laghi naturali vada meglio. Verbania, affaccio sul lago Maggiore. Il refrain è sempre lo stesso: «Gli unici contenti sono quelli che hanno attività turistiche, con gli sdrai e gli ombrelloni». Il motivo è facile da intuire: il livello del lago in questi giorni è di un metro e 20 al di sotto della media stagionale. Vuol dire spiagge più lunghe. E più guadagni. Ma se il meteo non cambia a settembre saranno guai veri. Un po' come in tutti i laghi del Piemonte. Come lungo i fiumi in secca, attraversabili a piedi e senza bagnarsi neanche la suola delle scarpe. Come nel Po, sempre più povero e sempre meno riserva. Servirebbero giornate di pioggia per tornare a un livello accettabile. È vero, sparirebbero di nuovo i resti delle fortificazioni seicentesche svelate dal Sesia in secca. Pazienza: dissetare la terra e gli uomini vale più di un pezzo di muro.
  13. CHI HA L'AUTORITÀ'  DI CONTROLLARE  IL MIO VICINO ? «Purtroppo la politica in generale arriva sempre un po' dopo. Ci siamo accorti che la salute è importante quando è arrivata la pandemia, ci siamo accorti che è importante l'energia quando è arrivata la guerra e ora ci accorgiamo che è importante l'acqua con la siccità. Dovremo imparare tutti, io per primo, a prevenire. La politica se non ha lungimiranza non può dare futuro al Paese». Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ieri ha dovuto convocare l'ennesimo tavolo di crisi permanente per gestire la nuova emergenza che colpisce questo territorio: la siccità. Il primo passo è stato convocare le associazioni degli agricoltori ed è facile immaginare il perché in una terra di risaie che senza acqua sono destinate a morire. E da lunedì la situazione potrebbe peggiorare ancora con il livello massimo di allerta.
    Come mai questo periodo di siccità fa così tanta paura?
    «Siamo di fronte ad una crisi idrica peggiore di quella del 2003, abbiamo avuto il secondo maggio più caldo dal 2009 a oggi e la portata d'acqua del fiume Po è al di sotto del 72% rispetto a quella naturale del periodo. La criticità riguarda l'acqua di sorgente perché manca la neve sulle montagne. Al momento sono 170 i comuni con ordinanze adottate o in corso di adozione sull'uso consapevole dell'acqua potabile, cioè finalizzato agli scopi alimentari, e di limitazione o divieto di usi impropri. A questi si aggiungono dieci comuni, concentrati nel Novarese, che hanno dovuto ricorrere all'interruzione notturna della fornitura. Al momento la situazione è sotto controllo per quanto riguarda gli usi civili dell'acqua potabile, ma abbiamo uno stato di emergenza molto grave per l'agricoltura».
    Quali sono le zone più colpite?
    «Il Piemonte è tutto in emergenza, ma in modo disomogeneo. In provincia di Torino, ad esempio, sono 80 i comuni con ordinanze e solo in 3 è stato necessario intervenire con autobotti per rifornire di notte le cisterne. Nel cuneese ci sono 10 comuni con ordinanza emanata e in 5 si è già intervenuti con autobotti. Ad Asti la situazione è meno critica perché preleva al 100% da faglia profonda. La situazione più complicata è a Novara e nel Verbano Cusio Ossola con 40 ordinanze, 10 interruzione notturne di fornitura e mille interventi con autobotti».
    Perché avete chiesto lo stato di emergenza?
    «Abbiamo chiesto lo stato di calamità naturale perché ci serve per poter agire in tutela degli agricoltori nel caso di danni, che già ci sono ma che per ora non sono quantificabili. Inoltre abbiamo chiesto anche lo stato di emergenza e attivato alcune strade per migliorare la situazione. La prima è lo svasamento dei bacini idroelettrici per il rilascio delle acque, e dai calcoli fatti, se trovassimo l'accordo con i concessionari potremmo avere 15-20 giorni di respiro per l'agricoltura. Questo ovviamente avrà un prezzo, anche se ci aspettiamo sensibilità da parte dei concessionari. L'altra azione è la deroga al minimo deflusso vitale dei fiumi, che consente di prelevare un po' più di acqua di quella prevista. Inoltre con Lombardia e Canton Ticino ragioniamo sull'acqua dei laghi».
    Nonostante le ordinanze il consumo di acqua sta aumentando. Cosa dice per sensibilizzare i cittadini?
    «È importante che tutti prendiamo consapevolezza della complessità della situazione, mettendo in campo un comportamento e virtuoso sul nostro modo di usare l'acqua: un bene prezioso, che non dobbiamo dare per scontato».
    Cosa state facendo per prevenire il problema in futuro?
    «Stiamo impostando nuove misure per cambiare mentalità ad esempio costruendo vasche consortili che possano incanalare acqua e conservarla per i periodi di secca. Vogliamo anche invitare i gestori degli invasi ad accumulare più acqua durante l'anno. E sono previsti 100 milioni del Pnrr per limitare le dispersioni idriche nelle reti».
  14. SALVINI-DRAGHI NON SANNO CHE ALLA SICILA SERVE L'ACQUA NON IL PONTE SULLO STRETTO: L'Italia ha sete. E non si tratta di un fenomeno localizzato, o di sporadici razionamenti d'acqua in piccoli paesi poco raggiungibili. Il Nord è come il Sud e come il Centro già adesso a giugno, ovvero a stagione arida appena iniziata.
    Se il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha inviato a Roma la richiesta di stato di calamità per l'agricoltura, in Lombardia i produttori idroelettrici hanno aumentato i rilasci dell'acqua a supporto dell'agricoltura per il bacino dell'Adda, dell'Oglio e per i fiumi Brembo e Serio. Qui, nella regione dei laghi e dei fiumi, c'è chi ha già firmato ordinanze sul risparmio idrico, come il sindaco del comune di Tradate, in provincia di Varese, Giuseppe Bascialla, dove dalle sei a mezzanotte è vietato usare l'acqua per riempire piscine, innaffiare giardini, e lavare le macchine. «Il Po è in condizioni precarie – spiega Roberto Mariani, primo cittadino di Stagno Lombardo, nel Cremonese – Oggi chi vive sul fiume riesce ad arrivare a metà a piedi e con cinque bracciate a nuoto ad essere sull'altra sponda». E anche se in agricoltura in queste zone spesso si attinge da pozzi «adesso si sono abbassate le falde. Qui è più di tre mesi che non piove». Soffre molto la Pianura Padana, come ribadito da Meuccio Berselli, segretario generale dell'autorità distrettuale del Fiume Po: «In alcuni territori non piove da 110 giorni», e in decine di Comuni in Piemonte e Lombardia «sono già in azione le autobotti per l'approvvigionamento di acqua».
    A spostarsi lungo il Po la questione della carenza d'acqua non cambia: «La situazione è molto grave per la nostra agricoltura, pensiamo ad esempio al comparto dell'ortofrutta che ha bisogno di molta acqua – racconta il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri – ho parlato con il presidente Bonaccini, e chiedo che la Regione istituisca un tavolo sul tema e che si razionalizzino gli interventi che si stanno facendo. Quando si parla di Po spesso si ragiona a compartimenti stagni in base alla provincia, invece serve un intervento straordinario e un percorso comune che non faccia figli minori».
    In Veneto, Coldiretti denuncia l'avanzare del cuneo salino per la risalita dell'acqua di mare, che rende impossibile la coltivazione nelle zone del delta e rischia di intaccare le falde acquifere, bruciando zucchine, pomodori e insalata.
    Nel Polesine e nella Bassa Padovana le difficoltà per gli agricoltori riguardano anche coltivazioni che tradizionalmente hanno poco bisogno di acqua, come l'aglio. «Il fatto che le falde sotto al terreno non abbiano l'acqua a cui eravamo abituati, e che quindi la pianta abbia dovuto vivere solo con le scarse piogge che sono venute in primavera, ha portato i nostri consorziati a ricorrere anche a tre o quattro irrigazioni di emergenza – spiega Massimo Tovo, presidente del consorzio di tutela dell'aglio bianco polesano dop – È una situazione anomala e diverse aziende non erano nemmeno attrezzate per poter irrigare, con una conseguente perdita importante del raccolto».
    Non c'è solo il Po. Il Wwf parla di un significativo e generale decremento del volume annuale che defluisce a mare dai nostri principali fiumi (Po, Adige, Arno, Tevere), con riduzioni pari a 15% per il Tevere e di oltre l'11% per il Po nel periodo 2001-2019 rispetto al precedente periodo 1971-2000. Non sono quindi solo il Nord e la zona della Pianura padana ad essere secche. «In Italia, siccità straordinarie si stanno ripetendo con intervalli di tempo sempre più ravvicinati e le analisi dimostrano come ci vogliano anni per tornare alla normalizzazione dei regimi idrici» precisa Massimo Gargano, direttore generale di Anbi, l'Associazione nazionale dei consorzi di bonifica. E se la Coldiretti sottolinea gravi danni nelle campagne toscane per le coltivazioni di mais, anche il Sud soffre: in Sicilia non sanno come bagnare gli agrumi, c'è allarme per gli ortaggi anche in provincia di Crotone. Cali significativi per i raccolti perfino in zone abituate alla siccità, come la Puglia. Negli invasi artificiali mancano 80 milioni di metri cubi d'acqua rispetto alla capacità, secondo i dati dell'Anbi Nazionale, ma a preoccupare è la riduzione delle rese di produzione delle coltivazioni in campo: «La Puglia è la regione assetata per eccellenza in Italia e quindi soffriamo doppiamente in una stagione più secca come quella di quest'anno – spiega l'agronomo Giuseppe Pisanello del consorzio agrario di Lecce – per quanto riguarda i cereali come il grano e l'avena abbiamo rese più basse del 20%».
    Ma anche sul raccolto in corso la situazione non è delle più rosee: «Ci aspettiamo una flessione anche per quanto riguarda le angurie, ad esempio, che stiamo raccogliendo adesso».
    Il meteo non migliorerà in questo senso, almeno nei prossimi giorni: «Fino a martedì dovremo fare i conti con un anticiclone che dal Nord Africa porta aria calda – precisa il meteorologo di Arpa Lombardia, Enrico Solazzo – avremo temperature massime che potrebbero raggiungere lunedì dei picchi che andranno dai 36 ai 38 gradi e ancora mancanza di pioggia».

 

18.06.22
  1. Gli attivisti di Extinction Rebellion, in protesta contro gas e carbone, hanno bloccato il Raccordo anulare di Roma. «Andate a lavorare», li hanno scacciati gli automobilisti. —
  2. LA GUERRA DEL LITIO NASCOSTA :  Denis Pushilin è il leader dell'autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, una delle due regioni separatiste al centro del conflitto tra Russia e Ucraina. Con un passato nelle truffe finanziarie, Pushilin ha iniziato la sua carriera politica nel 2014, quando prese parte alle rivolte pro-russe nell'Est dell'Ucraina. Da allora è incluso nella lista delle sanzioni europee e statunitensi per il suo ruolo nell'annessione della Crimea alla Russia. Dal 2018 è presidente della Repubblica di Donetsk in seguito alla morte del suo predecessore, Aleksandr Zakharchenko, ucciso in circostanze misteriose nel centro di Donetsk. Rispetto ai leader separatisti precedenti, spesso in contrasto con le posizioni di Mosca, Pushilin ha sempre dimostrato totale lealtà al Cremlino, arrivando a dichiararsi favorevole alla restaurazione dell'Impero Russo. Solitamente una figura di basso profilo, Pushilin è salito alla ribalta quest'anno con il riconoscimento ufficiale del suo governo da parte della Russia e l'inizio dell'«operazione militare speciale».
    Ha appena dichiarato che l'Ucraina come stato indipendente potrebbe cessare presto di esistere. Potrebbe spiegarsi meglio?
    «L'Ucraina è attualmente controllata dall'esterno, non prende nessuna decisione da sola, è un dato di fatto. E ultimamente non ha preso una sola decisione nell'interesse dei suoi cittadini e di ciò che resta del Paese. La leadership ucraina non ha più punti di appoggio su cui fare affidamento. Negli ultimi otto anni è stata deindustrializzata, essenzialmente l'hanno ridotta a una fonte di materie prime. Per di più, tenendo conto delle sue azioni distruttive, dell'aggressione contro le repubbliche del Donbass e degli armamenti di cui potrebbe potenzialmente dotarsi, ovviamente la probabilità che l'Ucraina sopravviva è estremamente bassa».
    Lei non vede la possibilità che in futuro il Donbass possa in qualche modo convivere con uno Stato Ucraino sovrano?
    «Al momento non lo vedo possibile. Il tempo lo dirà. Quello che resta dell'Ucraina, se ne resterà qualcosa, deve essere denazificato e demilitarizzato. Si tratterà di un tipo di relazioni completamente diverso. Ma per ora è presto per parlarne, l'operazione militare speciale è ancora in corso».
    Come vede il futuro della Repubblica Popolare di Donetsk? Come parte integrante della Federazione Russa o come un'entità indipendente?
    «Ora stiamo concentrando tutti i nostri sforzi per ripristinare il controllo sui confini costituzionali della Repubblica nel quadro dell'operazione militare speciale. Dopodiché prenderemo tutte le altre decisioni».
    Le repubbliche del Donbass sono devastate dalla guerra. Quali misure sta prendendo la Federazione Russa per ricostruire la regione?
    «Al momento diverse regioni della Federazione Russa stanno assumendo il patrocinio delle città e delle regioni della Repubblica Popolare di Donetsk come parte di un programma di aiuti. Si tratta di un supporto abbastanza ampio. Le risorse messe in campo dipendono dalla misura in cui il regime di Kiev ha danneggiato una data città e di quanto aiuto ha bisogno. Questa è una delle direzioni degli aiuti. La seconda direzione è ovviamente la preparazione per il periodo autunno-inverno, poi c'è sicuramente la riparazione e la modernizzazione delle strutture sociali, tra le quali le istituzioni dell'educazione. Insomma, si tratta di una vasta gamma di compiti che le regioni della Federazione Russa si sono prefissate. Abbiamo già regioni della Federazione Russa assegnate a tutte le città e i distretti della repubblica. La definirei una cooperazione molto stretta».
    La Russia è sottoposta a sanzioni senza precedenti. Come pensa che il Paese possa farsi carico della ricostruzione del Donbass nella grave situazione economica in cui si trova?
    «La Russia se la caverà in tutto e per tutto. Le sanzioni stanno danneggiando principalmente coloro che le hanno imposte»
  3. NON E' QUESTA LA STRADA:  Il prezzo del gas schizza alle stelle. Sull'onda del taglio delle forniture russe all'Europa deciso martedì da Gazprom, che ha colpito innanzitutto la Germania ed in misura minore Italia ed altri paesi europei, alla borsa di Amsterdam ieri si sono sfiorati i 150 euro per megawattora contro i 120 di mercoledì e gli 80 della scorsa settimana. A fine giornata l'asticella si è poi fermata a quota 135,16 facendo segnare un ulteriore aumento del 10,7% dopo il +24% di mercoledì.
    Dopo il governo tedesco, che l'altro giorno ha accusato Gazprom di voler devastare il mercato per far salire i prezzi, ieri è stata la volta di Mario Draghi che ha attacco Mosca parlando di «uso politico del gas, come del grano». Il nostro premier, che si è detto «abbastanza tranquillo nell'immediato e per l'inverno» grazie al buon livello già raggiunto dai nostri stoccaggi già saliti al 52%, ha quindi definito «bugie» le scuse addotte dai russi per tagliare le forniture di gas all'Europa. Lui, come Scholz e gli altri partner europei, non credono infatti ai motivi tecnici addotti da Gazprom ed alla storia dei pezzi per la manutenzione che non arrivano a causa delle sanzioni.
    Da Mosca rigettano ovviamente ogni accusa. Le riduzioni delle forniture all'Europa «non sono premeditate» ha dichiarato ieri il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov avvallando la tesi sostenuta da Gazprom, ovvero che «la riduzione dei flussi è legata a problemi con una turbina in manutenzione causati dalle sanzioni introdotte contro Mosca».
    Gazprom martedì ha ridotto del 60% (passando da 167 a 67 milioni di metri cubi/giorno) i flussi destinati alla Germania attraverso NordStream 1, gasdotto che convoglia 55 dei 140 miliardi di metri cubi di gas che ogni anno consuma l'Europa. Il giorno seguente ha poi annunciano un taglio del 15% delle forniture all'Italia. Ieri è invece toccato all'Austria, ma anche Repubblica Ceca e la Slovacchia hanno segnalato cali consistenti dei flussi destinati a loro nell'ordine del 30%. In Francia anche Engie ha denunciato un calo, ma senza che questo producesse impatti sull'utenza. Per quanto riguarda noi, come hanno spiegato dall'Eni, «a fronte di una richiesta giornaliera di gas superiore di circa il 44% rispetto a quella avanzata ieri (mercoledì – ndr), incremento dovuto al recupero delle quantità non ricevute e alle normali dinamiche commerciali, Gazprom ha comunicato che sarà consegnato solo il 65% delle forniture richieste». La società statale russa, stando alla nota dell'Eni, ha spiegato che anche la mancata consegna all'Italia «dipende dai problemi alla centrale di Portovaya che alimenta il gasdotto Nord Stream attraverso il quale Gazprom trasporta una parte dei volumi destinati ad Eni».
    Il risultato è che mentre mercoledì a Tarvisio abbiamo ricevuto circa 28 milioni di metri cubi sui 32-33 richiesti (e circa 200 milioni di mc immessi in rete e 160 consumati), ieri anziché averne 48 milioni come richiesto ne abbiamo ottenuti solo 32. Nessun problema sull'erogazione di gas a famiglie e imprese, a soffrirne semmai sono stati gli stoccaggi con gli operatori, in questa fase di prezzi pazzi, certamente poco incentivati ad aumentare le scorte.
    La situazione nei prossimi giorni potrebbe anche peggiorare. Stando all'ambasciatore russo all'Ue Vladimir Chizhov citato dal Guardian – i flussi di gas verso l'Europa attraverso il Nord Stream 1 potrebbero anche essere sospesi a causa dei problemi nelle riparazioni delle turbine nella stazione di pompaggio di Portovaya. E questo, certamente, a suo dire provocherebbe una «catastrofe» per la Germania. Più che una previsione, una minaccia.
    Per il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, «sono 24 ore che la Russia ha annunciato una diminuzione nelle forniture. I motivi possono essere diversi, tecnici o di altro genere. C'è un gruppo di monitoraggio con gli operatori, ci sentiamo 4-5 volte al giorno e stiamo seguendo l'evolversi della situazione: vediamo nei prossimi giorni se questa diminuzione si stabilizza o se è un evento, un episodio e in base a questo poi si prenderanno decisioni opportune». In caso di interruzione totale delle forniture il piano d'emergenza «è pronto», ha poi rassicurato il ministro. E come è noto prevede un maggior utilizzo delle centrali a carbone per produrre energia, la possibilità di sospendere le forniture di gas ai cosiddetti clienti interrompibili come pure quello di razionare a tutti la distribuzione di gas. Intervenendo nel pomeriggio al question time in Senato il ministro ha poi sostenuto l'esigenza di aumentare la produzione nazionale di metano ed in questa logica, a suo parere, «forse è arrivato il momento di rivedere il Pitesai (la mappa delle zone idonee all'estrazione di idrocarburi – ndr) alla luce di quello che sta succedendo. Dobbiamo perseguire da un lato la riduzione dell'uso totale del gas e dall'altro, per quello che ci servirà ancora, usare sempre più gas da giacimenti nazionali». Un annuncio che ha fatto storcere la bocca ai 5 Stelle che ieri sera lo hanno subito contestato.
  4. TANTI DUBBI SU ELON MUSK : Per dire quanto sono stupido, e vecchio, e ignorante, una notte di questa primavera, volgendo lo sguardo lassù al cielo stellato e terso e cristallino come solo qui in questa campagna senza luci e fumi può esserlo d'aprile, mi sono raggelato anch'io come il sidereo lassù notando il transitare di un gran stormo di lucine in movimento sincrono da ovest a est, lontane e veloci oltre ogni possibile mezzo aereo, troppe per ogni possibile convoglio spaziale umano. Giuro che ho pensato di godere del privilegio agognato nella mia antica pubertà di assistere all'invasione aliena; a parziale scusante ammetto di essermi nutrito, anzi, saziato, nella critica età dello sviluppo dei libri di Peter Kolosimo, e nel lampo di un giorno dei miei dodicianni, di aver sostituito il catechismo della cresima con Non è Terrestre. Naturalmente ho reclamato a gran voce testimoni, e tutta la famiglia ha visto e concordato, madida d'ansia e smarrimento, davvero era giunta l'ora, davvero ne eravamo noi i testimoni?
    È stato un momento di magica unicità, poi il nipote più grande ha messo in moto il suo telefono e siamo venuti a sapere che avevamo visto schierare in orbita lo stormo di un centinaio di satelliti per le telecomunicazioni di proprietà del signor Elon Musk, lanciati da un vettore di sua proprietà, a compimento della prima fase di un'impresa che vedrà in orbita dodicimila satelliti i cui segnali a banda larga copriranno l'intero globo a beneficio dell'umanità tutta. Non ho dimenticato quel notturno cielo d'aprile infestato di alieni, ma non ho riflettuto un granché sulla flotta celeste del signor Musk, fino a quando non ti vengo a sapere che l'alta precisione di tiro dell'artiglieria ucraina che tanti danni sta arrecando alle forze d'invasione è merito del signor Musk, che ha offerto gratuitamente all'esercito ucraino la sua rete satellitare per la guida precisa al centimetro del tiro. Beh, a me pare che valga la pena di pensarci un po' su; dunque, c'è un privato cittadino che di fatto ha dichiarato guerra a uno stato. Il cittadino in questione non è un patriota ucraino che ha messo a disposizione della patria i suoi potenti mezzi, e non è neppure un mercenario al servizio dello straniero, così come ce ne sono tanti e tanti ce ne sono stati nei secoli. No, è qualcosa di più; è l'uomo più ricco del mondo che possiede un terzo dei satelliti orbitanti, più degli USA per capirci, e si appresta ad essere monopolista assoluto nel settore dei voli spaziali, che per ragioni tutte sue, forse ideali, chissà, ha deciso non semplicemente di influenzare, ma addirittura di determinare l'esito di un conflitto tra due stati sovrani. No, non è un soldato di ventura a contratto, ma il proprietario di una possibile vittoria contro la nazione più vasta del mondo. La potenza dei suoi mezzi è tale che, non escludendo la possibilità di altri suoi interventi ideali, meriterebbe un posto tra i membri permanenti del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Vi piace questa evenienza? A me lo confesso, fa venire gli stessi elettrizzanti brividi di quella notte, di quando ho paventato, seriamente, un'invasione aliena. Pensiamoci. Pensiamo alle nazioni, agli stati, al buon vecchio Moloch a cui abbiamo affidato il compito di proteggerci da noi stessi in cambio di grandi, esclusivi, tragici poteri; il potere di battere moneta, la testa di Cesare testimonia che quel pezzo di metallo è oro, il potere di imporre tributi, il potere di controllo su sudditi e cittadini, il censimento come strumento di massimo controllo, il potere di usare violenza contro chi tra loro trasgredisce, e infine il potere di dichiarare guerra. Cosa resta del Moloch dopo Musk, e quindi dopo Bezos, Zuckerberg, Gates… gli attori planetari di poteri che sono stati esclusività statali? Che emettono moneta di corso globale senza metterci nemmeno la faccia, pagano le tasse se e quando e dove e come vogliono, che possiedono i dati di censimenti che superano di gran lunga le informazioni in possesso delle istituzioni preposte, che applicano violenza censoria in base a leggi che essi stessi definiscono, comprese le leggi morali, che possono dichiarare guerra e condurla a loro personale giudizio. E lo fanno esentati da qualsiasi possibilità di critica attiva; noi volentieri scioperiamo contro l'abuso della tassazione, ma non scioperiamo contro Bezos per lo straordinario surplus legato alle sue tariffe, e protestiamo con calore contro il controllo statale dei nostri dati sensibili e più che mai dei nostri conti correnti, mentre concediamo tutto di noi a Zuckerberg, e partecipiamo a veementi cortei contro la guerra che ci impongono i nostri rappresentanti eletti e manco ci pensiamo alla guerra di Musk.
    Cosa resta della sovranità degli stati se agli sono stati alienati i loro poteri più esclusivi, e cosa resta della sovranità dei cittadini se sono soggetti all'esercizio del potere sui loro stessi corpi e sull'anima della loro cittadinanza da entità private che escludono l'idea stessa di legittima rappresentanza? Allo stato rimane il solo potere di indebitarsi, magari con gli stessi privati, in favore di sé stesso e dei suoi cittadini, e si capisce bene come siano così ostinatamente gelosi della prerogativa di stabilire il diritto di cittadinanza. Ai cittadini non rimane niente, se non il fantasma della sovranità esercitata nel libero voto; una parvenza, visto che in queste contingenze di ristrettezza lo stato ha la necessità di comprimerla e deprimerla la sovranità popolare, e questa frustrante evenienza ha il nome gradevole di governabilità, la necessità di gestire la cosa pubblica comunque e nonostante la volontà popolare. Intento che, come ad esempio per l'attuale governo, può anche essere lodevole, ma senza alcun rapporto con la volontà espressa dai cittadini con il loro voto. Così che la lotta contro l'usurpazione di sovranità, è una lotta contro un fantasma, e i fantasmi non possono dare nulla perché nulla possono toccare con mano. Ma anche se non li possiamo toccare con mano, non sono fantasmi i signori Musk e colleghi, sono cogente materia, solo che è materia allocata altrove, in un altrove sempre più irraggiungibile, e, non proprio metaforicamente, prossimamente su un altro pianeta, e vorrei vivere abbastanza per vedere cosa succederà quando la sede sociale delle aziende Musk avrà sede su Marte. Con quali strumenti potremo mai, noi cittadini, noi governi, rivendicare e confliggere per ciò che della nostra sovranità, e della nostra vita, si sono presi? Non ne abbiamo; si è palesata una nuova epoca, un'epoca mitologica di poteri trascendenti. Sempre che lo si voglia un conflitto; perché gli stati, i governi, sanno farsi odiare, altroché se sanno farlo, ma loro sanno solo essere carini e amabili con noi clienti; perché odiare chi ci offre a prezzo che ci possiamo anche stare la Champions League, il pasto caldo a casa, l'accesso a tutto quello che crediamo di voler sapere, tutti i cartoni animati del mondo per i nostri figli che così non rompono. E tutto il bendidio che sanno darci. È questa una nuova, tragica età dell'oro, dove chi sta morendo di fame potrà ricevere sul suo smartphone da due soldi un messaggino del tipo: ;-) Ti regaliamo un sorriso: c'è una nuova piacevole sorpresa per te, perché ci stai a cuore! Vai su…. Una piattaforma di intrattenimento, troppo costosa per i bot e gli account falsi, e dove poter dire quello che si vuole senza violare la legge con l'obiettivo di crescere fino a raggiungere il miliardo di utenti. Elon Musk conferma ai dipendenti di Twitter di voler acquistare la società e illustra la sua strategia senza però sbilanciarsi sul ruolo che potrebbe occupare nella società una volta che l'acquisizione da 44 miliardi di dollari sarà completata.
    Dopo aver denigrato il social per settimane, il patron di Tesla si muove da leader davanti ai dipendenti. Risponde per oltre un'ora alle loro domande senza limiti, tanto da arrivare anche a parlare di alieni. Tocca i temi che lo hanno esposto a maggiori critiche. E lo fa con il suo stile. Su Twitter dovrebbe essere consentito di dire cose «abbastanza oltraggiose»: c'è bisogno che gli utenti di sentano a «loro agio». Il tutto, assicura, senza violare la legge. «Libertà di parola», dice rivolgendosi ai dipendenti preoccupati dalla possibilità che si possa smantellare il sistema di controlli messo in campo dalla società contro i discorsi di odio e incitamento alla violenza.
    In collegamento dal cellulare da quella che sembra una stanza d'albergo, il patron di Tesla loda le cinesi WeChat e TikTok presentandole come possibile modello da seguire. «Voglio portare Twitter al prossimo livello» spiega. A chi gli chiede del lavoro da remoto dopo la sua dura presa di posizione, Musk spiega: «Chi è eccezionale nel suo lavoro può lavorare da casa». Lo smart working, è la sua preoccupazione, rischia di ridurre lo spirito di gruppo danneggiando la società. Non esclude poi licenziamenti: «Ora i costi superano i ricavi e non è una bella situazione» dice.
    Interpellato sull'influenza delle sue posizioni politiche sulla piattaforma, replica definendosi di centro così da smorzare i timori su chi lo vede un repubblicano nella liberal Twitter. Per quanto riguarda la guida della piattaforma, Musk spiega di voler essere coinvolto ma di non essere sicuro sotto quale titolo.
  5. E POI NON AVETE VOTATO PER I REFERENDUM : L'ha picchiata selvaggiamente. Ha riempito di telecamere la casa nella quale viveva con i tre figli e dalla quale era stato allontanato. Ha minacciato di ucciderla, dicendole che avrebbe trovato pace solo dopo la sua morte. A nulla sono valse le sette denunce, presentate tra il 2015 e il 2019. «Sono sempre stata sola. Abbandonata dalla magistratura e dalle forze dell'ordine» racconta, dopo avere finalmente vinto la sua battaglia. Non trovando giustizia in Italia, si è rivolta alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Corte che ieri, con una storica sentenza, ha condannato l'Italia a versarle 10 mila euro, per avere subito un «trattamento inumano e degradante». Adesso Silvia De Giorgi - 44enne padovana, interior designer a Milano - confida che questa sentenza possa segnare la strada per aiutare altre donne.
    Com'è nato tutto?
    «Il mio ex marito mi picchiava e mi minacciava. E faceva lo stesso con i nostri tre figli, all'epoca minorenni. Poi mi ha tolto tutto. Mi ha reso nullatenente, con tre bambini da mantenere. È andato avanti anni, finché non sono riuscita ad allontanarlo, fino a quando ho deciso di denunciare».
    Le violenze si sono fermate?
    «No, ha continuato a perseguitarmi. Entrava in casa, ha messo delle telecamere per controllarci. Alla fine ce ne siamo andati noi».
    Ha temuto per la sua vita?
    «Un giorno mi ha preso per il collo e mi ha massacrato la testa, promettendomi che mi avrebbe ucciso. Diceva che non avrebbe avuto pace fino alla mia morte».
    Dopo le denunce cos'è cambiato?
    «Nulla. È stato denunciato d'ufficio, dalle forze dell'ordine, dai servizi sociali. Io stessa l'ho denunciato sette volte in sede penale, non so quante in sede civile. Ma i magistrati hanno sempre tenuto nel cassetto le pratiche, probabilmente perché il mio ex marito è nipote di un personaggio politico di un certo peso».
    Ha sollecitato una risposta?
    «Sono andata personalmente dai magistrati. Li ho avvicinati, disperata, chiedendo di essere aiutata. Nessuno ha fatto nulla. La prima sentenza arriverà il 14 luglio, a 7 anni dalla mia denuncia».
    E le forze dell'ordine cosa le dicevano?
    «Niente. Non un consiglio, non una parola. Provavo una sensazione di totale impotenza. Andavo lì, sporgevo denuncia, mi venivano fatte sempre le stesse domande. Sono persino stati interrogati i miei figli, per chiedere conferma di quello che dicevo. Leggo gli appelli della politica alle donne vittime di violenza: denunciate, sarete supportate. Non è vero».
    Il 2022 è stato un anno atroce: solo nei primi sei mesi si sono contati 38 femminicidi.
    «Ogni giorno di fronte ai giornali mi sale una rabbia enorme. Io sono stata fortunata, perché ho avuto la forza di allontanarmi da questo situazione. Ma, per le altre donne, il destino è scritto».
    Cosa frena una donna dal denunciare?
    «Non soltanto il timore della morte, ma quello di non farcela. Da fuori, avrei potuto capire prima cosa stava accadendo. Ma quando vivi in prima persona una determinata situazione, vivi un marasma di sensazioni diverse. Io ero sola, con tre bambini. Avevo paura che potessero portarmeli via. Avevo paura di non riuscire a mantenerli da sola, perché il mio ex marito è molto più forte di me economicamente».
    Dice di essere stata lasciata sola. In Italia mancano le leggi o la volontà di applicarle?
    «La volontà di applicarle. I giudici avrebbero gli strumenti, ma hanno paura di scrivere le sentenze, perché significherebbe assumersi una responsabilità. Oltre al fatto che, in media, ogni paio d'anni nello stesso procedimento cambia il giudice.»
    Quando ha deciso di rivolgersi alla Cedu?
    «Il mio avvocato mi ha detto che non sapeva più come aiutarmi e l'unica strada era quella di Strasburgo. Ha istruito la pratica. Contro ogni aspettativa, nel 2019 è stata accettata e ora è arrivata la sentenza che condanna la Repubblica italiana. Ho dovuto trovare giustizia fuori dal mio Paese».
    Ma ancora non c'è nessuna condanna per il padre dei suoi figli.
    «Purtroppo no. Mi auguro che decida di starci lontano. Ora, per i miei figli, ho un affido super esclusivo rafforzato. Per anni ho rincorso il mio ex: chiedendogli una firma per cambiare la carta d'identità, per la scuola. Si è sempre negato, non pagando nemmeno gli alimenti. Aspetto la decadenza genitoriale».
    Spera che la sentenza di Strasburgo possa dare la forza ad altre donne?
    «Spero serva a smuovere le istituzioni. Che si decidano ad aiutare veramente le donne vittime di violenza».
  6. MA IL MIO VICINO DI CASA INSEGNA AL FIGLIO A BAGNARE IL PRATO E SE NE FREGA : Mentre lungo il Po si misurano con preoccupazione i centimetri di acqua persi - al Ponte della Becca, in provincia di Pavia, ieri si è arrivati a -3,7 metri, il dato peggiore da settant'anni - negli uffici studi dei settori più dipendenti dalle risorse idriche si stanno cominciando a valutare i danni economici della «grande sete» in Italia. Numeri che fanno tremare i polsi e che sono solamente una minima parte di quei 178 mila miliardi di dollari che l'economia mondiale potrebbe perdere nei prossimi cinquant'anni a causa dei cambiamenti climatici in base al Global Turning Point Report 2022 di Deloitte.
    Coldiretti ha rivisto al rialzo i danni della siccità sull'agricoltura: in primavera si ragionava attorno a 1 miliardo di euro di mancati raccolti, ieri la cifra per il 2022 ha raggiunto i 2 miliardi. La mancanza d'acqua riduce la produzione di grano (-15%) ma anche di girasole, mais, foraggi per l'alimentazione animale, frutta e ortaggi. Il primo effetto è l'aumento della dipendenza dall'estero da cui già acquistiamo il 64% del grano tenero, il 44% del grano duro, il 47% del mais per gli allevamenti e il 27% dell'orzo. A impensierire molto, soprattutto in Pianura padana, è anche l'abbandono delle risaie. «Lo scorso anno la superficie coltivata a riso superava i 220 mila ettari - spiega Paolo Carrà, presidente dell'Ente Risi -. Oggi siamo sotto i 214 mila e alcuni risicoltori della Lomellina in questi giorni hanno deciso di abbandonare il riso e di destinare i campi a una soia di seconda coltura. Il paradosso è che siamo in una fase di mercato in cui la domanda di riso cresce». In Emilia Romagna le perdite potrebbero arrivare a 300 milioni di euro perché finora è stato dato il 30% dell'acqua che serve ad albicocche, ciliegie, pesche e susine e addirittura solo il 12% a meli e peri. Nel Lazio si arriva a 250 milioni di euro di danni considerando gli investimenti sostenuti per le semine, l'aumento dei costi del gasolio e dell'elettricità per irrigare e i livelli bassissimi di produzione. «Ulivo e vite produrranno di meno per questo caldo eccessivo, e solo in autunno riusciremo davvero a quantificare questo danno - analizza Massimo Gargano, direttore di Anbi, l'associazione che riunisce 141 consorzi di bonifica dalle Valle d'Aosta alla Sicilia e che irriga 3,5 milioni di ettari di pianura -. Poi bisogna conteggiare i maggiori costi energetici per sollevare l'acqua e distribuirla. Un dato su tutti: lunedì l'energia costava 210 euro a Mwh, oggi siamo a 327 euro». Un problema comune a tutti i distributori. «Il nostro impianto pesca dal fondo del lago e non abbiamo effetti diretti anche se il livello dell'acqua si abbassa - spiega l'ingegner Daniele Pagani, direttore dell'acquedotto industriale di Como, una società che rifornisce 60 aziende del tessile, uno dei comparti che più ha bisogno d'acqua nei suoi cicli produttivi -. Al 31 maggio abbiamo speso 420 mila euro di energia per il pompaggio, il 125% in più del 2021».
    I produttori di energia sono una delle altre categorie più colpite nel portafoglio dalla carenza d'acqua. «Nel 2022 abbiamo avuto in media il 70% di produzione in meno, con picchi del 90% - spiega Luca Boschetto, direttore di Federidroelettrica, 200 associati e circa 450 impianti nel Centro Nord -. Sul Secchia, in provincia di Modena, una centrale nei primi tre mesi dell'anno ha prodotto quello che normalmente produceva in un giorno. Da gennaio ad aprile abbiamo avuto mancati introiti per 25-30 milioni di euro».
    La scarsità d'acqua sta creando anche contrasti fra i vari utenti. Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini ha chiesto al governo «indennizzi adeguati» e di «definire le priorità di uso delle risorse idriche ad oggi disponibili, dando precedenza al settore agricolo per garantire la disponibilità di cibo», ma anche altri sono pronti a battere i pugni sul tavolo. «Chiederemo un ristoro per i cali di fatturato - anticipa Andrea Fabris, direttore dell'Associazione piscicoltori italiani, che rappresenta 600 allevamenti -. Poca acqua per noi vuol dire crescita ritardata dei pesci, necessità di vendere prodotti di taglio minore per liberare spazio, bollette più salate per pompare acqua dal sottosuolo a costi più che triplicati e necessità di acquistare ossigeno liquido per garantire il benessere dei nostri animali. Non è un caso che in queste settimane molti stiano pensando di chiudere». A subire la crisi idrica è anche il settore turistico. «Il 20% delle nostre 373 strutture rischia di rimanere senz'acqua e di chiudere con alcune settimane d'anticipo già ad agosto - conferma Riccardo Giacomelli, presidente della commissione rifugi del Cai -. I nostri gestori si stanno organizzando per garantire comunque l'apertura il più a lungo possibile fornendo un'ospitalità più frugale, però è importante che anche gli utenti entrino nell'ottica della sobrietà e della responsabilità».
  7. BUONA IDEA : Il chitarrista dei Subsonica Max Casacci, oggi consigliere della circoscrizione Sette, avrebbe voluto usare l'area degli ex Gasometri in corso Regina Margherita 52, a due passi dal Campus Einaudi, per trasferirci parte della movida di Vanchiglia. Peccato che il proprietario, il gruppo Italgas, abbia altri piani: qui sorgerà infatti un centro di ricerca e sviluppo sul metano, biometano e sull'idrogeno verde, un polo per la formazione dedicato ai dipendenti della società e un'area fruibile come location per eventi.
    L'investimento è rilevante, 20 milioni di euro, così come l'obiettivo di rendere il nuovo hub sulle sponde della Dora un punto di riferimento a livello europeo per quanto riguarda la ricerca sui nuovi gas. Il piano del primo operatore in Italia nella distribuzione del gas, terzo in Europa, è realizzare anche un centro di formazione per tutti i dipendenti del gruppo: persone che verranno a Torino per allenarsi su una sorta di riproduzione in miniatura della rete italiana che permetterà loro di affinare le competenze per ammodernare le reti, digitalizzarle e renderle in grado di trasportare diversi tipologie di gas, dal biometano all'idrogeno verde.
    Il progetto architettonico, di forma circolare, per struttura ricorda la sede di Apple a Cupertino, in California, sarà realizzato da Giugiaro Architettura, lo stesso studio che ha rimesso a nuovo lo storico immobile di proprietà dell'azienda in largo Regio Parco. Il nuovo polo di ricerca sarà anche dotato di uno spazio polifunzionale aperto anche agli eventi, sul modello della Nuvola Lavazza.
    Le storiche palazzine Italgas su corso Regina e gli scheletri dei vecchi gasometri saranno conservati: diventeranno una sorta di installazione artistica a memoria del passato dell'azienda. Dalla Città sono già arrivate le autorizzazioni necessarie e il cantiere dovrebbe partire non più tardi di inizio 2023.
    Il gruppo Italgas - che oggi fattura 1, 4 miliardi ma punta ai 2, 6 entro il 2028 - scommette forte sulle opportunità industriali offerte dalla transizione energetica. La quota più rilevante degli investimenti del gruppo, come annunciato durante la presentazione del piano industriale, nei prossimi sei anni sarà proprio focalizzata alla trasformazione digitale del network di distribuzione al fine di creare, in fretta, le condizioni per un utilizzo diffuso dei nuovi gas.
    «Quello che stiamo affrontando oggi è forse il cambiamento più importante dalla fondazione della società: dobbiamo far evolvere le nostre reti da reti tradizionali concepite per distribuire un solo tipo di gas, il gas metano a reti del futuro, totalmente digitalizzate, in grado di ricevere tanti altri gas come l'idrogeno verde, il gas sintetico il biometano» ha detto alla presentazione del piano Pier Lorenzo Dell'Orco, amministratore delegato di Italgas Reti.
    Il Piemonte è considerato il territorio ideale per portare avanti questo tipo di progetti. Soprattutto alla luce della decisione del governo che ha scelto la regione - insieme a Puglia, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Basilicata - per rappresentare il progetto bandiera per l'Hydrogen valley: una strategia che punta a sviluppare una filiera nazionale per la produzione, il trasporto, l'accumulo e l'utilizzo di idrogeno verde, puntando su ricerca, tecnologie, infrastrutture.
    L'obiettivo è portare sul territorio una prima parte dei 70 milioni di risorse in arrivo dal Pnrr sulle varie linee di finanziamento che riguardano l'idrogeno, mentre altri 80 milioni saranno investiti dalla Regione tramite i fondi europei.

 

 

17.06.22
  1. QUELLO CHE MI PREOCCUPA SONO GLI ATTEGGIAMENTI INCOSCIENTI DI CONTE, CHE NON SI RENDE CONTO CHE INVECE DI VANTARSI DI AVER INVENTATO IL LOOK DOW DOVREBBE VERGOGNARSI DI AVER CREATO DANNI IRREPARABILI ALLA VITA DELLE PERSONE CHE SI SONO FIDATE DI LUI.
  2. DRAGHI FA IL BULLDOZER  ANCHE QUANDO DOVREBBE UTILIZZARE MOLTA ATTENZIONE PRIMA DI  ASCOLTARE SPERANZA ED A CONCEDERE RISTORI. MODELLO CONTE E BONUS  110% , RUBINETTI  ECC, INVECE CHE INCENTIVI , CHE AUMENTANO INUTILMENTE L'INDEBITAMENTO.
  3. MENTRE L'INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA CROLLA PERCHE' LA GENTE NON SI PRENDE LA FREGATURA DEL'AUTO ELETTRICA, SENZA COLONINE, ANCHE CON GLI INCENTIVI IMPOSTI ALLA POLITICA.
  4. PRESTO LA TREGUA FRA RUSSIA ED UCRAINA :   «Tutte le parti dovrebbero spingere per una soluzione adeguata della crisi ucraina in modo responsabile» e«la Cina continuerà a svolgere il ruolo che le spetta». Xi Jinping ha scelto di festeggiare il suo 69esimo compleanno con una telefonata all'amico Vladimir Putin. Amico, non (ancora) alleato. Il messaggio principale che emerge dalla versione cinese del colloquio è il seguente: la Cina si propone come potenza responsabile e si adopera per fermare la guerra. Allo stesso tempo, fornisce il solito sostegno politico e soprattutto retorico a Mosca. «Cina e Russia continueranno a supportarsi sui rispettivi interessi fondamentali riguardanti la sovranità e la sicurezza, nonché sulle reciproche preoccupazioni, approfondendo il coordinamento strategico», ha detto il presidente cinese, sottolineando che di aver «sempre valutato in modo indipendente la situazione» ucraina «sulla base del contesto storico».
    Tanto basta al Cremlino per sostenere che Xi ha constatato «la legittimità delle azioni della Russia a protezione dei suoi interessi nazionali fondamentali». Parallelamente, il resoconto cinese cita Xinjiang, Hong Kong e Taiwan (sul cui Stretto Pechino ha appena ribadito la sovranità) come questioni sulle quali Mosca garantisce opposizione alle «interferenze esterne». Eppure, si tratta di una retorica più sfumata rispetto a qualche mese fa. I riferimenti a Stati Uniti e Nato restano impliciti, così come non c'è traccia della loro «mentalità da guerra fredda» a cui Pechino ha ascritto la responsabilità della guerra. Tutti elementi invece citati in bella mostra nella precedente telefonata del 25 febbraio. Si era nell'immediatezza dell'invasione e Pechino forse pensava davvero che tutto si sarebbe limitato a una «operazione speciale». Formula che torna nell'ordinanza appena firmata da Xi che regola le azioni «non belliche» dell'esercito e che fa suonare qualche allarme a Taipei. Dal 25 febbraio, la Cina ha promesso a più riprese di approfondire la cooperazione in campo commerciale. Sta mantenendo la parola su energia e agricoltura, meno su finanza e tecnologia. Non solo non sono state finora fornite vie d'uscita rapide alle sanzioni, ma diverse aziende cinesi si stanno ritirando dal mercato russo. La scorsa settimana il Washington Post ha scritto che tra i diplomatici russi serpeggia «insoddisfazione» per il mancato sostegno concreto da parte cinese. Come esempio di cooperazione concreta, Xi e Putin hanno citato l'apertura del nuovo ponte autostradale transfrontaliero Heihe-Blagoveshchensk. Ma la telefonata arriva dopo qualche segnale sull'asse Pechino-Washington. Subito dopo aver incontrato per la prima volta il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin a Singapore, la scorsa settimana il ministro della Difesa cinese Wei Fenghe ha ammesso che la Russia non è un alleato, ma «un partner importante». Lunedì c'è stato a Lussemburgo un colloquio di 4 ore e mezza tra Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale americano, e Yang Jiechi, il capo della diplomazia cinese. Non è da escludere che possa esserci nel breve periodo un nuovo colloquio tra Xi e Joe Biden. Secondo Axios, la Casa Bianca è tra l'altro pronta a ridurre alcune delle tariffe imposte da Donald Trump sui prodotti cinesi. Sarebbe un segnale importante per Pechino, alle prese con un rallentamento dell'economia effetto (anche) della strategia zero-Covid imposta da Xi in vista del XX Congresso del Partito comunista. Appuntamento nel quale non splenderà la stella di Le Yucheng, il viceministro degli Esteri che sembrava il favorito nella corsa alla successione del suo capo Wang Yi. Le ha alle spalle lunghi studi sovietici, parla russo ed è uno dei principali architetti dell'amicizia «senza limiti» col Cremlino. La sua promozione avrebbe potuto essere interpretata come un ulteriore passo verso Mosca, invece Le è stato spedito all'Amministrazione per la Radio e la Televisione. Ciò che non è cambiato dall'invasione a oggi è che Xi non ha mai parlato con Volodymyr Zelensky. E la Cina ha ancora bisogno della retorica anti americana e anti Nato per applicarla su Asia e Pacifico. Anche perché i vicini asiatici si preparano a partecipare al summit della Nato di fine giugno. Per la prima volta saranno presenti all'appuntamento i leader di Giappone e Corea del Sud. Ma il filo su cui Xi esercita le sue doti da equilibrista sulla guerra in Ucraina si sta facendo sottile.
  5. RAZIONARE L'ACQUA NEL LAVAGGIO AUTO : Eccolo: il futuro è adesso. Acqua razionata in 125 Comuni della Valle del Po. Acqua a ore alterne. Acqua contesa. Perché manca l'acqua e potrebbe non bastare per l'estate.
    «In alcuni zone non piove da 110 giorni consecutivi, non è caduta neppure una goccia in tutto questo tempo. In diversi paesi già sono in azione le autobotti per l'approvvigionamento» dice Meuccio Berselli, segretario generale dell'Autorità distrettuale del Po. E quindi: bisogna andare a prendere l'acqua da bere con le taniche e con le bottiglie, in quei comuni. Come dopo i terremoti. Come dopo le sciagure.
    Il Grande Fiume sta patendo la peggiore secca degli ultimi settant'anni. È tutto collegato: pochissima neve sulle montagne d'inverno, niente rifornimento agli affluenti durante il disgelo, falde prosciugate, agricoltura a rischio, acquedotti in crisi. Soffre la natura, soffrono le bestie. Adesso tocca agli esseri umani, alle donne, agli uomini e ai bambini della Valle del Po: dei 125 comuni colpiti dal provvedimento, 100 sono piemontesi e 25 lombardi. Ma l'arsura si sta allargando a tutto il Nord Italia, verso est: nel ferrarese è stato chiesto di usare meno acqua possibile. Solo un invito, per il momento. Ma tutti sanno che questa del 2022 rischia di essere un'estate senza precedenti.
    Manca l'acqua. È un fatto algebrico. Concreto. Sta mancando adesso. Il primo ad accorgersene era stato il comune di Palazzo Canavese, 850 abitanti vicini al Lago di Viverone. La decisione fu presa all'inizio di maggio: chiudere i rubinetti dalle 23 alle 6 di mattina. E cioè: niente doccia, niente caffè, niente irrigazione degli orti, niente acqua per cuocere un piatto di spaghetti. «Abbiamo iniziato molto presto a razionare l'acqua e siamo stati anche criticati per questa scelta», spiega la vice sindaca Amanda Prelle. «Ma la nostra acqua è sorgiva. Arriva per caduta della serra morenica. Per colpa di questa fortissima siccità che va avanti dall'autunno, le falde si sono quasi prosciugate. Quindi per garantire un servizio efficiente durante il giorno, abbiamo dovuto chiudere durante la notte. Qualcuno è venuto a protestare, non sempre in modo costruttivo. Ma dobbiamo fare i conti con la realtà. L'acqua è un bene primario. Le nostre scelte sono importantissime. In un momento come questo dobbiamo accettare un prato ingiallito e fare a meno di riempire le piscine».
    Torino è il centro esatto del disastro in corso: giornate con 35 gradi e vento caldo stanno asciugando le ultime gocce d'acqua rimaste nel suolo. Dal primo dicembre a oggi è caduta un quarto della pioggia attesa. È stato il semestre più siccitoso dal 1817. Ognuno può vederlo da sé, e mentre lo guarda l'arsura si è già estesa.
    Il livello del Lago Maggiore è 20 centimetri sotto lo zero idrometrico, record assoluto. Nel 2022 in Lombardia si è registrata una riduzione delle precipitazioni del 59%, con conseguente contrazione delle produzioni idroelettriche del 32%. Manca l'acqua anche per raffreddare gli impianti che producono energia, il che li rende inutilizzabili. Nelle campagne della Toscana soffrono le coltivazioni di girasole, mais e grano. La frutta si stacca prematuramente dalle piante. «Manca l'acqua per l'irrigazione» dice il presidente di Coldiretti Toscana, Fabrizio Filippi. È una catena di conseguenze. Le Alpi senza il bianco della neve: le montagne brulle. L'università di Basilea ha appena documentato la lenta e inesorabile estinzione dei ghiacciai su tutto l'arco alpino. Su quello della Marmolada le anomalie di accumulo sono pari al 50%. La neve caduta sul Gran Paradiso non era mai stata così poca da quando sono incominciate le misurazioni.
    E per chi pensasse che questo Nord italiano possa essere un futuro circoscritto, ecco le cronache di questi giorni dalla California, dal Nevada e dall'Arizona negli Stati Uniti: record di 49 gradi nella Death Valley, a Las Vegas 42 gradi, stress elettrico, problemi con i condizionatori, limiti e regole sul consumo, incendi su larga scala, malori e morti, inviti a stare in casa rivolti alla popolazione. Vietato uscire per il troppo caldo.

 

 

16.06.22
  1. LE SANZIONI ALLA RUSSIA  NON SERVONO ALL'UCRAINA :   Gli effetti delle sanzioni economiche alla Russia iniziano a farsi sentire anche nel settore del gas. Sulle forniture e di conseguenza sul prezzo, che ieri è schizzato oltre i 100 euro per megawattora. Il colosso energetico Gazprom ha infatti annunciato una riduzione pari al 40% dei volumi di gas che vengono pompati attraverso il gasdotto NordStream1, quello che serve la Germania. La ragione è legata alle sanzioni recentemente approvate dal Canada che introducono un bando sui servizi energetici e che hanno bloccato la consegna di una turbina riparata a Montreal per conto della società tedesca Siemens Europe. Senza la turbina, Gazprom è costretta a limitare i flussi giornalieri: da 167 milioni di metri cubi a 100 milioni.
    Il governo tedesco ha assicurato che "al momento la sicurezza degli approvvigionamenti continua a essere garantita", ma si è subito messo in contatto con Siemens Europe e con il governo canadese per trovare una soluzione in grado di sbloccare la consegna della turbina. La Germania ha un fabbisogno medio di circa 230 milioni di metri cubi di gas al giorno e dunque potrebbe avere grandi difficoltà qualora il taglio delle forniture si prolungasse nel tempo. Quel che è certo è che il nuovo scontro ha provocato notevoli tensioni sul mercato del gas, con il prezzo che ha sfondato i 100 euro per megawattora per poi chiudere a quota 97 euro.
    Tutto questo nel giorno in cui il Parlamento Ue è tornato a far sentire la sua voce sul dossier energia e ha minacciato un nuovo sgambetto alla Commissione, ma anche alla Francia di Emmanuel Macron, con una prima bocciatura dell'atto delegato che prevede di assegnare l'etichetta "green" per gli investimenti relativi a gas e nucleare.
    Quello espresso dagli eurodeputati delle commissioni Ambiente e Affari Economici non è un giudizio definitivo, ma soltanto un primo parere. La votazione decisiva sarà durante la plenaria di inizio luglio. Ma l'esito del voto di ieri è comunque significativo: se confermata dall'Aula, l'opposizione del Parlamento farebbe decadere l'atto delegato della Commissione. Che si troverebbe costretta a riscriverlo oppure ad abbandonare questa strada, con il risultato che gli investimenti nel gas e nel nucleare non potrebbero ottenere l'etichetta "green". Per respingere il provvedimento è necessario il voto contrario della maggioranza assoluta degli eurodeputati, vale a dire 353 "no".
    L'obiezione alla proposta della Commissione è stata adottata con 76 voti favorevoli, 62 contrari e 4 astensioni. Sostanzialmente si sono schierati contro gas e nucleare i Verdi, i socialisti-democratici e la sinistra, ma sono emerse voci contrarie anche tra i liberali e tra i popolari.
  2. INGIUSTIZIA : Guardami. Io ci sono. Sono qui. Esisto. Io sto parlando, m'ascolti? Non vuoi sentirmi? Allora alzerò la voce. Non mi vuoi vedere? Allora diventerò sempre più appariscente. Sono rimasta velata per molto, troppo tempo. Ora basta. Voglio poter vivere i miei vissuti interiori e il mio corpo come desidero ora e come in futuro sentirò corrispondere al desiderio che emergerà. Voglio poter vivere ogni spazio, pubblico e privato, sentendomi a casa mia».
    Invece Cloe Bianco non c'è più. È morta: si è uccisa. Cloe Bianco era un professore di fisica, insegnava all'istituto Mattei di San Donà di Piave. Un giorno, era il 2015, quando pensava ormai di poterselo permettere perché finalmente era stata assunta come insegnante di ruolo, aveva indossato gli abiti femminili, come avrebbe sempre desiderato. A Cloe Bianco alla nascita era stato infatti assegnato il genere maschile, corrispondente al suo sesso biologico, nel quale lei non si era mai riconosciuta. Vestita da donna quel giorno era entrata nella sua solita classe e aveva spiegato a quei ragazzi e quelle ragazze chi era, e perché non si sentiva un uomo e quindi non voleva somigliargli. E poi aveva ripreso a insegnare fisica, come aveva sempre fatto. Passata la sorpresa, per loro non avrebbe fatto nessuna differenza: erano solo abiti, una parrucca. Sarebbe rimasta il loro professore, quello che conoscevano, avrebbe insegnato loro le stesse cose. Ci avrebbero fatto presto l'abitudine. Ma Cloe aveva sottovalutato l'ignoranza. L'indignazione cieca di chi non capisce e quindi azzanna, respinge fuori dalla comunità chi non riconosce perché lo considera un pericolo: emargina. Già, la comunità… Quei padri e quella madri, scandalizzati, si erano armati contro di lei - le comari del paesino, direbbe De André - e si erano impegnati per renderle l'esistenza un inferno. Cloe Bianco era stata allontanata dall'insegnamento, spostata in ruoli di segreteria. Aveva fatto ricorso ma lo aveva perso. Umiliata, aveva lasciato il paese. Da sette mesi nessuno sapeva più niente di lei. Ieri si è uccisa. Bruciata, insieme al camper nel quale viveva.
    «Oggi la mia libera morte, così tutto termina di ciò che mi riguarda. Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte. In quest'ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l'ultima volta vini e cibi che mi piacciono. Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall'ascolto di buona musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Ciò è il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto. Addio. Se mai qualcuna o qualcuno leggerà questo scritto».
    Doveva aver rotto con i suoi familiari, perché nel suo testamento, pubblicato sul blog insieme a queste parole, non ne fa cenno. Chiede un funerale laico, con tanti fiori e la sua musica preferita: Bach, Albinoni, Brahms, Beethoven Antonella Ruggiero, Anna Oxa, Elisa, Donatella Rettore, Battiato, i Depeche Mode.
    Vuole che nel vestirla venga rispettata la sua identità sessuale, vuole essere cremata e che le sue ceneri vengano gettate nel mare. Chissà se almeno da morta riuscirà a ottenere il rispetto delle sue volontà. Chissà se qualcuno si prenderà finalmente cura dei suoi desideri.
    Cloe Bianco era una donna intelligente, quello che scriveva e il modo in cui lo faceva lo dimostrano. Aveva coscienza di sé, coraggio e generosità. Non è rimasta in silenzio, non si è nascosta. Ha provato a essere quello che voleva, e lo ha fatto, come era giusto fare, dentro una comunità, della quale pensava di fare parte. E invece no. È stata esclusa, scacciata. Dobbiamo fare attenzione, perché sta diventando frequente. Troppe persone restano fuori, tutte persone la cui solitudine rischia di trasformarsi in rabbia. Una democrazia prende forza dalla sua capacità di accogliere. Deve essere uno spazio sicuro per chiunque. Soltanto chi si sente accolto restituirà fiducia. Andrà a votare, studierà, lavorerà. Gli altri, all'angolo, diventeranno nemici. Di se stessi, o di chi li ha scacciati. «Una donna brutta - scriveva Cloe Bianco dal suo angolo - non può esprimere e vivere i propri desideri senza farsi troppi problemi, non può permettersi d'uscire di casa quando vuole, è meglio farlo quando si dà meno nell'occhio, non può permettersi di frequentare certi negozi, certi locali, certi eventi o certi posti, meglio recarsi dove si dà meno nell'occhio, non può permettersi di parlare di discorsi prettamente femminili, non devono fare al caso suo. Il possibile d'una donna brutta è talmente stringente da far mancare il fiato, da togliere quasi tutta la vitalità. Si tratta d'esistere sempre sommessamente, nella penombra, in punta di piedi, sempre ai bordi della periferia sociale, dov'è difficile guardare in faccia la realtà. Io sono brutta, decisamente brutta, sono una donna transgenere». ED ANCORA :Caso chiuso. La storia di Eva e della sua amica, quattordicenni aggredite fuori da scuola da un gruppo di coetanee perché a tracolla portavano una borsa arcobaleno, simbolo della lotta all'omofobia, si è conclusa: tutto archiviato. Archiviati gli insulti di quel 10 giugno 2021: «Cagna», «Lesbica fai schifo, brucia viva». Archiviate le botte, fuori dall'istituto Rosselli: gli sputi, le gomitate, i pugni che a Eva avevano anche fratturato il naso. Archiviate le minacce: quel movimento, con un elastico, che mimava il gesto di strozzarle. Le responsabili erano state individuate facilmente grazie a un video di un minuto e 27 secondi. E sentite dal magistrato.
    Adolescenti, anche loro. Si erano giustificate scaricando la colpa un po' su questo, un po' su quello. «Abbiamo riso perché dei primini erano caduti staccando dal muro le bandiere Lgbt. Eva e la sua amica hanno frainteso ed è nata una lite». E ancora: «Ha insultato mia mamma, le ho tirato un pugno sul naso». Versioni che si rincorrono. Eva, che aveva riportato contusioni guaribili in più di dieci giorni, aveva sporto denuncia. Così la sua amica: «Con la ragazza che ci ha picchiate una volta eravamo amiche. Poi abbiamo litigato». Cose che succedono, a quell'età. «Sapeva delle mie tendenze sessuali». Le ha urlato di «bruciare viva» perché lesbica. In quel filmato, poi, si vede una donna affacciata dal balcone a incitare le due "bulle": «Scendo io e vi butto nel Po». È la madre di una di loro.
    Tutto archiviato. Le due adolescenti, si legge negli atti, sono «da considerarsi immature». Una «aveva un'età di poco superiore a quella imputabile». L'altra nemmeno 14 anni. Le indagini «hanno certamente indotto le minori a riflettere e comprendere la consapevolezza del disvalore di quanto commesso».
    La mamma della ragazza aggredita si dice indignata: «Trovo inqualificabile l'atteggiamento di inquirenti e forze dell'ordine. Ci sono video in cui si vede chiaramente l'aggressione ai danni di mia figlia. La madre di una delle due incita la ragazza alla violenza. E viene archiviato tutto? È una vergogna. Nessuno pensa alle ripercussioni future di chi ha subito l'aggressione e la vede passare nell'impunità totale». L'avvocato Frediano Sanneris, della parte lesa, annuncia opposizione: «Sono temi delicati. Pensare che questa vicenda sia stata archiviata, senza che nessuno si prendesse le proprie responsabilità è vergognoso». Ecco. Questioni giuridiche a parte resta un quesito: le due "bulle" hanno davvero compreso la gravità dell'accaduto? E gli adulti? —
  3. SONO MESI CHE LO SCRIVO QUI MA NESSUNO LO HA LETTO : Ieri a Piossasco sono arrivate le autobotti di Smat per caricare i pozzi sul territorio e per costruirne uno nuovo in Borgata Garola. Da parte sua, il Comune ha rotto gli indugi con un invito, per ora, del sindaco, a non impiegare l'acqua per bagnare orti e giardini.
    Quello di Piossasco non è un caso isolato, anzi. La Società Metropolitana Acque Torino monitora giorno per giorno decine di Comuni, non necessariamente di piccole o piccolissime dimensioni, che o sono in uno stato di sofferenza idrica oppure, stante le attuali condizioni climatiche, promettono di diventarlo: parte sono riportati nella tabella, ma l'elenco si aggiorna continuamente. L'altra faccia della medaglia è l'aumento degli allacciamenti abusivi e dei "furti d'acqua": come quello scoperto ieri a Chieri, in Borgata Fontaneto, probabilmente né il primo e né l'ultimo.
    Ma questo è il cascame di un problema più grande che, spiega Paolo Romano, presidente Smat, sta spingendo l'azienda non solo ad organizzarsi per fronteggiare l'emergenza ma a sollecitare ordinanze da parte dei sindaci affinché dispongano la sospensione dell'uso dell'acqua in alcune fasce della giornata o per determinati utilizzi: non solo irrigazione di orti e giardini ma il lavaggio degli automezzi. Come si premetteva, a scontare il deficit idrico non sono esclusivamente i Comuni montani di piccole dimensioni, solitamente alimentati da sorgenti, le prime a cedere, ma località assai più rilevanti.
    I dati raccolti da Arpa Piemonte, emblematici di un problema non solo torinese (e nemmeno e piemontese),delineano una situazione di precarietà destinata ad aggravarsi, stante un quadro climatico dato per invariato almeno fino a fine mese. Stando al quadro dell'Agenzia regionale è per l'Ambiente diretta da Angelo Robotto, che proprio oggi presenterà il tradizionale rapporto sullo stato dell'ambiente in Piemonte, gli ultimi sei mesi hanno registrato - 55% di deficit medio di precipitazioni, - 22% soltanto nel mese di maggio. E ancora: al 10 giugno - 55%di pioggia da inizio anno. E ancora: in primavera 27 giorni piovosi contro una norma 91-20, pari a 38. Se maggio ha segnato una anomalia di +2.2 gradi, il secondo più caldo degli ultimi 65 anni dopo maggio 2009, e la primavera una anomalia di +0,4 gradi, la prima decade di giugno è più calda della norma del mese: 0.9°C. Alla voce "previsioni", sempre per quanto riguarda giugno, si legge: «Atteso un mese secco e caldo». Calore che, tra le altre cose, accelera l'evaporazione dei terreni.
    Se dalla pianura si sposta lo sguardo alle montagne, la situazione è ancora peggiore: la risorsa idrica immagazzinata nel manto nevoso è del -60%, con 227 milioni di metri cubi contro un valore storico di circa 555 (il minimo storico, datato al 2007, è stato di 257 milioni).
    Una situazione di questa portata si ripercuote inevitabilmente sugli invasi disponibili nella nostra regione, riempiti al 41% della capacità. Nel caso del Lago maggiore, il riempimento è al 33%. Volendo, si potrebbe continuare - è il caso, per esempio, del deficit di portata del Po e dei suoi affluenti - ma il senso è questo.
    Da qui una serie di interventi strutturali, vecchi e nuovi, da parte di Smat, con uno sguardo ai prossimi anni più ancora che al presente. «Per il bacino di utenza più significativo, quale è la città di Torino, l'azienda ha approntato già 15 anni fa il bacino di lagunaggio di La Loggia, una riserva idrica con una capacità di circa 2 milioni di metri cubi - precisa Romano -: permette il prelievo dell'acqua del fiume a circa 7 chilometri a monte dell'opera di presa originaria, dove l'acqua staziona dai 7 ai 50 giorni e viene poi immessa negli impianti di potabilizzazione».
    Opera che ora è stata potenziata attraverso la realizzazione di un secondo bacino da 5 milioni di metri cubi. Non piove da tempo e la siccità rischia di creare problemi ai Comuni per l'approvvigionamento dell'acqua pubblica per uso domestico. E siccome siano soltanto all'inizio di una lunga ondata di calore con temperature che andranno oltre i 35 gradi, Smat ha chiesto ad alcuni sindaci di firmare un'ordinanza sul corretto utilizzo affinché non si sprechi la risorsa. L'invito è stato rivolto ai Comuni della zona Nord Est Eporediese e Canavese e zona Torino e collina. Smat invita all'uso consapevole, suggerendo ai sindaci di vietare l'uso di acqua potabile per irrigazione di orti e giardini, per il lavaggio di automezzi e quant'altro non sia strettamente necessario.
    Tra i Comuni dell'Eporediese c'è Bollengo, dove le falde acquifere che si trovano in profondità sulla Serra morenica si sarebbero notevolmente ridotte. «Per il momento il rischio di razionalizzare l'acqua è scongiurato» avverte il sindaco Luigi Ricca. In paese la siccità si vede anche osservando l'area ormai non più verde dietro la chiesa dei Santi Pietro e Paolo. E poi spiega che se non fosse per Smat, sì che sarebbe un problema come è accaduto negli Anni 80. Ma non risparmia una critica a quei Comuni che hanno scelto di gestire autonomamente l'acquedotto comunale e non affidarlo a Smat. Come Palazzo, dove dall'inizio di maggio l'amministrazione comunale ha firmato un'ordinanza per avvertire che dalle 23 alle 6 dai rubinetti delle case non sgorga più acqua.
    E ancora, a Chiaverano, la cooperativa Acqua Potabile che gestisce l'acquedotto della frazione Bienca ha preparato un vademecum in cui invita i cittadini che possiedono un giardino con piscina a «riempire la piscina, aprendo il rubinetto per la metà della sua portata per al massimo un'ora al giorno».
    A Rondissone il problema idrico potrebbe presentarsi in futuro perché - spiega il sindaco Antonio Magnone - il pozzo è profondo circa 180 metri e quindi, per la potabilità dell'acqua, Smat va più che può in profondità. Più polemico, invece, è Francesco Cavallero di Casalborgone: «In una riunione con Smat ho suggerito loro di riqualificare l'acquedotto comunale e riparare le perdita, invece di acquistare le autocisterne».
    Secondo Smat il rischio siccità potrebbe coinvolgere anche Scarmagno, Loranzé, Andrate, Nomaglio, Leinì, Pont Canavese. E ancora: Andezeno, Arignano, Baldissero, Cinzano, Marentino, Mombello, Montaldo, Pavarolo, Pecetto, Pino, Rivalba e Sciolze.
    Ma all'emergenza di Smat si unisce anche quella di Confagricoltura, che chiede alla Regione di dichiarare lo stato di calamità naturale perché la carenza idrica sta causando danni significativi a tutte le coltivazioni, a partire dalle foraggere (dal 30 al 40% in meno) e anche alle piante tradizionalmente più resistenti alla siccità quali la vite e il nocciolo. Situazione critica per i pascoli montani. Le semine del mais si sono ridotte a favore di colture meno esigenti dal punto di vista idrico, quali sorgo e girasole. E non nasconde una forte preoccupazione il presidente di Confagricoltura Piemonte, Enrico Allasia: «Al momento non è ancora possibile quantificare i danni alle coltivazioni, condizione indispensabile per accedere ai sostegni del Fondo di solidarietà nazionale, ma ciò che è certo è che le ripercussioni della carenza idrica sulle coltivazioni saranno pesantissime».
  4. INRISPETTOSO TRACOTANTE COME MARCHIO DI FABBRIACA:La crescita dei volumi di lavorazione in programma comporterà il passaggio di più camion, forse il doppio, e l'ex Caffarel ripropone al Comune di Luserna San Giovanni il problema dei tigli su via Gianavello.
    Già in passato l'azienda ne aveva chiesto un taglio, per favorire il transito dei camion che dalla sede devono raggiungere la Provinciale 161. Allora era nato un comitato per difenderli. Ora che la Lindt & Sprüngli propone 20 milioni di investimento da qua al 2025, anche il sindacato Flai Cgil si auspica che si arrivi a un'intesa «che consenta di rispettare gli impegni presi dalla proprietà» commenta Alessandro Stella. Il sindaco Duilio Canale ammette: «È una decisione difficile da prendere ma dobbiamo garantire la sicurezza dei bambini delle vicine scuole medie, che da via Marconi raggiungono via Gianavello a piedi, e dei posti di lavoro». L'ipotesi sarebbe di eliminare i tigli e puntare su arbusti più piccoli, che non costringerebbero i camion ad allargarsi, "minacciando" i pedoni. m. ber. —

 

15.06.22
  1. SE L'UCRAINA ENTRA IN EU LA EU ENTRA IN GUERRA CONTRO LA RUSSIA ?
  2. Cala la produzione mondiale di grano per quello ucraino si stima un meno 40%
    La produzione mondiale di grano è stimata in calo, a 769 milioni di tonnellate. Pesa la riduzione in Ucraina, con un raccolto stimato di 19,4 milioni di tonnellate, il 40% in meno rispetto ai 33 milioni di tonnellate previsti.
  3. Per la prima volta dalla Guerra fredda, la corsa alle armi nucleari è ricominciata in modo «preoccupante». A lanciare l'allarme è lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), che collega il fenomeno alla guerra in Ucraina.
  4. UN BLUFF CON QUALI SOLDI ?    Con le recenti decisioni del Parlamento Ue, che pressa per spegnere per sempre i motori termini a partire dal 2035, i costi crescenti dell'energia e le recenti scelte del governo per favorire la transizione ecologica il tema dell'utilizzo di fonti energetiche come idrogeno o nucleare è tornato di grande attualità. Per l'idrogeno il Piemonte è stato scelto dal governo - insieme a Puglia, Friuli Venezia-Giulia, Umbria e Basilicata - per rappresentare il progetto bandiera dell'Hydrogen valley: una strategia che, con i fondi del Pnrr, punta a sviluppare una filiera per la produzione, il trasporto, l'accumulo e l'utilizzo di idrogeno verde.
    L'idrogeno verde è prodotto ad impatto zero mediante l'elettrolisi dell'acqua, alimentata da energie provenienti da fonti rinnovabili. Sul territorio c'è chi si è già mosso per costruire un prototipo di filiera. È il caso dell'Amma, l'associazione delle aziende meccaniche e meccatroniche dell'Unione Industriali, che con un grande operatore italiano dell'oil & gas, Regione, Politecnico ed Environment park, ha dato vita ad un progetto per una fabbrica di idrogeno green alle porte di Torino.
    Ma esiste un'altra variante, l'idrogeno viola, che si basa sull'idrogeno prodotto per elettrolisi con energia elettrica da impianti nucleari e, quindi, sulla possibilità dell'impiego del nucleare come fonte pulita. L'idrogeno verde, e quello viola, sono gli unici tipi del tutto de-carbonizzati: cioè per la loro produzione non viene immessa in atmosfera anidride carbonica. Anche se in Italia le centrali sono chiuse da oltre trent'anni la ricerca non si è mai fermata. Secondo un'analisi di Elsevier negli ultimi sei anni i ricercatori italiani sul sono podio dell'Unione europea, assieme a francesi e tedeschi, in termini di pubblicazioni scientifiche sull'energia nucleare.
    E sul territorio non manca un pioniere: Newcleo, società fondata dal torinese Stefano Buono con un capitale iniziale pari a 100 milioni di euro, in fase di aumento a quota 300 milioni. La holding, con sede a Londra e un centro di ricerca da 70 persone a Torino, ha progettato un micro-reattore modulare super pulito e sicuro. Buono, classe 1966, laurea in Fisica a Torino e dieci anni di lavoro al Cern di Ginevra a fianco del premio Nobel Carlo Rubbia, ha trascorso gli ultimi mesi fra Francia e l'Inghilterra perlustrando possibili siti dove costruire due prototipi dei suoi reattori. La costruzione dei due prototipi richiederà circa sette anni, e sarà preceduta da un quinquennio di ricerca e sviluppo fra la sede di Torino e il centro di ricerca sul lago Trasimeno dell'Enea, l'agenzia nazionale per l'energia e lo sviluppo sostenibile.
    Uno dei motivi per cui il nucleare di quarta generazione è preso così tanto in considerazione dagli investitori è legato alla necessità di azzerare la produzione di anidride carbonica nell'industria entro il 2050. Per questo si sta tentando di produrre reattori modulari, più piccoli. L'idea è pensare ad applicazioni dell'energia nucleare in settori diversi, come quello dei trasporti marittimi utilizzando energia nucleare. Cosa che già avviene già nel mondo militare con i sommergibili. —

 

 

14.06.22
  1. IL FUTURO E' POSSIBILE , BASTA VOLERLO:   I pannelli fotovoltaici consumano suolo, sono complessi da smaltire e la loro installazione rischia di andare a discapito di altri utilizzi, per esempio quello agricolo. Per questo motivo una delle soluzioni che pare destinata a crescere in tutto il mondo è il cosiddetto fotovoltaico galleggiante, che prevede la realizzazione di impianti a energia solare da collocare come copertura di canali e bacini artificiali».
    Federico Sandrone e Dario Costanzo, due giovani ingegneri che 10 anni fa hanno creato Coesa, sono partiti da qui per mettere a punto il progetto che dovrebbe permettere al Piemonte di installare il primo impianto sull'acqua. «All'interno di un progetto di riqualificazione ambientale stiamo lavorando nello studio preliminare, progettazione e messa in opera di un impianto nel bacino della Cava Germaire, in via di dismissione tra i comuni di Carignano e Carmagnola», spiega Sandrone.
    Secondo i manager di Coesa «l'intervento permette di evitare consumo di suolo e strutture fisse, e di avere un aumento della produttività. Il panello fotovoltaico infatti, a differenza di quanto molti pensano, in agosto produce meno che in giugno perché si surriscalda. Sull'acqua però questo problema non c'è perché viene rinfrescato. Inoltre il pannello galleggiante usa tutta la rifrazione della luce che rimbalza sulla superficie del bacino idrico».
    L'impianto sarà costituito da un generatore fotovoltaico composto da 9.720 moduli fotovoltaici e da 45 inverter multi-inseguitori in grado di garantire una produzione di circa 6 MW annui, in grado di provvedere all'autoconsumo dell'azienda estrattiva e immettere l'eccedenza in rete.
    Il progetto c'è, ma mancano ancora le autorizzazioni di Regione, Arpa ed Ente Parco. Coesa è in grado di ultimarlo entro la fine del 2023. «Una volta installato – prosegue Sandrone – consentirà di ridurre le immissioni inquinanti in atmosfera, parliamo di 3.500 tonnellate di anidride carbonica in meno ogni anno».
    Coesa sta anche studiando l'impatto dell'impianto sulla fauna: «I pannelli – spiega ancora Sandrone - saranno tenuti a oltre 50 metri dalle rive, dove nidificano gli uccelli, e le loro file saranno distanziate di cinque metri, in modo da non creare ombre dannose per l'ecosistema del lago. Il bacino è di 25 ettari e noi ne copriremo 10, quindi avremo 100 mila metri quadrati di pannelli solari con una copertura discontinua. Li posizioneremo al centro dello specchio d'acqua, dove la profondità è maggiore: 50 metri. Ed è dimostrato che nei bacini chiusi la luce non arriva sotto i dieci metri».
    Nata nel 2012 come start up adesso Coesa è diventata grande: ha venti dipendenti ed è passata da un fatturato di 455 mila euro nel 2020 a 10 milioni di euro nel 2021 la previsione di chiudere il 2022 intorno a 27 milioni e un trend di crescita del 60% per i prossimi due, che porterebbe il fatturato a oltre 45 milioni nel 2024.
    La crisi energetica legata anche all'invasione russa dell'Ucraina ha reso strategica la produzione di energia da rinnovabili ma «purtroppo in Italia viene dato ancora poco spazio alle politiche di efficienza energetica e di sviluppo delle rinnovabili, se si pensa ai tempi lunghissimi per l'approvazione dei progetti e agli oneri per la realizzazione degli impianti che ricadono interamente sulle imprese».

 

 

 

13.06.22
  1. La Duma: "Gli Usa hanno creato le condizioni per un nuovo G8 guidato dalla Russia"
    Nicaragua, il governo autorizza l'ingresso di truppe, aerei e imbarcazioni russe
    Putin firma la legge contro le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo
    Il governo del Nicaragua, guidato dal presidente Daniel Ortega, ha autorizzato l'ingresso nel Paese a truppe, aerei e navi russe per scopi di addestramento, pubblica sicurezza e risposta alle emergenze. Ortega consentirà ai russi di svolgere «compiti di polizia e missioni umanitarie».
  2. SI SCOPRE L'ACQUA CALDA :   La Procura sottolinea l'emergenza democratica suscitata dal secondo episodio – nel giro di pochi giorni – di trattativa fra un aspirante consigliere comunale di Palermo e un boss mafioso. E subito ecco le figlie di Francesco Lombardo, uno dei due candidati arrestati, sollecitare comunque il voto per il genitore. Nonostante Lombardo, esponente di Fratelli d'Italia, sia in cella per voto di scambio politico-mafioso, le figlie ricordano che «è ancora candidato al Consiglio comunale e il 12 giugno (oggi, ndr) potete andare tutti a votarlo per dimostrare realmente che persona è e che non è come l'hanno definito».
    Nelle parole di Giulia e Federica Lombardo, affidate liberamente ai social, c'è l'affettuosa e giovanile inconsapevolezza di quella che si chiama reiterazione del reato: oggetto, è vero, di uno dei cinque referendum in programma pure oggi, assieme all'elezione del nuovo sindaco e del nuovo Consiglio comunale di Palermo, ma posta pure a fondamento dell'arresto del candidato di FdI, chiesto e ottenuto dal pool coordinato dal procuratore aggiunto Paolo Guido. Non a caso l'altro candidato arrestato (Pietro Polizzi, di Forza Italia) aveva subito annunciato il proprio (virtuale) ritiro dalla corsa. E nella richiesta di custodia per Lombardo e per il boss Vincenzo Vella, si parla di «urgentissime esigenze di tutela di beni primari in ragione della prossima competizione elettorale: in assenza di adeguate misure cautelari l'esercizio del diritto-dovere di voto di una estesa parte dell'elettorato diverrebbe merce di scambio da assoggettare al condizionamento e all'intimidazione del potere mafioso e dunque sottratto al principio democratico».
    In città i due arresti dei giorni scorsi hanno scombussolato un quadro che veniva dato per acquisito a favore del candidato di centrodestra Roberto Lagalla, dato per facile vincitore al primo turno. Ora disorganizzazione, attacco hacker al sito del Comune, difficoltà per reperire le tessere elettorali e persino la finale Palermo-Padova per la Serie B di stasera allo stadio Barbera diventano fattori di rischio per Lagalla, a beneficio dei suoi avversari più quotati, Franco Miceli del centrosinistra e Fabrizio Ferrandelli, di Azione (Calenda) e +Europa. In più, un centinaio di presidenti di seggio ha dato forfait: molti senza preavviso. «Lasciala stare la politica. Io sono politico? Io non sono stato sempre qua?». Era stato proprio Francesco Lombardo, secondo la ricostruzione dei pm, ad andare a cercare il boss Vella, il 28 maggio. Vella gli aveva chiesto i fac-simile e il geometra di Villabate si era detto certo, una volta eletto, di andare in Commissione Urbanistica, dove avrebbe potuto dare una mano «anche per il suolo pubblico». Tutto per «almeno una ventina di voti...», perché «con un voto s'acchiana e con un voto si scinni», metafora tutta palermitana del salire, essere eletti, o scendere, essere battuti. Di quanti voti disponesse veramente Vella, così come il suo omologo Agostino Sansone, boss di Uditore, che aveva promesso appoggio al candidato di Forza Italia Polizzi, non è dato sapere. Ma quando si rischia la beffa elettorale per una manciata di preferenze, ci si scorda che certi voti puzzano.
  3. FUTURO UCRAINA MODELLO SIRIA ? LA DITTATURA RUSSA MODELLLO STALIN TORNA INVINCIBILE ANCHE CON LE SANZIONI :Sono rimasti solo i poveri, gli anziani, i disabili, quelli che non hanno un posto dove andare, un mezzo per fuggire e nemmeno quel poco denaro che servirebbe per uscire dalla prigione che è diventato il Donbass, tormentato da bombardamenti incessanti, scontri per le strade, colpi di mortaio e tutto quello che può uccidere, comprese armi incendiarie e missili anti-nave degli Anni 60, usate ora contro obiettivi terrestri. Nessun corridoio per i civili è sicuro, nessun bunker, nessuna trincea, nessun riparo. Manca acqua, luce, cibo, medicinali, manca tutto. A ogni scoppio ne segue un altro in un'estenuante sequenza che si abbatte sui civili ormai esausti e decima i soldati su entrambi i lati del fronte.
    È qui che si combatte la battaglia delle battaglie, quella che Putin potrebbe chiamare "vittoria".
    A Severdonetsk si combatte strada per strada, un costo altissimo di vite umane che scompaiono tra le macerie di una città ormai fatta a pezzi dalle bombe. Obiettivo cruciale per la vittoria del Donbass, la conquista della città consegnerebbe nelle mani dei russi l'intero Lugansk.
    In queste ore le forze russe premono sulla "sacca" del Donbass lungo tre direttrici, da est, Nord e Sud, mentre gli ucraini continuano a lanciare appelli perché a corto di munizioni. Nell'area ci sarebbero circa diecimila soldati ucraini, le forze migliori dell'esercito, che rischiano di rimanere circondati, tagliati fuori e fatti prigionieri.
    Tra simboli e terreno si combatte per il controllo della fabbrica Azot di Severodontesk, una nuova Azovstal sotto assedio. Secondo il governatore Serhiy Gaidai l'impianto chimico sarebbe ancora sotto controllo ucraino, così come tutta la zona industriale di Severodontesk. Circa 800 persone, compresi bambini, si nascondono all'interno della fabbrica chimica della città, che per l'80% è sotto il controllo delle truppe russe. L'Armata di Putin continua a prevalere a Severodonetsk, dove sta tentando di abbattere gli ultimi scampoli di resistenza in questa strategica città del Lugansk. Anche con il rischio di provocare un disastro. Ieri sera l'Azot sarebbe stato colpito dai bombardamenti russi e un vasto incendio sarebbe scoppiato dopo la fuoriuscita di tonnellate di petrolio.
    Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in un video-intervento al vertice sulla sicurezza dell'Asia, ha promesso che l'Ucraina prevarrà sulla Russia, ma sul campo il suo esercito deve fare i conti con una carenza di armi e munizioni, mentre il nemico continua a bersagliare i suoi obiettivi con l'artiglieria. Zelensky ha accusato i russi di voler distruggere tutte le città della regione - «Tutte, non è un'esagerazione. Come Volnovaja, come Mariupol»- , e ha aggiunto che le truppe ucraine stanno facendo del loro meglio per fermare l'offensiva russa ma ha insistito di nuovo sul fatto che hanno bisogno di armi pesanti e artiglieria moderna fornita dall'Occidente.
    Serghiy Gaidai ha confermato che i suoi non hanno fatto progressi e che «la maggior parte della città è ancora sotto il controllo russo». Ai difensori resta il controllo della zona industriale, mentre è un mistero la presunta presenza di soldati ucraini all'interno dell'impianto. Secondo i separatisti filorussi ce ne sarebbero 400, e starebbero negoziando la loro resa. Tutto falso, ha replicato Gaidai, «fantasie malate».
    Mentre a Est si combatte con ferocia, e i russi si riorganizzano per lanciare un'offensiva sulla città di Sloviansk (Donetsk), a Sud, nei territori occupati, va in scena il futuro che potrebbe aspettare chi oggi sta sotto le bombe: la distribuzione dei passaporti russi. Le autorità della città di Kherson, occupata dalle truppe russe, hanno distribuito per la prima volta documenti russi ai residenti locali. L'agenzia russa Tass ha precisato che 23 residenti di Kherson lo ha già ricevuto. Stessa distribuzione si è registrata a Melitopol e a in alcune parti della regione di Zaporizhia.
    Proprio a Kherson l'esercito di Kiev ha annunciato di aver lanciato un contrattacco su tre direzioni. A Mariupol al contrario la liberazione appare una chimera. Nella città martire le autorità deposte hanno denunciato che i russi hanno demolito 1.300 palazzi residenziali senza rimuovere le centinaia di cadaveri rimasti tra le macerie. Gli ucraini ritengono che almeno 22.000 residenti siano stati uccisi durante i primi tre mesi di guerra, ma temono che il numero sia molto più alto. «Gli occupanti hanno coinvolto i residenti di Mariupol nello smantellare con cura le macerie - ha detto il sindaco Vadym Boychenko, fuggito verso il territorio controllato dall'Ucraina -, poi hanno visto il numero effettivo di corpi sepolti, e i corpi dei residenti uccisi nei combattimenti sono stati portati in discarica insieme alle macerie».
  4. PUTIN = STALIN 2 Nel giorno della festa della Russia riaprono i McDonald's. Per ora si chiameranno Moy Burger, il mio burger, ma la nuova proprietà russa dice che il nome è provvisorio, in attesa di trovare qualcosa di più accattivante. I dipendenti hanno passato gli ultimi giorni a scucire la M gialla del logo dalle magliette, e a grattarla via dai vassoi. L'attesa è febbrile: pare che il menù del Mac autarchico sarà per ora identico a prima, essendo la produzione localizzata, tranne che per le bibite, sostituite con imitazioni moscovite della cola e dell'aranciata. La chiusura del fast food più amato era stata segnata da lunghissime code, quasi quanto all'apertura, in quel lontano 1990 in cui poter mangiare un Big Mac in piazza Pushkin sembrava una rivoluzione quasi paragonabile al crollo del Muro del Berlino. Ora, la Russia i muri li vuole semmai erigere, e il presidente della Duma Vyacheslav Volodin vuole mettere nel calendario parlamentare ancora prima delle vacanze la mozione per proibire le insegne in lingua straniera. Secondo la presidente del comitato per la Cultura della camera, «fino all'80 per cento delle scritte nella capitale contengono parole straniere, una mancanza di rispetto per la lingua e la patria», mentre il vice di Volodin Piotr Tolstoy ha salutato l'iniziativa come un passo per lasciarsi alle spalle la «dipendenza coloniale».
    Resta da capire se questo progetto metterà fuori legge anche la lettera Z, il simbolo della "operazione militare speciale" in Ucraina, che spunta da manifesti e t-shirt, decorando gli addobbi per la festa e i costumi dei bambini impegnati in recite di carattere patriottico nelle scuole e nei asili. Molti cartelloni dei concerti previsti per oggi in varie città russe contengono la Z dell'alfabeto latino, e anche le scalette degli eventi vengono modificate di conseguenza: a Pietroburgo, dal programma del festival musicale nel Museo della street art sono stati cancellati quattro gruppi. «Le esibizioni sono state cancellate per motivi che non dipendono ne dagli organizzatori, ne dai musicisti», recita il comunicato stampa, ma in tempi di linguaggi criptati tutti capiscono che le band sono state considerate troppo "inaffidabili", avendo preso posizioni contrarie alla guerra.
    La festa nazionale - che in realtà commemora l'approvazione, nel 1990, della "dichiarazione di sovranità" della Federazione Russa guidata da Boris Eltsin rispetto all'Unione Sovietica, e quindi in realtà un evento che l'ideologia putinista considera fatale all'impero che ora il Cremlino vorrebbe ricostruire - non è mai stata particolarmente sentita, e in assenza di un significato chiaro e di una liturgia collaudata era stata per anni molto formale. Ora, con il volume della propaganda "patriottica" al massimo, il regime riscopre la ricorrenza come "festa della Russia", funzionale ad alzare il morale e ribadire la gloria militare russa, soprattutto nei territori ucraini occupati, considerati ormai prossimi all'annessione alla Federazione Russa. A Melitopol, il "governatore" collaborazionista Evgeny Balitsky ha annunciato la distribuzione di passaporti russi ai cittadini ucraini passati con l'invasore: fonti locali riferiscono che si tratta di poche decine di persone, anche perché la controffensiva ucraina si sta avvicinando, le autorità russe parlano di almeno 7 mila nuovi cittadini russi.
    Le autorità ucraine sostengono che gli occupanti stiano portando dalla Russia nelle città occupate - Mariupol, Melitopol e Kherson - band musicali, gruppi di danza folcloristica e soprattutto comparse che oggi dovranno rappresentare davanti alle telecamere la folla di ucraini in festa per l'imminente annessione alla madre Russia. Il governatore della regione di Lugansk Serhiy Gayday non esclude nemmeno che in onore della festa i russi "intensifichino gli attacchi di artiglieria" contro le città e i villaggi in territorio ucraino. Secondo il governatore, alle truppe era arrivato l'ordine da Mosca di conquistare Severodonetsk, la più grande città del Donbass ancora non caduta in mano alle truppe di Putin, ma a quanto pare l'obiettivo sembra ancora lontano.
    Il Cremlino teme però che la ricorrenza del 12 giugno possa venire usata anche dell'opposizione contraria alla guerra, e ieri diversi attivisti di Mosca e Pietroburgo hanno segnalato di aver ricevuto una visita preventiva dei poliziotti che li hanno avvertiti di non scendere in piazza. Nell'impossibilità di manifestare, i dissidenti stanno progettando iniziative come il lancio, dalle finestre, di aeroplani i di carta con la scritta "No alla guerra". I numerosi russi fuggiti negli ultimi tre mesi all'estero stanno invece preparando manifestazioni in una settantina di città di 34 Paesi - in Italia l'unico appuntamento è a Milano, in piazza Castello - dove chiederanno la fine della guerra sventolando la bandiera bianco-blu-bianca della diaspora antiputiniana. —
  5. LINEA SINDACO SALA  VOTATO DAI MILANESI  CHIC: Una discarica a cielo aperto. Fatta di cumuli di materassi e mobili, lattine, scatoloni, pezzi di auto. Con gli ascensori rotti, le scale puzzolenti, il tubo di scarico delle fognature che perde nelle cantine con le porte di alluminio divelte e la spazzatura stipata anche lì. Sono «un buco nero» i tre palazzoni Aler di via Bolla, nel quartiere Gallaratese di Milano, quasi tutti occupati da rom e bosniaci, dove la convivenza con gli italiani e i pochi residenti regolari è diventata «impossibile».
    Dopo una settimana complicata, poco prima delle 21 di venerdì sera, l'esasperata situazione è culminata in una rivolta, su cui subito si è aperto lo scaricabarile della politica: in strada si sono fronteggiate una sessantina di persone, con mazze e bastoni. Bosniaci e serbi da una parte, italiani e qualche magrebino dall'altra. Sono volate due bombe carta, e sembrerebbe – ma non c'è conferma – anche qualche colpo di pistola. Il questore Giuseppe Petronzi ha inviato dieci volanti e cinque camionette del reparto mobile per sedare la maxi-rissa. Il bilancio all'una di notte, quando i poliziotti sono andati via, era di un bimbo di due anni, un 17enne, una donna e tre romeni finiti in ospedale con ferite lievi.
    «Hanno iniziato a festeggiare alle 14. Musica a tutto volume, balli, alcol. Un copione sempre uguale», racconta Elisa, che non vuole comparire col vero nome «perché mi hanno già minacciata più volte. Questi si comportano come le bestie, fanno i bisogni nel cortile, sulle scale, picchiano le donne, si ubriacano. Venerdì hanno iniziato a sgommare con le auto - spiega - lo fanno sempre rischiando di investire qualcuno».
    Così un ragazzo che vive qui, uno dei pochissimi residenti regolari «è uscito a protestare. A chiedergli di smetterla». Questo sarebbe bastato a far esplodere la rissa, che ha coinvolto anche gli abitanti dei palazzi di fronte, «scesi a dare una mano. I bosniaci hanno preso le assi di legno, le mazze di ferro, se la sono presa anche con un uomo marocchino venuto ad aiutarci, gli hanno distrutto l'auto». Elisa guarda la Bmw con targa francese e vetro in frantumi ancora parcheggiata nel piazzale. «Ci promettono che riqualificheranno, ma nessuno fa niente».
    Dice un rom che fa su e giù dal suo camioncino pieno di monitor di computer indicando un gruppo di giovani bosniaci: «Guardi al primo piano. Si mettono là a spacciare droga, anche ai ragazzini». Non sono solo gli italiani e i regolari a lamentarsi: «Siamo stanchi, siamo stati abbandonati da tutti, dai politici, dallo Stato. Queste palazzine sono tutte occupate da più di dieci anni, da quando è stato sgomberato il campo rom di via Triboniano e sono venuti qui. Tre mesi fa è arrivato un nuovo gruppo di bosniaci che ci costringe a vivere in maniera inaccettabile - scuote la testa un uomo sulla sessantina che si allontana con il figlio - Cosa aspettano a intervenire? Che ci scappi il morto? » .
    La situazione di questi fatiscenti palazzoni gestiti da Aler per conto di Regione Lombardia - che ora sta valutando di «ricorrere all'ausilio dei militari dell'esercito» - negli anni è sempre più degenerata. Mai il degrado è stato sanato da chi, nel complesso popolare, dovrebbe far rispettare le norme minime di convivenza, igiene e sicurezza.
    E mentre il commissario provinciale della Lega, Stefano Bolognini, e il deputato leghista Igor Iezzi invocano l'intervento della ministra Luciana Lamorgese, il Comune punta il dito contro Aler e Regione. «Non possono continuare a scappare dalle proprie responsabilità, altrimenti qualcuno li commissari: Milano non può permettersi cose così», dice l'assessore Marco Granelli. Aggiunge il collega Pierfrancesco Maran: «Le case popolari di via Bolla, come quelle di San Siro o di via Gola, sono della Regione, attraverso il gestore Aler. È uno dei motivi per cui non c'è interesse da parte dei proprietari a risolvere i problemi, tanto la colpa politica ricade sul sindaco, non su di loro. Quando abbiamo proposto la fusione con Aler il motivo era proprio questo: non puoi cambiare le cose se non da dentro. Ci hanno detto di no, perché a loro va bene così».
  6. LA POLITICA PREFERISCE OCCUPARSI DELLE MASCHERINE INUTILI E COSTOSE CHE DEL PO , BRAVI ELETTORI DI DALEMA & C: Il Po ha sete e si prosciuga a vista d'occhio in una siccità mai vista da 70 anni. Le temperature sopra la media di anche quattro gradi e la persistente assenza di piogge stanno mettendo a dura prova il bacino padano che di acqua ha più che mai bisogno per la sua agricoltura, per il settore idroelettrico, per combattere i cunei di salinità che dall'Adriatico avanzano nell'entroterra e si propagano nelle falde.
    In certe aree del delta l'irrigazione delle colture è sospesa e i pioppi che una volta tenevano gli argini ora muoiono perché le loro radici profonde pescano nell'acqua salata. Dalle Alpi non arriva nulla di buono, la neve si è sciolta da tempo, i laghi sono ai minimi storici e gli invasi sono all'asciutto.
    Il grande fiume che una volta faceva paura per la sua irruenza ora fa compassione. Sono lontani i tempi quando le sue rotte devastavano la pianura e portavano via interi paesi. Come Guarda ferrarese che ancora oggi ha la chiesa rivolta alla riva e davanti non c'è più nulla perché il froldo su cui stavano assiepate le case se l'è portato via la rotta che Bacchelli descrive nel Mulino del Po. Tutto sembrava fragile davanti alla forza del Po e quel ponte di barche che ingentiliva il paesaggio fra Ro ferrarese e Polesella diventava un presepio quando d'inverno si copriva di neve. Le sue luci tremavano al passaggio delle onde nere che avvolgevano gli scafi.
    Ora colossali ponti su piloni di cemento scavalcano sabbie bianche solcate da pochi rivoli. Nella battaglia di Polesella del 1509 i ferraresi riuscirono a sgominare una flotta veneziana proprio usando come arma la loro conoscenza del fiume e le sue acque. Non lo sapevano i veneziani che un'imminente piena avrebbe innalzato i loro galeoni esponendoli al tiro delle bombarde ferraresi nascoste sotto gli argini. E così fu un tiro a bersaglio per i cannonieri di Ippolito d'Este la fatidica battaglia che mise fine alla navigazione veneziana sul grande fiume.
    È forse sul delta che si percepisce meglio la fragilità dell'equilibrio fra terra e acque, nel paesaggio quasi desertico di una delle aree già storicamente meno piovose d'Italia. Come se la pioggia si sentisse un'intrusa a venire a cadere proprio qui in mezzo a tutta quest'acqua. Qui la terra è così giovane, appena emersa, che nella lontananza stenta a staccarsi dal cielo e anche dove sembra fitta di vegetazione, a vederla da vicino si rivela un canneto cresciuto nell'acqua. Lo si attraversa in barca e domani potrebbe non esserci più. Dalle nostre parti il Po è confine estremo, fine e inizio di tutto. Per sfida andavamo a farci il bagno, senza nessun piacere a annaspare in quell'acqua limacciosa e increspata di schiume, che sapeva di concime e di carburante.
    Ci faceva paura sentire i piedi che affondavano nella melma e l'acqua che ci avvolgeva pesante. Ci poteva trascinare via in un attimo se solo ci fossimo arrischiati ad allontanarci dalla riva. La vedevamo a pochi metri da noi la striscia infida della corrente. Ma poi potevamo dire che ci eravamo tuffati in Po. La stessa acqua marrone ce la ritrovavamo quando andavamo a sguatterare sulle spiagge nere del Lido di Volano, appena sotto la foce. Lì c'erano sdraio e ombrelloni a darci una parvenza di mare. Ma mancava lui, il grande fiume, con i suoi gorghi neri e le fredde correnti che ti tirano per i piedi.
    «Se scopro che vai a nuotare il Po ti lego a letto!» minacciava mia madre che nelle acque del fiume aveva perso una sorella. Io appena tornato a casa dopo il bagno mi cospargevo di borotalco per coprire la puzza di melma. Non per nulla dalle nostre parti buttarsi in Po è il gesto estremo di chi non ha più nulla da perdere. E ci veniva la pelle d'oca a sentire i nostri padri raccontare di quei tedeschi che nella disperazione della ritirata, non trovando più ponti, si erano buttati a nuoto credendo di potersi salvare.
    Ci tornano ancora i tedeschi sul Po, a Serravalle, dove il fiume si biforca, in uno squallido campo di bungalow, a pescare il pesce siluro. Si avventurano mezzi nudi e bruciati dal sole in barchette troppo piccole per le loro stazze, con in testa cappelli di cuoio da Indiana Jones. Sfoggiano canne sportive con mulinelli di lusso e lenze d'acciaio ai cui ami attaccano polli interi come esche per l'orrido pesce che qui nessuno mangia e loro invece si cuociono sotto i pioppi della golena bevendo birra calda e offrendosi in pasto alle zanzare nella fradicia notte ferrarese. Anche questo è un insulto al grande fiume.
    Venendo dalla campagna il Po si annuncia con il suo maestoso argine, che sembra la muraglia di una città scomparsa. Era un traguardo arrivarci in bicicletta nelle sere d'estate e salire ad ammirare quell'acqua nera che scorreva via rabbiosa e veloce. Tornavamo a casa quasi sollevati di avergli reso visita, spinti da un vento leggero che ci piaceva pensare fosse lui a mandarci per facilitarci il ritorno
  7. LA VERA DEMOCRAZIA USA :David Hogg è uno dei superstiti della strage al liceo di Parkland, in Florida. Era il 14 febbraio del 2018 quando Nikolas Cruz, 19 anni, aprì il fuoco sui ragazzi della Marjory Stoneman Douglas High School uccidendone 17. Un mese dopo duecentomila persone marciavano lungo il Mall di Washington, Hogg aveva lo striscione di "March for our lives", il movimento che subito dopo la tragedia della sua scuola aveva contributo a fondare.
    Quattro anni dopo quella marcia scandita dallo slogan "Never again" (mai più), la storia e la cronaca si sono prese beffe di quella speranza e David è sul palco in una Washington grigia segnata da una leggera pioggia e ricordare gli ultimi mass shooting come una sequenza dell'orrore, Buffalo, Uvalde, Pittsburgh. Il "Never again" di allora, annichilito da una serie di stragi nel 2018 (sinagoga a Pittsburgh, un locale a Thousand Oaks in California, un ufficio a Virginia beach, decine le vittime in totale) è diventato oggi "È tempo di cambiare" ed è un invito, meglio un avvertimento al Congresso a evitare preghiere e pensieri vari, peluche e fiori sui luoghi della strage, e a fare invece una legge. «I bambini non si sostituiscono, i senatori sì», dice mentre migliaia di liceali, famiglie con bambini, quasi cinquantamila persone, si assiepano sulla distesa erbosa con la Casa Bianca alle spalle.
    Lisa Augenbach ha 56 anni ed è arrivata con le figlie da una contea del Maryland. «Stiamo vivendo una crisi nazionale», ha detto alla Reuters. Sullo sfondo ci sono migliaia di fiori arancioni e bianchi. Simboleggiano le vittime dei mass shooting, cinquemila lo scorso anno. Gli amplificatori rilanciano canzoni di Ed Sheeran e Harry Styles, i prediletti di questa generazione di liceali che indossano una maglietta blu con la scritta "March for our life".
    Il Washington Post ha contato quanti studenti hanno sperimentato sulla propria pelle un mass shooting. Ha contato non solo vittime (185) e feriti (369), ma tutti coloro che hanno vissuto nel terrore durante l'assalto nascondendosi nelle classi, trincerandosi nei bagni, accucciandosi sotto i banchi o hanno fatto come Miah Cerillo, 11 anni, superstite di Uvalde che al Congresso questa settimana ha raccontato di essersi salvata fingendosi morta e cospargendosi il corpo con il sangue dei compagni uccisi.
    Ebbene sono 311 mila sparsi in 331 scuole gli studenti che dal 20 aprile 1999 (strage di Columbine) sono stati toccati da un mass shooting. Numeri impressionanti.
    Carly, insegnante 24enne all'Hood College di Frederick diventata consulente scolastico, rivela che convive con l'incubo delle armi. «Mi segue ogni volta entro in classe». Continua ripetutamente a verificare se le porte delle classi e gli ingressi dell'istituto sono ben chiusi. «A mia mamma ho detto: se morirò a scuola un giorno ho bisogno che tu ti batta perché cose così non succedano più».
    Joaquin Oliver è morto a Parkland e il padre Manuel ieri era accanto a Hogg sul palco. E ha sferzato il Congresso. «I nostri figli non andranno a scuola fino a quando il Congresso non avrà fatto qualcosa», ha tuonato in un gesto di sfida che riassume quanto ormai la questione armi e violenza - nelle scuole come nei supermercati o in altri luoghi pubblici d'America - sia ben oltre la soglia della tolleranza.
    Biden da Los Angeles ha dapprima twittato unendosi all'appello dell'America perché si faccia una legge, poi ha invitato a «continuare a marciare» per non tenere alta la pressione sui legislatori.
    Il senatore Chris Murphy, il più agguerrito sostenitore di una legge che limiti armi e violenze, sta lavorando a un testo che introduca forme minime di controllo su chi acquista armi. Ha detto di essere fiducioso di poter portare dalla sua 10 repubblicani, quelli che servirebbero per superare l'ostruzionismo e avere una legge, modesta, ma pur sempre qualcosa, come ha riconosciuto la Casa Bianca. Giovedì invece la Camera ha approvato una norma restrittiva che impone vincoli di età per l'acquisto di armi e altre restrizioni. Troppo per i repubblicani. Al Senato non passerà. Nonostante David Hogg e i superstiti di Parkland, il racconto di Miah e quei 331 mila ragazzi che hanno visto con i loro occhi un mass shooting. —
  8. L'IDROGENO PER AUTO SI PUO' PRODURRE SUBITO NEI DISTRIBUTORI:  Le ambizioni commerciali di Stellantis non si fermano alle automobili, ma il gruppo punta a conquistare pure la leadership mondiale nel mercato dei veicoli commerciali (Lcv): in programma c'è un'offensiva di 26 nuovi lanci e offerte elettriche. Nel 2021 la multinazionale ha venduto globalmente oltre 1,8 milioni di veicoli commerciali leggeri (Lcv), risultando al primo posto in Europa e Sudamerica.
    In Italia, la quota di mercato è stata del 50% e nei primi tre mesi del 2022 è cresciuta ancora. Di rilievo i numeri fatti segnare dai van a basse emissioni: 25% del totale nel 2021, il 40% nel primo trimestre 2022. «Il nostro obiettivo è di spingere sulle proposte elettriche con tutti i veicoli commerciali dei nostri brand», spiega Gianluca Zampese, direttore per l'Italia della business unit Lcv: «Abbiamo un'offerta 100% elettrica per ogni segmento e guardiamo non solo ai grandi clienti ma anche a quelli retail, che svolgono un lavoro di prossimità».
    L'importanza che riveste questo business per Stellantis spiega perché l'azienda abbia deciso di portare al debutto la sua tecnologia elettrica Fuel Cell con i veicoli commerciali, alimentati a idrogeno. Quest'ultimo – conservato in tre serbatoi di fibra di carbonio da 4,4 kg di capacità totale – reagisce con l'ossigeno all'interno delle pile a combustibile da 45 kW di potenza: ne derivano vapore acqueo di scarto ed elettricità, immagazzinata in una batteria a litio da 10,5 kWh (si può ricaricare anche da una Wallbox in 90 minuti), a sua volta usata per alimentare il propulsore da 136 cv di potenza e 260 Nm di coppia motrice. I primi veicoli commerciali a idrogeno di Stellantis sono quelli del segmento «medium», ovvero Citroën e-Jumpy Hydrogen, Peugeot e-Expert Hydrogen e Opel Vivaro-e Hydrogen, tutti basati sulla stessa piattaforma tecnica. I suddetti modelli, oltretutto, sono già disponibili in versione 100% elettrica alimentata esclusivamente a batteria.
    La doppia offerta a zero emissioni risponde alla logica della complementarietà tecnologica: se è vero che l'elettrico «tradizionale» consente di accedere alle ztl e decarbonizzare le flotte aziendali, è anche vero che a questi benefit l'elettrico a idrogeno aggiunge la possibilità di fare rifornimenti rapidissimi – i tempi sono gli stessi che servono per un pieno di gasolio – e permette una maggiore autonomia di marcia, circa 400 km omologati (350 derivanti dal pieno di idrogeno, 50 dalla batteria «tampone» carica). La fruibilità ringrazia. Due le carrozzerie disponibili: da 4,95 e 5,3 metri di lunghezza, con una volumetria del vano posteriore rispettivamente di 5,3 e 6,1 metri cubi, gli stessi delle edizioni termiche, un carico utile e una capacità di traino di una tonnellata.
    Al volante della Peugeot e-Expert Hydrogen si apprezzano la silenziosità e la fluidità di marcia forniti dalla meccanica elettrica, nonché la robusta erogazione di coppia: le tre modalità di guida ottimizzano la spinta o l'autonomia, quest'ultima sostenuta ulteriormente dalla funzione «brake» che, quando si alza il piede dall'acceleratore, sfrutta al massimo l'inerzia del veicolo per recuperare energia.
    Certo, le stazioni che erogano idrogeno sono appena 200 in tutta Europa, di cui 150 concentrate fra Francia e Germania (in Italia ce ne sono appena un paio), che faranno da mercati apripista. Tuttavia, le stime parlano di una rete che salirà a 2.500 punti di rifornimento entro il 2030. Per questo, se oggi i sopracitati van a idrogeno sono prodotti in circa 1.000 pezzi all'anno, nel 2024 potrebbero già essere 10 mila: in tal senso contribuiranno i prossimi Lcv a idrogeno di grandi dimensioni e i truck «heavy duty» per gli Usa.
  9. IL POTERE MAFIOSO : L'abbraccio avvelenato tra ‘ndrangheta e pezzi di politica a Torino nella sconfinata prateria delle consultazioni elettorali non è più un tabù da almeno 12 anni, da quando cioè, una lunga serie di indagini della direzione distrettuale antimafia, ha raggiunto un upgrade investigativo tale da portare gli inquirenti a superare il livello militare dell'associazione investendo tempo e uomini nelle cosiddette «relazioni esterne».
    Il primo a farne le spese è stato Nevio Coral, plenipotenziario sindaco di Leini condannato a 8 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. I boss al telefono lo chiamano «il nostro giocattolo», ma cosi sintetizzata, questa storia rischierebbe di alleggerire il peso dei fatti. E allora meglio citare una conversazione in cui gli affiliati restituiscono la vera cifra di quella simbiosi: «È il nostro biglietto da visita con le banche» dicono al telefono. «Perchè se andiamo noi ci salta la magistratura addosso».
    I pm ci arriveranno comunque mettendo in piedi la più grande operazione della storia contro la ‘ndrangheta torinese: Minotauro. Nome evocativo, fatti concreti. Rapporti che si saldano nell'indifferenza comune. Come se il modo di Coral di gestire i rapporti di potere con esponenti delle cosche fosse un caso isolato, una temeraria scelta personale che mal si accoppia con il virtuosismo piemontese nell'amministrare consenso e territori. Niente di più falso. La smentita, fragorosa, arriverà un anno dopo: operazione Colpo di Coda. Emerge la centralità nell'urna di Bruno Trunfio, già assessore ai lavori pubblici nel comune di Chivasso e uomo forte dell'Udc cittadino.
    Si legge agli atti dell'epoca come «la strategia del sodalizio criminale fosse volta a favorire una sola delle due liste in corsa onde rendere necessario il secondo turno delle elezioni». Detto, fatto. Chiuso il primo turno i boss esclamano al telefono: «Adesso dipende tutto da noi. Da chi decidiamo di appoggiare». Ma siccome la ‘ndrangheta non è di destra né di sinistra, semplicemente vota – come dice il procuratore Nicola Gratteri – per quello che ritiene il cavallo vincente, ecco l'accertata (investigativamente, non penalmente) partecipazione alle primarie del Pd di Torino nel 2011. Nessuno dei soggetti – onorevoli, consiglieri regionali – che contattarono i boss per chiedere appoggio elettorale fu mai indagato. E in fondo – dissero un po' tutti – nessuno sapeva della portata criminale degli interlocutori. Salvo il gettonatissimo (nei corridoi della politica) slogan "Giù le mani dalle primarie" che però, a onor del vero e ancora di più col senno di poi, andava detto alla ‘ndrangheta più che ai cronisti.
    L'onda lunga dei tentativi di infiltrazione nella politica delle cosche ha vissuto altre stagioni, altri episodi finiti nelle carte delle inchieste pur non sempre arrivando ad assurgere a fatto penalmente rilevante. A Volpiano ad esempio, alcuni recenti arrestati dell'operazione Platinum-Dia conversavano con più di un governante promettendo appoggio elettorale, ma già anni prima sarebbe bastato ascoltare l'intercettazione tra un esponente della famiglia Agresta e il defunto boss Giuseppe Gioffrè allarmati dalla pubblicazione su La Stampa dei verbali del collaboratore Rocco Varacalli: «Menomale – dice quest'ultimo che c'ho tre, quattro assessori e gli ho spiegato le cose: ma dov'è ‘sta ‘ndrangheta?». Replica il giovane rampollo: «E certo! Che sennò i voti la prossima volta chi glieli trova?». Negli stessi anni, siamo a cavallo tra il 2007 e il 2008, a Moncalieri si votava per il sindaco. E i carabinieri del reparto operativo di Locri, ascoltavano un boss di rango, poi arrestato e condannato a 15 anni di carcere. Parlava col cugino, il cui figlio era candidato al consiglio comunale per il centrosinistra. Discettavano sulle persone da contattare per un appoggio elettorale: tra questi figurano affiliati alle pericolosissime famiglie di 'ndrangheta Marando-Spagnolo. L'informativa che pur ipotizzava un reato elettorale non si tramutò in un procedimento penale con contestazioni, ma i fatti – se di rapporti-contatti scomodi si parla – restano.
  10. CORRUZIONE MASSSIMA : L'appuntamento è vicino alla stazione di Porta Nuova. Rizwan, pakistano, ha bisogno del permesso di soggiorno. Gli serve in fretta, per lui 3 anni di attesa sono troppi. E quel mediatore della questura, che parla la sua lingua e che si è offerto di velocizzare la pratica in cambio di 2000 euro, gli è parso l'unica opzione.
    Chi scappa da guerra, fame, miseria, è disposto a tutto pur di salvarsi. E quella disperazione Farhad Bitani, mediatore e scrittore, fuggito dall'Afghanistan e arrivato in Italia come rifugiato politico, la conosce bene. Come la conoscono i due poliziotti dell'ufficio immigrazione, il commissario Alessio Nettis e l'agente scelto Alessandro Rubino, che dagli sportelli di corso Verona raccoglievano richieste di permesso di soggiorno e di protezione internazionale. Da ieri sono in carcere, insieme ad altri sei, considerati degli intermediari, con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Ventiquattro, in tutto, gli indagati. Secondo la procura, i tre si facevano pagare dai migranti per velocizzare il rilascio dei documenti. «Mostrando - scrive il giudice Edmondo Pio nell'ordinanza - la più totale indifferenza rispetto alle regole e il più totale spregio delle istituzioni».
    Bitani si rivolge a Rizwan: «Se decidi di seguire la mia strada, ti risolvo i problemi». Lui prima tentenna. Bitani rilancia: gli dice che può aiutarlo anche nella Commissione territoriale e pure nella ricerca di un lavoro. Rizwan, alla fine, accetta. Gli consegna 1000 euro, ma passa un mese e non si sblocca nulla. Prova a chiamarlo. Rigorosamente su WhatsApp, questi sono i patti. Perché, così si legge negli atti, «per le comunicazioni gli indagati ricorrevano ai social o ad applicazioni di messaggistica per eludere eventuali indagini».
    Rizwan chiama. Bitani, «innervosito», gli ribadisce di non cercarlo. Passa altro tempo. E la pratica rimane lì, ferma. Il mediatore tranquillizza Rizwan, gli assicura che sarà presente alla commissione che deve decidere sulla sua richiesta. Millanta. La commissione si riunisce, Bitani non c'è, l'istanza viene rigettata. E così anche le altre. Perché nel frattempo gli accertamenti hanno preso il via: gli agenti dell'ufficio immigrazione della questura hanno riscontrato delle anomalie in centinaia di pratiche e ci vogliono vedere chiaro. Indagano, insieme ai colleghi della squadra mobile, coordinati dal pm Gianfranco Colace. E tutte le pratiche "dubbie" restano in stand by. O meglio: in fase di valutazione.
    Le difficoltà di chi cerca protezione in un altro paese, i due poliziotti e il mediatore le sentono quotidianamente. Storie di timori e di speranze. Come quella di Bilal, a cui serve il permesso di soggiorno per il ricongiungimento familiare con la moglie e le figlie. Gli inquirenti la ricostruiscono così. Un amico dice a Bilal che «quel Rubino sa tutte le leggi, le regole, come funzionano». Però c'è da pagare: gli aiuti hanno un loro tariffario

 

 

 

12.06.22
  1. LE 2^ GENERAZIONI DI IMMIGRATI SI ESTRANIANO SEMPRE DI PIU' DAL MONDO CIVILE NELLE PERIFERIE SEMPRE PIU' INAVVICINABILI DAL MONDO CIVILE CON UN INTOLLERANZA INACCETTABILE .
  2. RICATTO ELETTORALE REALE :    L'impatto del combinato disposto Bce-guerra-inflazione rischia di ridurre gli spazi di manovra per il Governo, proprio mentre le fibrillazioni politiche all'interno di una maggioranza sempre più divisa, paiono destinate a salire ancora in vista della manovra di bilancio a ridosso delle elezioni politiche della Primavera 2023. «È ancora presto, ma con le elezioni, considerate cruciali, che si terranno l'anno prossimo in Italia, Spagna e Grecia, il rischio politico potrebbe tornare a interferire con il modo in cui la Bce deve e può impostare la politica monetaria» osserva Azad Zangana, senior european economist e strategist di Schroders.
    Timori condivisi anche da Marco Piersimoni, Senior Portfolio Manager di Pictet AM che sottolinea come a preoccupare dell'Italia non sia tanto il rischio instabilità, quanto «la ripetizione di quelli che il mercato ha percepito come errori commessi nei passati momenti di crisi dello spread». Come a dire il mancato raggiungimento degli obiettivi di riduzione del debito in nome di promesse elettorali non ha fatto altro che aumentare la diffidenza degli investitori nei confronti dell'Italia.
  3. MODELLO POST FASCISTA : Perché Boris Johnson non ha sanzionato il suo oligarca russo preferito, Alexander Lebedev, ex colonnello del Kgb a Londra, poi banchiere, da cui Johnson andava a feste allegre nelle ville italiane del figlio Evgheny in Umbria, solo e senza scorta? Lebedev avrebbe stretti legami con Putin, secondo un report dell'intelligence italiana, e è il padre dell'amico intimo di Johnson, Evgeny Lebedev, fatto addirittura lord Siberia da Johnson.
    In che modo Dmitry Rybolovlev ha evitato di essere sanzionato? Forse perché aveva fatto grandi favori a Trump e a una parte trumpiana ancora evidentemente presente nell'amministrazione americana? Questo miliardario e oligarca russo proprietario del Monaco calcio è ancora libero di viaggiare in tutto il mondo. Il suo yacht Anna, può navigare dove vuole e è appena arrivato in un porto sicuro a Bodrum, Turchia. Rybolovlev vendette la sua partecipazione in Uralkali, il più grande produttore russo di fertilizzanti al potassio, per 5,3 miliardi di dollari nel 2010. Ha comprato case e tenute in Europa per 1 miliardo di dollari (400 milioni solo per "La Belle Époque", un attico di Montecarlo in cui vive), l'isola greca di Skorpios, e la squadra di calcio del Monaco. Ma soprattutto, ha avuto buonissimi rapporti con molta parte trumpiana nell'amministrazione americana. Nel 2008 Trump vendette la tenuta di sei acri a Palm Beach proprio a Rybolovlev: un colpo di fortuna immobiliare, diciamo così, che ha fruttato a Trump 95 milioni di dollari, dopo che ne pagò appena 41 per la proprietà solo quattro anni prima. Un finanziamento illecito dai russi, più che una vendita? Tutta l'operazione meritò diverse pagine nell'inchiesta di Robert Mueller sull'interferenza della Russia nelle elezioni Usa 2016. Quell'America esiste ancora, nonostante Biden.
    Perché Vladimir Potanin, 61 anni, un patrimonio netto di 28,9 miliardi di dollari, è stato colpito solo dal Canada, e solo di recente, mentre è graziato da Usa e Ue? Potanin, ex alto funzionario sovietico, ex vice primo ministro di Boris Eltsin nel 1996 e nel 1997 (fu l'uomo che si occupò della privatizzazione di varie imprese statali, assieme ad Anatoly Chiubais), spese 2,5 miliardi di dollari per Sochi (le Olimpiadi ordinate da Putin). Forse i motivi per cui solo il Canada finora l'ha messo sotto sanzioni è che Potanin dirige Norilsk Nickel, il più grande produttore mondiale di nichel. Fondamentale per semiconduttori e industria informatica. L'altro motivo è che Potanin ha investito molti dei suoi soldi nel sistema di arte e gallerie americano: solo dopo l'attacco della Russia all'Ucraina si è dimesso dal consiglio di fondazione del Museo Guggenheim, per fare uno dei possibili esempi. Arte e cultura sono sempre stato il più potente sistema di ripulitura dell'immagine per la cleptocrazia russa. Forse è questa l'unica spiegazione che può salvare Leonid Mikhelson, 66 anni (25,5 miliardi), anche lui colpito solo in Canada: fondatore e presidente del produttore di gas Novatek e azionista del 36% nella società petrolchimica Sibur, Mikhelson comprò alcune delle sue azioni Sibur da Kirill Shamalov, l'ex genero di Putin. Alcuni esperti hanno detto a Blooomberg che avevano in parte evitato i primi round di sanzioni a causa delle loro partecipazioni in enormi società metallurgiche ed energetiche.
    Molti oligarchi che operano nei metalli si salvano per questo, probabilmente. Igor Altushkin è il fondatore e il maggiore azionista della Russian Copper Company, il terzo produttore di rame del paese. È un sostenitore chiave della Chiesa ortodossa russa. Colpire il rame è rischioso, perché serve nell'industria dei computer. Iskander Makhmudov, nato in Uzbekistan, è il principale proprietario del conglomerato di metalli UGMK, che controlla 300 compagnie minerarie sparse in tutta la Russia. UGMK finanziò con 100 milioni l'arena del ghiaccio Shayba per le Olimpiadi di Sochi 2014, che poi "donò" al Cremlino.
    Come mai Vagit Alekperov è stato sanzionato solo nel regno Unito? Ex viceministro del petrolio e del gas nell'ultimo governo sovietico, Alekperov ha fondato la Lukoil nel 1991 come impresa statale, poi diventata privata (ma sempre sua) nel '93. Ora produce il 2% del petrolio mondiale, ma Alekperov è riuscito parzialmente a sfangarla (tolto il Regno Unito) perché si è dimesso da Lukoil, e perché era visto dall'Occidente come un contrappeso al boss plurisanzionato di Rosneft, Igor Sechin.
    L'elenco è in continuo mutamento. E piano piano, in fondo, l'Occidente li sta andando a prendere tutti. I repubblicani americani sostengono che stanno evitando sanzioni oligarchi in qualche modo connessi al figlio di Biden: per esempio Vladimir Yevtuchenko, con cui Hunter Biden in anni remoti discusse un affare, e B. Ivanishvili, oligarca russo potentissimo in Georgia, azionista di Gazprom. Va anche detto che non sono pesci grossi come Potanin, Rybolovlev, e ovviamente Abramovich, sanzionato dall'Ue ma non dagli Usa: Zelensky stesso chiese alla Casa Bianca di non colpirlo, quando sperava che Abramovich potesse fare qualcosa per la "trattativa". Le cose andarono diversamente. Abramovich fu avvelenato, da falchi del Cremlino, dissero alcuni degli altri avvelenati. Ora gli Stati Uniti gli stanno andando a prendere due dei mega jet, che Abramovich ha portato a Mosca, utilizzando come motivo legale il fatto che ha violato la legge che vieta il trasferimento di questi beni in Russia.
  4. PUTIN= STALIN : Nel novembre 1979, «Commentary Magazine» pubblicò uno degli articoli più importanti del XX secolo intitolato «Dictatorships and Double Standards» (Dittature e doppiopesismo) firmato da Jeane J. Kirkpatrick, che sarebbe diventata ambasciatrice del presidente Ronald Reagan presso le Nazioni Unite. Nel suo articolo, l'autrice spiegò che i regimi autoritari di destra controllavano soltanto le leve del potere e quindi non interferivano con i «ritmi abituali» delle società tradizionali, né tendevano alla rivoluzione. Di conseguenza, lasciavano integri i loro Paesi. I sistemi e le ideologie comuniste, invece, ambivano a ricostruire daccapo le società, sostenendo di avere «la piena giurisdizione su tutta la vita» dei loro popoli, e quindi li annientavano del tutto, completamente, per i decenni a venire.
    Anche se Kirkpatrick si concentrò perlopiù sui regimi comunisti del Terzo Mondo (così era chiamato ai tempi il mondo in via di sviluppo), non esiste migliore esempio della Russia, una società europeizzata soltanto in modo superficiale e che ha vissuto oltre settant'anni di comunismo. Quando il sistema sovietico crollò definitivamente nel 1991, non si ottenne stabilità, bensì un decennio di semi-anarchia. Con un lascito simile, la tirannia di Vladimir Putin seguì in modo organico.
    Putin è stato descritto accuratamente come un fascista, a causa del suo culto della personalità e del suo feroce assalto ultranazionalista all'Ucraina. Tuttavia, poiché l'estrema destra e l'estrema sinistra hanno sempre avuto in comune inspiegabili somiglianze nei rispettivi metodi di controllo e nella demonizzazione dei nemici, è anche vero che il modello di governo di Putin è stato di stampo sovietico. Putin è riuscito a mettere insieme un potere personale più grande di qualsiasi altro leader russo dai tempi di Stalin.
    Quando l'Unione Sovietica si disgregò, nel 1991, molti peccarono di ingenuità pensando che il comunismo sarebbe stato relegato in un passato irrecuperabile. Gli ultimi trent'anni hanno dimostrato di essere stati soltanto una falsa partenza per la Russia, perché i problemi del comunismo sono sempre tra noi. La Rivoluzione Russa non era stata predeterminata: fu l'esito di molti fattori vaghi e contingenti. Se lo zar Nicola II fosse rimasto al potere, quasi certamente la Russia si sarebbe evoluta in una monarchia costituzionale imperfetta e non nella sanguinaria mostruosità degli ultimi cento anni. Per tornare ancora a Kirkpatrick, l'opzione della destra evidentemente avrebbe danneggiato molto meno la Russia di quanto ha fatto l'opzione di sinistra.
    Nulla svela meglio il lascito sovietico di Putin dell'organizzazione e delle prestazioni dell'esercito russo nella guerra in Ucraina. I molti anni trascorsi al seguito delle forze di terra degli Stati Uniti mi hanno insegnato che un esercito occidentale si impernia sul corpo dei sottoufficiali e si costruisce a partire da esso, dai vari sergenti e caporali che impongono ai soldati fierezza e disciplina. L'esercito russo che Putin ha mandato in Ucraina è pressoché privo di sottoufficiali. Nelle piccole guerre combattute da Putin in passato, ciò non era molto determinante, visto il ricorso a unità di mercenari e di forze speciali.
    Invece, nel grande esercito convenzionale russo dispiegato in Ucraina l'assenza di un corpo di sottoufficiali energici e competenti è stato decisivo. Questo spiega perché così tanti generali russi siano rimasti uccisi: invece di rimanere nelle retrovie a dirigere i movimenti e le operazioni su vasta scala, come in un qualsiasi esercito occidentale, i generali russi sono stati dispiegati direttamente al fronte, esponendosi e diventando così vulnerabili. L'esercito che nasce in una democrazia occidentale decentralizza il processo decisionale in verticale, lungo la scala di comando di tutti i ranghi. Un esercito che nasce da un sistema sovietico no.
    In nessun caso siamo prossimi a una Russia post-Putin. L'Occidente farà bene a essere paziente e comprensivo. La stessa Kirkpatrick fu cauta nell'imporre la democrazia alle società che ne avevano avuto scarsa esperienza. «In Gran Bretagna, occorsero sette secoli per percorrere la lunga strada che dalla Magna Charta portò all'Act of Settlement alle grandi Reform Bills del 1832, 1867 e 1885» ha scritto. Per quanto riguarda la storia americana, «non offre motivi migliori per ritenere che la democrazia possa nascere in modo facile, rapido o su richiesta».
    Daniel Patrick Moynihan ci ha ricordato che la verità conservatrice di fondo è che il successo di una società è determinato dalla cultura, non dalla politica. La cultura russa continua a essere vittima di un pluridecennale regime rivoluzionario di sinistra seguito da una variante putiniana. La decadenza del suo esercito riflette le forze oscure presenti nella società e nella politica russa nel loro complesso – forze che quasi certamente si paleserebbero nel caso di un vuoto di potere.
  5. LA MAFIA ED IL GOVERNO : Due arresti a distanza di 48 ore nella coalizione che candida l'ex rettore Roberto Lagalla a sindaco di Palermo: dopo il caso di Pietro Polizzi nelle fila di Forza Italia, a finire in carcere ieri è stato un esponente di Fratelli d'Italia, Francesco Lombardo, inserito nella lista che corre per il Consiglio comunale.
    Anche lui è accusato di voto di scambio politico-mafioso, per avere chiesto preferenze a Vincenzo Vella, boss di corso dei Mille temporaneamente fuori dalle patrie galere. Sembra un arresto-fotocopia di quello di Pietro Polizzi, candidato nella lista di Forza Italia, fermato mercoledì con un altro capomafia, Agostino Sansone, tra l'altro fratello del padrone della lussuosa villa in cui abitava Totò Riina. Di nuovo si scatena il putiferio, quando ormai mancano poche ore all'apertura delle urne che, a Palermo, decideranno chi sarà il successore dell'eterno Leoluca Orlando. Nel suk elettorale del capoluogo siciliano, in una campagna segnata da polemiche e veleni sul ruolo di Cosa nostra, a partire dal ruolo svolto da Marcello Dell'Utri e Totò Cuffaro, il centrodestra aveva avuto un attimo di respiro ieri mattina, dopo che su La Stampa era stata pubblicata la storia di Nicola Piranio. Lui, figlio di Biagio detto Gino, è candidato alla VI Circoscrizione con la lista Progetto Palermo, diretta emanazione del candidato sindaco di centrosinistra, Franco Miceli: il padre però è in carcere da maggio 2020, manco a dirlo, con l'accusa di mafia.
    Piranio, visto il clamore, si era affrettato a rendere pubblica la propria abiura rispetto al genitore, «con cui non ho rapporti da vent'anni». Poi, da caporalmaggiore dell'Esercito, si era definito uomo dello Stato e lontano dalla mafia: insomma, ce n'era quanto bastava perché l'aspirante primo cittadino Miceli lo definisse un novello Peppino Impastato, il militante di Democrazia proletaria ucciso nel 1978, figlio a sua volta di un mafioso di Cinisi.
    Lagalla e i suoi avevano replicato facile, evocando il doppiopesismo della sinistra, implacabile con i nemici e indulgente con i propri uomini e donne. Poi però nel pomeriggio è piombato il nuovo arresto, a complicare la corsa di Lagalla verso Palazzo delle Aquile.
    Francesco Lombardo era vicepresidente del Consiglio comunale di Villabate, un paesone dell'hinterland, e per tentare la scalata a Sala delle Lapidi si era dimesso. Poi era andato da Vella: fuori per un cavillo nonostante una pesante condanna, il mafioso era ovviamente monitorato dalla Squadra mobile, così come Agostino Sansone nel caso di Polizzi. La notizia dei nuovi arresti è stata diffusa poco prima che Lagalla, nella multisala Politeama, facesse l'ultimo appello prima del silenzio pre-elettorale: imbarazzato, colpito, dice che si dimetterà «da sindaco se emergeranno nomi di impresentabili dall'indagine dell'Antimafia e i partiti non li faranno dimettere». Con lui ci sono Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa: «La magistratura – dice l'esponente meloniano - avrebbe potuto aspettare qualche giorno in più vista la vicinanza con il voto, ma i pm avranno avuto esigenze cautelari, magari». Esigenze consistenti nella necessità di fermare il patto elettorale politico-mafioso.
    Quello che appare come un assist giudiziario al centrosinistra viene sfruttato al volo: «Lagalla si ritiri», dice il vicesegretario nazionale del Pd Giuseppe Provenzano. E Giuseppe Conte: «Noi incontriamo la gente che non arriva a fine mese, loro i mafiosi». Lagalla ovviamente resta in lizza, però il conto è pesante.
  6. PARTITI STRUMENTI DELLA MAFIA :Sono 18 gli "impresentabili" alle elezioni comunali, secondo le verifiche della commissione parlamentare Antimafia e ben 10 sono candidati in liste civiche. È questo il risultato dei controlli su 19.782 candidature annunciato da Nicola Morra, ex M5s, presidente della commissione. Tra i partiti il record negativo spetta a Forza Italia (4 impresentabili), poi ci sono Fdi, Pd, Noi con l'Italia e Cambiamo con Toti, con un nome ciascuno. Sono candidati bocciati in base al codice di autoregolamentazione, ma ai quali non viene impedito di presentarsi alle elezioni: si tratta perlopiù di persone che hanno processi in corso, ma non ancora sentenze definitive, per reati come corruzione, riciclaggio, concussione, traffico di rifiuti e via dicendo. Un bilancio che Morra commenta parlando di «situazioni imbarazzanti» e di «numero cospicuo», sottolineando che c'è stato un «aumento del 65%» rispetto alla volta precedente. Ma con numeri così piccoli è abbastanza poco significativa la variazione percentuale. Semmai è significativo che rapportando il dato sul totale dei controlli si ottiene che risultano "impresentabili" lo 0, 09% dei candidati esaminati.
    Tra le città è Palermo a contare il maggior numero di "bocciati", in tutto 4, seguita da Frosinone con 3, 2 a Mondragone (Caserta) e 2 in provincia di Cosenza. Un "impresentabile" anche a Ciampino (Roma), uno a Gorizia, uno a Barletta, uno a Verona, uno a Piacenza, uno ad Ardea (Roma) e uno a Taranto.
    A Frosinone, in particolare, è finito nella lista addirittura un candidato sindaco, Mauro Vicano, che si presenta con la lista "Per Frosinone se vuoi si fa": nei suoi confronti, sottolinea la commissione, risulta emesso un decreto che dispone il giudizio per «attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti». «Mai nascosto il procedimento, sono sicuro che ne uscirò estraneo» commenta Vicano. A Palermo, invece, c'è Francesco La Mantia ("Noi con l'Italia"), condannato in primo e secondo grado con un giudizio poi annullato dalla Cassazione, che ha rinviato tutto alla Corte d'appello, che parla di «un errore clamoroso». Sempre a Palermo, Salvatore Lentini di "Alleanza per Palermo", rinviato a giudizio per tentata concussione.
    E proprio nel capoluogo siciliano ci sono Giuseppe Milazzo, Fdi, rinviato a giudizio per concussione, e Giuseppe Lupo, Pd, anche lui a processo per corruzione. «Non ho nulla da vergognarmi – dice Milazzo –. È vergognoso essere in una lista definita di impresentabili senza mai essere stato condannato in primo grado». Franco Mirabelli, Pd, membro della commissione Antimafia assicura «pieno sostegno a Lupo: non può esserci un automatismo che porta a cancellare la credibilità di una figura come lui». Morra se la prende con i partiti: «Ci saremmo aspettati ben più collaborazione, non hanno facilitato queste verifiche. Ci siamo dovuti affidare al duro lavoro degli uffici giudiziari». Giuseppe Brescia, M5s, è contento: «Non ci sono nomi del Movimento 5 Stelle tra i 18 impresentabili». Lo stesso dice Gennaro Migliore, Iv: «Mi fa piacere che non c'è nessuno di Iv. Vuol dire che basta essere più attenti…
  7. DISCRIMINAZIONI BY USA : Alla fine Felicia Sonmez è stata licenziata. La giornalista che per una settimana ha messo in subbuglio il Washington Post invischiando il quotidiano in uno scandalo via Twitter in cui in mezzo c'è finito di tutto - accuse di sessismo, strascichi del #MeToo, il problema della diversità nelle redazioni, vecchi rancori e frustrazioni – è stata lasciata a casa. Per «cattiva condotta che include insubordinazione, diffamazione dei colleghi online e violazione degli standard del Post sulla collegialità e inclusività del posto di lavoro», si legge nella nota di licenziamento. Tutto era iniziato la settimana prima, quando il collega David Weigel aveva twittato una battuta considerata sessista fatta da un altro («Ogni donna è bi. Rimane da capire se sessuale o polare»). Sonmez lo aveva criticato, sia nella chat interna su Slack sia pubblicamente, chiedendo provvedimenti. Weigel si era scusato, aveva cancellato, ma la direzione del giornale aveva deciso di sospenderlo: un mese senza paga. Un provvedimento per alcuni necessario, per altri esagerato, figlio del clima troppo sensibile di cui oggi sono vittima le redazioni dei giornali Usa. Sarebbe potuta finire così, a chiederci se fare battute sulle donne sia ancora accettabile o meno, soprattutto se a divulgarle è un giornalista di uno dei quotidiani più blasonati al mondo, ma c'è di più perché da lì è nato un lungo e molto pubblico botta e risposta. Jose A.
    Del Real, ad esempio, ha sostenuto come tanti le lamentele di Sonmez definendo la battuta di Weigel «terribile e inaccettabile» ma ha anche detto che «farlo attaccare da tutta internet perché ha commesso un errore non risolve nulla». «Sottolineare il sessismo non è crudeltà, ma qualcosa di necessario», ha ribattuto Sonmez. La direttrice Sally Buzbee per due volte ha tentato di reprimere le pubbliche lotte intestine. «Non tolleriamo che colleghi attacchino altri colleghi né faccia a faccia né online. Il rispetto per gli altri è fondamentale per qualsiasi società civile, inclusa la nostra redazione», ha scritto in una nota ai dipendenti. Belle parole, rimaste tali. Il giorno prima di essere licenziata, Sonmez è tornata all'attacco criticando i colleghi che avevano definito il Post un posto di lavoro inclusivo e pieno di gente di talento, un luogo nel quale loro erano felici di lavorare. «È un ottimo posto di lavoro per loro», ha scritto in un lungo thread domandandosi se la struttura istituzionale del giornale funzionasse anche per «tutti gli altri» ovvero per i giornalisti non bianchi e non famosi. Una neanche troppo velata accusa di non inclusività, un problema che già il direttore precedente, Marty Baron, aveva dovuto affrontare. I problemi tra Sonmez e il Post non si limitano a oggi, ma vanno indietro nel tempo. Nel 2021 la giornalista aveva fatto causa (poi persa) per discriminazione perché quando Brett Kavanaugh era candidato alla Corte Suprema – ed era accusato di aggressione sessuale - le era stato proibito di seguire la vicenda: in quanto vittima di stupro e in quanto impegnata attivamente e pubblicamente in materia di molestie sessuali, si temeva non fosse imparziale. Nel 2020 poi l'episodio di Kobe Bryant: nel giorno della sua morte, Sonmez aveva twittato un articolo del 2016 che ricordava le vecchie accuse di stupro contro il giocatore. Baron aveva messo Sonmez in congedo amministrativo retribuito, dicendo che aveva mostrato «scarso giudizio» e che aveva «minato il lavoro dei suoi colleghi». Il congedo era terminato dopo che più di 300 dipendenti avevano firmato una lettera a suo sostegno. Tra loro anche David Weigel.
  8. LA CRIMINALITA' A TORINO: A Carmagnola e nei comuni limitrofi della cintura sud di Torino esiste una struttura della ‘ndrangheta calabrese. Rappresentativa di una ‘ndrina (famiglia mafiosa) originaria di un paesino vicino Vibo Valentia. Che da lì si è staccata per gemmare al Nord.
    In Calabria sono i Bonavota, qui sono gli Arone-Defina-Serratore-Garcea. Che dettano legge nel mondo nero a scavalco tra Torinese e Cuneese, disegnano le parabole criminali delle cosche. Stringono accordi con colletti bianchi, dialogano con pezzi della politica, entrano negli appalti, ricevono soffiate sulle indagini da qualche infedele. Comandano.
    Lo ha stabilito ieri, dopo 97 udienze, il Tribunale di Asti che ha pronunciato sentenza di primo grado del processo Carminius/Fenice. Al netto di alcune rumorose assoluzioni (13 su 29 imputati) l‘impianto eretto dalla Dda di Torino ha tenuto in larga parte al vaglio della Corte (presidente Alberto Giannone, a latere Claudia Beconi, Beatrice Bonisoli). La condanna a 5 anni dell'ex assessore regionale (e parlamentare) Roberto Rosso per voto di scambio politico mafioso e dell'ex vicepresidente nazionale delle Pmi Mario Burlò (avvocati Maurizio Basile, Domenico Peila), non possono oscurare il dato militare provato in giudizio. Semmai lo integrano.
    Perché le famiglie calabresi si interfacciano con il tessuto della città, sono conosciuti a pezzi delle istituzioni, mediano contrasti, capitalizzano rapporti. Una mafia con regole vecchie e ambizioni moderne. Che parte dal basso (anche profilo) e arriva in alto. A Rosso, ma non solo. Burlò, ad esempio, re dell'outsorcing in Italia con aziende e dipendenti, era finanche sponsor dell'Auxilium Basket e di altre società sportive. Un self made man che avrebbe favorito a più riprese l'associazione.
    La pena più severa è stata irrogata a Francesco Arone (18 anni e sei mesi) e ai suoi parenti Salvatore "Turi" Arone (17 anni e 9 mesi) e Raffaele Arone (15 anni e sei mesi), assolto Antonio Arone. Questa l'architrave della cosca (integrata dalle condanne in abbreviato di Antonio e Raffaele Serratore e Francesco Viterbo) di cui secondo i giudici faceva parte anche Antonino Defina (14 anni come partecipe). E' un imprenditore attivo su più fronti: dalle auto agli immobili. E' lui che nel 2014, da amministratore delegato rileva - attraverso la società Swapping srl di cui detiene solo il 33% - rileva un ex tempio della movida: lo Chez Nous, discoteca di Moncalieri all'epoca chiusa, in cui sono passate una decina di generazioni di torinesi. La Swapping acquisisce l'intero immobile per 215 mila euro, ma – scrive il Gico della Finanza coordinato dal tenente colonnello Enea Zanetti - non risultano stipulati contratti di mutuo e appare alquanto anomalo, considerata l'inoperatività della società». Assolto invece Antonino Buono, considerato dalla procura un rappresentante delle famiglie mafiose siciliane e mandante di diversi attentati incendiari tra cui quelli destinati all'automobile dell'ex assessore Alessandro Cammarata. Assolto da tutto.
    Stesso scenario per Francesco Pugliese accusato di concorso esterno, dipinto come uomo chiave di diverse concessionarie di vendita di automobili: l'accusa nei suoi confronti è caduta (come peraltro per Alessandro Longo). Derubricata la posizione di Ivan Corvino titolare di una agenzia immobiliare di Torino (ma originario di Moncalieri), difeso dal legale Saverio Ventura: non affiliato, ma fiancheggiatore. Il tribunale ha stabilito anche risarcimenti record: 100 mila euro per l'associazione Libera (avvocato Valentina Sandroni) e 250 mila euro per il Comune di Carmagnola.
    La sindaca Ivana Gaveglio spiega: «I reati che sono stati riconosciuti tali e puniti dal giudice hanno fatto capire che qualcosa, a Carmagnola, succedeva. Ci sono delle condanne importanti: in questi anni abbiamo vissuto con tensione ed emozione le varie fasi del processo».
  9. IL CORAGGIO DELLA COERENZA: Il Consiglio del dipartimento di Culture, politiche e società dell'Università boccia la proposta di un accordo di ricerca fra l'ateneo e Telt, la società incaricata di costruire la Torino-Lione, che avrebbe dovuto valutare l'impatto sociale, culturale ed economico della Tav sulla Val di Susa. Con 52 voti favorevoli e 42 contrari più 26 astenuti non è stato raggiunto il quorum della maggioranza dei votanti. L'episodio fa rumore perché è una delle rarissime volte in cui la proposta di un progetto di ricerca viene bocciata da un dipartimento. Si sarebbe trattato della seconda parte di un accordo sottoscritto nel 2020.
    La prima parte della ricerca è già stata effettuata, la votazione sarebbe servita a dare il via libera alla parte conclusiva, di fatto un'appendice di monitoraggio sul lavoro di ricerca. Ma questa seconda ricerca sarebbe stata portata avanti da società di mercato incaricate da Telt, dunque esterna all'università. L'ateneo che si sarebbe limitato a monitorare lo studio. Ecco il motivo del «no» al progetto: i due terzi dei voti contrari sono stati espressi dai rappresentanti degli studenti e dai giovani ricercatori.
    «Come ateneo noi avevamo messo insieme la metodologia e gli indicatori sulla base delle nostre competenze» spiega il direttore del dipartimento di Culture, politiche e società Francesco Ramella. Che aggiunge: «C'è stata una forte presa di posizione da parte dei rappresentanti degli studenti che hanno manifestato la volontà di non proseguire nell'accordo con Telt, ai loro occhi una società compromessa». L'esito del voto, prosegue il docente, «mi ha sorpreso perché è molto raro che venga bocciato un accordo».
    Non è la prima volta che Telt stringe intese con l'università. Nel 2019, ad esempio, il dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi portò avanti un progetto per studiare un corridoio ecologico e consentire la sopravvivenza di una specie di farfalla, protetta a livello europeo e trovata nell'area di espansione del cantiere di Chiomonte della Tav. Un provvedimento molto criticato, che però venne approvato. «Anche in quel caso - hanno sottolineato dal collettivo universitario Bonobo - le ricerche non portarono alcun beneficio ambientale, sono state solo un tentativo di ripulire l'immagine di Telt». E sull'accordo che non potrà essere attuato dicono: «Rifiutiamo una ricerca finanziata da soggetti responsabili della devastazione ambientale e della repressione della popolazione. Il ruolo della terza missione deve essere di ascolto del territorio per poter agire in suo supporto». —

 

 

11.06.22
  1. Gli effetti della guerra
    L'allarme povertà delle Nazioni Unite "Milioni di persone a rischio nel mondo"
    Un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite afferma che la guerra in Ucraina sta aumentando le sofferenze di milioni di persone in tutto il mondo a causa dell'aumento dei prezzi di cibo ed energia, che si aggiungono alle difficoltà causate da una crescente crisi finanziaria, dall'impatto della pandemia di Covid-19 e dai cambiamenti climatici. Il rapporto sottolinea inoltre che la guerra «ha esacerbato una crisi globale del costo della vita mai vista in almeno un'intera generazione» e sta mettendo a rischio l'obiettivo fissato dalle Nazioni Unite di porre fine alla povertà estrema nel mondo entro il 2030.
  2. LA VITA VINCE SEMPRE :    Il 19 giugno Sofia compirà 14 anni e festeggerà il suo compleanno camminando. E visto che è un'appassionata disegnatrice di cartoni al computer sta imparando a usare la mano sinistra per realizzarli, dato che la destra non ha ancora recuperato del tutto. È stata trasportata al San Raffaele di Roma il 4 marzo in condizioni davvero disperate, dopo aver assistito alla strage della sua famiglia. I suoi fratelli, Polina, 10 anni, Semyon, appena 5 anni, e i suoi genitori sono stati uccisi a Kiev in un agguato dai soldati russi. Tra le prime vittime civili della nuova barbarie. Anche lei è stata crivellata dai colpi, quattro ferite, di cui una al collo. A Roma è arrivata con la nonna Svitlana Levkova, che ha dovuto affrontare un bollettino tragico: tetraparesi. Una diagnosi che spesso lascia senza speranza. E invece Sofia ce la sta facendo, grazie alle cure, alla forza d'animo, alla grinta che ha tirato fuori questa ragazzina sorella di Polina, primo volto di bambina uccisa dalla follia di questa guerra imperialista. «Dal punto di vista neurologico la situazione era disperante: era praticamente paralizzata a tutti e quattro gli arti per un colpo di arma da fuoco al livello del collo che ha trapassato in parte anche il midollo cerebrale. Per pochi millimetri non ci ha rimesso la vita. Per fortuna sono stati lasciati indenni alcuni contingenti di fibre sui cui poi in questi mesi abbiamo lavorato» racconta il professor Paolo Maria Rossini, direttore del dipartimento Neuroscienze e neuroriabilitazione del San Raffaele. «Grazie al fatto che era rimasto qualcosa del midollo intatto e grazie alla giovane età, il sistema nervoso, che è molto plastico, è stato capace di riorganizzarsi. C'è stato un lento e progressivo miglioramento nell'arco di questi mesi al punto che lei oggi è in grado di camminare benino, con qualche incertezza sulla parte destra che era quella più colpita, ma regge bene il tronco, ed è avviata a un recupero quasi completo» spiega il professore. Meno buona è la situazione della mano destra, riesce ad articolare le dita ma la forza di trazione e la capacità di movimento è ancora deficitaria. Considerando che il midollo ha tempi di recupero fino a 12 mesi c'è da sperare che potrà avere una vita quasi normale. Una possibilità sulla quale all'inizio nessuno avrebbe scommesso. «Francamente non ci speravo, anche perché è arrivata in una situazione deficitaria, era ai minimi termini anche dal punto di vista psicologico. Ha trovato qui una giovane psicologa di origine ucraina che l'ha seguita, ha aiutato la bambina e la nonna anche dal punto di vista della traduzione. È chiaro che il grosso dell'impatto per Sofia sarà al momento del rientro perché si renderà conto che tutto quello che ha lasciato non c'è più. La famiglia è stata sterminata. La nonna per fortuna è abbastanza giovane ed è molto presente. Ma Sofia è una ragazza intelligente, forte, ha tutti i presupposti per farcela anche tenuto conto che questo per lei è anche il periodo della età critica, dell'adolescenza che incombe, è un momento difficile da tutti i punti di vista. Era in condizioni disperate, e ne uscirà in una condizione di quasi normalità», assicura Rossini, anche se la ragazzina dovrà continuare la riabilitazione almeno per tutto il 2022 per la mano destra.
    Sofia vuole tornare in Ucraina. Con la nonna che è una biologa e che prima della guerra gestiva una specie di zoo. Tutta la famiglia ama gli animali. I suoi genitori erano veterinari. «Resteremo finché sarà necessario, finché i medici non decideranno di dimetterla, ma vogliamo tornare a casa, a Kiev, vogliamo stare con il nostro popolo e ancora di più vogliamo che finisca questa guerra assurda, anche se l'Italia ci mancherà moltissimo», dice Svitlana Levkova. A Sofia mancano tanto i compagni di scuola, che ha ricominciato a sentire la scorsa settimana. «Mi ha detto che non avrebbe mai immaginato che la scuola le sarebbe mancata tanto» racconta la nonna.
    A quasi tre mesi dalla strage Svitlana ha finalmente affrontato con la nipote il lutto che condividono e che le segnerà per sempre. «Sono riuscite a condividere il dolore, inizialmente la nonna non voleva affrontare l'argomento perché temeva che avrebbe avuto un impatto deleterio sul recupero di Sofia», dice Kateryns Chesnevska, la giovane psicologa che dal 4 marzo segue la bambina. Invece è successo qualcosa di impensabile. Sofia, forse è una coincidenza chissà, ha reagito con ancora più forza. «Inizialmente aveva paura di cadere, non voleva mettersi in piedi perché si sentiva precaria. Dopo aver affrontato con la nonna il dramma della perdita ha smesso di averne. E ha fatto tutto da sola. Un giorno sono arrivata e mi ha fatto una sorpresa, mi ha detto: guarda cosa so fare e si è messa in piedi. Qualche giorno dopo ha fatto i primi passi. Si è esercitata da sola, come se avesse pensato che non aveva più nulla da perdere. Certo per ora sta in ospedale, quando tornerà a casa e rivedrà tutti gli oggetti, affronterà i ricordi, sarà difficile, ha capito che i suoi cari non ci sono più ma non ne parla molto. Ogni tanto racconta qualcosa della madre e della sorella, ma poco. Credo stia gestendo bene la situazione, nel modo giusto. Io non la disturbo troppo, quando lei ha voglia di parlarne lo fa. Ha pianto tantissimo. Però ha avuto coraggio. È una ragazzina molto forte. Con la nonna fissano degli obiettivi. Sofia le dice: tra un mese nonna ti prometto che faccio questo, tra una settimana faccio quest'altro. È molto matura non sembra una tredicenne», assicura la psicologa che ha conquistato il cuore di Sofia perché è un'insegnante di Taekwondo, uno sport che Sofia ha praticato per 4 anni. Sa già cosa vuol fare da grande. In Ucraina disegnava simil manga, ed era molto brava: ora non riesce a usare il braccio destro ma sta cominciando a disegnare con la sinistra. Ecco, nel suo futuro speriamo che ci siano davvero i cartoni. —
  3. LA GUERRA DEL LITIO CONTINUA :  Vladimir Putin non ha mai nascosto di nutrire un'ammirazione speciale per Pietro il Grande, un sentimento comprensibile per chi come lui è nato nella città fondata dallo zar che odiava il Cremlino e Mosca. Ma finora non aveva mai osato paragonarsi direttamente al fondatore della Russia moderna, dichiarando – con un raro sorriso – che «a noi è toccato in sorte fare quello che faceva Pietro», cioè «riportare indietro le terre russe e consolidarle». Una interpretazione molto innovativa della storia russa, visto che finora il terzo sovrano della dinastia dei Romanov veniva immortalato in libri e monumenti proprio per aver ampliato i confini russi in guerre di conquista che hanno permesso alla Russia di aprirsi l'accesso al mare e costruire la sua prima flotta, strappando territori nel Baltico. Ma per il presidente russo, «Pietro non ha tolto nulla» agli Stati limitrofi, ma anzi ha «riportato indietro territori storici», dove accanto ai finlandesi «abitavano da sempre tribù slave». Non sono mancati altri paralleli con l'attualità: la regione dove è stata fondata Pietroburgo «non veniva riconosciuta dall'Europa che la considerava territorio svedese», e Pietro «era pronto a guerre lunghe, incredibile come non sia cambiato niente!», ha detto Putin ai giovani imprenditori.
    Diverse persone che avevano avuto modo di dialogare con il presidente russo sostengono che lui sia molto ansioso di iscrivere il suo nome nei manuali di storia. Ma quello che ha lanciato ieri ai festeggiamenti per i 350 anni del fondatore dell'impero russo, è un messaggio esplicito quanto inquietante: Putin si colloca al fianco di Pietro I, promettendo nuove espansioni territoriali della Russia. Il «riportare indietro le terre russe» era già stato formulato come obiettivo nella teoria putiniana del "mondo russo", in base al quale Mosca rivendicava diritto a intervenire ovunque si parlasse russo. Una equazione lingua-popolo-ideologia che in buona parte ha giustificato anche l'invasione dell'Ucraina, che Putin nel suo saggio "storico" pubblicato un anno fa dichiarava abitata dallo "stesso popolo dei russi". La "denazificazione" era stata utilizzata come scusa per l'Occidente, il messaggio ai russi era più esplicito: dopo la tragedia della fine dell'Urss si torna a crescere, riprendendosi territori «storicamente russi».
    Una visione quantitativa della grandezza di un Paese, che Putin ha ribadito anche ieri, sostenendo che le nazioni possono essere "o potenze, o colonie". Gli Stati che erano stati in diverse epoche sotto l'impero russo sono avvertiti: diversi politici e propagandisti russi avevano già promesso la riconquista della Polonia e della Finlandia, per non parlare delle ex repubbliche sovietiche, e Putin ora fa capire che la Crimea e il Donbass sono soltanto l'inizio. La storia serve a giustificare il revanscismo imperiale, e anche la proposta circolata due giorni fa alla Duma, di revocare il riconoscimento dell'indipendenza della Lituania, in epoca ancora sovietica, non appare più come pura propaganda. A sostegno delle nuove teorie storiche putiniane, la mostra "Nascita di un impero" che il presidente ha visitato ieri racconta le espansioni territoriali della Russia, con gli storici presenti che facevano l'elenco dei leader russi «fedeli al paradigma della potenza»: nella lista, Ivan il Terribile, Pietro I, Alessandro III, Stalin e Putin.
    Una selezione curiosa, che lascia fuori Caterina II che ha conquistato alla fine del Settecento le coste del mar Nero e la Crimea. Ma per entrare tra i sovrani migliori della Russia non basta espandere l'impero, bisogna anche essere nazionalisti e repressivi, mentre Caterina, oltre a essere tedesca di origine, scriveva a Voltaire e sognava l'Europa. Come del resto la sognava Pietro il Grande, che Pushkin cantava per aver «aperto la finestra sull'Europa», come ha scritto Pushkin, copiandone non solo tecnologia e costumi, ma perfino la lingua, dando alla sua capitale un nome tedesco, Peterburg. Il putinismo aveva semmai riabilitato con la sua pseudostoria ideologica il sanguinario Ivan il Terribile, e il suo modello autoritario. E Putin entrerà nella storia come il leader che la "finestra sull'Europa" l'ha chiusa e murata.
  4. DISSERVIZI ANCHE FATTI DAI PRIVATI : Agenzia per la Mobilità Piemontese respinge le «giustificazioni» del consorzio Extra To sui disservizi del mese di aprile sulla tratta 432 Alpignano-Rivoli-Orbassano-None, che hanno fatto scattare un milione di multa al consorzio di trasporti formato da Gtt, Canova e altre autolinee che operano in provincia. Non solo, ma punta il dito su altre 681 corse della stessa tratta, che non sarebbero state registrate dal sistema elettronico di rilevamento e su cui Agenzia ha chiesto conto al consorzio stesso. Il rischio è che saltino fuori altre irregolarità e di conseguenza arrivi un'altra multa. Extra To infatti avrebbe dovuto già inviare una memoria per spiegare come mai il sistema satellitare che vigila sul trasporto delle autolinee provinciali non abbia rilevato gli oltre 600 passaggi dei pullman nel mese in questione. «Si resta in attesa, pur essendo già trascorso il termine previsto per trasmettere le osservazioni, delle informazioni relative alle corse non osservate dal sistema OTX per proseguire con l'istruttoria relativa». Questo il passaggio che lascia intendere come le analisi dell'agenzia non siano affatto finite.
    Gtt aveva incassato il colpo alla notizia della multa, pur spiegando l'impegno per risolvere le criticità: «Siamo consapevoli che questa linea è in sofferenza per la carenza di mezzi disponibili, ma stiamo lavorando per produrre un servizio sostenibile e possiamo affermare che la situazione è nettamente migliorata dalla fine di aprile. Per mitigare i disagi, in previsione di avere nuovi mezzi da inserire in servizio, abbiamo avviato collaborazioni con vettori privati».

 

 

10.06.22
  1. Russia, inflazione al 17,1 pe cento entro l'anno potrebbe arrivare al 23%
    Putin rinvia per la prima volta in 18 anni la linea diretta con i comuni cittadini
    È la prima volta in 18 anni che viene rinviata l'annuale linea diretta con Putin, la maratona telefonica con cui il presidente russo risponde alle domande dei cittadini comuni. Per il portavoce del Cremlino Peskov la data non è stata fissata.
  2. Mosca: più di mille prigionieri di Mariupol sono stati trasferiti in Russia per indagini
    Attacco hacker contro la radio russa in onda canzoni per fermare la guerra
    L'affondo del ministro degli Esteri Lavrov "Il signor Zelensky è volubile come il vento"
    Severodonetsk, distrutto l'ospedale con la croce rossa disegnata sul tetto
    «Per quanto riguarda un incontro tra il signor Zelensky e il presidente russo, abbiamo spiegato in più occasioni che Zelensky sta cercando un incontro fine a se stesso, è volubile come il vento». Lo ha detto il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, in conferenza stampa ad Ankara.
  3. GRAVE :   L'intelligence ucraina passa agli americani informazioni con il contagocce sulla situazione sul terreno, specificatamente nel Donbass, complicando così il lavoro dell'Amministrazione Biden che si trova dinanzi a quelle che funzionari dell'intelligence statunitense hanno definito «blind spot», zone cieche. A Washington insomma manca una visione d'insieme che consenta di valutare nel miglior modo possibile sia l'andamento del conflitto sia come recapitare sul posto gli armamenti che Zelensky continua incessantemente a chiedere.
    Nonostante questa mancanza di completezza, Biden ha proseguito nella strategia di armare gli ucraini anche se l'efficacia è messa in discussione. Ci sono intere unità dell'esercito di Kiev incapaci di utilizzare, ad esempio, i cannoni M777; altri pezzi di artiglieria – fondamentali nel conflitto quasi di trincea che si sta avvitando nel Donbass – arrivano ben prima che gli ucraini siano addestrati.
    Quel che preoccupa ora negli ambienti diplomatici e soprattutto della Difesa è trovarsi dinanzi a sgradite sorprese sull'esito della guerra dopo aver – soprattutto in aprile – sposato la linea che «l'Ucraina può vincere la guerra». Al giorno 105 di conflitto, lo scenario è più complicato. Tanto che lo stesso Zelensky ha confermato che prima del conflitto Mosca controllava il 7% del territorio ucraino, ora il 20%.
    Tuttavia se i servizi segreti europei ritengono quasi impossibile per l'Ucraina riconquistare le terre ora in mano ai russi, gli americani sono meno pessimisti e anche ieri, annunciando il viaggio in Europa del presidente, la Casa Bianca ha ribadito la sua posizione, ovvero quella di difendere l'integrità territoriale dell'Ucraina.
    In un briefing con alcuni giornalisti, Karen Donfried, responsabile del dossier Europa e Eurasia al Dipartimento di Stato, ha confermato che Washington continuerà a potenziare i cannoni di Kiev perché l'obiettivo è quello di mettere gli ucraini in condizione di poter negoziare da una posizione di forza. Dal giorno dell'invasione, Washington ha investito 6,2 miliardi per la sicurezza dell'Ucraina, ha puntualizzato il sottosegretario di Stato Usa che dinanzi all'ipotesi di un negoziato ora con Mosca ha risposto in modo lapidario: «Dobbiamo essere realisti, non vedo negoziati dietro l'angolo».
    A rivelare i buchi nel flusso di informazioni è stato il New York Times che ha trovato conferma alle preoccupazioni dell'intelligence Usa nelle parole di alti esponenti del governo di Kiev che hanno ammesso di non dire tutto agli americani. D'altronde qualche settimana fa il direttore dell'intelligence nazionale, Avril Haines, in un'audizione al Senato aveva accennato alla mancanza di certezze sul terreno: «Difficile dire cosa sta accadendo», aveva ammesso senza precisare ulteriormente. Ma il suo monito di allora ha acquistato un significato più preciso in queste ore.
    Gli ambienti della Difesa Usa evidenziano che vi sono crepe nelle difese dell'Ucraina e dubbi sull'efficacia della strategia militare di Kiev nel Donbass. Mentre i piani russi sono chiari agli americani, quelli ucraini sono piuttosto oscuri.
    A Washington non si sa nulla nemmeno del numero di vittime ucraine. Si viaggia a stime, come quella fatta da Zelenski che ha parlato di «cento morti al giorno» in quella che è stata, domenica, una prima eppur significativa ammissione. E' comunque un segnale, ha spiegato l'analista della Columbia University Stephen Biddle, un modo per preparare il terreno – e l'opinione pubblica – a un'eventuale ritirata da alcune posizioni nel Donbass.
    Non è un caso probabilmente che Serhiy Haidai, governatore dell'oblast di Lugansk, ieri abbia detto che i soldati ucraini «potrebbero ritirarsi da Severodonetsk» dove ormai i governativi controllano solo la periferia e i raid russi sono proseguiti incessantemente. Lì e nel resto del Donbass. Bombe sono cadute anche su edifici civili come una scuola e due ospedali.
  4. E' L'UNICO CASO ? "Non voglio quei voti Il ruolo di Cuffaro? Né padre né nobile"
    Professore Lagalla, sente il peso di questo arresto?
    «No, nessuno poteva immaginare una follia del genere. Né noi, né Forza Italia. Che ha fatto benissimo ad annunciare la costituzione di parte civile».
    Lo farebbe anche lei, da sindaco?
    «Certo, è scontato».
    Sente odore di mafia attorno a sé?
    «L'ho detto e lo ripeto: i voti della mafia non li voglio!».
    Ha fatto bene la candidata che era in tandem con Polizzi a ritirarsi?
    «Certo».
    Era la candidata di Micicchè?
    «Non lo so, non mi ricordo neanche il cognome».
    Lei Polizzi lo conosce?
    «No, l'avrò incrociato nella manifestazione elettorale, ma non ho scambiato nessun contatto come con gran parte dei 770 candidati nelle mie liste».
    Un caso scoperto, chissà quanti altri no.
    «Ben vengano gli anticorpi giudiziari».
    E quelli politici?
    «Non c'erano elementi oggettivi di contaminazione. Per tutti i candidati abbiamo controllato il casellario giudiziario».
    Le pesa la sponsorizzazione di Cuffaro e Dell'Utri?
    «Guardi che io sono partito con una lista civica, poi i partiti hanno fatto sintesi».
    Loro hanno fatto sintesi.
    «Ho detto cento volte che Dell'Utri l'ho visto una volta sola da rettore. La sua è stata un'esternazione di cui mi sono limitato a prendere atto. E Cuffaro non ha possibilità di incidere direttamente né indirettamente».
    È capo di una lista a suo sostegno.
    «Non è il capo».
    Padre nobile?
    «Né padre né nobile. La ispira».
    Lei dice che la lista Cuffaro è fatta di persone perbene. Lo dice anche di lui?
    «No. Lui ha sbagliato e ha pagato. Oggi sta cercando di recuperare una dimensione personale».
    Letta parla di questione morale: cosa risponde?
    «Caro Enrico, Crocetta ti fa stare sereno? E potrei farti tanti altri nomi di professionisti di una certa antimafia oggi alla sbarra».
    Il reddito di cittadinanza va abolito?
    «No, è uno strumento utile specie al Sud».
  5. A CHI LE VENDE LE AUTO DE MEO ? Il gruppo Renault studia un nuovo capitolo della sua strategia e valuta un duplice scorporo che potrà coinvolgere da un lato l'unità che fabbrica i motori a combustione, dall'altro la catena legata al business elettrico. «Ci stiamo lavorando duramente, in autunno vedremo se ci saranno le condizioni per l'annuncio», dice l'ad del gruppo automobilistico francese, Luca De Meo, che evoca un «modello Lvmh» applicato alle quattro ruote. L'occasione, per il manager, è l'incontro a Milano con 200 fornitori italiani. «In tutto totalizziamo un miliardo di acquisti nel Paese, però l'Italia è solo al 12° posto. C'è spazio per crescere».
    De Meo è intenzionato ad accelerare sull'elettrico. «Abbiamo invertito l'equazione dando più attenzione a tema del valore che non ai volumi. Concentrarsi sulla taglia è una storia che ci siamo raccontati per vent'anni. Poi vediamo che ci sono realtà come Tesla che rappresenta meno dell'1% del mercato globale e vale quasi mille miliardi di dollari. I mercati non guardano più se sei il primo o il secondo al mondo, ma al contenuto». E ora, dice il manager, «siamo in una fase in cui l'importante è prendere le giuste correnti ascensionali, centrare le giuste tendenze tecnologiche». In questo quadro punta a far emergere valore. Con il doppio «carve-out» dell'unità «che fa i motori a combustione» per metterla «a fattor comune con altri operatori e investitori». Quindi del business in ascesa: «Vorremmo separare tutta la catena dell'elettrico, dall'ingegneria fino alla produzione», con una società aperta «magari a anche a un investitore del mondo della tecnologia». Il «Green deal» Ue è «una buona iniziativa», De Meo ne discute però i tempi («anziché nel 2035 avrei portato la fine dei motori a combustione al 2040») e diffida dei «massimalismi dogmatici» che nasconde. «Nessuno ha dubbi sul fatto che si debba decarbonizzare la mobilità, ma non ci possono dire come farlo. Dobbiamo lasciare agli ingegneri lo spazio per esprimere la loro creatività», senza escludere «discorsi su carburanti alternativi». Scordatevi però un auto elettrica a buon prezzo. «La curva di costo tra combustione ed elettrico si incrocerà probabilmente tra il 2025 e il 2026. L'incrocio avverrà però nella parte alta. Le auto, anche quelle col motore tradizionale, tra minori volumi e più regole costeranno sempre più care. La verità? Non si troveranno più macchine sotto i 20 mila euro».

 

 

09.06.22
  1. UN BLUFF CHIAMATO ELON MUSK :     L’inferno elettrico del Congo

    Nelle miniere dove si estrae il cobalto, indispensabile per le batterie delle auto a corrente, le condizioni di lavoro sono terribili. Come testimonia un crudo report dell’organizzazione umanitaria britannica Raid
    di Rosario Murgida | 07/06/2022
    L’organizzazione umanitaria britannica Raid ha pubblicato un report sulle condizioni di lavoro nelle miniere di cobalto della Repubblica Democratica del Congo: il resoconto dipinge un quadro da girone infernale.
    Il Congo è uno dei Paesi più ricchi di minerali al mondo, ma anche uno dei più poveri in assoluto. Ora, per la Raid, la transizione ecologica rischia di peggiorare una situazione già fortemente critica.
  2. DRAMMATICO:   Volodymyr Zelensky gioca la carta del Dragone. Pur confermando la sua perentorietà sul confronto bellico contro la Russia, il presidente ucraino rivolge un appello al principale alleato strategico di Mosca, ovvero Pechino: la Cina «usi la sua influenza sulla Russia per porre fine a questa guerra». Dopo oltre cento giorni di un conflitto che ha sconvolto gli equilibri mondiali, il leader di Kiev chiama in causa il gigante asiatico, nonché partner più pesante di Vladimir Putin, che a sua volta, pur mantenendo la linea di non interferenza, ha espresso preoccupazione per gli effetti destabilizzanti sull'economia globale. «Quanto accade può portare alla Terza guerra mondiale, e questo dovrebbe essere una priorità per tutti i leader», ha avvertito Zelensky intervenendo a un evento organizzato dal Financial Times. Durante il quale non ha fatto neppure un passo indietro rispetto alla reiterata linea dura sul terreno dello scontro: «L'Ucraina combatterà per recuperare tutto il suo territorio occupato dalle forze russe». Nessun compromesso e nessuno spiraglio per un cessate il fuoco (almeno per adesso), da parte del presidente, reduce da una visita a ridosso del fronte orientale, dove le sue truppe sono impegnate da giorni in un serrato combattimento urbano nella città di Severdonetsk. La battaglia per la città industriale di circa centomila abitanti è sempre più fondamentale, perché è una porta d'accesso al resto della regione che la Russia tenta di sfondare con un vasto dispiegamento di forze. «Abbiamo già perso troppe persone per cedere il nostro territorio senza batter ciglio», spiega il presidente ucraino. Lo stallo «non è un'opzione - chiosa - Dobbiamo ottenere una completa liberazione del nostro territorio». La perentorietà è la risposta con la quale Zelensky replica ai suggerimenti secondo cui l'Ucraina deve cedere territorio alla Russia per porre fine alla guerra. O alle affermazioni di compromesso come quelle di Emmanuel Macron il quale continua a sostenere che è importante non «umiliare» Mosca, commenti interpretati da Kiev come l'idea di dover accettare alcune richieste russe. Incalzato proprio sulle considerazioni del presidente francese il leader ucraino ha riposto: «Non umilieremo nessuno, risponderemo a tono». La Russia, chiosa, «non ci sta umiliando, ci sta uccidendo». «Non capisco cosa voglia dire "umiliare la Russia". Umiliare cosa? Stiamo parlando di una prospettiva a lungo termine? O del fatto che per otto anni hanno ucciso gli ucraini?», rincara la dose il leader di Kiev, stigmatizzando anche i tentativi di alcuni Paesi di arrivare un cessate il fuoco in Ucraina «senza ascoltare la posizione del nostro Paese e dei suoi leader».
    Nelle scorse 24 ore sono stati condotti almeno 21 bombardamenti russi nella regione di Donetsk, tra le vittime ci sono anche bambini, riferisce la Polizia nazionale, secondo cui gli occupanti hanno fatto fuoco su 14 insediamenti, sparando missili, artiglieria e sistemi MLR Grad, BM-30 Smerch e Bm-27 Uragan. Più a sud-est, invece, le truppe russe starebbero convergendo da Melitopol e da parte del distretto di Vasylivka a Zaporizhzhia, per rafforzare la compagine in direzione di Kherson. Lo ha detto il capo dell'amministrazione militare regionale di Zaporozhzhia, Alexander Starukh, osservando tuttavia che le unità militari della Federazione non abbandonano i tentativi di avanzare ulteriormente nell'est della regione. «I combattimenti continuano lungo la linea di demarcazione, dove i nostri militari stanno respingendo il nemico. Scontri sono in corso a Orikhiv, Huliaipil, Komyshuvakha e negli insediamenti vicini, che subiscono continui bombardamenti», ha precisato Starukh.
    E proprio a Kherson è irvolta l'attenzione dopo che l'inviata di Kiev per la Crimea, Tamila Tasheva, ha riferito che circa 300 civili ucraini, per lo più giornalisti e attivisti, sono detenuti in prigioni improvvisate e altri 300 in altri insediamenti occupati nell'omonima regione. In totale, spiega Tasheva, ci sono circa 600 persone che sono «in realtà ostaggio o detenuti in scantinati appositamente trasformati in carceri». Sono tenuti «in condizioni disumane e torturati. Testimoni riferiscono di grida che potrebbero provenire dai luoghi in cui i nostri cittadini sono vittime a tali azioni repressive». Preoccupa infine la situazione a Mariupol è sull'orlo di un'epidemia di colera con la città allagata dalle acque contaminate dai rifiuti e dalle sepolture improvvisate, aggravate dall'arrivo del caldo, dinanzi a cui le forze russe hanno messo la città in quarantena. —
  3. UN'EROE : Dopo vent'anni quel mare lo conosceva bene. Sapeva che era una di quelle giornate pericolose: le correnti, le onde, i bambini che si tuffano con tutta la felice incoscienza della loro età. Per questo ieri mattina Rahhal Amarri, gestore del «Lido dei Gabbiani», sul litorale Domizio, non riusciva a distogliere lo sguardo dallo specchio d'acqua.
    Il quarantenne parla con tutti, ma gli occhi sono solo per la linea di costa, e per quei piccoli che, sebbene poco distanti dalla battigia, si sono avventurati tra i flutti. E, soprattutto, ascolta con attenzione, perché l'esperienza gli ha insegnato che distinguere un grido d'allarme dalle urla festanti è assai difficile nel rumore provocato dal frangersi delle onde. Sono le 10, in spiaggia non c'è tanta gente e così in acqua, l'uomo scruta le teste che vanno su e giù nel blu. Qualcosa non va. Ci sono dei ragazzini che si agitano, che gridano, ma non sono loro in difficoltà, hanno solo raccolto le urla che provengono da un altro gruppetto più distante. Sono in quattro e Rahhal capisce tutto immediatamente: la corrente li sta portando dove non si tocca. Un attimo ed è già in acqua, chi gli è vicino non si accorge nemmeno di quanto sta accadendo. Lui invece sa che è una lotta contro il tempo e per raggiungerli mette tutta l'energia di cui dispone. Due ragazzini sono ancora in forze, li aiuta a liberarsi dal flusso della corrente e loro riescono a rientrare, un terzo invece è allo stremo, deve tenerlo a galla e trascinarlo in salvo.
    Intanto a riva ci si accorge della grave emergenza. Il bagnino del lido si lancia tra le onde, altri danno l'allarme con i telefonini, qualcuno entra in acqua per provare a dare una mano. La paura si stempera quando vedono il piccolo sano e salvo. Quello che non tutti hanno capito è che ce n'è un altro ancora in pericolo. Rahhal lo sa, li aveva tenuti d'occhio, e non si ferma, torna subito in acqua. E nuota contro le onde, contro la corrente, contro lo sfinimento, finché lo raggiunge e poi, ormai stremato, lo affida a un altro soccorritore, un pescatore che lo afferra e lo issa sulla propria barca. È fatta. Sono tutti salvi. O almeno è quel che sembra ai bagnanti che stanno osservando dal bagnasciuga.
    Capiscono che il dramma s'è fatto tragedia solo quando sulla sabbia vedono il corpo. Nessuno ci vuole credere e quando gli operatori del 118 effettuano le manovre di primo soccorso i frequentatori del «Lido dei Gabbiani» sperano che un miracolo possa far tornare il sorriso sul volto di quello che per tanti è l'amico delle giornate al mare, dell'estate. Poi, lentamente, un po' alla volta tornano al loro ombrellone a prendere le loro cose.
    «Sono stati tre minuti di panico – racconta il bagnino – entravamo e uscivamo dall'acqua, ma io sono riuscito ad aggrapparmi agli scogli per prendere fiato. Poi sono tornato a riva per prendere il pattino perché avevo visto che non riusciva a rientrare. Sono tornato verso di lui ma era già stato trascinato al largo. Abbiamo recuperato il corpo e lo abbiamo portato sulla spiaggia. Nel frattempo sono arrivati la Capitaneria, i carabinieri, i paramedici, però era troppo tardi...».
    Sarà l'autopsia a dire l'ultima parola, ma con ogni probabilità il cuore non ha retto ai terribili sforzi, di certo ha bevuto molta acqua e quando l'hanno portato a terra era in arresto cardiaco già da diversi minuti.
    Dietro le due sdraio che qualcuno ha messo a protezione del corpo, un anziano non trattiene la commozione: «Si è sacrificato per quei bambini. Un eroe nero che salva giovani vite bianche, che diranno i razzisti? Era un lavoratore, una brava persona. Questi sono gli immigrati, anche nelle nostre terre troppo spesso abbandonate alla camorra».
    Altri ricordano che dopo molti anni, Rahhal il prossimo ottobre sarebbe finalmente tornato in Marocco, il suo Paese d'origine, per rivedere la famiglia. «E speriamo che le istituzioni non la dimentichino, la sua famiglia, la moglie i loro figli rimasti senza un padre», dicono in tanti a Castel Volturno – 27mila anime lungo la frontiera casertana –, dove l'uomo viveva ormai da una ventina d'anni e si era fatto apprezzare e stimare. A dar voce allo sgomento collettivo è il sindaco Luigi Petrella: «Lo conoscevo, viveva qui da molto tempo. Per la nostra comunità è una perdita immensa, ma il suo gesto non verrà dimenticato».
    Giusto un anno fa lungo lo stesso litorale a perdere la vita in circostanze analoghe fu un 62enne casertano che si era lanciato in acqua dopo aver visto il nipote trascinato al largo dalla corrente. Anche in quel caso il salvataggio riuscì, l'uomo portò in salvo il ragazzo prima di cadere esanime per lo sforzo. Un gesto d'amore ma anche un'ennesima conferma della necessità di una maggiore attenzione e sorveglianza di questo tratto di costa, bassa e sabbiosa per decine di chilometri, tra le province di Napoli e Caserta
  4. QUALE ruolo ha avuto  Metabiota, una società farmaceutica che lavora per la Central Intelligence Agency è stata finanziata da una società di Hunter Biden (figlio del presidente Joseph) ed ha partecipato al progetto PREDICT di Obama da cui sarebbe nato il SARS-Cov-2 nei laboratori della casa farmaceutica Moderna (come inducono a ritenere 19 nucleotidi di un gene costruito del 2016 identici del virus del Covid-19) ripetutamente finanziata dal Pentagono ?
  5. Dal 24 febbraio, da quando l’esercito russo ha invaso il territorio e sequestrato alcuni di questi centri di ricerca, sono emersi parecchi documenti sulle pericolose ricerche su agenti patogeni pericolosissimi come ebola, coronavirus, addirittura anche sul Covid-19 mesi prima che fosse identificato ufficialmente, e infine sul vaiolo. Tanto da accentuare sospetti del Cremlino sull’attuale epidemia di vaiolo delle scimmie, su cui proprio la NTI di Nunn (citata in precedenza relazione a Haines e alla CIA) ha fatto una profetica e assai sospetta esercitazion
  6. Leon Panetta, quando era Segretario della Difesa, apri' i laboratori batteriologici in Ucraina che condussero importanti, pericolosi e misteriosi studi anche sui coronavirus antenati del SARS, erogando un’alluvione di milioni di dollari dal Pentagono. Vediamo ciò che è emerso da fonti OSINT prima che l’ambasciata americana di Kiev cancellasse ogni documentazione sul Biological Threat Reduction Program.

    KIEV – Institute of Veterinary Medicine of the National Academy of Agrarian Science
    Registration card #2225-04, dated 05.21.2012 Donor The Department of Defense of the United States of America (DoD)
    USG Investment – Total cost of laboratory: $2,109,375USD  ($1,217,164 for design and construction and $762,134 for equipment and furniture)

    Kharkiv Diagnostic Laboratory Kharkiv Oblast Laboratory Center Pomirky regionRegistration card #2225-04 dated 21.05.2012. Donor – the Department of Defense of the United States of America
    USG Investment – Total cost of laboratory: USD $1,638,375 (USD$1,195,398 for Design & Construction; USD $442,977 for lab equipment and furniture)

    Kherson Diagnostic Laboratory Kherson Oblast Laboratory Center
    Registration card #2225-04 dated 21.05.2012.Donor the Department of Defense of the United States of America Beneficiary/Executive Agent – the Ministry of Health of Ukraine
    USG Investment – Total cost of laboratory: USD $1,728,822 (USD$1,285,845 for Design & Construction; USD$442,977 for lab equipment and furniture)Kherson Diagnostic Laboratory
    Kherson Oblast Laboratory
    Registration card #2225-04 dated 21.05.2012.Donor the Department of Defense of the United States of America Beneficiary/Executive Agent – the Ministry of Health of Ukraine
    USG Investment – Total cost of laboratory:
    USD $1,728,822 (USD$1,285,845 for Design & Construction; USD$442,977 for lab equipment and furnitur)Luhansk Regional Diagnostic

    Veterinary Laboratory (Luhansk RDVL) Registration card #2225-04 dated 21.05.2012. Donor – the Department of Defense of the United States of America (DoD)
    USG Investment – Total cost of laboratory: USD $1,746,312 (USD$1,267,124 for Design & Construction; USD$479,188 for lab equipment and furnitur)

    Lviv Diagnostic Laboratory Lviv Oblast Laboratory Center
    Registration card #2225-04 dated 21.05.2012.  Donor  – the Department of Defense of the United States of America
    USG Investment –Total cost of laboratory:
    USD $1,927,158 (USD$1,523,080 for Design & Construction; USD$404,078 for lab equipment, furniture, and installation) 

    I documenti su due schede dei finanziamenti ai laboratori dell’Ucraina

    State Regional Laboratory of Veterinary Medicine Lviv Regional Diagnostic Veterinary Laboratory
    Donor – the Department of Defense of the United States of America (DoD)
    USG Investment – Total cost of laboratory: USD $1,734,971 (USD$1,253,803 for Design & Construction; USD$481,168 for lab equipment, furniture, and installation)
     

    Ternopil Diagnostic Laboratory Ternopil Oblast Laboratory Center
    Registration card #2225-04 dated 21.05.2012. Donor the Department of Defense of the United States of America
    USG Investment – Total cost of laboratory:
    USD $1,755,786 (USD$1,312,810 for Design & Construction; USD$442,976 for lab equipment and furnitur)
    Vinnytsia Diagnostic Laboratory (Vinnytsia DL) Vinnytsia Oblast Laboratory Center
    Registration card #2225-04 dated 21.05.2012. Donor – the Department of Defense of the United States of America
    USG Investment –Total cost of laboratory:
    USD $1,504,840 (USD$1,106,610 for Design & Construction; USD$398,230 for lab equipment and furniture)

    Zakarpartska Diagnostic Laboratory Zakarpartska Oblast Laboratory Center
    Registration card #2225-04 dated 21.05.2012. Donor the Department of Defense of the United States of America
    USG Investment – Total cost of laboratory:
    USD$1,920,432 (USD$1,516,354 for Design & Construction; USD$404,078 for lab equipment and furnitur

    Dnipropetrovsk Diagnostic Laboratory Dnipropetrovsk Oblast Laboratory Center
    Donor – the Department of Defense of USA Beneficiary/Executive Agent – Ministry of Health of Ukraine
    USG Investment– Total cost of laboratory:
    USD $1,935,557 (USD$1,531,479 for Design & Construction; USD$404,078 for lab equipment and furniture)

    Dnipropetrovsk State Regional Diagnostic Veterinary Laboratory (Dnipropetrovsk RDVL)
    Registration Card # 2225-04 on 21.05.2012. Donor – the United States Defense Threat Reduction Agency (DTRA)
    USG Investment – Total cost of laboratory: $1,810, 547 USD($1,298,805,19 for Design & Construction; $511,742 for lab equipment and furnitur)

    Tutti i finanziamenti, arrivati a oltre 21 milioni di dollari, hanno come beneficiario il Ministro della Salute dell’Ucraina che è stato individuato quale gestore dei laboratori ufficialmente solo con la finalità di prevenzione delle malattie infettive.

 

 

 

08.06.22
  1. Mariupol in lockdown tra i cadaveri allarme per il rischio epidemia di colera
    Fao, crisi cibo: 750 mila rischiano la vita minaccia alla stabilità di dozzine di Paesi
  2. LE CONSEGUENZE DELLE DECISIONI MIOPI DI CONTE SEGUITE SUPERFICIALMENTE DA ALTRI PAESI HANNO PORTATO E PORTERANNO A CONSEGUENZE NEGATIVE PER TUTTI COME PER  LA SICUREZZA AEREA ?     Niente acqua e cibo per turni di 12-13 ore per cinque giorni consecutivi. Turni massacranti senza poter scendere dall'aereo: in nome della produttività. Che per una compagnia aerea si traduce nel massimo riempimento dei posti a sedere e - soprattutto - nel minor tempo possibile che un velivolo trascorre a terra. E nel caso di Ryanair arriva anche a 25 minuti. Cioè, il tempo sufficiente a far scendere tutti i passeggeri, pulire l'aereo e iniziare il nuovo imbarco. Non abbastanza perché l'equipaggio possa scendere a terra, comprare un panino e mangiarlo. Chi vuole, può acquistarlo in volo allo stesso prezzo dei passeggeri. In alternativa, la compagnia suggerisce di riempire le borracce in bagno. Anche per questo, domani, i piloti incroceranno le braccia per quattro ore, dalle 10 alle 14, in quella che sarà «la prima azione di sciopero di una serie che interesserà tutto il periodo estivo», avvertono Filt Cgil e Uiltrasporti nel proclamare lo stop degli equipaggi di Ryanair. E in contemporanea del quale di fermeranno anche EasyJet e Volotea. Il rischio di un'estate calda con voli a singhiozzo è concreto, anche perché le relazioni sindacali sono quasi a zero in casa delle compagnie low-cost. Come conferma l'incontro andato deserto al ministero che ha preceduto lo stop di quattro ore.
    I lavoratori, in sostanza, chiedono di archiviare la stagione del Covid, così come hanno fatto le compagnie per cui lavorano. «La prossima estate le low-cost voleranno molto più che prima della pandemia», dice Nicolas Dormia del dipartimento nazionale trasporto aereo. Cche poi aggiunge: «Domenica Ryanair ha festeggiato, per la prima volta, i 3m ila voli in un giorno. E se prima usava 60 aerei, ora ne ha 92 ore. Gli equipaggi non riposano mai, le riserve non esistono più perché sono sempre in volo».
    A complicare la situazione, però, c'è anche un fronte sindacale non compatto. Mentre Uil e Filt Cgil sono sul piede di guerra, Cisl e Anpac hanno rinnovato i contratti fino al 2027 confermando la decurtazione dello stipendio già accettata dai lavoratori a causa del Covid. Una contingenza che Filt Cgil e Uil - alla luce dei numeri - giudicano non più attuale e che rafforza la convinzione dell'impossibilità di «di aprire un confronto dedicato alle problematiche che da mesi affliggono il personale navigante». Tra le questioni aperte ci sono anche «le arbitrarie decurtazioni della busta paga, il mancato pagamento delle giornate di malattia e il rifiuto della compagnia di concedere giornate di congedo obbligatorio, da quello parentale alla 104, durante la stagione estiva perché non compatibile con le esigenze della compagnia». I sindacati sperano che lo stop di domani sia sufficiente ad aprire il tavolo con le compagnie, in alternativa sono pronti a fermarsi ancora - ma questa volta per 24 ore - a luglio, quando inizieranno gli esodi dei turisti.
    Il personale di volo di EasyJet protesterà «contro i licenziamenti ingiustificati» spiega la Uiltrasporti, mentre per Volotea il sindacato parla «di continua condotta antisindacale della compagnia»
  3. PETROLIO NON OLET :   L'Eni potrà riprendere le esportazioni di petrolio venezuelano dopo l'allentamento delle sanzioni deciso dagli Stati Uniti, nell'ambito della geometria diplomatico-energetica con la quale si vuole ridurre la dipendenza dell'Europa dal greggio russo. Il tutto mentre a Las Vegas ha inizio il vertice delle Americhe che vede esclusi il Paese guidato da Nicolas Maduro assieme a Cuba e Nicaragua. È una strategia a doppia andatura quella della Casa Bianca che sul piano energetico si ispira alla realpolitik correndo in soccorso dell'Europa. Ecco allora che Washington allenta le sanzioni al Venezuela consentendo l'export del suo petrolio nel Vecchio continente per abbassare i prezzi delle bollette e sostituire il greggio di Mosca sottoposto a embargo occidentale. Così è arrivato il disco verde per l'italiana Eni, la spagnola Repsol e la francese Chevron (ma non per l'indiana Ongc) a riprendere le forniture di petrolio per pagare i debiti venezuelani, ma solo a condizione che siano dirette all'Europa. L'obiettivo, più ampio, è quello di aiutare l'Ue a ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili di Mosca mettendo in campo altri fornitori. La delegazione Usa sbarcata a Caracas a marzo ha agito su più fronti, per evitare di esporre Biden all'accusa di riaprire al regime di Maduro solo in nome delle necessità petrolifere. Così ha promesso l'allentamento delle sanzioni (introdotte da Trump nel 2020) in cambio della liberazione di alcuni detenuti americani e della promessa di riprendere i colloqui con l'opposizione, subordinando un ulteriore alleggerimento delle restrizioni ai progressi verso il cambiamento democratico. Oltre a ventilare il richiamo di misure sanzionatorie anche nei confronti di Cuba, la cui dirigenza è legata a doppio filo a quella di Caracas. Washington assesta così un colpo di sponda anche a Pechino, divenuta il primo cliente dell'oro nero venezuelano. Sempre nello sforzo di sostegno energetico all'Europa si inquadra il viaggio di Biden in Arabia Saudita, rinviato a luglio per valutare meglio gli effetti collaterali. Il presidente si trova costretto ad agire su complicato equilibrismo tra le priorità dettate dal conflitto in Ucraina e il rispetto dei valori democratici, mantra della sua amministrazione. Il Venezuela ne è un esempio. Per salvare i principi, infatti Biden non ha recapitato inviti per il summit delle Americhe a Caracas, Managua e l'Havana in quanto titolari di governi non democratici. Il Venezuela sarà rappresentato dal leader dell'opposizione Juan Guaidó. Un'esclusione che ha creato proteste e minacce di boicottaggio da parte di altri leader delle Americhe, attesi domani assieme a Biden.
  4. DIMENTICATO IL VALORE DELLA VITA UMANA :Da quando la Russia ha invaso l'Ucraina, sette milioni di persone hanno lasciato il Paese per rifugiarsi nei Paesi confinanti e altri otto milioni di persone sono sfollati interni, cioè hanno abbandonato le città e i villaggi di provenienza per recarsi in altre aeree considerate più sicure nel Paese. Di fronte all'emergenza della guerra alle porte di casa, gli Stati membri hanno facilitato l'ingresso di anziani, donne e bambini, le amministrazioni hanno trovato posto negli asili, nelle scuole di ogni ordine e grado, negli ospedali. I comuni cittadini hanno fatto lo stesso mettendo a disposizione stanze e case, cibo e mezzi. Quasi nessuno in Occidente si aspettava una guerra in casa nel 2022, ma alla prova dell'accoglienza, fin dalle prime settimane, l'Europa si è dimostrata preparata.
    La generosità in politica ha, però, una doppia faccia e quello che fino al giorno prima era il necessario sforzo per ospitare vicini esposti al rischio delle bombe, quello successivo può diventare pressione politica per allentare la presenza gravosa degli ucraini in difficoltà con cui spartire il poco che c'è.
    È quello che sta accadendo in Polonia, Paese che da solo ospita metà dei sette milioni di sfollati della guerra, i cui cittadini tre mesi fa si sono rimboccati le maniche per accogliere le famiglie ucraine e oggi cominciano a fare i conti con la compassione che sta svanendo. L'arrivo di rifugiati significa alloggio, assistenza sanitaria, risorse. La presenza di quelli ucraini potrebbe costare ai Paesi ospitanti 30 miliardi di dollari solo nel primo anno, secondo l'analisi del centro di ricerca senza scopo di lucro Center for Global Development. Un peso per l'economia europea alla prova dell'inflazione, il prezzo economico dell'accoglienza, dunque, che ha anche un prezzo politico.
    L'Europa lo sa, ma ancora meglio lo sa Putin che usa da tempo rifugiati e sfollati come gli strumenti delle sue guerre ibride. Non da ora.
    La guerra d'Ucraina non è iniziata con le bombe del 24 febbraio, quello era soltanto il giorno del debutto. Le prove generali si erano tenute al confine tra Polonia e Bielorussia l'estate precedente, ben prima che i carri armati di Mosca violassero i confini, Putin stava già preparando il campo di battaglia. Non quello militare ma l'altro, quello sotto forma di pressione ai confini d'Europa.
    Lo scopo era alterare gli equilibri (già precari in verità) tra gli Stati membri, colpire proprio dove le relazioni erano più fragili, cioè sul nervo della migrazione. L'alleato era lo Stato vassallo del bielorusso Lukashenko, l'arma erano i rifugiati destinati a destabilizzare politicamente l'Unione Europea e la Nato. Ma facciamo un passo indietro per unire i puntini che dai boschi bielorussi portano a questa guerra.
    Nell'autunno 2021, i capi di governo di diversi Paesi europei gridarono di trovarsi di fronte a un'inedita minaccia alla sicurezza nazionale: la migrazione usata come arma. In pochi mesi il leader bielorusso Alexander Lukashenko aveva attirato nel suo Paese migliaia di migranti e richiedenti asilo soprattutto dall'Iraq e dalla Siria con la garanzia di un facile accesso nei Paesi dell'Unione Europea. Ai migranti, una volta arrivati nell'aeroporto della capitale Minsk, venivano consegnati visti speciali e assicurato il trasferimento in autobus verso il confine occidentale con la Polonia. Venivano lasciati lì, in boschi e campi non protetti, con le temperature che scendevano molto sotto lo zero tanto più passavano le settimane. Una crisi umanitaria orchestrata e condotta come forma di diplomazia coercitiva. Gli obiettivi erano tanti: Lukashenko, che non era stato riconosciuto come legittimo presidente dopo controverse elezioni che sia gli Stati Uniti sia l'Europa avevano ritenuto fraudolente, voleva il riconoscimento della comunità internazionale. E lo ottenne. Se fino a poco prima del flusso migratorio al confine polacco i leader europei si limitavano a non parlare con lui e a colpire il suo regime con pacchetti di sanzioni, dopo la crisi d'autunno la situazione cambiò tanto che Lukashenko venne raggiunto al telefono anche dall'allora cancelliera tedesca Angela Merkel. Inoltre, Lukashenko era pedina della più ampia strategia del Cremlino: presentare la Polonia - che si affrettava a costruire muri e reti metalliche per ostacolare l'accesso dei rifugiati - come uno Stato spietato che non rispettava i diritti umani e presentare Putin come un presidente nobile d'animo che supportava lo sforzo bielorusso di aiutare le persone in fuga dalla guerra a raggiungere l'Europa. Persone che diventano strumento di calcoli precisi, precise strategie. Non una novità nell'analisi delle guerre. Già nel 2008 era apparso sulla rivista Civil Wars, uno studio dell'Università di Harvard dal titolo «Strategic Engineered Migration as a Weapon of War» (La migrazione strategica progettata come arma di guerra). L'autrice Kelly Greenhill si chiedeva se i rifugiati potessero diventare un'arma utilizzata sia in tempo di guerra che in tempo di pace, e se quest'arma potesse essere sfruttata come tornaconto politico e diplomatico. La risposta che lo studio proponeva a entrambe le domande era sì. Il report è poi diventato un libro: «Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy», (Armi della migrazione di massa: sfollamento forzato, coercizione e politica estera). Nelle parole finali, che tengono insieme coercizione e politica estera, c'è il riassunto delle conclusioni dell'autrice che l'uso della migrazione come arma ha più successo di altri tipi di intervento, coercizione o aggressione, e insieme anche il racconto degli ultimi anni di politiche migratorie europee. Molti riguardano proprio Putin.
    L'utilizzo delle persone come armi di guerra ha precedenti noti e meno noti. I più famosi e vicini nel tempo hanno il volto di Gheddafi e Erdogan. Il primo, l'ex rais libico nel 2008 chiese cinque miliardi di euro l'anno per bloccare l'immigrazione diretta in Europa attraverso il Mediterraneo centrale; il secondo ha usato i rifugiati siriani in fuga da una guerra civile per chiedere miliardi di pagamenti e concessioni politiche dall'Unione europea. L'Europa, negli anni, ha pagato ma non è riuscita a mettere in piedi un vero patto sulla migrazione, né un vero programma di ricollocamenti per ripartire i richiedenti asilo e i conseguenti oneri finanziari legati alla loro presenza. Dopo la crisi Bielorussa, Polonia, Lituania e Lettonia emanarono leggi e decreti temporanei per ostacolare il conferimento del diritto di asilo; alcuni Stati membri, tra cui Grecia, Cipro, Polonia e Austria, chiesero alla Commissione Europea che le frontiere esterne dell'Unione Europea fossero protette con un «livello massimo di sicurezza», cioè finanziando le infrastrutture fisiche di protezione: muri, recinzioni e fili spinati.
    Coercizione e politica estera dunque. L'ingegneria etnica del Cremlino ha da anni questa faccia. Nel 2016, dopo le sanzioni europee che punivano la Russia per le azioni militari in Ucraina, Putin aveva favorito la rotta migratoria lungo la rotta artica verso la Finlandia. Prima ancora, nel 2015, aveva contribuito a creare la crisi migratoria dal Medio Oriente sostenendo il regime siriano di Bashar al Assad. L'intenzione era così manifesta che nel 2016, il generale dell'aeronautica statunitense Philip Breedlove, all'epoca comandante militare della Nato, avvertì che Putin e Assad stavano «deliberatamente usando la migrazione come arma nel tentativo di sopraffare le strutture europee e infrangere la determinazione degli Stati membri». Fu l'anno in cui Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca rifiutarono di accettare i profughi; l'anno in cui Angela Merkel incominciò a pagare lo scotto dell'accoglienza, l'anno che ha alimentato movimenti xenofobi e di estrema destra in tutto il Continente.
    Non è un caso, alla luce di tutto questo, che Putin abbia sostenuto i partiti anti-immigrazionisti e le campagne elettorali dei loro leader. Poi è stata la volta della Bielorussia, la prova generale dell'invasione. Poi il 24 febbraio e la guerra in casa.
    I sette milioni di cittadini ucraini negli Stati confinanti. E la guerra asimmetrica. Putin intanto bombarda, spinge le persone alla fuga e sta a guardare. Perché sa, come sapeva nel 2015 e l'inverno scorso, che le ansie economiche, la spartizione delle risorse con i rifugiati, spesso possono più in termini diplomatici, della paura delle sbandierate bombe.
  5. IL VERO VOLTO DI CALENDA DOPO IL CRACK DEI LAVORATORI DELLA EMBRACO , IL BAVAGLIO : Enrico Costa, vicesegretario di Azione, è il padre del provvedimento sulla presunzione d'innocenza, all'interno della riforma del sistema giudiziario.
    Per effetto di questa novità si limiterà la comunicazione dei magistrati ai giornalisti. Si profila un bavaglio alle toghe, non le pare?
    «Era tempo che finisse il Far west delle conferenze stampa delle procure in cui si spettacolarizzava un'inchiesta che esaltava solo la parte delle indagini e non quella della difesa. La conferenza stampa deve essere l'eccezione, esclusivamente per i casi di pubblica utilità, non la prassi con cui presunti innocenti vengono già dipinti come colpevoli. Eravamo arrivati al punto in cui la conferenza stampa era già una sentenza amplificata dai titoli dei giornali. Si dava spazio solo ad una campana, quella della pubblica accusa».
    Eppure secondo il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri non si è mai visto un capo della procura parlare in conferenza stampa di un indagato come se fosse colpevole prima del processo.
    «E invece le cose andavano proprio in quella direzione: la conferenza stampa era basata su dinamiche per rafforzare l'inchiesta e le indagini. Io bollerei questa tendenza come marketing giudiziario, una forma del tutto illiberale e incivile che trasferisce le notizie come definitive. Per non parlare poi della pessima abitudine di etichettare le inchieste con dei nomi che evocassero colpevoli, tipo Mafia capitale, senza mai un dubbio di innocenza».
    Ma ora non si rischia di dare troppo potere all'indagato, al suo avvocato che è libero di parlare senza vincoli?
    «Ma quando mai, le conferenze stampe della procura sono migliaia, quelle degli avvocati difensori, invece, pochissime. Occorre assolutamente evitare il protagonismo di certi magistrati e realizzare le conferenze stampa solo quando sono strettamente necessarie. Per il resto basta il comunicato stampa, che è un atto più ponderato e quindi meno rivolto alla spettacolarizzazione. Insomma bisogna evitare quello che io definisco il "gognometro", l'indice cioè della gogna mediatica».
    Proprio nessun dubbio?
    «No, perché mentre alla fase delle indagini preliminari viene data molto enfasi, anche sui giornali, è difficile che venga poi concesso tanto spazio all'assoluzione di chi per le procure era già un colpevole. Per non parlare poi del contatto diretto tra un singolo pm e i giornalisti: d'ora in poi le notizie devono passare dal comunicato stampa del procuratore».
    In questo modo addio alla libertà d'informazione.
    «No, perché informare non vuol dire costruire un impianto accusatorio che viene trasferito ai cittadini come oro colato, il nostro Paese è pieno di persone accusate ingiustamente. Dal ‘92 ad oggi si registrano 30 mila cittadini che hanno ricevuto un indennizzo per ingiusta detenzione e oltre 100 mila arrestati ingiustamente. Ogni anno ci sono 100 mila assoluzioni: se esponiamo queste persone non le le recupereremo più»
  6. LO SQUALO ELON MUSK SU TWITTER : Elon Musk alza la posta e minaccia apertamente, per la prima volta da quando il 25 aprile Twitter ha accolto la sua proposta di acquisto per 54,20 dollari ad azione, di abbandonare l'accordo e il proposito di mettere le mani sul social network. A far infuriare il patron di Tesla è la mancata condivisione da parte del board di Twitter dei dati sulla percentuale di account falsi, una richiesta che Musk aveva avanzato poco dopo l'offerta. In una lettera inviata al Board della società californiana, il miliardario ha rinnovato la richiesta di dettagli sulla quantità di account fasulli e ribadito di riservarsi il diritto di ritirarsi dall'accordo poiché la compagnia è «in aperta e chiara violazione» dei suoi obblighi. La sparata di Musk ha provocato la caduta del titolo Twitter, sceso fino a 37,92 dollari prima di risalire, a un'ora dalla chiusura della Borsa, a quota 39,42. Al rialzo ha contribuito il comunicato della società che ha cercato di allentare la tensione e ribadito l'intenzione di «continuare a collaborare e a condividere le informazioni con Musk nel rispetto dell'accordo».
    A metà maggio Musk aveva congelato temporaneamente l'intesa sostenendo che l'avrebbe sbloccata e portata a compimento solo quando e se Twitter avesse fornito informazioni sul fatto che gli account fasulli e spam erano meno del 5% del totale. Un'uscita quella di allora che aveva dato il via a una serie di speculazioni e indiscrezioni sull'effettiva volontà del magnate di comprare (e togliere poi dalla Borsa) il social network. È una posizione che secondo Dennis Dick, trader della BrightTrader LLC, rivela «il rimorso di Musk per l'acquisto» e il suo tentativo di «abbassare il prezzo della compravendita». Un piano – ha detto Dick alla Reuters – che potrebbe funzionare.
    Altri analisti ritengono invece che la lettera di ieri sia l'antipasto per l'uscita di scena definitiva del capo di Tesla. Se si ritirasse dall'accordo, Musk dovrebbe pagare 1 miliardo di dollari di penale, pressoché spiccioli se paragonati alla sua fortuna che, secondo i dati di Forbes, ammonta a 219 miliardi di dollari.
    Secondo Musk i profili spam (dietro i quali non si nascondono utenti veri e propri) potrebbero essere sino al 20% del totale. Una cifra che il miliardario ha buttato nella mischia un mese fa e alla quale ha replicato lo stesso capo esecutivo di Twitter, Parag Agrawal, definendola sbagliata e spiegando come la compagnia gestisce e monitora gli account fasulli.
    Musk, che ha 95 milioni di follower, attualmente possiede il 9,6% delle azioni di Twitter ma quando era salito a quella quota (in aprile) aveva poi rifiutato di entrare nel Consiglio di amministrazione per mantenersi libere le mani e così scalare l'azienda. Cosa che ha fatto. Fino al prossimo ripensamento
  7. UN FUTURO DIFFICILE PER SUPERFICIALITA' NEL VOTO POLITICO : I vigili del fuoco perdono personale per raggiunti limiti d'età. E allo stesso tempo sale anche l'età media di chi rimane in servizio.
    A lanciare l'allarme sulla riduzione del personale del soccorso, sono i sindacati dei pompieri, che nei giorni scorsi hanno scritto un'accorata lettera al prefetto. «Da qui al 2024 - affermano - si registrerà il pensionamento di oltre 150 colleghi, tutti esperti qualificati, specialisti quali Nbcr, sommozzatori, autisti». Ma all'orizzonte non si vedono rimpiazzi proporzionati alle uscite.
    Da qui la lettera firmata da Uil Vvf, Co.Na.Po, Confsal Vvf, Fns Cisl. «Crediamo - sostengono i segretari provinciali - che un provvedimento serio volto a fronteggiare tale situazione di perenne emergenza non sia più prorogabile, pertanto riteniamo sia giusto da parte nostra, alla luce dell'impegno che ogni giorno assolviamo a salvaguardia della cittadinanza, denunciare con forza la situazione al collasso che vive il comando provinciale dei vigili del fuoco di Torino».
    I sindacati spiegano che la carenza di vigili ha raggiunto ormai le cento unità, «i funzionari tecnici registrano una carenza del 70% e il personale amministrativo almeno del 40 %, a fronte di un aumento continuo di lavoro e nuove competenze amministrative». Una riduzione inesorabile che ha radici lontane, e perdura da almeno un ventennio.
    Non solo, sollevano anche il problema dell'attrezzatura. «Gli uomini e le donne del comando di Torino sono costretti ogni giorno a lavorare con mezzi talvolta vetusti e sottoposti a carichi di lavoro di una portata che va ben oltre la media Italiana, arrecando non pochi rischi alla salute del personale». E aggiungono: «Torino vanta il record negativo di città con meno sedi permanenti in rapporto tra abitanti e chilometri quadrati». I sindacati chiedono un incontro urgente in prefettura.
  8. IL GOVERNO POLITICO DEGLI INCOMPETENTI: Sarebbe dovuta essere una semplice passeggiata ecologica al Parco dell'Arrivore, a Regio Parco. Un incontro per celebrare, domenica scorsa, la giornata mondiale dell'ambiente. Ma lo scenario davanti a cui si sono trovati i volontari di Plastic Free, associazione che lotta per sensibilizzare sulla pericolosità della plastica abbandonata, è stato tale da trasformare la passeggiata in una raccolta di rifiuti in piena regola. Il bilancio è di 45 sacchi pieni di plastica e immondizie di ogni genere, a cui si aggiungono elettrodomestici rotti e parti di automobili. Accanto a loro siringhe senza cappuccio, fazzoletti insanguinati e dispositivi medici. «Un serio pericolo per la salute non solo dell'ambiente, ma di tutti coloro che frequentano il parco» sottolinea Sofia, volontaria e ricercatrice di laboratorio. Si tratta della terza azione al parco dell'Arrivore, dove Plastic Free è intervenuta una prima volta il 19 marzo e una seconda il 10 aprile, giornata che ha visto eventi di pulizia dei luoghi pubblici in tutto il Paese.
    In entrambe le occasioni i volontari hanno raccolto diverse tonnellate di immondizia, ma la situazione del parco rimane tragica, con punti in cui le radici degli alberi sono cresciute inglobando i rifiuti, frammisti al terreno e ormai sepolti da anni. «Il bosco situato al centro del parco è una bomba ecologica nascosta, il suo sottobosco nasconde rifiuti di ogni genere, vecchi di oltre venti anni- denuncia Federico Vidori, referente provinciale di Torino -Cosa serve ancora per capire che urge intervenire?». Per questo la lotta per ripulire il parco continuerà, promettono i volontari, che stanno già programmando di tornarci ancora. Sperando di coinvolgere, la prossima volta, anche le istituzioni e l'Amiat, che supporta Plastic Free ma al quale l'associazione chiede di fare di più. «Perché- conclude Vidori – Senza l'attrezzatura necessaria, molti rifiuti sono irrecuperabili»
  9. GRAVE : Turchia e Russia hanno raggiunto un accordo preliminare per sbloccare le spedizioni di prodotti agricoli ucraini da un porto chiave sul Mar Nero (qui l’approfondimento sulla crisi del grano). Lo riferisce l’agenzia Bloomberg, aggiungendo però che Kiev rimane scettica sull’intesa proposta, stando a fonti «a conoscenza» dei negoziati. Secondo le fonti, l’attuazione del piano russo-turco sotto gli auspici delle Nazioni Unite consentirà di rimuovere le mine dalle acque costiere nella regione di Odessa e garantire la spedizione sicura di navi con grano dal Mar Nero al Mar Mediterraneo.
    In particolare, la Turchia ha offerto assistenza nello sminamento delle acque ucraine e nella scorta delle imbarcazioni con i carichi di grano da esportare. Ankara - dove mercoledì sarà in visita il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov - spera inoltre che l’approvazione di questo piano da parte delle Nazioni Unite ne garantisca l’attuazione in sicurezza. Allo stesso tempo, le autorità turche hanno in programma di creare un centro a Istanbul che coordinera’ e monitorerà l’attuazione della missione. Tuttavia, secondo le fonti, l’Ucraina non ha partecipato direttamente ai negoziati russo-turchi.
    La Russia, con 10,1 miliardi di dollari di valore all'anno, è il primo esportatore di grano al mondo, e da essa dipende la maggior parte dell'apporto calorico e del foraggio da animali da allevamento in molti Paesi poveri. Si tratta di grano tenero, quello per fare il pane, che ha un peso importante sui panieri dei prezzi di tutti i Paesi: come per l'energia, chi controlla il grano controlla il carovita.

    Una lista dei Paesi che dipendono per più del 50 per cento delle proprie importazioni dal grano russo fornisce un'idea accurata del peso di Vladimir Putin nella geopolitica della fame: secondo la Fao, Kazakhstan, Mongolia, Armenia, Azerbaijan e Georgia dipendono quasi al 100 per cento dal grano russo, mentre hanno una dipendenza tra il 50 e il 100 per cento Bielorussia, Turchia, Finlandia, Libano, Pakistan e molti Paesi africani.

    L'Egitto comprava dall'Ucraina il 22% del proprio fabbisogno, la Tunisia il 49%, la Libia il 48%, la Somalia il 60%, il Senegal il 20%, la RDC il 14%, la Tanzania il 4%, il Sudan il 5%.

    Come è noto questo grano è bloccato. Ma cosa sta accadendo nei porti russi? I numeri ci svelano che il granaio del mondo non ha mai smesso di mandare grano verso Turchia, Medio Oriente e i clienti africani: l'Egitto continua a ricevere da Mosca il 60% del proprio grano importato, la RDC il 55%, la Tanzania il 60%, il Senegal il 46%, il Sudan il 70%, la Somalia il 40%, il Benin il 100%, e di poco si discosta l'Eritrea.

    Numeri che fanno comprendere bene alcune solide alleanze che si sono venute a creare in questi mesi. In primis la Turchia, un Paese che ha un'importanza strategica visto lo sbocco del Mar Nero: la Convenzione di Montreux del 1936 stabilisce che, quando c'è una guerra nell'area, spetta ad Ankara l'ultima parola su chi può navigare attraverso i Dardanelli e il Bosforo. Solo Bulgaria e Romania, altri due Paesi rivieraschi e membri della Nato, avrebbero il diritto di scortare i convogli navali.


    Gli altri maggiori esportatori di grano (Canada, Argentina, Stati Uniti e Australia) si trovano tutti distanti dal Mediterraneo. In tutto il mondo, la produzione negli ultimi dieci anni è aumentata. Ma, di pari passo, sono cresciuti anche gli stock, e la conservazione del grano può superare i due anni.



    Le vie alternative: impraticabili

    Ricapitolando: il grano ucraino è fermo. Prima della guerra, l'Ucraina utilizzava per il 95% delle esportazioni i porti di Mariupol, Berdiansk, Kherson e Odessa. Impossibile usare altre vie: i quattro porti fluviali sono vecchi e piccoli, non possono esportare più di 300 mila tonnellate al mese; sulle tredici autostrade che portano in Polonia, Slovacchia, Ungheria, Moldova e Romania, possono marciare non più di 20 mila tonnellate al giorno, con alti costi di carburante e dogane; i treni sono impraticabili, perché i binari ucraini hanno un sistema di scartamento diverso da quelli europei.



    Il grano russo viaggia più di prima
    Il blocco dei cereali ucraini apre la porta a nuovi acquirenti di grano russo fuori dall'Europa. Lo scorso marzo, a guerra già iniziata, la Russia ha incrementato del 60% le esportazioni di grano secondo ProZerno, la «borsa» agricola russa: 1,7 milioni di tonnellate, contro l'1,1 milione di tonnellate del marzo 2021.



    SovEcon, istituto che monitora i transiti di grano sul Mar Nero, conferma che la Russia ha aumentato queste esportazioni soprattutto verso il Medio Oriente e l'Africa (Turchia, Egitto, Iran e Libia), rimpiazzando le esportazioni ucraine bloccate nei porti.

    Gli ultimi dati ufficiali disponibili successivi all'inizio della guerra, riguardano la prima metà di aprile. Nonostante le sanzioni e nonostante la crescita del costo di trasporto, circa 900 mila tonnellate di grano sono state caricate nei porti russi, in linea con i dati di marzo (fonte AgFlow). I maggiori acquirenti rimangono la Turchia (602 mila tonnellate solo nelle prime due settimane di aprile) e l'Egitto (231).

    Dal rapporto del «Russian grain Union», nell'ultima settimana di maggio verso l'Africa stanno andando maggiori quantitativi: l'Egitto ha importato un po' di più (62.000 ton), la Libia è tornata fra gli acquirenti (60.000 ton) e in Nigeria sono state spedite 40.000 ton.



    Anche il prezzo di vendita ha avuto una leggera flessione: 399 $ a tonnellata. Solo la settimana prima il prezzo era di 410 dollari a tonnellata (Fonte FOB).



    Il grano rubato a Kiev

    I russi si stanno appropriando anche del grano ucraino: secondo Kiev tra le 400 e le 600 mila tonnellate sono state «rubate dai silos» e portate via mare dal porto di Sebastopoli prima in Egitto (che però ha rifiutato il carico) e poi in Siria. Un altro quantitativo da 1,4 milioni di tonnellate è stato portato in Russia, via Rostov.


    I satelliti di Planet Labs hanno fotografato due navi russe (la Matros Pozynich e la Matros Koshka) nella zona di carico del porto di Mariupol, mentre imbarcavano il grano da un silos, oltre ai trenta camion con rimorchi che sono stati ripresi sull'autostrada di Melitopol.





    I prezzi e la geopolitica della fame

    Qual è l'effetto reale invece sui prezzi? Questa è la domanda chiave per comprendere l'affermazione della Fao secondo cui, anche a causa della guerra, le persone nel mondo che rischiano di soffrire la fame saliranno a 440 milioni. Il grano tenero è aumentato del 4,8% dall'inizio della guerra, ma del 57% negli ultimi 12 mesi.



    Incidono i futures sul grano (prodotti finanziari che ne permettono l'acquisto a un prezzo atteso in una data futura) sulla Borsa di Chicago, ma a pesare sono soprattutto i costi di trasporto (aumentati già per effetto del Covid), e quelli sul Mar Nero che sono saliti dal 50 all'80% per la crescita dei costi assicurativi. Questo è il vero problema per quei Paesi che importavano il 50% del proprio fabbisogno esclusivamente da Russia e Ucraina.

    Per il momento la Tunisia sostiene di avere scorte per tre mesi. Ma per evitare rivolte del cibo via Twitter, come accadde nelle Primavere arabe, i prodotti di base sono calmierati dal governo: il prezzo della baguette è bloccato a 6 centesimi da 10 anni. Anche l'Algeria e il Marocco hanno imposto prezzi calmierati, ma siccome entrambi non importano grano tenero né dalla Russia, né dall'Ucraina, non prevedono cali di materia prima.

    L'Egitto invece, per fronteggiare i rincari, ha dovuto indebitarsi per tre miliardi di dollari con l'Itfc, International Islamic Trade Finance Corporation, strumento di finanza islamica che sta in Arabia Saudita.



    In tutto il Maghreb, i prezzi agricoli stavano già aumentando molto prima dell'invasione russa dell'Ucraina a causa di siccità, costi del carburante e carenza di concimi.
    Lo scenario drammatico in Africa non si è ancora verificato, ma presentarlo già come esploso rischia di innescare l'emigrazione di massa come è già accaduto nel 2011. Uno spostamento che si andrà ad aggiungere a quello ucraino e che l'Europa non sarà in grado di reggere.



    Lo scenario migliore per Putin, forse parte della sua strategia: utilizzare la leva alimentare per destabilizzare. Ci aveva già provato ammassando migranti al confine con la Bielorussia. Gli era andata male. Di certo non ha nessuna pietà per quei 41 milioni di persone già sull'orlo della fame, che non contano niente perché non avendo i soldi per pagare lo scafista o il trafficante, non potranno mai spostarsi.



    A loro non manda nemmeno un chicco del suo raccolto. Sono le popolazioni dello Yemen, del Chad, dell'Etiopia, dell'Afghanistan, del Bangladesh, assistite dal programma alimentare delle Nazioni Unite: il 45% del grano a loro destinato il World Food Program lo prendeva dall'Ucraina.

 

 

 

07.06.22
  1. SOLDI SPRECATI :   Per far fronte ai rincari energetici, all'aumento generale dei prezzi e agli effetti dell'invasione russa in Ucraina, il Governo è intervenuto con una serie di decreti per sostenere imprese e famiglie: in totale, da settembre 2021 a oggi, sono stati messi in campo circa 35 miliardi, 20 dei quali a favore delle famiglie e 15,5 delle imprese. Misure varate attraverso sei diversi decreti legge, un Dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri, ndr) e con la Legge di Bilancio 2022 approvata alla fine dello scorso anno.
    Le famiglie hanno beneficiato maggiormente rispetto alle imprese dei vari sussidi tra settembre 2021 e inizio marzo 2022, principalmente per il maggior beneficio derivante dall'annullamento degli oneri di sistema per potenze sotto i 16,5 kW. Col decreto del 21 marzo il divario tra i due gruppi si è ridotto per la concessione di vari crediti d'imposta alle imprese gasivore e per i sostegni contro il rincaro dei carburanti (maggiormente utilizzati dalle imprese). Con l'ultimo decreto del 17 maggio, i sostegni verso le famiglie sono aumentati notevolmente, prevalentemente a causa del bonus 200 euro.
    Il 60 per cento delle misure sinora messe in campo riguarda il settore energetico (elettricità, gas e carburanti), mentre il 40 per cento sostegni generici. Tra questi ultimi figurano principalmente le indennità anti-inflazione, gli stanziamenti contro il rincaro dei prezzi dei materiali da costruzioni e i fondi per il sostegno alle imprese danneggiate dal conflitto russo-ucraino introdotti con legge del 17 maggio.
    Le principali misure
    I vari decreti contengono molte misure ricorrenti. La riduzione degli oneri di sistema delle bollette elettriche è quella che ha assorbito maggiori risorse (8 miliardi di euro): inizialmente gli oneri sono stati abbassati per l'ultimo trimestre 2021 e, successivamente, sono stati annullati completamente per famiglie e microimprese nei successivi due trimestri.
    Al secondo posto si colloca il bonus di 200 euro di maggio (6,8 miliardi).
    L'eliminazione delle accise sui carburanti e i sostegni alle imprese contro i rincari dei materiali da costruzione impiegano circa 3,3 miliardi ciascuno e sono stati stanziati in un periodo piuttosto concentrato (tra fine marzo e maggio 2022).
    Le restanti misure sono quelle destinate a ridurre l'effetto del caro-energia direttamente su famiglie (bonus elettricità e gas) e imprese (crediti di imposta). Queste ultime hanno mitigato gli effetti dei rincari energetici, ma su un periodo più ampio (ottobre 2021-giugno 2022).
    La destinazione
    Sarebbe auspicabile che i fondi pubblici fossero destinati soprattutto dove i bisogni sono più acuti, come peraltro raccomandato dalla Commissione Europea all'inizio della crisi energetica. Naturalmente, un aumento dei costi dell'energia e, in generale, dell'inflazione, colpisce tutti, ma colpisce alcuni più degli altri.
    Ma quanto "mirati" sono stati gli interventi?
    Per stabilire se un intervento adempie a questa funzione abbiamo usato due criteri.
    Un intervento viene considerato come diretto alle fasce più colpite se: per le famiglie, si applica solo sotto una determinata fascia di reddito (come, ad esempio, il ‘bonus luce e gas' o il ‘bonus 200 euro'); per le imprese, si applica secondo un determinato criterio riguardante l'andamento dei costi e/o profitti aziendali.
    Solo il 54 per cento degli stanziamenti per le famiglie (10,8 miliardi) è stato distribuito seguendo un criterio di selettività sopra definito. La maggior parte di questi (6,8 miliardi) è attribuibile al solo bonus 200 euro anti-inflazione.
    Il restante 46 per cento degli aiuti diretti alle famiglie (9 miliardi circa) non segue alcun criterio di selettività. Questi riguardano per la quasi totalità l'annullamento degli oneri di sistema, la riduzione dell'Iva per il gas e l'eliminazione delle accise sui carburanti.
    La letteratura economica in materia sostiene che il consumo di questi beni cresca all'aumentare del reddito delle famiglie, anche se in maniera meno che proporzionale. Questo significa che le famiglie più abbienti sono maggiormente avvantaggiate, in termini assoluti, da questi sussidi in quanto sostengono maggiori acquisti di beni energetici.
    Il 33,4 per cento degli aiuti destinati alle imprese (5 miliardi su 15) viene elargito secondo dei criteri di costo e/o profitto. Queste misure sono legate ai crediti d'imposta per le imprese a forte consumo energetico che hanno sostenuto particolari aumenti di costi legati all'approvvigionamento di beni energetici (e in piccola misura alle imprese danneggiate dalle sanzioni alla Russia). I restanti 10 miliardi non sono vincolati dai criteri precedenti e riguardano la riduzione degli oneri di sistema e dell'Iva sul gas, l'eliminazione delle accise sui carburanti, i sostegni contro i rincari dei materiali da costruzione e i contributi per il settore.
    Il bilancio
    Alcune misure contenute nei decreti hanno come destinatari sia le imprese che le famiglie. Gli importi stanziati sono assegnati alle due categorie pro quota.
    Riduzione degli oneri di sistema delle utenze a bassa tensione per potenze inferiori a 16,5 kW: 77 per cento uso domestico, 23 per cento imprese. Si assume che tutte le potenze domestiche (23,5 milioni circa) siano a bassa tensione e abbiano una potenza inferiore ai 16,5 kW. Il numero di utenze non domestiche a bassa tensione con potenza inferiore a 16,5 kW è di circa 6,5 milioni. In proporzione, le utenze domestiche a bassa tensione al di sotto della soglia di potenza sono il 77 per cento del totale.
    Azzeramento oneri di sistema del gas: 36 per cento assegnato alle famiglie e 64 per cento alle imprese. Le famiglie italiane consumano gas direttamente a uso domestico o condominiale e indirettamente tramite energia elettrica prodotta con il gas. Le famiglie consumano direttamente il 27 per cento dell'offerta di gas e indirettamente il 9 per cento. Quest'ultimo è ottenuto considerando che il 34 per cento della domanda di gas è usato nelle centrali termoelettriche e che le famiglie consumano un quarto dell'elettricità prodotta in questo modo.
    Abolizione delle accise sui carburanti: 44 per cento attribuito alle famiglie e 56 per cento alle imprese. Per il gasolio, si assume che i consumi delle autovetture da parte di individui siano interamente attribuiti alle famiglie (41 per cento del consumo privato di gasolio). La restante parte (veicoli commerciali e industriali) è imputata alle imprese. Per la benzina, il 94 per cento è attribuibile alle famiglie per l'uso di autovetture e motoveicoli, mentre il restante 6 per cento alle imprese. Per stabilire la percentuale finale, le percentuali delle due categorie sono pesate per il consumo relativo di ogni carburante: il 76 per cento delle tonnellate di carburante utilizzate è dato dal gasolio, mentre la restante parte è benzina dell'autotrasporto. —
  2. INACETTABILE : La nuova cameriera del Bar Mariuccia serve ai tavoli bottigliette d'acqua al prezzo di 5 euro l'una. A fine giugno verrà pagata 1.180 euro, con regolare contratto da lavoratrice stagionale. Questo significa che qui a Portofino il suo lavoro vale 236 bottigliette d'acqua al mese. «Ho 19 anni. Lavoro per aiutare mia madre che lavora sempre, fa la barista e le pulizie nelle case dei turisti. Voglio essere indipendente, dare il mio contributo alle spese». Cosa ti ha colpito di più nei primi giorni di lavoro? «Una signora mi ha sgridato perché avevo appoggiato il bicchiere un po' di lato, secondo lei. E poi, ricordo, una mancia da 15 euro, la più alta finora: era un padre di famiglia, un uomo italiano. L'ho portata in cassa, perché mi hanno spiegato che devo fare così. E alla fine del mese quella mancia, con tutte le altre, verrà divisa fra noi camerieri».
    Venerdì a Portofino ha attraccato il mega yacht «Skyfall», da allora copre metà dell'orizzonte. Ma è la grande attrazione: tutti vanno a fotografarlo perché è stato usato come scenografia in uno degli ultimi film di 007. Dopo lo splendore cinematografico, ora è riconvertito in charter: barca in affitto. I soldi finiscono a una società di Londra, di cui non è dato sapere. Una settimana di giugno: 310 mila euro. «Stanno tornando tutti per fortuna», dice il maître del ristorante Stella. «Mancano solo i russi».
    Si annuncia un'estate rovente, un'estate sold-out. La solita estate italiana, un caffè al banco del bar «Calata 32» costa 2 euro senza scontrino. Ma le gelaterie della piazzetta stanno sparando scontrini come stelle filanti: una pallina di gelato - una - parte da un minimo di 3 euro e 50 e fuori la coda è continua. Un giorno di parcheggio costa 37 euro e 50 centesimi, più 50 centesimi rispetto all'estate del 2021. Inflazione, rincari. Tutto prenotato al famoso Ristorante Puny: 24 euro per un piatto di pappardelle al pesto. E per sedersi al tavolino del ristorante Stella, che guarda il mare, bisogna sapere che solo il coperto costa 5 euro.
    «Piacerone!», urla un signore in bermuda bianchi a un altro signore con gli occhiali da James Dean. Nessun prezzo è esposto nelle vetrine delle boutique. Come se indicarlo potesse offendere qualcuno. L'unica agenzia immobiliare ha un cartello fuori: «Si riceve solo su appuntamento». E poi nella calca, altri bar, altri spritz a 14 euro, altre bottigliette d'acqua a 5 euro. È qui che lavora una cameriera di 25 anni di nome Swami Rojas, origini peruviane: «Sono in Italia da sei anni, trovo solo lavori con contratto a termine. Devo accettarli per vivere. Prima facevo la barista in un locale di Santa Margherita Ligure e sono dovuta scappare, perché non mi pagavano gli straordinari e mi trattavano male. Qui sono in regola. Ma so che con questo lavoro e con questo tipo di contratto non potrò mai farmi una famiglia e avere un futuro». Lo stipendio di Swami Rojas, compresi sabati, domeniche e notti non arriva a 1.300 euro al mese. «Una casa minuscola in affitto, dalle parti di Rapallo, costa 400 euro. Spero di non aver mai bisogno del dentista».
    Per il nuovo negozio stagionale di Dolce&Gabbana sul fronte del porto - lo chiamano pop-up perché nasce a fine maggio e chiude a fine ottobre - stanno cercando uno «store manager»: tre mesi di lavoro a tempo pieno. Lo store manager arrivato da Milano per inaugurare la boutique, in attesa della nuova assunzione, dice soltanto questo: «Non posso parlare dello stipendio, perché per contratto non possiamo dire quanto guadagniamo nemmeno fra colleghi». Cercano anche una commessa al negozio di Pinotti Cashmere, e lì invece si può sapere: 1.300 euro al mese per una impiegata di quarto livello. La commessa che aspetta rinforzi nel negozio, intanto che aspetta, racconta la sua vita: «Abitavo a Genova. Facevo avanti e indietro. Non sono tanti chilometri, ma ci si mette un'ora per le strade disastrate e le code continue. Spendevo 400 euro solo di viaggi: autostrada e benzina. Arrivavo a casa di sera molto tardi, ripartivo all'alba. Allora ho deciso di cercare un alloggio nella zona. Impresa non facile, ma ci sono riuscita: un monolocale a Rapallo per 400 euro di affitto. La spesa è la stessa. Ma se non altro risparmio un po' di vita e ci guadagno del sonno».
    C'è, almeno qui a Portofino, una doppia economia: quella per i locali e quella per i turisti. Questo per dire che quando dimostri di essere una commessa in uno dei negozi del paese, la bottigliette d'acqua tornano a costare 1 euro. Sembra cioè, in atto, una specie di economia da rapina: prendersi tutto e subito. Con l'idea che quel turista non lo rivedrai mai più.
    In Liguria non si trovano bagnini: ne mancano più di cento. A molti camerieri viene proposto un doppio livello di paga: «Straordinari cash». Cioè in nero. I muri di Genova sono tappezzati con un manifesto con scritto: «Cercasi schiavo. Per locali, ristoranti, alberghi e B&B. Con l'arrivo dei turisti ci mancano servi da sfruttare». È la campagna di lotta del sindacato Usb, l'unico che sembra interessato a questo tipo di lavoratori: «Assistiamo con forte preoccupazione alla campagna mediatica portata avanti dai rappresentanti delle imprese del turismo sulla mancanza di manodopera nel settore. Migliaia di lavoratori sono oggi stigmatizzati come fannulloni poiché il reddito di cittadinanza fornirebbe loro l'alibi per rifiutare molte offerte di lavoro. La mancanza di manodopera è un dato di fatto, ma sulle cause reali si stende un velo pietoso».
    Secondo la rivista Altroconsumo, la spiaggia di Alassio è la più cara d'Italia: 323 euro per prenotare un ombrellone nella prima settimana di agosto. Quelle di Santa Margherita, Paraggi e Portofino sono nelle primissime posizioni. Una stanza per la sola notte di sabato 2 luglio al Belmond Hotel costa su Booking 2.760 euro, lo stipendio mensile dell'addetto alla reception non arriva alla metà.
    Nella calca della famosa piazzetta c'è adesso una ragazza di vent'anni che si chiama Sara Martino, sta spingendo un carrello sotto il sole, 33 gradi, lavora come stagista in una pasticceria a 600 euro al mese. Eccola, è l'estate italiana del 2022. Un cameriere del ristorante «Splendido mare» dice che bisogna saper vivere in un modo nuovo: «Conta solo il tempo presente. Dopo il Covid e la guerra, qui nessuno fa più piani per il futuro. I soldi bastano solo per vivere. Io a questo penso, a farcela un giorno dopo l'altro». Sembra una canzone di Luigi Tenco, ma è la nuova musica del tempo. Tutto si vede chiaramente a Portofino. «Piacerone!», urla qualcuno in piazzetta. Piacere loro.
  3. SACRILEGIO : Ancora cristiani nel mirino: uomini armati hanno ucciso fedeli in preghiera durante la messa di Pentecoste nella chiesa cattolica di San Francesco a Owo, una città nello Stato di Ondo, nel sud-ovest della Nigeria. L'attacco avrebbe provocato decine di vittime. Si parla di oltre 50 secondo il quotidiano locale The Daily Nation, tra cui ci sarebbero molti bambini. In base alla ricostruzione dei media nigeriani, gli assalitori in un primo momento hanno fatto esplodere ordigni vicino all'altare per poi sparare ai fedeli. Padre Andrew Abayomi, uno dei sacerdoti della chiesa, ha dichiarato: «La Messa era quasi terminata e stavo invitando i fedeli ad uscire quando ho cominciato a sentire spari provenienti da tutte le parti. In pochi minuti la chiesa è diventata una pozza di sangue, con urla di donne e bambini che cercavano di nascondersi tra i banchi». Due settimane fa, due sacerdoti cattolici sono stati rapiti a Katsina, lo Stato del presidente Muhammadu Buhari, nel nord del Paese e tuttora sono nelle mani dei rapitori. Forti le dichiarazioni del governatore Akeredolu dopo la carneficina. «L'attacco vile e satanico è un assalto calcolato alle persone amanti della pace dello Stato di Ondo che hanno goduto di una relativa pace nel corso degli anni. È una domenica nera per tutti noi. I nostri cuori sono pesanti. La nostra pace e tranquillità sono state attaccate dai nemici del popolo. Questa è una perdita personale, un attacco al nostro caro stato. Si tratta di un attacco inaspettato. Sono a dir poco scioccato. Tuttavia, impegneremo ogni risorsa disponibile per dare la caccia a questi assalitori e fargliela pagare. Non ci inchineremo mai alle macchinazioni di elementi senza cuore nelle nostre risoluzioni di liberare il nostro stato dai criminali. Esorto il nostro popolo a rimanere calmo e vigile». «La Nigeria è attualmente uno dei posti più pericolosi per i cristiani», afferma Illia Djadi, analista di Open Doors per l'Africa subsahariana. «Il Paese è stato testimone di un'esplosione di violenze negli ultimi mesi. Gli attacchi si verificano quasi quotidianamente. E ciò che sta accadendo è la triste realtà di ciò che avviene in tutta l'Africa occidentale». Vi sono anche segnali crescenti che i gruppi estremisti islamici hanno iniziato a lavorare insieme e ad ampliare l'impatto della loro violenza. David Landrum, Direttore di Open Doors Advocacy, afferma: «Sembrerebbe che il paese debba ora affrontare un mostro a tre teste - come Boko Haram, Iswap, militanti Fulani, terroristi che agiscono in cooperazione tra loro». La matrice dell'attacco al momento è ancora da identificare, ma sembra che dietro all'atto terroristico ci siano i Fulani, un gruppo terroristico formato da pastori musulmani che si muove sempre più spesso alla ricerca di pascoli verdi a Sud, causando la devastazione di raccolti e terreni coltivati dagli agricoltori, in prevalenza cristiani. Dietro l'attacco ci potrebbe essere un messaggio inviato al governatore dello Stato di Ondo, Arakunrin Akeredolu, a seguito delle sue recenti iniziative politiche, considerate restrittive per le attività dei pastori nella regione. Non si può comunque escludere che dietro alla strage ci sia la mano di Boko Haram/Iswap. I jihadisti pro-Isis nelle ultime settimane stanno subendo una pesante offensiva nel Nord Est del Paese con l'Operazione Lake Sanity nell'area del Lago Ciad, tanto che in pochi giorni hanno perso decine di uomini, equipaggiamenti, risorse e basi. Di conseguenza, potrebbero cercare vendetta, anche se non era mai accaduto finora che fosse colpita una chiesa nel Sud della Nazione. La Nigeria sta convivendo con un'impennata di violenza. Rapimenti e attacchi sono stati segnalati in tutto il Paese, dove circa 3.000 persone sono state uccise e oltre 1.500 sono state rapite nei primi tre mesi dell'anno, secondo i dati diffusi dal Nigeria Security Tracker. Gli eventi, però, sono concentrati principalmente nel quadrante Nord-Ovest. Il sud-ovest, e in particolare lo stato di Ondo, sono considerati invece un luogo di relativa pace e calma.
  4. IL POTERE DELLE ARMI : «L'assalto mortale ai fedeli durante la messa in Nigeria è un'azione vile, vigliacca. Ma la Chiesa ora non deve lanciare messaggi di vendetta, bensì, per quanto sia difficile e quasi innaturale, pronunciare parole di speranza e di pace». Lo afferma padre Enzo Fortunato, scrittore ed editorialista, tra i volti più noti del francescanesimo. Dopo l'attentato di matrice religiosa il francescano invita anche a unirsi al cordoglio del Papa, che, «mentre si chiariscono i dettagli dell'accaduto» - comunica la Sala stampa della Santa Sede - «prega per le vittime e per il Paese, dolorosamente colpiti in un momento di festa, e affida entrambi al Signore, perché invii il Suo Spirito a consolarli».
    Padre Fortunato, quali sono i suoi pensieri e i suoi sentimenti di fronte alle immagini di violenza e morte nella chiesa di San Francesco a Owo nello stato nigeriano di Ondo?
    «Provo sconcerto per questo attentato vile, che colpisce ancora una volta non solo donne e uomini animati dalla fede e dall'amore, ma anche gente e bambini innocenti. Quelle persone stavano compiendo uno degli atti più importanti della vita, pregare nel giorno di Pentecoste, disarmate nel cuore e nel vivere insieme la celebrazione cristiana».
    Ora la Chiesa come deve reagire?
    «Le strade da percorrere sono tre su tutte. Innanzitutto la ferma condanna, senza se e senza ma, di ogni atto che vuole distruggere l'uomo. La seconda è la preghiera: non potrò mai dimenticare quello che il papa emerito Benedetto XVI ci disse nel 2011 ad Assisi, quando, invocando il dono della pace per l'umanità, ricordò che con la preghiera si può scuotere il cuore di Dio e, allo stesso tempo, risvegliare la coscienza e il cuore dell'uomo. La terza è continuare a dire basta al vergognoso traffico delle armi».
    A chi invoca rivalsa che cosa direbbe?
    «La Chiesa deve stare attenta a non sconfinare nella predica della vendetta. È una parola che non appartiene al cristiano, e non dovrebbe appartenere all'uomo. È illuminante ripercorrere i passi della Bibbia per vedere come dalla "regola di ferro", rappresentata dalla legge del taglione, si è arrivati alla "regola d'argento", "non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te", fino a quella d'oro: "Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te". Siamo chiamati a questo. Al dialogo sempre e comunque».
    Lei rappresenta lo spirito francescano di Assisi: queste carneficine possono ostacolare il cammino interreligioso ed ecumenico?
    «Il percorso ecumenico ha già ricevuto una ferita profonda con l'invasione russa in Ucraina. Ora il commando omicida in Nigeria ha provocato un'ulteriore lacerazione alla comunione interreligiosa. Ma non dobbiamo assolutamente arrenderci, sarebbe una sconfitta. L'uomo di fede è animato dalla speranza nel futuro dell'uomo, speranza che non muore e non delude».
    Oltre a quelle degli autori e dei mandanti dell'attacco, intravede anche responsabilità indirette per il sangue versato nella chiesa nigeriana?
    «Il non prenderci cura dei paesi più fragili e deboli – a tutti i livelli, politico, sociale, umanitario – porta all'abbandono di alcune regioni del mondo, che diventano così terreno fertile per i soprusi. Sono stato nei giorni scorsi a un incontro con i Nobel per la Pace e i Nobel per l'Economia: si è arrivati a comprendere quanto sia decisiva la "strategia" della solidarietà vera e concreta verso chi è più fragile e indifeso, vicino e lontano. Solo così il mondo intero potrà progredire verso il "buon vivere", sostenibile e pacifico».
  5. UN ERRORE COMPRENSIBILE : «Mio padre è al fronte. I miei due fratelli pure. Il mio posto è in Ucraina, ecco perché sono felice di poter tornare a casa». Karina Sharipova ha 22 anni ed è di Kiev. È uno dei profughi ucraini che hanno aperto ieri, con il primo viaggio, il progetto "Io ritorno a casa" promosso dal Consolato dell'Ucraina del Piemonte con il sostegno economico di Specchio dei tempi (e del suo brand nazionale Specchio d'Italia) e con la supervisione dell'Ambasciata dell'Ucraina in Italia. Si tratta della prima iniziativa nazionale per agevolare il rientro in Patria dei profughi con partenze da Torino, Roma e Napoli. «La scelta della vostra fondazione – ho voluto sottolineare Oleksandr Kapustin, il Segretario Generale dell'Ambasciata – viene incontro ad una richiesta sempre più diffusa fra i profughi che si sono rifugiati in Italia. Il 60% di loro vuole tornare in patria e non ha i mezzi per farlo». Mancano infatti servizi di linea strutturati verso il confine fra Polonia ed Ucraina e, sul mercato nero, un posto su un pullmino viene venduto anche ad oltre 150 euro. Se pensiamo che quasi tutte le famiglie si compongono di una mamma con diversi bambini, questa spesa diventa non affrontabile con proprie risorse. Specchio dei tempi e Specchio d'Italia hanno così colto, ancora una volta per primi, questa richiesta (solo in Piemonte ci sono state 180 prenotazioni in 4 giorni) e hanno immediatamente attivato le navette di rientro: ieri è partita la prima, da corso Marconi a Torino, domenica prossima sarà la volta di due pullman da 54 posti mentre nelle prossime ore verranno calendarizzate partenze anche da Roma e Napoli. I profughi vengono accompagnati sul confine polacco, a scelta fra Przemysl (dove possono prendere il treno per Leopoli) oppure alla barriera di Medyka, a pochi metri dall'Ucraina, dove possono essere facilmente accolti da parenti o amici.
    Tutti coloro che partono hanno una storia ed una propria motivazione. Come Olena Podpovidna, 41 anni da Kherkasy, che viaggia con il figlio Oleksii, 16 anni: «Torniamo per due ragioni: la prima è che la situazione sembra essere migliorata ed in molte città, come la nostra, la vita è tornata a scorrere in modo quasi normale. La seconda è che io ho lasciato laggiù un posto di lavoro. Per legge non mi possono licenziare, ma è anche vero che molti profughi interni stanno cercando impieghi nelle città lontane dalla guerra e questo potrebbe complicare il mantenimento del mio livello di lavoro».
    Nessuno sembra avere paura. Nemmeno Miroslava Biesedina, 7 anni, che appare ansiosa di rientrare a casa, anche se Kharkiv, la sua città, è stata anche di recente attaccata dai russi: «Non vedo i miei compagni da oltre tre mesi e mi mancano. Sì, in qualche modo ci siamo scambiati messaggi, ma ora li voglio riabbracciare, Non mi sembra vero che domani o dopodomani li potrò rivedere. Abbiamo tante cose da raccontarci».
    Niente paura nemmeno per Karina Sharipova, 22 anni, che ha deciso solo sabato di partire: «Kiev nelle ultime settimane è stata relativamente tranquilla, quindi ci sono tutti i presupposti per il mio rientro. Ho preso il posto di un'amica, che ha scelto di restare ancora un po' in Italia, non se l'è sentita. Io invece voglio stare vicina alla mia famiglia, a mio padre ed ai miei fratelli che combattono. È il momento di avere coraggio».
    Tutti hanno parole di grande riconoscenza verso l'Italia. Anastasia Bychkova, un'interprete della task force del Consolato di Torino, traduce da tutti le medesime parole: «Grazie Italia! Sia per come ci avete accolto e sia per come ci avete assistito. Torniamo con la consapevolezza di avere trovato alleati ed amici. Non ci avete mai fatto sentire soli». Da tutti anche una richiesta: «Molti, fra quelli che resteranno in Italia, lo devono fare perché hanno lasciato in Ucraina città devastate e case distrutte. Loro hanno ancora bisogno di tutto il vostro aiuto e di tutta la vostra simpatia».
  6. OPINABILE L'ETA' : «Fai ancora politica a 70 anni? You're fired!». No, non è l'ultima edizione, riveduta e politicamente (s)corretta del talent show sul mondo aziendale di Donald Trump (anche se chi lo ha detto condivide alcune posizioni iperpopuliste dell'ex presidente). E non è neppure una versione bis o «2.0» della rottamazione di renziana memoria, sebbene pure in questo caso la strizzata d'occhio si riveli indirizzata al giovanilismo imperante nelle (in verità, sempre più senescenti) società occidentali. A invocare – naturalmente su Twitter – una sorta di soglia anagrafica e di pensionamento obbligatorio dalla carriera politica per gli ultrasettantenni è uno che non ti aspetteresti proprio: Elon Musk. O, magari, è uno dal quale ci si doveva proprio attendere questa presa di posizione, perché pontifica (letteralmente) su tutto e, ultimamente, ha moltiplicato in modo esponenziale i suoi interventi sulla politica. D'altronde, a ben guardare, queste considerazioni su come contrastare la gerontocrazia al potere offrono un manifesto del «Musk-pensiero» che, in questo caso, si connette idealmente al «Sessantotto-pensiero», responsabile all'epoca della circolazione dello slogan senza appello «Non fidarti di chi ha più di 30 anni». Per inciso, il cofondatore di Paypal, Tesla e Neuralink ha sollevato un problema assai reale, come sanno – specie in Italia – le generazioni più giovani che, per quanto sempre più preparate, non riescono a toccare palla e a ricoprire ruoli decisionali di rilievo. Così come, d'altro canto, una certa retorica del «Forever Young» (per dirla con gli Alphaville) – dal postumano sino ai deliri sull'immortalità – è intrinseca allo spirito della Silicon Valley, anche perché propedeutica a quella concezione disruptive della vita e dell'economia (zero passato, eterna giovinezza e proiezione incessante nel futuro) che identifica il motore delle sorti magnifiche e progressive della rivoluzione digitale.
    Per provare a interpretare questa ennesima uscita dell'Oracolo di SpaceX si possono azzardare tre motivazioni (tra loro complementari). La prima è quella che sospinge ogni «pensiero, parola, opera e omissione» di Musk: «It's the economy, stupid!». Il tycoon si muove costantemente su quel crinale tra finanza e innovazione tecnologica che costituisce il nocciolo duro di quanto, negli anni Novanta, veniva chiamato new economy. Un business eminentemente immateriale e simbolico, nella cui cornice ogni dichiarazione (e provocazione) tende a generare profitti o a spostare il valore delle azioni delle aziende. Di qui, la sua sfilza senza sosta di tweet su qualunque ambito del discorso pubblico, anche per sopravanzare le cattive notizie e gli "infortuni" (come l'annuncio del possibile licenziamento del 10% della forza-lavoro da lui dipendente), mentre non si dirada la nebbia intorno all'avvenire di Twitter. E l'esigenza di rimanere al centro della scena mediatica, secondo i canoni di quella «economia-celebrità» di cui rappresenta uno dei protagonisti assoluti. Una logica di funzionamento assimilabile in tutto e per tutto a quella della celebrity-politics; e qui si arriva alla seconda ragione potenziale della sua presa di posizione, espressa con una certa dose di competenza (il riferimento al limite dei mandati). La discesa in campo delle figure imprenditoriali, sistematicamente accompagnata da un messaggio di rinnovamento e "ringiovanimento", è divenuta una costante della politica postmoderna (e dei suoi corollari: l'antipolitica e la postpolitica). E, dunque, la tentazione potrebbe benissimo cogliere anche Musk, dopo che a lasciare intravedere qualche segnale in tal senso erano stati Mark Zuckerberg e, meno esplicitamente, Jeff Bezos. Con la soglia di sbarramento dell'età si metterebbero di colpo fuori gioco tanti competitor, dal presidente in carica Biden al suo duellante Trump. Last but not least, questa entrata a gamba tesa nel dibattito politico sembra avere un terzo fondamento, di tipo ideologico. E affonda le sue radici, giustappunto, nel mosaico composito e nel patchwork contraddittorio dell'«Ideologia californiana», di cui è pervaso anche (côté anarcolibertarismo di destra, per così dire) quell'ossimoro vivente che è Elon Musk. Nella Californian Ideology esiste una componente controculturale propensa, a volte, all'idea del Carnevale antisistema: e, allora, per quella élite high-tech che ama dichiararsi anti-establishment cosa meglio dell'attaccare una "casta" di anziani uomini politici?
  7. DOPO ELISABETTA II LA RESA DEI CONTI :Questa giornata, questo anniversario della Regina Elisabetta, hanno ovviamente un'importanza enorme per gli inglesi, ma non soltanto per loro. Questo è infatti un momento in cui quasi tutte le istituzioni inglesi, che consideravamo salde, stanno perlomeno tremando. È un periodo di decadenza del Regno Unito. Ho già avuto modo di parlarne su questo giornale, non posso che confermarlo. Ed è realisticamente un grosso pensiero - per tutti noi che siamo britannici, io lo sono diventata dieci anni fa - la domanda e le incertezze su quale sarà il futuro prossimo. Ovvero, se la Gran Bretagna continuerà a vivere come la conosciamo oppure se si dividerà in almeno tre Stati. Io, questa, la vedo come una possibilità concreta: perché la Scozia vuole la sua indipendenza, anche se penso che sarebbe una follia, perché è un paese povero, però dobbiamo anche considerare che il buon senso sembra aver lasciato la Gran Bretagna. Poi c'è l'Irlanda del Nord, che prima o poi deve essere riunita all'Irlanda del Sud; dunque, a quel punto, resterebbe l'Inghilterra centrale e la Cornovaglia.
    Ma Londra sta perdendo quella sua posizione importantissima e strategica che aveva nel passato: non è più la capitale di tutto il mondo inglese, il turismo la sorregge ancora, ma molte delle industrie e delle organizzazioni internazionali l'hanno abbandonata e questo è un segnale che non possiamo non considerare. E poi il leader del Partito conservatore, e primo ministro, Boris Johnson è semplicemente un buffone, anche se ha una bella intelligenza. Atrofizzata.
    A Londra rimangono allora le arti, e rimangono anche le eccellenze delle sue università, ma non sappiamo fino a quando tutto questo può durare e sopravvivere alla situazione attuale. Per me, credetemi, è davvero triste parlare in questo modo del Regno Unito, ma vedo così il futuro della mia seconda patria. Come ho avuto modo di scrivere nei giorni scorsi, vedo tra la gente, qui a Londra, tanta aggressione contenuta, tanta rabbia e tanta prepotenza, dapprima sconosciute. La sento anche io, la paura. E sento la paura di tanti altri cittadini, giovani e vecchi, femmine e maschi, neri e bianchi, musulmani, buddisti ebrei e cristiani - che non avevo mai visto o sentito prima - e che aumenta di giorno in giorno. La violenza per le strade è aumentata e ha raggiunto livelli preoccupanti. Ci sono famiglie che si allontanano dalla gloriosa città e vanno a vivere in campagna. I giovani temono il futuro più di tutti. E allora penso ai miei figli e ai miei nipoti, che forse hanno capito prima di me questa regressione che sta colpendo il Regno Unito. Non a caso, due anni fa, infatti, i miei nipotini – che sono per tre quarti inglesi e hanno un'età dai 14 ai 10 anni - hanno chiesto ai loro genitori e pure a me di farli diventare anche italiani, prendendo quindi la doppia cittadinanza. Credo che anche loro abbiano capito che il futuro dell'Inghilterra, forse, non è altrettanto bello come la eventuale possibilità di vivere in Italia.

 

06.06.22
  1. Il Papa: "Vorrei andare in Ucraina ma non è ancora il momento giusto"
  2. Il futuro dell’auto non sara’ con le batterie ma con l’H2.
    Per cui il litio del Dombass non servira’ e la guerra in Ucraina e’ inutile.

    Il concetto della finalita’ economica della guerra e’ sempre esistito.
    Quella sull’Ucraina legata alle materie prime che erroneamente si basano sul litio nel Donbas per le batterie, per cui chi vende gas e petrolio e’ logico che pensi che se non posso piu’ venderli vendero’ il litio .
    La materia prima e’ una rendita di posizione per cui si va a bloccare la corretta suddivisione di risorse gestita da energia e lavoro.
    Nella materia prima c’e una componente di lavoro ed energia che ne costituisce il costo produttivo.
    Chi si inserisce al di fuori di questo modello economico che chiamo Mb, la produzione di batterie ha portato a pensare che con il litio si rafforzasse la rendita di posizione sul futuro, commettendo un grande errore.


    Poiche’ non ha senso l’auto a batteria , lo ha quella ad H2.
    In tutto il mondo solo 3 produttori hanno prodotto auto ad H2.
    Questo grave errore sull’interpretazione del futuro ha portato a conclusioni sbagliate per matenere una rendita di posizione sulle materie prime .
    Per cui una volta che si e’ scelto che il futuro energetico e’ basato sull’H2, allora finisce la guerra in Ucraina e continuo a vendere gas e petrolio sino a quando posso .



    La superficialita’ pressappochista dei costruttori d’auto orientata da Elon Musk, e seguita da Dies e TAVARES, DE MEO, ha portato ad un falso obiettivo della guerra in Ucraina per mantenere una rendita di posizione dal gas-petrolio alle batterie per auto.
    Per un problema di superficialita’ si e’ creato un falso obiettivo della guerra in Ucraina da parte di Putin.

    Le riserve di litio del Dombas sono diventate una alternativa al petrolio quando vi e’ stato un’azzeramento temporaneo del valore del petrolio .
    l’auto elettrica non ha futuro ne' dal punto di vista commerciale ne’ dal punto di vista ecologico , anzi al contrario.
    Elon Musk lasciera’ i soci di Tesla con il cerino in mano essendo la produzione e la distribuzione di H2 il futuro.
    In questo contesto una classe politica incapace di gestire le emergenze, superficiale, ed a volte anche corrotta, ha portato a valutazioni errate della guerra in Ucraina.
     

 

05.06.22
  1. Zakharova: "Non ha senso discutere di un incontro tra Putin e Zelensky"
    Mosca contro la trasmissione "Report" "Denigra gli aiuti all'Italia per il Covid"
  2. TAGLI PERICOLOSI : Con un incidente di questo tipo «serve cautela, ci sono parecchi dubbi», dice subito Andrea Pelle, segretario generale dell'Orsa, importante sindacato dei ferrovieri. «Per fortuna è andata bene, ma non possiamo non sottolineare che si tratta del terzo incidente grave nel giro di 4 anni – attacca – che sia stato un guasto del treno o un malfunzionamento della rete, qui c'è un problema di sistema che chiama in causa Rfi e Trenitalia».
    Secondo lei cos'è successo?
    «Difficile dirlo senza altri elementi, la dinamica è molto particolare e anomala, perché il treno è passato tutto senza problemi e lo svio ha interessato l'ultimo vagone, la locomotiva di coda. Se ci fosse stato un problema sul binario, un tratto lesionato e un oggetto di intralcio, il treno sarebbe uscito prima».
    Le alte temperature possono aver pesato in qualche modo?
    «Non è da escludere, perché il caldo può far dilatare il ferro e, così, il binario si sposta, in gergo si "slinea", quel tanto che basta da mandare fuori asse il treno: si allarga lo scartamento e il vagone sbanda. Questo succede, però, quando non si fa un'adeguata manutenzione sulla linea. Del resto, non sarebbe la prima volta».
    Pensa all'incidente di Pioltello nel 2018?
    «Certo, e anche Livraga nel 2020. Ma in quei casi il deragliamento è avvenuto a metà treno o al locomotore di testa, con cause evidenti legate allo stato dei binari. Stavolta bisogna aspettare. Di certo, è solo una questione di fortuna se non ci sono stati feriti, perché a bordo della locomotiva non c'era nessuno e la velocità in quel tratto è ridotta. Ma si immagina se proprio in quel momento fosse arrivato un altro treno in senso opposto?».
    La tratta Roma-Napoli dell'alta velocità è una delle più recenti, possibile sia già logorata?
    «Non ricordo altri problemi su quella linea, che, in effetti, è "giovane", credo attivata nel 2006, non ha nemmeno vent'anni. Ma, ripeto, non mi fermerei a questo episodio, guarderei alla frequenza degli incidenti, che è preoccupante. Questi sono fatti gravi, che ci riportano indietro nel tempo, a un'altra ferrovia».
    Sul tema della manutenzione e della sicurezza vi siete già battuti in passato...La prima segnalazione è di tre anni fa, oggi è una protesta quasi quotidiana finalizzata a far capire cosa vuol dire vivere con le barriere architettoniche. Perché nessuno ha mai risolto il problema. Erminia Ruggeri è una pensionata di Nichelino e ogni volta che deve scendere dal treno nella stazione cittadina o aiutare qualche sua conoscente, il rischio di farsi male è altissimo. Per un motivo molto semplice: la distanza tra lo scalino del convoglio e la banchina è eccessivo.
    La sua battaglia è iniziata tempo fa e oggi, quando va a prendere qualcuno in stazione, si porta dietro una piccola scala per limitare il disagio. «Ferrovie quando ha intenzione di mettere a posto questa situazione? Conviviamo con questa barriera architettonica da anni: chi è giovane non ha grosse difficoltà, ma gli anziani e chi ha problemi di deambulazione è fortemente penalizzato e ogni giorno corre il pericolo di farsi male».
    La vicenda verrà portata anche sui banchi del Consiglio regionale, visto che la donna ha chiesto una mano anche all'esponente del Pd, Diego Sarno: «Porterò nuovamente la questione all'attenzione della giunta regionale, affinché l'assessore Gabusi e il presidente Cirio pongano rimedio a questa situazione inaccettabile e ascoltino l'appello di Erminia. Tutte le persone anziane e con difficoltà hanno il diritto di essere autonome negli spostamenti e di usufruire dei mezzi di trasporto che pagano tanto quanto gli altri cittadini piemontesi». Il tema era già stato affrontato da Ferrovie, che anche oggi sottolineano: «Il marciapiede della stazione di Nichelino è realizzato a regolare altezza standard (25 centimetri dal piano binari). Nei piani di rinnovo dei marciapiedi con l'innalzamento degli stessi a 55 centimetri di altezza c'è anche la stazione di Nichelino che verrà realizzata appena i finanziamenti saranno disponibili. Al momento non abbiamo previsione sui tempi».
    Non solo tempo, ma anche costi, visto l'aumento delle materie prime che in tutti i settori stanno mettendo in grande difficoltà i lavori pubblici. Per fare un esempio e rimanere sempre nell'ambito ferroviario, la costruzione del previsto sottopassaggio al di sotto dei binari di Vinovo da una cifra iniziale ipotizzata di 8 milioni ora si parla già di un aumento di un milione di euro
    «E continueremo a farlo. Abbiamo già chiesto una convocazione a Trenitalia e Rfi, per affrontare la questione».
  3. L'EREDITA' VERA DI MARCHIONNE : Fca Us Llc, interamente controllata da Stellantis, ha raggiunto un accordo che risolve l'indagine del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti che coinvolge circa 101.482 veicoli MY 2014-2016 equipaggiati con motori EcoDiesel V-6 di seconda generazione. L'accordo, soggetto all'approvazione del tribunale federale degli Stati Uniti, include una dichiarazione di colpevolezza, una multa di 96,1 milioni di dollari e un'ammenda di 203,6 milioni di dollari sui guadagni derivanti dalla condotta. «I reclami dei consumatori relativi ai veicoli in questione sono già stati risolti e non sono necessarie ulteriori campagne di richiamo - spiega un comunicato -. Come descritto nelle informative finanziarie del 2021 di Stellantis, circa 266 milioni di euro erano stati precedentemente accantonati in relazione a questa materia, sufficienti a coprire l'ammenda e la sanzione inflitte dall'accordo raggiunto». Ieri intanto il ceo di Stellantis, Carlos Tavares, è stato nominato persona più influente dell'industria automobilistica mondiale da Autocar, una delle più importanti riviste del settore automotive al mondo.
  4. IL PERICOLO MUSK CHE NON SI VUOLE VEDERE : Dopo lo smart working le politiche sul lavoro. Uno scatenato Elon Musk torna a far parlare di sé, questa volta profilando tagli occupazionali in Tesla e una sorta di congelamento delle assunzioni su scala globale. Il miliardario anticonformista suggerisce che la scure dei licenziamenti dovrebbe abbattersi sul circa 10% della forza lavoro del colosso delle auto elettriche, per far fronte a un'imminente fase dell'economia considerata insidiosa. A sostenerlo è Reuters che riporta i contenuti di una e-mail dal titolo «Pausa in tutte le assunzioni nel mondo» inviata ai dirigenti del gruppo. Nella mail si a riferimento ad una «bruttissima sensazione» sull'andamento dell'economia. Il taglio potrebbe aggirarsi sui 10 mila lavoratori: al momento Tesla, che ha fabbriche in Usa, Cina e Berlino, impiega 99.290 dipendenti. Il pronunciamento del "ribelle" della Silicon Valley non è stato accolto di buon grado da Wall Street: sul Nasdaq il titolo ha perso oltre l'8%. Qualche giorno prima Musk era stato protagonista di un'altra invettiva, in cui chiedeva ai suoi manager di tornare in ufficio mettendo da parte lo smart working. A rispondere al Ceo è direttamente Joe Biden con cui non vanta rapporti idilliaci). «Ford sta aumentando gli investimenti, Stellantis sta facendo altrettanto. Molta buona fortuna nel suo viaggio sulla luna», ha replicato l'inquilino della Casa Bianca a chi chiedeva un commento sulla «brutta sensazione» in merito allo stato dell'economia espresso da Elon Musk. E puntuale è arrivata la controreplica. «Thanks Mr. President», grazie presidente, twitta Musk postando un articolo in cui annuncia che la Nasa ha scelto Space X per riportare l'uomo sulla Luna. La vicenda ha fatto eco anche dall'altra parte dell'Atlantico, Italia compresa, dove a farsi sentire sono stati i sindacati. «Il modello di business di Elon Musk è contro i lavoratori e per profitti da capogiro: è ora di intervenire. Chi di fronte ad una distrazione difficile per l'economia e per l'industria dell'auto pensa che licenziare i lavoratori per garantire il profitto non deve poter accedere a incentivi pubblici di qualunque tipo in Italia e in Europa», afferma Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgi.
    Negli Stati Uniti tuttavia permangono, anzi si amplificano, i timori sul futuro stato di salute dell'economia, nonostante i mercati abbiano messo a segno alcune sedute importanti, riportando i listini in quota dopo i ribassi di metà maggio. È di nuovo il lavoro ad essere stato protagonista ieri, anche sul fronte macro, segnando il diciassettesimo mese consecutivo di crescita, oltre le attese degli analisti. In maggio sono state aggiunte 390 mila posizioni con un tasso di disoccupazione rimasto a 3,6%, ovvero ai minimi da quasi 50 anni. Dati positivi che segnalano un ottimismo sull'economia ma che penalizzano Wall Street. La vivacità dei consumi e la solidità del comparto occupazionale agevolano la politica restrittiva della Federal Reserve per far fronte alle pressioni sui prezzi. La tabella di marcia della Banca centrale sembra confermata con rialzi dei tassi di interesse da mezzo punto in giugno e luglio, e forse anche in settembre. Questo associato alla tenuta dei consumi rischia di rendere la Fed ancora più aggressiva, specie se poi a questo si dovesse aggiungere un aumento di stipendi e salari. Wall Street è convinta che una recessione sia ormai dietro l'angolo, fra le strette della Fed e l'incertezza della guerra in Ucraina. Biden preferisce parlare di rallentamento «salutare» della crescita, e assicura che l'economia Usa è ben posizionata: «Quest'anno possiamo crescere più della Cina.
  5. IL VERO FUTURO :  I risultati della collaborazione tra la Rice University e il Ford Research and Innovation Center

    (Rinnovabili.it) – La vecchia plastica dei veicoli fuori uso rinasce sotto forma di materiali preziosi da destinare alla stessa industria auto. Succede in Texas dove un gruppo di scienziati della Rice University ha messo a punto un processo chimico che trasforma i polimeri plastici in grafene di qualità.

    Il progetto, realizzato in collaborazione con i ricercatori della Ford Motor Company, mirava a creare un’efficace tecnica di upcycling, termine che identifica processi di riciclo il cui prodotto finale ha un valore più alto dello scarto iniziale. Lo studio propone una tecnica chiamata riscaldamento flash joule, con cui il team della Rice ha dimostrato nel 2020 di poter ottenere grafene da materiali di scarto come avanzi di cibo, plastica e vecchi pneumatici.

    Come funziona? I rifiuti vengono prima macinati in polvere e poi riscaldati a 2.027 °C e 2.727 °C applicando una corrente elettrica. Il processo converte in una decina di millisecondi il carbonio presente nello scarto in scaglie di grafene. Mentre tutti gli altri elementi sono trasformati in gas utili e raccolti.

    Nonostante le alte temperature necessarie, il riscaldamento flash Joule rappresenta un modo molto economico per produrre grafene, richiedendo meno energia di altri processi. E nel nuovo studio, gli scienziati della Rice hanno dimostrato come integrare questa tecnica di upcycling nel mondo reale nel mondo reale.

    Nel dettaglio i ricercatori della Ford hanno inviato agli scienziati dell’ateneo oltre 4,5 kg di plastica proveniente da paraurti, guarnizioni, tappetini, sedili e rivestimenti delle portiere di vecchi pick-up F-150. “Era sporca e bagnata”, spiega il chimico James Tour. “L’abbiamo trattata e abbiamo rispedito il grafene alla Ford”.

    L’azienda ha quindi usato il materiale per rinforzare la sua schiuma di poliuretano, che viene utilizzata per isolare i veicoli da rumori e vibrazioni. Con solo lo 0,1% di grafene in peso, la schiuma ha mostrato una resistenza alla trazione superiore del 34% ed un miglioramento del 25% nell’assorbimento dei suoni a bassa frequenza. “Quindi ci hanno inviato i nuovi compositi, noi li abbiamo trattati, li abbiamo trasformati nuovamente in grafene. È un ottimo esempio di chiusura del cerchio”. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature Communications Engineering (testo in inglese).

 

04.06.22
  1. A Vasylivka contadini obbligati dai russi a gettare i prodotti che dovevano vendere.
  2. Petizione per la costituzione del difensore civico degli azionisti

    La recente campagna assembleare ha dimostrato che in Italia ed Olanda, da anni, non c’e’ la possibilita’ degli azionisti delle societa’ quotate in borsa di partecipare alle assemblee degli azionisti sia on line che personalmente, mentre in Francia e Germania nel 2022 gli azionisti hanno partecipato di persona.
    Inoltre in Italia ed Olanda gli organismi di vigilanza non hanno minimamente vigilato sullo scarso rispetto per i diritti degli azionisti delle societa’ quotate in borsa , dove non sono state date risposte adeguate alle domande in assemblea ne’ sottoposte a votazione delibere proposte nel rispetto della normativa nazionale da parte di tutte le societa’ quotate in Italia senza che la Consob sia mai intervenuta nonostante miei continue e puntuali segnalazioni
    Per questa mancata di tutela dei diritti degli azionisti propongo una petizione al fine di costituire per ogni paese Ue un difensore civico nazionale dei diritti degli azionisti che dipenda dalla Presidenza del Consiglio e che riferisca sulla sua attivita’ ad un coordinatore Ue che faccia riferimento al Presidente del Consiglio Europeo .
  3. Convegno Internazionale "Ricerca e Innovazione, il Futuro della Mobilità"

    Venerdì 17 giugno 2022 - Auditorium Testori, Milano
    PROGRAMMA DEGLI INTERVENTI E RELATORI
    h 10 - Apertura lavori e saluti istituzionali
    h 11 - Verso il 2035, cosa può fare la lobby automobilistica italiana?
    Modera Gianluca Pellegrini, direttore responsabile Quattroruote.

    Sulla necessità di rinsaldare la lobby italiana automotive in vista delle sfide dei prossimi anni, come quella della sostenibilità e del ricambio del parco auto.
    Parteciperanno:

    Presidente Regione Lombardia
    Viceministro Sviluppo Economico Repubblica Italiana, tbc
    Andrea Levy, Presidente MIMO Milano Monza Motor Show
    Michele Crisci, Presidente UNRAE
    Paolo Scudieri, Presidente ANFIA
    Adolfo De Stefani Cosentino, Presidente FEDERAUTO


    h 14 - Mobilità integrata tra città e paesi, un’Italia a due velocità
    Modera Andrea Brambilla, direttore responsabile AUTO

    Dedicato alla mobilità integrata e all’obiettivo di renderla una realtà omogenea nei prossimi anni.
    Parteciperanno:

    Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sestenibili della Repubblica Italiana tbc
    Ministro della Transizione Ecologica della Repubblica Italiana tbc
    Federico Caleno, Head of Country Italia Enel X Way
    Giacomo Carelli, CEO FCA Bank e Presidente Leasys
    Giacomo Lovati, Chief Beyond Insurance Officer UnipolSai Assicurazioni
    Luigi Corradi, CEO di Trenitalia
    Matteo Mammì, CEO EMEA Helbiz Group

    h 16 - Di che forma sarà l’automobile tra 20 anni?
    Modera Alberto Sabbatini

    Dedicato al design, il terzo panel pone l’accento sul futuro che avrà la forma dell’auto.
    Parteciperanno:

    Assessore Istruzione, Università, Ricerca, Innovazione di Regione Lombardia
    Flavio Manzoni, Chief Design Officer Ferrari
    Riccardo Balbo, Direttore Accademico IED
    Horacio Pagani, CEO Pagani
    Fausto Brevi, Direttore Scientifico Master Transportation&Automobile Design Politecnico di Milano


    h 17:30 - BLOCKCHAIN, NFT, METAVERSO e IoT, Cosa sono e come innoveranno e amplieranno il mondo dell’automotive, dal sogno all’utilità
    Modera Gaetano Cesarano, direttore di Money e Presidente UIGA

    Un approfondimento su NFT e Metaverso, alla scoperta di Blockchain e IoT, per scardinare i paradigmi della comunicazione, della decentralizzazione, dell’identità e utilities digitali anche del settore automobilistico.

    Paolo Turati, Docente e Direttore LabDEC Saa-School of Management dell'Università di Torino
    Fabrizio Amodio, BioMine
    Francesco Vincenti, Business Developer del Metaverso di Somnium Space
    Zhou Wubo, Co-founder di Huancheng digital technology e CEO di MICIA
    Umberto Palermo, UP Design e Mole Artigianale e Urbana
    Giuseppe Bergamaschi, Founder Onevo Group

    Sarà possibile seguire Il Convegno “Ricerca e innovazione, il futuro della mobilità” da remoto, in doppia lingua, italiano e inglese, su www.milanomonza.com e sul portale di Regione Lombardia,e verranno messi a disposizione strumenti per la traduzione simultanea per permettere agli spettatori stranieri presenti di seguire i lavori.

    Per assistere al Convegno, iscriviti compilando il form qui sotto: è possibile scegliere di seguire solo alcuni panel, oppure di seguire il Convegno per intero.
    Nel caso si fosse impossibilitati a partecipare, a tutti verrà inviato il link per connettersi da remoto.

 

 

 

03.06.22
  1. Il leader tedesco, Olaf Scholz, ha promesso all'Ucraina la consegna del moderno sistema di difesa contraerea Iris-T, prodotto dall'azienda Diehl. Lo ha detto parlando al Bundestag, dove ha sottolineato che il sostegno tedesco a Kiev è articolato su più misure.
  2. I numeri ucraini: 30.700 soldati russi sono stati uccisi dall'inizio della guerra
    Mosca, entro fine anno la nuova fregata equipaggiata con armi ipersoniche.
  3. ODISSEA ASSURDA :     «Severodonetsk è stata ripulita completamente dai nazionalisti ucraini». Il "trionfale" annuncio lo dà il leader ceceno Ramzan Kadyrov, in un messaggio postato su Instagram e rilanciato dall'agenzia russa Tass. Ma è solo parte della cronaca della conquista da parte dei russi di Severodonetsk. «I guerrieri della Repubblica cecena, insieme alla milizia popolare del Lugansk e ad altre forze di sicurezza russe, hanno completato la pulizia totale» della città del Sudest, aggiunge. Compreso il settore residenziale e il centro. Ma restano «alcuni diavoli» nella zona industriale.
    Dai bollettini ucraini si apprende, però, che nelle mani di Kiev resterebbe ancora un quinto della città, come spiega il sindaco Oleksandr Stryuk. «Le nostre truppe mantengono linee difensive - dice ancora -. Speriamo, nonostante tutto, di liberarla e di non permettere che venga completamente occupata».
    Come a Mariupol, molti civili rimangono intrappolati, con l'avanzata dell'occupazione russa. A Severodonetsk si parla di 12-13.000 persone, e tutte le infrastrutture essenziali sono state distrutte, compreso l'accesso alla città per fornire cibo o altri aiuti. «Vivono in condizioni di continui bombardamenti, è aumentato il pericolo per la popolazione civile», prosegue il sindaco.
    I testimoni diretti di quel che sta accadendo sono ancora una volta i social network, che mostrano i soldati russi in giro per la Piazza della Pace. Si intravedono anche diversi corpi, apparentemente di civili, per strada. «La situazione è molto difficile», ha commentato il portavoce del ministero della Difesa Oleksandr Motuzyanyk. I soldati ucraini si stanno via via ritirando, permettendo l'avanzata dei nemici. Il centro del Lugansk è l'obiettivo principale, in questi giorni, sotto tiro costante, mentre l'evacuazione è sospesa, perché rappresenta un punto chiave per controllare il Donbass. I combattimenti si dispiegano strada per strada. I residenti si rintanano nei rifugi, mentre il primo cittadino invita a «preparare maschere per il viso imbevute di soluzioni di sodio» per cautelarsi dalle conseguenze dell'esplosione di un deposito di acido nitrico in uno stabilimento colpito durante un raid.
    Presa Severodonetsk, divenuta la sede delle autorità regionali ucraine dopo che, nel 2014, i separatisti hanno preso possesso del capoluogo, i russi tenteranno probabilmente di avanzare su Lysychansk da Toshkivka per evitare di impegnarsi in combattimenti lungo il fiume. Ma la strategia, secondo l'Institute for the Study of War, prevederebbe anche che Mosca avanzi da Sudest e da Ovest. Kiev, per parte sua, sta approfittando della concentrazione delle forze russe nel Donbass per impegnare le truppe del Cremlino stanziate a Kherson, regione caduta sotto il controllo russo nelle prime fasi dell'offensiva. Le truppe di Zelensky stanno riorganizzando lì una controffensiva.
    Kherson è un terreno critico perché è l'unica area dell'Ucraina in cui i russi mantengono terreno sulla sponda occidentale del fiume Dnipro. Se Mosca respingerà la controffensiva ucraina, si manterrà in una posizione molto forte da cui partire per portare avanti l'invasione. Questo calcolo strategico dovrebbe, in linea di principio, indurre la Russia a stanziare le sue forze a Kherson, spostandole pian piano dal Sud.
    Il Cremlino conta, però, numerose perdite. È per questo che la Russia sta cercando di sfruttare le riserve bielorusse. Lo stato maggiore ucraino ha riferito che Minsk sta spostando carri armati e veicoli da combattimento di fanteria verso il territorio russo. Il Cremlino fa valere ancora una volta la sua influenza sul dittatore-amico, Alexander Lukashenko.
    A diventare sempre più drammatica è anche la situazione nella zona di Mykolaiv, nell'Ucraina meridionale, dove il 15% degli insediamenti è occupato dall'esercito russo. «Le truppe russe stanno sparando nuovi proiettili del peso di oltre 100 chili a una distanza di circa 40 chilometri, provocando danni significativi agli edifici residenziali», dice il capo dell'amministrazione militare regionale, Nikolaev Vitaly Kim. Nella città martire di Mariupol, invece, «è quasi impossibile ricevere cure mediche, poiché gli ospedali rimasti possono accogliere solo 50 pazienti al giorno, 150.000 persone sono ancora in città. Nei quartieri sono aperte solo quattro farmacie», spiega il consigliere del sindaco legittimamente eletto Petro Andriushchenk.
  4. NULLA GIUSTIFICA UNA GUERRA , MA LA SI FA : «Hanno sfondato la porta alle 4 di mattina. Puzzavano d'alcol. Erano in cinque. Erano già venuti a casa mia nei giorni prima, mi avevano chiesto il nome e il numero del passaporto, ho pensato che fosse per il finto referendum». Olena è una giovane mamma di un paese dell'Oblast di Kherson, dal 2 marzo sotto il controllo russo. Oggi ha scelto di chiamarsi Olena, come la sua più cara amica, morta i primi giorni della guerra. Si vergogna, come portasse lei la colpa del più atroce dei crimini di guerra. Parla a scatti, rigirando una tazza di tè ormai freddo tra le mani. Olena è appena arrivata in un rifugio di Zhaporizhia con i suoi tre figli, era partita sei giorni fa dal suo villaggio al confine tra Kherson e Melitopol. Il marito sta combattendo con l'esercito ucraino, non sa nulla di quello che è successo. Olena si vergogna, come portasse lei la colpa del più atroce dei crimini di guerra. In una stanza appartata del centro la psicologa di una Ong che aiuta le vittime degli abusi le stringe la mano, le nocche sono bianche, la mascella serrata. Olena riprende fiato: «Mi hanno messo il cuscino che stava sul divano sulla faccia, poi ho sentito una corda, o un pezzo di stoffa, non lo so, attorno al collo, pensavo mi volessero uccidere, ma era solo per tenermi ferma. Poi l'hanno fatto». Olena, a differenza di molti abitanti di Kherson, che aspettano nei rifugi ai confini dell'Oblast con la speranza, prima o poi, di tornare a casa, vuole mettere più spazio possibile tra lei e l'orrore. Domani partirà per Leopoli: «Quando è successo mancava l'acqua - racconta – non ho potuto lavarmi per tre giorni, non riuscivo a toccare i miei bambini».
    Il numero di denunce emerse dall'inizio della guerra suggerisce che lo stupro in Ucraina per mano dei soldati russi potrebbe essere sistemico e diffuso. Questi timori sono diventati prove dopo il ritiro della Russia da Bucha, dove, secondo le autorità di Kiev, circa venti donne e ragazze sono state «stuprate sistematicamente». L'inaudita violenza contro le donne è stata documentata da Nazioni Unite e Human Rights Watch, mentre la Corte Penale Internazionale sta raccogliendo potenziali prove, in collaborazione con le autorità ucraine, delle azioni degli occupanti.
    Le notizie dagli Oblast occupati arrivano con difficoltà, spesso solo assieme a chi è riuscito a fuggire, come una ragazza magrissima e spaurita che arriva da un piccolo villaggio tra Berdiansk e Kherson: «Hanno preso le mie amiche quando siamo uscite a cercare il cibo – dice Karolina, 15 anni, con un filo di voce -. Sono tornate nel bunker il giorno dopo, da allora non mi hanno più parlato». La madre la abbraccia, le accarezza i capelli: «Bestie», sussurra con rabbia.
    La scorsa settimana è iniziato il primo processo per stupro. La procuratrice generale di Kiev, Iryna Venediktova, ha portato alla sbarra l'imputato Mikhail Romanov, un militare delle Forze armate russe che, secondo l'accusa, a marzo, con altri soldati, fece irruzione in un'abitazione a Brovary, «spararono al suo proprietario uccidendolo e stuprarono la moglie ripetute volte». Mentre l'orrore nell'Oblast di Kiev inizia ad avere volti e capi d'accusa, la brutalità nell'Oblast di Kherson sta emergendo solo nelle ultime ore. Dima, volontario del centro di prima accoglienza alle porte di Zhaporizhia, riesce a metterci in contatto con una donna che a Kherson è rimasta per dare supporto e aiuto a chi è rimasto bloccato in città: da giorni arrivano richieste d'aiuto perché le persone semplicemente scompaiono, le donne vengono abusate, gli uomini minacciati, torturati e picchiati. «Mettere insieme ciò che sta accadendo all'interno di Kherson è difficile, sono tutti terrorizzati».
    Nel rifugio temporaneo oggi si festeggia la Giornata dei bambini, ci sono i biscotti appena sfornati. Yulia, giovane mamma di Melitopol, mette in fila i suoi in ordine decrescente: Camilla, 12 anni, Sasha 6 anni, Alina, 4, e Karolina, quasi 2. «Lunedì 26 maggio siamo partiti – racconta il padre, Vadim -. Forse sono un patriota, non lo so, ma guardavo quello che stava succedendo alla mia città in mano ai russi non sono più riuscito a rimanere. Sono dei criminali». L'intera famiglia ha aspettato in auto 4 giorni al posto di blocco di Vasylivka. Migliaia di persone aspettano al check point russo per giorni e giorni, serve che sia pieno di civili così che gli ucraini non lo bombardino. Oltre il 50% delle persone ha lasciato la città. Violenze, rapimenti, minacce e razzie. «Portano via tutto, dicono che presto faranno fuori tutti noi fascisti. Passando davanti alla casa della mia vicina hanno sparato al cane, così senza motivo. E fanno liste, liste di tutto e di tutti, di chi resta e di chi se ne va». Vadim fa allontanare i bambini: «Ci sono stati diversi casi di stupro. Un giorno ho visto una macchina di ceceni che si è fermata vicino a un gruppo di bambine di 14-15 anni. Sono scesi, uomini adulti con barbe fino alla pancia, hanno preso le bambine e le hanno trascinate nella macchina, poi se ne sono andati».
  5. IL BAVAGLIO SELETTIVO CONTRO DI ME C'E' SEMPRE STATO E CI SARA' : Porte chiuse. «Qui i giornalisti non possono più entrare». Telefoni spenti. «Non chiamate più il mio numero, se fanno i tabulati scoprono che ci siamo sentiti».
    La libertà di informazione, quella che non si accontenta dei comunicati stampa, che mantiene sempre un cauto distacco dalle fonti, è in serio pericolo dopo l'entrata in vigore del decreto legislativo 188 del 2021 sulla presunzione di innocenza. Le fake news rischiano di prendere il sopravvento.
    A fare notizia, qui, non è il lamento dei giornalisti, bensì lo stupore degli stessi magistrati che si incrociano nelle aule di giustizia, increduli di fronte al tepore verso la «censura legalizzata» introdotta dal decreto. Nel recepire la direttiva europea in materia di presunzione di innocenza, la norma ha affidato ai capi delle procure il compito-potere di stabilire che cosa va divulgato all'opinione pubblica. Tutti gli uffici giudiziari hanno dato disposizioni ai magistrati e alle forze dell'ordine su come gestire i rapporti con gli organi di informazione, fissando le regole di ingaggio per comunicare una notizia. Da divulgare, dice il decreto, «solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono specifiche ragioni di interesse pubblico». Come? Con comunicati stampa o con conferenza stampa.
    Così, una sola persona, il procuratore capo del luogo, al di là del potere che gli è proprio in ambito penale, assume allo stesso tempo la facoltà di condizionare indirettamente sulla base «della sua sensibilità culturale», come osserva il Csm, la libertà di stampa. Le procure di Torino e Milano hanno dato disposizioni stringenti, Roma ha divulgato una circolare per «invitare i magistrati all'essenzialità delle notizie».
    A Bologna, l'attento procuratore Giuseppe Amato, ha prodotto un articolato documento infarcito di citazioni, che mira però a salvare il diritto di cronaca. Il punto di partenza è la presunzione di innocenza. Il decreto, recependo la direttiva europea, vieta alle «autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole una persona sottoposta a indagini o l'imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata». Ragionando sul concetto di autorità pubblica il procuratore Amato non annovera solo i magistrati e le forze dell'ordine, ma considera anche i ministri e altri funzionari pubblici. Questo per rimarcare che la presunzione di innocenza va coltivata da tutte le autorità, non solo da quelle che indagano, a volte con eccessivo clamore. Il codice di procedura penale stabilisce che il pubblico ministero deve indagare anche accertando «fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini». Ai giornalisti spetta il compito di raccontare, e quando si può vigilare. Se le procure lo consentono, adesso.
  6. IO CON UN TIA IN CODICE VERDE PER DECISIONE DI UNA DESPOTE IMPUNITA : Il 21 aprile 2017 ho abortito. È importante per me iniziare da qui, mettere nero su bianco un'esperienza che fino a poco tempo fa avevo il terrore anche soltanto di pronunciare.
    Il pensiero di una gravidanza indesiderata ha sfiorato per la prima volta l'anticamera del mio cervello quando ero più che adolescente. Ero nel bagno di un bar in cui non prendeva il telefono, in attesa del risultato di un test.
    Non un ritardo, anzi, avevo avuto persino quelle che poi erano state definite "false mestruazioni". Eppure non mi sentivo bene, avevo un dolore addominale anomalo anche per me che ne soffrivo da sempre (4 anni dopo avrei scoperto si trattava di endometriosi e adenomiosi), e gli episodi di nausea e vomito iniziavano a essere troppi.
    La seconda linea era apparsa prima che avessi avuto il tempo di tirarmi su mutande e pantaloni. Gli istanti successivi erano stati confusi: panico, claustrofobia, il telefono che non prendeva. Io che ad alta voce mi dicevo, quasi in preda a un'esperienza extra-corporea: «Anche se fosse, chi potresti chiamare?». E ancora tachicardia, terrore, maledizioni.
    Ero cresciuta con una mamma femminista, che a 4 anni mi aveva spiegato l'importanza della 194 e del diritto all'aborto, ma l'idea di abortire, la concretezza di una scelta, mi sembravano così lontane. Avevo 21 anni, un lavoro con partita Iva dal guadagno incerto, non sapevo badare a me stessa e non avevo una relazione stabile. Ingenuamente, pensavo che l'aborto avesse a che fare con situazioni di disagio, problematiche familiari ed economiche. Era quello che era sempre arrivato alle orecchie non troppo attente della neomaggiorenne che ero.
    Pochi giorni dopo ero seduta sulla sedia di un consultorio, con il plico degli esami ginecologici sulle mie gambe che non smettevano di tremare. «Salve, vorrei intraprendere il percorso di IVG» avevo detto con un filo di voce. «Ah, voi giovani che scopate senza precauzioni e poi pensate di usare l'aborto come contraccettivo… si sdrai sul lettino a gambe aperte, vediamo cos'ha combinato». Con la capacità emotiva di un robot, io mi ero alzata e avevo eseguito senza fiatare.
    Così, con il gelido e viscoso liquido per ecografia sulla pancia, avevo scoperto di dover affrontare un colloquio con un assistente sociale e di avere l'obbligo, per legge, di soprassedere alla mia scelta per 7 giorni. La legislazione italiana mi stava sussurrando «Ora vai in castigo, pensa a quello che hai fatto e poi vediamo se hai il coraggio di procedere». Avrei voluto sentirmi tutelata, accolta, abbracciata dalle istituzioni in un momento in cui mi sentivo vulnerabile. E invece avevo sentito solo giudizio e punizione, che a quel punto pensavo di meritarmi.
    Soffrivo di una depressione non ancora diagnosticata, e il modo in cui ero stata trattata mi aveva fatto chiudere a riccio, impedendomi di chiedere supporto alle persone intorno a me, amici e familiari compresi. Passai i 2 anni successivi a sognare di partorire feti morti, ma intrapresi anche un percorso femminista che, oltre a donarmi grande consapevolezza rispetto alla difficoltà sistemica di accedere all'aborto in Italia, mi fece rivalutare la mia esperienza e me ne fece scoprire di nuove.
    Come quella di Alice Merlo (su IG @alice22.07), attivista e femminista intersezionale nonché volto della campagna di sensibilizzazione UUAR aborto farmacologico-una conquista da difendere e collaboratrice della campagna Libera di Abortire. Alice, grazie al progetto di sensibilizzazione e mutualismo dal basso di Federica di Martino, Ho abortito e sto benissimo (su IG @ivgstobenissimo), ha affrontato l'esperienza di aborto libera da pregiudizi e stigma, e si è resa conto che raccontarsi in un'ottica di pluralità di narrazioni non nega di certo la possibilità di un aborto doloroso, ma lascia spazio a chi, per mille motivi e tutti validi, lo vive in maniera diversa.
    Concentrarsi sulle lacune di un sistema sanitario nazionale che giudica e rende inaccessibile un servizio che dovrebbe essere garantito è possibile. Troppe volte viene usata la retorica del «Ma i contraccettivi? È solo colpa tua», negando la possibilità che proprio i contraccettivi non abbiano funzionato o che alla persona incinta siano stati negati (applicando violenza psicologica), e passando il messaggio che la gravidanza sia la giusta punizione per rimediare a uno sbaglio. Raccontando la difficoltà dell'accesso all'aborto farmacologico (più sicuro e più economico), la mancanza di mediatori culturali per la tutela delle persone migranti che richiedono l'interruzione volontaria di gravidanza, la necessità di percorsi di accompagnamento e sostegno e dell'informazione in materia di contraccezione, realtà come quella di cui Federica di Martino è ideatrice possono cambiare la percezione di un diritto che dovrebbe essere scontato e che invece viene messo in dubbio da 44 anni.
    Dobbiamo ascoltare una pluralità di voci ed esperienze, tutte diverse e tutte valide e legittime. Come dice Alice, «Il dolore, per essere rispettato, non va mai imposto» e come dice Federica, «Non possiamo decidere cosa debba provare chi abortisce». D'altronde, il femminismo anni Settanta ci insegna che il personale è politico. E io ci credo fortemente.
  7. LA VITA NON E' UN FILM : Ciro Grillo, dopo l'inchiesta per la violenza sessuale di gruppo per cui è imputato a Tempio Pausania, ora è uno studente di giurisprudenza. E nei giorni scorsi ha iniziato, come da prassi, gli stage a palazzo di giustizia a Genova. Il figlio del leader e garante del Movimento Cinque Stelle segue i processi, l'attività di pm e giudici. Gli stessi avvocati che difendono lui e i suoi amici per la vicenda della Sardegna, saltuariamente lo incontrano sulla balaustra all'ingresso o al quarto piano del tribunale. Dove da un paio di anni, per l'allarme Covid, è stata installata una tensostruttura in cui si tengono i principali processi, tra cui quello per il crollo del ponte Morandi. «Ho visto un ragazzo che mi salutava da distante in giacca e cravatta - racconta l'avvocato Andrea Vernazza, che è anche suo difensore insieme a Enrico Grillo - subito non l'ho riconosciuto. Poi ho capito che si trattava di Ciro. Mi ha fatto piacere». Vernazza racconta anche come Ciro sia particolarmente appassionato della materia e abbia una predilezione per il penale. Ma anche come non abbia ancora scelto, quanto terminerà gli studi, se fare il giudice, il pm o l'avvocato. Ma non solo. Spesso frequenta lo studio dell'avvocato, uno dei più noti in città, per approfondire alcuni temi e svolgere ricerche. Quello che è certo è che lo studio di quella stessa materia che ora lo vede finire sul banco degli imputati lo ha tranquillizzato. A certificarlo è anche la madre, Parvin Tadjik, moglie di Beppe Grillo e futura teste al processo dal momento che la notte della presunta violenza sessuale dormiva nell'appartamento di fianco a quello in cui si trovavano i quattro ragazzi di Genova e le due studentesse milanesi. Parvin ha raccontato agli avvocati come l'avvio del corso di studi di Ciro lo abbia «sicuramente reso più tranquillo». «Sta meglio e soprattutto dopo due anni è tornato a dormire la notte», ha spiegato la mamma. Sia lei sia Beppe sono molto vicini al figlio in questo periodo e si informano molto spesso con gli avvocati dell'andamento del processo. Ciro oltre allo studio continua anche a praticare il savate in una palestra del centro cittadino.
    Anche Vittorio Lauria, un altro dei quattro imputati, ha deciso di riprendere gli studi proprio quest'anno. E dopo aver abbandonato la scuola - era iscritto in un liceo del centro - si ripresenterà per dare la maturità. Ha scelto, invece, di vivere e studiare all'estero per sfuggire alla pressione mediatica Francesco Corsiglia, accusato solo di uno dei due episodi di violenza. Corsiglia ha intrapreso una speciale scuola nel settore alberghiero. Studia invece ancora a Genova Edoardo Capitta.
    Tutti i genitori degli imputati ieri hanno contattato gli avvocati per avere notizie sul processo. Sono almeno quattro gli elementi investigativi su cui punta la difesa. Il primo è un filmato in cui si vede Silvia, poche ore prima della violenza sessuale, in discoteca cercare Ciro Grillo, stringerlo e baciarlo con passione. C'è poi la deposizione della maestra di kite Surf che la mattina dopo la notte dello stupro ha portato la vittima in acqua per una lezione. L'istruttrice - sarà chiamata a testimoniare - ha evidenziato di aver fatto una sorta di test alla sua allieva prima di prendere il mare e di averla trovato in ottimo stato psicofisico. Il terzo punto riguarda i racconti poco precisi di Silvia su quella notte e il comportamento tenuto da lei in seguito. La giovane, infatti, durante la serata in discoteca è stata aggiunta a un gruppo Instagram chiamato «Official Mostri» creato dai quattro studenti genovesi per raccontare i loro divertimenti. Ciro e gli altri hanno aggiunto anche la sua amica del cuore. I legali hanno etichettato come «incongruenza» il fatto che la stessa vittima sia rimasta iscritta in quella pagina dopo quanto accaduto. Ma non solo. Che abbia continuato durante la vacanza a postare altre foto e video dalla Sardegna in cui appariva, denunciano i legali, «felice, spensierata e serena». Ma secondo la difesa a non tornare c'è anche il tempo intercorso tra l'episodio di violenza sessuale che avrebbe subito e la denuncia presentata una decina di giorni dopo ai carabinieri di Milano Duomo. ANCHE troppa cocaina e ketamina per Alberto Genovese. Un'assunzione così elevata che «la sua capacità di intendere e di volere», quando avrebbe violentato la modella di 18 anni durante un festa nell'attico «Terrazza Sentimento» era «quantomeno grandemente scemata». È quanto hanno messo nero su bianco i consulenti medici della difesa dell'imprenditore del web. Ma i difensori di parte civile non si commuovono e attaccano: «La nostra cliente ha subito un'invalidità permanente del 40 per cento. Ha problemi fisici e psicologici e non può più fare la modella, il lavoro che faceva», ha spiegato l'avvocato Luigi Liguori. Significa cioè che le violenze subite nella camera riservata e vigilata da body guard e telecamere di «Terrazza sentimento» sono state più gravi di quanto si immaginasse, quantificati dal legale in circa un milione e mezzo di euro. Cifra ben superiore all'offerta di risarcimento arrivata finora, pari a 130 mila euro e rispedita al mittente.
    La relazione dei difensori è entrata nel processo per gli abusi alla neo maggiorenne nell'ottobre 2020 e alla 23enne, ospite in una villa a Ibiza, nel luglio precedente. Il riconoscimento di un vizio di mente è la carta che sembra vogliano giocarsi i difensori Luigi Isolabella e Davide Ferrari. Perlomeno per ridurre la pena in caso di condanna.
    Ieri il giudice Chiara Valori ha ammesso l'istanza del giudizio abbreviato condizionato, tra l'altro, al deposito di una mole di documenti, tra cui relazioni mediche sulla sua dipendenza da droghe e alcol e sulle condizioni psicologiche. «Siamo soddisfatti dell'accoglimento della nostra richiesta da parte del gup, da cui consegue la possibilità di approfondire sempre meglio la vicenda sotto molti aspetti», ha commentato l'avvocato Ferrari.
    Per i professori Pietrini e Sartori «l'alterazione cognitiva dovuta all'abuso» di droghe «ha impedito» a Genovese, la notte del 10 ottobre 2020, «di discernere pienamente i confini tra il consenso iniziale della ragazza» e «il successivo venir meno» dello stesso e non ha saputo «comprendere quando fosse il momento opportuno di fermarsi». E, inoltre, hanno rilevato nella relazione di 36 pagine, che il 44enne aveva, a causa dell'intossicazione cronica da stupefacenti, uno stato mentale «patologico» e «caratterizzato da importanti compromissioni cognitive».
    Il quadro clinico «all'epoca dei fatti era caratterizzato da un disturbo cronico» per abuso di droghe, ma anche da una dipendenza da alcol, unito a un «disturbo psicotico secondario all'uso di sostanze», oltre a un altro di personalità con tratti «istrionici, narcisistici e ossessivo-compulsivi». Un «circolo vizioso» che ha portato a uno «scompenso dell'equilibrio psichico» dell'imprenditore. Effetti che hanno condizionato anche la «sua attività lavorativa», la quale «di fatto, dopo il 2016, si è ridotta fino a sostanzialmente azzerarsi».
    I due professori hanno segnalato pure che l'uso «abnorme» di sostanze gli avrebbe causato uno «scadimento cognitivo», tanto che i suoi livelli, che erano superiori «alla media», adesso rientrano nel «range di normalità». Ora, inserito da mesi in una comunità di recupero ai domiciliari dove si sta disintossicando, «risulta essere una persona prudente e priva di pericolosità sociale». E adesso mostra una «volontà di riscatto sociale»: vuole occupare il suo tempo al «placement lavorativo dei pazienti ex-tossicodipendenti». Il processo riprenderà il 27 giugno, quando Genovese si farà interrogare in aula. A settembre la sentenza.
  8. ELON MUSK NON E MAI STATO UN MODELLO : Elon Musk lancia una nuova crociata destinata non solo a scuotere le sue aziende, ma a spaccare l'opinione pubblica americana. Il patron di Tesla si rivolge ai manager del colosso delle auto elettriche spiegando che è il momento di tornare in ufficio. In alternativa possono andarsene. «Il lavoro da remoto non è più accettabile. Chi vuole lavorare da remoto deve essere in ufficio almeno 40 ore alla settimana o lasciare Tesla. È meno di quanto chiediamo agli operai», afferma Musk in una email interna pubblicata da Bloomberg. Il miliardario anticonformista quindi precisa: l'ufficio deve essere di Tesla, non una filiale non collegata ai propri compiti di lavoro.
    L'appello del "rinnegato" della Silicon Valley, dai toni più aderenti alla sfida, non è certo una novità, più volte in passato si era esposto criticando le insidie nascoste tra le pieghe dello smart working. Musk questa volta però va oltre, citando ad esempio i lavoratori delle fabbriche, quasi a voler creare una contrapposizione nella forza lavoro dell'azienda. Oltre a scatenare un dibattito sul mercato del lavoro nazionale: negli Usa attualmente il 26,7% dei dipendenti lavora a distanza. Nella nota inviata allo staff di Tesla martedì e dal titolo «Il lavoro a distanza non è più accettabile», il Ceo tiene a precisare che l'ufficio «deve essere un ufficio principale di Tesla, non una filiale remota estranea alle mansioni lavorative, ad esempio chi è responsabile delle attività del personale della fabbrica di Fremont, California, non può avere il proprio ufficio in un altro stato». Racconta quindi di aver quasi vissuto in un impianto Tesla agli inizi e questo ha consentito alla società di sopravvivere. «Più si occupano posizioni di livello, più visibile deve essere la presenza. Ci sono aziende che non lo richiedono ma - si chiede ironicamente - quando è stata l'ultima volta che sono state in grado di fare un buon nuovo prodotto?».
    La posizione di Musk conferma quanto aveva ventilato nelle scorse settimane quando, commentando la decisione di Apple di far slittare il rientro in ufficio, aveva twittato un meme che suggeriva come a suo avviso chi lavora da casa è pigro. I sostenitori dello smart working rivendicano la necessità di una maggiore flessibilità così da migliorare la qualità della vita. I contrari invece premono per un obbligo di ritorno in ufficio per tutti senza se e senza ma. E questo perché altrimenti si rischia di aumentare le disuguaglianze sociali creando due classi di lavoratori: da un lato i quadri e i dirigenti che godono di tutti i vantaggi della flessibilità e dall'altro i colletti blu che non ne hanno alcuna. Alle prese con le resistenze dei dipendenti, la Silicon Valley ha adottato un approccio flessibile. Alcuni hanno optato per consentire a chi lo desidera di restare in casa, altri hanno preferito un approccio ibrido con tre giorni alla settimana in ufficio e gli altri da casa. A Tesla, che ieri ha concluso la sessione di scambi sul Nasdaq a -2,5%, sembra tirare tutt'altra aria.
    La mail di Musk ha rilanciato inoltre le accuse a lui rivolte di utilizzare stili di gestione aziendale populistico-padronali. Circa due settimane fa, prima che l'eclettico investitore raggiungesse un accordo per acquisire Twitter, Keith Rabois, imprenditore della Silicon Valley, ha twittato un aneddoto in cui raccontava dello stile di gestione di Musk. Alla Space X, la creatura aerospaziale di Musk, una volta avrebbe notato un gruppo di stagisti in fila per un caffè, un'attesa prolungata vista da lui come un affronto alla produttività. Secondo Rabois, che conosce Musk dai giorni in PayPal, Musk ha minacciato di licenziare tutti gli stagisti se fosse successo di nuovo e ha installato telecamere di sicurezza per monitorare la conformità. Lo stesso Rabois scrive che anche i dipendenti di Twitter, presto avranno «un brusco risveglio»
  9. SPRECO PUBBLICO INCENTIVI AUTO SENZA PRODOTTO:  Gli incentivi auto varati dal governo hanno avuto un effetto immediato sul mercato sul quale continuano a pesare gli effetti della pandemia, la crisi nelle forniture di microchip, le difficoltà dell'economia e i rischi connessi alla guerra in Ucraina. A maggio sono state immatricolate 121.299 vetture, il 15,1% in meno dello stesso mese del 2021, il calo più modesto da inizio anno. Il totale dei cinque mesi sale a 556.974, con una flessione del 24,26% rispetto all'analogo periodo dell'anno scorso, pari a una perdita di oltre 178.000 auto. Come subito è apparso evidente, gli incentivi più utilizzati sono stati quelli per le auto con alimentazione tradizionale ed emissioni contenute, meno per le vetture alla spina: già il primo giorno di apertura della piattaforma, che accoglie le prenotazioni dei concessionari per usufruire degli incentivi, il fondo di 170 milioni per le auto con emissioni fino a 135 grammi risultava dimezzato, dopo 6 giorni restano solo 34 milioni. E' stato speso invece solo il 14% dei 220 milioni stanziati per le vetture elettriche. Il Centro Studi Promotor stima che, grazie agli incentivi, in tutto l'anno si venderanno 200.000 auto in più e che l'intero 2022 si chiuda con 1.336.682 autovetture immatricolate. "Si tratta di un livello infimo che è inferiore dell'8,3% al risultato del 2021, del 30,3% al risultato del 2019 (l'anno precedente la pandemia) e di ben il 38,5% al livello medio degli anni precedenti la crisi dei mutui sub prime innescata nel 2007 dal il fallimento di Lehman Brothers. La previsione è fortemente allarmante tanto più che l'obiettivo è stato raggiunto con lo stanziamento da parte del Governo di incentivi alle auto per 615 milioni».
  10. OPPORTUNISMO DI STATO : Noto anche al grande pubblico, non solo a quello specializzato delle pubblicazioni scientifiche, per la sua frequente partecipazione a programmi tv, il prof. Tomaso Montanari, studioso di storia dell'arte barocca e rettore dell'Università per stranieri di Siena, ha un innato talento per i pamphlet, quel genere di saggi brevi in cui una tesi viene sostenuta con grande capacità retorica, in qualche caso a dispetto della realtà evidente.
    Secondo Montanari, dunque, la crisi della democrazia in Italia sarebbe giunta a conclusione. L'Eclissi della Costituzione (Chiarelettere), che dà il titolo al suo ultimo libro, sarebbe tale da prefigurare uno sbocco tragico, come fu il nazismo per la Germania della Repubblica di Weimar. Principali responsabili di una situazione così grave, trascurata da gran parte della classe politica, sarebbero Mattarella e Draghi. Uno abilmente rimasto al suo posto al Quirinale dopo aver contribuito a far fallire i suoi principali aspiranti successori: Berlusconi e lo stesso Draghi. Chi sarebbe stato peggio dei due? «Erano peggio tutti e due», risponde il professor Montanari, che malgrado ciò non giustifica l'inganno che a suo dire sarebbe stato perpetrato dall'attuale Capo dello Stato, fin dal discorso di Capodanno, «un congedo che annunciava un ritorno».
    Nei confronti del presidente della Repubblica Montanari ha, tra gli altri, un motivo di risentimento personale: quando, dopo aver criticato perfino la location scelta per il messaggio del Presidente, constatando che le palme come sfondo si addicevano a una «Repubblica delle banane», si era visto recapitare una nota del Quirinale che sottolineava come le palme da dattero fossero state da lui confuse con i banani.
    Il testo di Montanari «un libretto corsaro di critica radicale», come lui stesso lo definisce, raccoglie - rielaborati - una serie di articoli da lui scritti per il Fatto quotidiano, Micromega, Altra economia, Luoghi comuni, e per il sito Volere la luna. Sarebbe troppo lungo qui esaminare uno per uno anche per contestarli, ove opportuno, gli argomenti del Prof. In sintesi, Roma sarebbe alle soglie del raggiungimento, in breve tempo, della «temperatura di Marrakech», le pandemie «rischiano di moltiplicarsi fino a estinguere l'umanità», milioni di persone sono spinte «verso migrazioni che cancelleranno il mondo come lo conosciamo». E in questa cornice apocalittica, in Italia, per volere di Mattarella, che dovrebbe esserne il garante, la Costituzione è sospesa o eclissata. E con la scusa dell'emergenza determinata, prima dal Covid e adesso dalla guerra, un governo non democratico, arbitrariamente considerato come composto dai "Migliori" e guidato da un banchiere ex presidente della Bce, si è insediato e si lascia andare a evidenti abusi del suo potere. La sfilza delle accuse di Montanari a Draghi è infinita: nemico dei poveri e amico dei ricchi, come dimostrerebbe l'impianto della sua riforma fiscale; liquidatore delle imprese di Stato con le privatizzazioni, come ricordò Cossiga fin dal 2008 (l'ex Presidente della Repubblica è il solo esponente della politica citato senza critiche); amico dei miliardari, cresciuti in Italia sotto il suo governo (anche se non solo); disinteressato all'antifascismo, sebbene appunto sia una delle basi della Costituzione; impegnato nella guerra senza attenzione per la pace. La reazione dei cittadini rispetto a una tale gestione sarebbe non la rivoluzione, come magari ci si sarebbe aspettati, ma «l'astensionismo di massa», cui il governo reagirebbe con un ulteriore giro di vite, «il parlamentarismo cancellato» e «l'accentramento del potere nelle mani di un'oligarchia rapace». Di qui la terribile similitudine con la Weimar che dette vita al nazismo: il «baratro» che ci attende.
    Tra le righe del pamphlet montanariano, è possibile rinvenire le tracce di una formazione cattolica, prima che accademica, e di un integralismo leggermente datato, che al contrario del cattolicesimo moderno dei nostri giorni, abituato al confronto e all'impegno attivo il politica, motiva la visione negativa del prof, il quale, appunto, sente forte solo la pulsione a ribellarsi, il «senso della rivolta»: «Tutto mi consiglierebbe di tacere - s'interroga a un certo punto Montanari -: di accomodarmi al mio posto, di non rompere le scatole, di dire solo in privato ciò che il potere non è disposto a sentirsi dire in pubblico. Ed è, posso assicurarlo - aggiunge -, davvero faticoso, frustrante, spesso umiliante, provare a mostrare in continuazione che il re è nudo. Non mi sopravvaluto - conclude -: so benissimo di non contare quasi nulla». Viene da chiedersi cosa avrebbe fatto se il suo temperamento non fosse così incline alla modestia.
  11. PER DRAGHI : Il gestore dei servizi energetici vuole recuperare i contributi erogati fino a cinque milioni il Tar non concede la sospensiva al Comune: "Così rischiamo conti in rosso per decenni"
    Il fotovoltaico all'avanguardia manda Frossasco in default

    ANTONIO GIAIMO
    Il sofisticato impianto di pannelli fotovoltaici, dotati di un sistema per inseguire il sole, installato nelle campagne di Frossasco ad un centinaio di metri dal muro di cinta dello stabilimento della Kastamonu, rischia ora di mandare in dissesto il bilancio comunale. L'ha affermato l'altra sera il sindaco, Federico Comba, in apertura del Consiglio comunale. «Il Tar del Lazio, al quale si era rivolto il Gse, il gestore dei servizi energetici, per recuperare i contributi che in questi anni sono stati erogati al Comune, non ci ha concesso la sospensiva. Siamo accusati di elusione della normativa». Poi prosegue e individua in una cifra che oscilla dai 2 milioni e mezzo ai 5 milioni la somma che potrà incidere sul bilancio: «Ebbene, questo significa che se non vinceremo il ricorso che intendiamo fare al Consiglio di Stato, per 30 anni le conseguenze si faranno sentire sui futuri bilanci. Con aumenti di tutte le tariffe e dei servizi, dall'Imu allo scuolabus. E nessun contributo potrà essere concesso alle associazioni». E aggiunge: «Saranno bloccate anche le assunzioni, si pensava di assumere adesso due cantonieri ma non sarà possibile e quindi invito i miei concittadini a pulire la strada davanti ai cortili e ai giardini».
    Un colpo di scimitarra, non ha certo usato il fioretto, quello che il sindaco ha inferto nei confronti della passata amministrazione che nel 2012, quando lui era in minoranza, aveva approvato il progetto di installazione di un impianto di panelli da un megawatt. «Noi che non eravamo d'accordo sulle modalità di acquisizione dei terreni eravamo usciti al momento del voto». A spiegare gli aspetti legali evidenziati dal Tar è proprio Daniele Castellino che oggi siede nelle file dalla minoranza e che si assume la paternità del progetto dei pannelli: «Viene contestata la fase relativa ai terreni, in un primo tempo era sufficiente che il Comune avesse per il 50 % la disponibilità e per il restante la proprietà e poi le regole erano cambiate. Ebbene noia quel punto, prima che la società che si era aggiudicata il bando allacciasse l'impianto alla rete, avevamo concluso l'acquisto, questo dopo avere convinto a fatica i proprietari del fondo che era frazionato a venderlo al Comune. In tutto poco più di un ettaro».
    Un fiore all'occhiello per la passata amministrazione di Frossasco, che era stato uno dei primi Comuni d'Italia a diventare indipendente e a vendere energia in eccesso. «Incontrerò presto l'avvocato del Comune- aggiunge il sindaco- per comprendere gli aspetti giudiziari e tecnici anche perché i contributi che ci arrivano dal Gse e che ci vengono richiesti noi li abbiamo sempre girati alla società che ha realizzato l'impianto».
    E intanto in paese il malumore è un sentimento marcato. Tuona il sindaco quando sente che c'è chi si azzarda ad affermare che questa situazione di rischio di dissesto possa pesare a favore del progetto della Kastamonu, ma mette sul piatto della bilancia che a fronte dell'autorizzazione ad installare un coinceneritore si potranno aumentare i posti di lavoro in paese. «Chi accosta le due cose non ha capito nulla, qui stiamo parlando di due problemi ben separati. E' ora di smetterla di fare confusione».

 

02.06.22

 

  1. SUICIDIO DI MASSA : Dopo anni di ristagno, e poi di calo, i fumatori sono tornati ad aumentare, in Italia e in Piemonte: un altro lascito della pandemia, peraltro ancora in corso. Più precisamente dei lockdown, con quello che hanno implicato: ansia, depressione, affaticamento, disturbi neurologici e alimentari. Con un di più nel caso dei minori, i più vulnerabili.
    In questo perimetro si colloca anche l'incremento nel consumo di tabacco, a dispetto dei costi che presuppone. A livello nazionale si calcolano 800 mila tabagisti in più rispetto al 2019, è triplicato il consumo di sigarette a tabacco riscaldato, un fumatore su tre è convinto che facciano meno male e il 75% si sente libero di fumarle in spazi chiusi. E' la sintesi del report dell'Istituto Superiore di Sanità in occasione della Giornata mondiale senza tabacco, celebrata ieri. In Piemonte l'aumento è stato di circa 10 mila unità rispetto al 2019: comuni le dinamiche con il trend nazionale.
    «Durante il periodo di pandemia, con i suoi lockdown, si è verificato un aumento dei fumatori, eppure studi recenti indicano un aumento significativo del rischio di almeno tre volte di sviluppare polmonite severa da Covid in persone con storia di uso di tabacco rispetto a non fumatori», è la considerazione sconsolata del sistema di monitoraggio PASSI (dati 2017-2021) su un campione di 9.829 cittadini. Secondo i dati dell'Iss, durante il lockdown sono diminuiti i fumatori di sigarette tradizionali, ma sono aumentati i consumatori di tabacco riscaldato e sigaretta elettronica (e-cig): alto il numero anche di chi li ha provati per la prima volta proprio durante questo periodo. Tra i fumatori di sigarette tradizionali chi non è riuscito a smettere ha aumentato il numero di sigarette fumate.
    Nella nostra regione la metà degli adulti non ha mai fumato (53%) mentre l'altra metà comprende il 22% di ex fumatori e il 25% di fumatori. I fumatori piemontesi fumano in media 11 sigarette al giorno e oltre un quinto di essi ne fuma almeno 20 al giorno. Quanto alle fasce d'età: il 30% ha tra 18 e 34 anni. E ancora: 29% (25-34 anni), 27% (35-49 anni), 22% (50-69 anni). L'abitudine, meglio dire il vizio, è più diffusa tra gli uomini (30% rispetto al 21% delle donne), tra le persone con difficoltà economiche (31% rispetto al 21%), tra le persone con bassa scolarità (30% rispetto al 18%).
    Un problema non soltanto sanitario, ma ambientale. Appurato che prodotti come sigarette, tabacco senza fumo e sigarette elettroniche si aggiungono all'accumulo di inquinamento da plastica, e che i filtri per sigarette contengono microplastiche e costituiscono la seconda forma più alta di inquinamento da plastica al mondo, l'Oms ha lanciato ai politici una proposta provocatoria: in assenza di prove che i filtri abbiano benefici per la salute, considerino la possibilità di vietarli per proteggere la salute pubblica e l'ambiente.
    Un allarme che, senza arrivare a questo punto, riecheggia anche nel rapporto Passi: «I mozziconi contengono il 40-60% delle sostanze chimiche prodotte dalla combustione del tabacco e il loro smaltimento richiede da 1 a 5 anni. Considerando un consumo medio giornaliero di 11 sigarette per fumatore, si stima che ogni giorno in Piemonte vengano prodotti oltre 11 milioni di mozziconi». Che, se gettati in terra, sono uno dei rifiuti più abbondanti e costosi da rimuovere.
  2. La prima nave cargo partita dal porto ucraino di Mariupol è diretta in Russia. "Le 2.500 tonnellate di bobine di acciaio sono dirette a Rostov sul Don", ha dichiarato il capo dell'autoproclamata Repubblica polare di Donetsk Denis Pushilin
  3. Nuovo procedimento contro Navalny "Rischia altri quindici anni di carcere"
  4. LA RUSSIA NO LIMITS :   Augusto Cosulich le sta provando tutte, per salvare la sua nave dalle mani dei russi. Il pericolo che corre la Tzarevna è di finire nella flotta commerciale di Mosca. Una nazionalizzazione improvvisa annunciata ieri: «Alcune navi del porto di Mariupol entreranno a far parte della flotta commerciale della (autoproclamata e filorussa) Repubblica Popolare di Donetsk (Dpr)». Le parole del capo della Dpr Denis Pushilin hanno fatto tremare gli operatori internazionali: «Alcune delle navi, che si trovavano nel porto quando è iniziata l'operazione speciale, saranno trasferite nella giurisdizione della Dpr. Le decisioni sono già state prese. Queste navi saranno rinominate».
    Tra queste unità c'è anche il cargo di Cosulich. La nave è di proprietà della Vulcania srl, una società del gruppo genovese, e batte bandiera maltese. «Dal 24 febbraio è attraccata nel porto di Mariupol nel mare di Azov – spiega Cosulich – con a bordo 15 mila tonnellate di semilavorati destinati ai laminatoi di San Giorgio di Nogaro da sbarcare nel porto di Monfalcone». I filorussi vogliono cambiare nome e destino alla nave che vale 9 milioni di dollari e trasporta merce per 12 milioni.
    Cosulich ha contattato il primo ministro di Malta. L'obiettivo è arrivare a una protesta ufficiale nei confronti di Mosca. La nave è però di proprietà italiana e così anche la diplomazia italiana è stata sollecitata. Il presidente della Liguria, Giovanni Toti, ha chiesto l'intervento del ministro degli Esteri Di Maio. La Tzarevna è bloccata dalla guerra nel porto di Mariupol: colpita di striscio da due bombe è stata progressivamente abbandonata dall'equipaggio. A bordo c'erano 20 persone e poteva ancora salpare: sarebbe stato l'ultimo trasporto di acciaio ucraino verso l'Italia.
  5. I GRANDI RISCHI DELLA GUERRA: «Quando hai fame e nessuno è al tuo fianco o ti rassegni o provi a scappare via».
    Susanna Jamgothian vive al quinto piano di una casa di Mar Mikhael, Beirut, che odora ancora di vernice fresca. Per riparare i danni dell'esplosione del porto dell'agosto 2020 ha impiegato quasi due anni e metà dei suoi risparmi. L'altra metà l'ha usata negli ultimi mesi per curare suo marito, morto di un cancro al fegato a marzo dopo aver subito tre operazioni. L'ultima, il tentativo disperato di un'operazione che gli allungasse la vita, è costato venti milioni di lire libanesi per l'ospedale governativo e mille dollari direttamente al chirurgo. Prima hanno pagato, poi hanno potuto ricoverare suo marito. In Libano, dice, se ti ammali o paghi o muori.
    «In meno di tre anni abbiamo vissuto quattro crisi, quella economica dopo le proteste del 2019, l'esplosione, la pandemia e infine la guerra in Ucraina che ha fatto aumentare di nuovo tutto. Sappiamo dove e quando sono iniziati i nostri problemi ma non sappiamo se e quando finiranno».
    Susanna ha verniciato le pareti e ha di nuovo le finestre, ma non ha ancora potuto ricomprare il frigorifero. Il poco cibo che ha è in una dispensa, la passata di pomodoro, qualche scatola di tonno, tutto costa venti volte più di pochi mesi fa, e poi il pane, un semplice manaush, che prima costava mille lire libanesi e oggi ne costa venticinquemila.
    L'onda lunga della guerra lontana è arrivata anche qui, in un paese travolto da una crisi finanziaria senza precedenti che ha ridotto del 95% il valore della lira libanese sul dollaro, dalle conseguenze dell'esplosione che ha provocato 4 miliardi di danni, dalla gestione di due milioni di rifugiati siriani.
    Oggi ad aggiungersi c'è la crisi alimentare, per questo Susanna ha detto ai suoi figli di 30 e 35 anni di andare via, provare a scappare prima di trovarsi in fila a fare la coda per il pane.
    «Non è il futuro che immaginavo per loro, non voglio vederli elemosinare aiuti per mangiare».
    Prima della crisi, quando i prezzi della farina aumentavano troppo, i governi attingevano alle riserve di grano immagazzinate in enormi silos per evitare di dover acquistare a prezzi gonfiati, ma quando migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio sono esplose nel porto di Beirut uccidendo più di 250 persone e danneggiando 6.000 edifici, l'esplosione ha anche distrutto i silos che contenevano le uniche scorte di grano del paese. Fino a febbraio, inizio della guerra in Ucraina, oltre il 95% delle esportazioni totali di cereali, grano e mais dell'Ucraina veniva spedito attraverso il Mar Nero e la metà di queste esportazioni andava ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Quel condotto vitale, dopo che porti ucraini sono stati attaccati dall'esercito russo, è chiuso, soffocando il commercio marittimo dell'Ucraina da cui il Libano dipendeva, importando il 66% del grano di cui ha bisogno dall'Ucraina e il 12% dalla Russia.
    «Siamo al centro di una tempesta perfetta. Era intorno a noi da anni, dall'inizio della guerra siriana, la caduta è stata lenta ma inarrestabile e ora facciamo i conti con una crisi alimentare che non sappiamo arginare». Walid Atallah è a capo di Wooden Bakery, una delle principali aziende libanesi di produzione di pane, cammina nei reparti mostrando la lavorazione dei quaranta tipi di pane che ogni giorno e ogni notte escono per essere distribuiti nel paese. Un volume di produzione ridotto già del 40% perché in poco più di tre mesi sono cambiate le abitudini alimentari delle persone.
    «Quando è iniziata la crisi finanziaria, nel 2019 - dice Walid Atallah - il Libano aveva scorte di grano per sei mesi, ogni volta che diminuivano, ne venivano acquistate altre a compensazione dai nostri principali fornitori, la Russia e l'Ucraina».
    Dopo il 2019 la Banca Centrale e le banche commerciali libanesi hanno perso liquidità e di pari passo anche la capacità finanziaria di rifornire le scorte di sicurezza. Lo stoccaggio che prima durava sei mesi si è ridotto a quattro. Le tonnellate nei silos prima erano cento poi sono diventate sessanta.
    L'esplosione al porto di Beirut ha fatto il resto, distruggendo i silos che, da soli, rappresentavano otto, dieci mesi di scorte di grano per tamponare le emergenze. I silos distrutti sono ancora lì, a memoria della tragedia, le risorse invece sono andate in fumo. Il paese dopo l'esplosione ha cominciato a vivere alla giornata, sopravvivendo una volta ancora ai suoi drammi e alle responsabilità di una classe dirigente corrotta che per la tragedia del porto non ha ancora pagato, e mentre arrancavano, cercando di uscire da una catena di crisi, i libanesi tre mesi fa sono stati raggiunti anche dalle conseguenze globali della guerra russa in Ucraina.
    Bujar Hoxha, direttore regionale dell'organizzazione non governativa Care International, spiega che la guerra non rappresenta solo un problema relativo all'acquisto di grano ma che sia diventato più difficile per il Libano anche reperire altri beni essenziali perché paesi terzi come Algeria e Turchia, trattengono le forniture per il consumo interno anziché esportare come prima: «Avevamo due spedizioni di olio vegetale e zucchero dalla Turchia, ma è stato interrotto e questo rende la situazione piuttosto ancor più difficile e se possibile più drammatica».
    Qualche settimana fa la Banca mondiale ha approvato un prestito agevolato di 150 milioni di dollari per la sicurezza alimentare nel paese, prestito a un tasso agevolato che dovrebbe fornire sollievo alla stabilità dei prezzi del pane in un paese che come molti in Medio Oriente ha un'economia sussidiata e sovvenziona il prezzo dei beni di prima necessità. La preoccupazione è che il governo possa revocare i sussidi al grano poiché le riserve in valuta estera della Banca Centrale sono scesi a livelli critici. Ogni revoca dei sussidi aumenterebbe i prezzi dei beni al consumo, colpendo i poveri tra i poveri, in un paese in cui più di tre quarti dei sei milioni di abitanti vive al di sotto della soglia di povertà.
    «Oggi - dice Walid Atallah - il tempo di sicurezza che prima era di sei mesi si è ridotto a trenta giorni. Se il governo non troverà una soluzione a breve termine, andiamo incontro a una stagione di disordini sociali diversi da quelli del 2019. Allora la rivoluzione aveva una chiave politica, i manifestanti volevano sostituire la classe politica, domani, se non ci sarà farina, se non arriverà il grano, la gente scenderà in piazza per fame».
  6. AGRICOLTURA INQUINATA DALLA GUERRA : Per i militari è una «zona attiva», per Viktor è semplicemente «casa». Tra gli sterminati campi di grano di Kostromka, dove le spighe ancora verdi compongono un oceano mosso dal vento, si aggira un trattore bianco e verde. Sembra disegni arabeschi invece di seguire i soliti tracciati regolari delle macchine agricole. Sta evitando piccole bandiere fatte con degli stracci bianchi, segnalano che lì sotto c'è un razzo inesploso, una bomba o una mina. Nel granaio d'Europa crescono missili.
    A bordo del trattore che disegna arabeschi c'è Viktor Mazka, 55 anni, contadino in quella zona grigia tra l'Oblast di Kherson e quello di Dnipro che è stata occupata e saccheggiata, poi liberata e ora territorio di conquista. Viene bombardata con costanza e ostinazione. Tutti i giorni, dal 24 febbraio.
    Ogni mattina Viktor indossa il giubbotto antiproiettile e monta sul trattore, perché il grano «è come un figlio, lo devi crescere come un figlio, e richiede un sacco di attenzioni», nemmeno la guerra può interrompere «il ciclo della natura». Con lui lavorano la moglie e i due figli. Una volta avevano dei vicini, poi – padre e figlio – sono saltati su una mina con il trattore. Viktor mostra le foto dei corpi dilaniati sulla terra nera appena arata. Non dice niente, ma poi sospira e preferisce far vedere fotografie mentre fa il bagno nel lago con le mucche.
    L'appuntamento alla fattoria è a mezzogiorno: «Non venite prima, e non tardate troppo». I missili sono puntuali, spiega, e «di solito fanno pausa pranzo». Non sta scherzando. Sul retro della stalla per le pecore sono accatastati quelli che sembrano resti di missili Grad e strutture di trasporto e lancio di bombe a grappolo, caduti nei campi e sulla fattoria. «Quando uno di quelli – dice indicando i missili – è caduto, prima dell'impatto è esploso facendo uscire altre piccole bombe». Sarebbero munizioni a grappolo, ovvero munizioni il cui uso dal 2008 è vietato sugli obbiettivi civili.
    A Viktor le «cluster bombs» hanno ucciso decine di pecore. Alcune sono letteralmente esplose, altre sono state dilaniate dalle schegge, «non ho neanche potuto rivenderne la carne visto che ogni grammo era pieno di pezzi di missile».
    Viktor Mazka, come molti dei contadini della zona che di punto in bianco s'è trovata a essere sulla linea del fronte, non ha mai pensato di fuggire: «Sono qui dall'inizio della guerra, tutta la mia famiglia lavora nei campi, si prende cura degli animali e accudisce il raccolto». Da 15 anni i Mazka allevano pecore e coltivano grano, orzo, piselli, girasoli. Descrive il lavoro agricolo e i doveri del contadino con una meticolosità che tradisce amore: «Una spiga è come un bambino piccolo, come un figlio, l'ho già detto?», chiede ridendo. «Il 60% delle coltivazioni sono state danneggiate, non solo dai soldati russi, ma anche dai parassiti contro i quali combattere è difficilissimo in questa situazione». Insomma, tra russi e insetti Viktor è preoccupatissimo, pare più del suo grano che per la sua vita: «Se deve succedere, succederà», dice infilando i pollici nel giubbotto antiproiettile. «Noi contadini non possiamo aspettare, abbiamo dei tempi da rispettare, i cereali sono organismi vivi. Tutti i passaggi sono stati violati per colpa delle bombe». Nella zona grigia il rischio che i russi tornino ad avanzare non è così remota: «Non me ne vado lo stesso».
    Nel villaggio rarefatto attorno al lago circolano i racconti di chi ha vissuto sotto occupazione. Dei russi che rubavano tutto – cibo, coperte, oggetti di un qualche valore, perfino i giochi dei bambini. «Mantenevo contatti con molti dei contadini dei territori occupati. La gran parte di loro sono riusciti a scappare, ma qualcuno è rimasto laggiù. Con tutto il cuore spero che stiano bene perché non sono più riuscito a contattarli, forse non c'è linea…».
    Tutto questo lavoro, tutti questi rischi, e poi il grano è bloccato nei porti. Viktor segue le notizie sulle trattative con il fiato sospeso: «Sono preoccupato, il nostro grano andava in tutto il mondo, spero che non crei problemi a troppe persone». Lavorare la terra in questa terra di confine bellico è particolarmente difficile: i campi sono sotto continui bombardamenti: «Ora la domanda che mi tiene sveglio la notte è se riusciremo a raccogliere il grano piantato prima della guerra».
    La comunità agricola si è organizzata: i contadini hanno creato una squadra di volontari in contatto con le autorità, militari e civili, e gli sminatori. Quando viene dato il via libera e le bombe cadono sufficientemente lontane, montano veloci sui trattori, anche se «è successo che, anche se era tutto programmato e pianificato, iniziavano a cadere missili».
    Viktor ricorda quando ha realizzato che la guerra era arrivata anche qui, tra le campagne ucraine: «Quando l'ho capito è stato un momento terribile, la vita sembrava essere stata messa in pausa. Giorno dopo giorno, un'immagine dietro l'altra, ho cominciato ad abituarmi. Ma nessuno dovrebbe abituarsi alla guerra, non è normale».
  7. LA VERITA' AVANZA: È stato condannato a due anni e mezzo di carcere e a una multa di 50 mila euro l'ex direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano (nella foto). Lo ha deciso il Tribunale di Milano, al termine del processo sulle presunte vendite digitali del quotidiano «gonfiate» tra il 2014 e il 2016, secondo l'accusa per realizzare uno «scostamento» fra la rappresentazione della situazione economica della società e quella effettiva. Facendo così figurare ricavi che di fatto non esistevano. «Sono sbalordito. Sono soprattutto innocente e farò appello» è stato il commento di Napoletano, oggi alla guida del Quotidiano del Sud. «Gli atti di questo processo – ha spiegato – dimostrano in modo inequivoco che sul piano editoriale ho ricevuto un giornale sull'orlo del baratro e ho conseguito risultati sempre positivi, in netta controtendenza rispetto al mercato e, soprattutto, in modo lecito». Come gli altri imputati che hanno patteggiato, Napoletano è accusato di false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo. Secondo il pm Gaetano Ruta, che aveva chiesto quattro anni di condanna, Napoletano sarebbe stato un «amministratore di fatto» del gruppo, che partecipava ai consigli di amministrazione ed era «coinvolto nelle scelte gestionali».
    Difeso dagli avvocati Guido Alleva ed Edda Gandossi, nelle sue dichiarazioni spontanee davanti ai giudici, l'ex direttore aveva sostenuto: «Io non entravo, né sarei mai potuto entrare sui contenuti numerici e contabili. Sono sicuro di non avere mai prevaricato il mio ruolo con decisioni che non mi spettavano, pensando sempre a fare il meglio per ottenere risultati autentici, frutto del mio lavoro». Il Tribunale, che ha anche disposto il risarcimento della Consob, di qualche piccolo azionista ed ex dipendente, parti civili nel processo, depositerà le motivazioni della condanna in 30 giorni.
  8. LA MORALE TEDESCA NON E' MAI ESISTITA: Troppo verde per essere vero. I prodotti della finanza sostenibile di Dws - società di gestione dei patrimoni controllata da Deutsche Bank - potrebbero essere meno verdi di quanto dichiarato. È questo il sospetto della procura di Francoforte sul Meno, che ieri ha avviato una perquisizione nei grattacieli gemelli di Deutsche Bank e nella poco lontana sede di Dws con 50 funzionari tra procura, polizia federale e autorità di vigilanza bancaria tedesca. L'accusa è di frode sugli investimenti finanziari e il sospetto è di "greenwashing". Secondo una portavoce dell'autorità giudiziaria «nel commercializzare i cosiddetti prodotti finanziari verdi (prodotti Esg, cioè Environment, social, governance), Dws li avrebbe venduti come «più verdi» o «più sostenibili» di quanto fossero in realtà. Ora «il procedimento è diretto contro dipendenti e responsabili ignoti di Dws», fa sapere l'ufficio del pubblico ministero.
    La vicenda nasce dalle dichiarazioni della più famosa whistleblower della finanza tedesca, Desiré Fixler, ex responsabile della finanza sostenibile di Dws. La manager americana era stata licenziata dalla società tedesca nella primavera del 2021. La 49 enne aveva criticato il sistema di gestione del rischio Esg di Dws, un impianto che usava criteri - a suo parere - eccessivamente lacunosi. In un incontro in Usa con la testata Die Zeit lo scorso settembre, Fixler aveva messo in rilievo due aspetti critici. Il primo è che tra le aziende incluse negli investimenti Esg proposti dalla società di gestione c'erano anche imprese che facevano affari con il carbone, o con attività poco compatibili con l'ambiente. Il secondo è che Dws aveva investito in «portafogli con un'integrazione Esg» nel 2020 ben 459 miliardi di euro, cioè più della metà del totale degli investimenti dei clienti. All'epoca la testata tedesca aveva posto una serie di domande alla controllata di Deutsche Bank, molte delle quali erano rimaste senza risposta. Dws aveva comunque ammesso che «la strada verso un futuro sostenibile è lunga e impegnativa, per l'intero settore e anche per Dws». Dopo una revisione dei criteri dei suoi prodotti "verdi", fa notare il Financial Times, la quantità di asset allocati tra i prodotti Esg è diminuita drasticamente, passando dai 459 miliardi del 2020 ai 115 miliardi del 2021. Segno di un rapido cambiamento di rotta.
    Ora le indagini della procura, cominciate lo scorso gennaio, stanno iniziando a dare frutti. «Dopo l'esame - dice l'autorità giudiziaria - sono emersi sufficienti elementi di fatto che dimostrano che, contrariamente alle informazioni contenute nei prospetti di vendita dei fondi Dws, i fattori Esg sono stati effettivamente presi in considerazione solo in una minoranza di investimenti, ma non in un gran numero di investimenti». Un altro modo per dire "frode".
  9. LA GLOBALIZZAZIONE CONTINUA :La vulgata di Aosta vuole la Cogne Acciai Speciali in vendita da 30 anni. Ieri, la città si è svegliata con la notizia dell'azienda siderurgica acquistata dal colosso taiwanese Walsin Lihwa Corporation. La famiglia Marzorati, svizzeri dell'acciaio che nel 1993 acquisirono lo stabilimento valdostano dall'Ilva, ha concluso la trattativa per cedere il 70 per cento del capitale al gruppo con sede a Taipei, Taiwan. La comunicazione – prima ai lavoratori, poi alla stampa, con i sindacati a lamentare di averlo saputo per ultimi – è arrivata alla chiusura della Borsa di Taipei, dove il titolo della Walsin aveva chiuso il leggera flessione.
    Ad Aosta, la Cogne è uno stabilimento storico: nato negli Anni 30 del Novecento, ha legato la sua presenza all'espansione della città. Oggi occupa 1.413 persone; nel 2021 ha chiuso con un fatturato record di 645 milioni di euro. È l'azienda manifatturiera più grande della regione. La Walsin Lihwa è un gruppo diversificato, la cui divisione «basic materials» (filo e cavi, acciaio inossidabile) conta 7.000 dipendenti e 4,7 miliardi di euro di fatturato. L'operazione si concluderà «nelle prossime settimane» e la chiusura dell'accordo «rimane soggetta alle autorizzazioni delle autorità competenti, che si prevede di ricevere entro il 2022» spiega l'azienda.
    Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil hanno disertato l'incontro con la Cogne, ieri, in cui l'azienda avrebbe voluto comunicare la decisione; ha partecipato solo il Savt Met, sindacato autonomo valdostano. «Le condizioni economiche e normative del lavoro rimarranno tutelate dalla legge italiana» e «dal contratto collettivo per le aziende metalmeccaniche» oltre che «dagli eventuali accordi di secondo livello» precisa l'azienda.
  10. IL POTERE INDEGNO DI ALCUNI SINDACI CATTIVI : C'è una sentenza pronunciata dal Giudice di pace del tribunale di Pinerolo che, se da un lato toglie una multa per eccesso di velocità ad un automobilista dal piede pesante che non ha rispetto il limite dei 90 all'ora sulla tangenziale di Pinerolo, dall'altro rischia di togliere il sonno al sindaco. L'autovelox, collocato il 9 maggio dello scorso anno a Riva di Pinerolo per ridurre il rischio di incidenti in un tratto dove le auto viaggiavano ad una velocità sostenuta e dove si sono verificati incidenti mortali, aveva subito portato risultati ben tangibili per le casse del Comune. Nei primi due mesi di attività aveva registrato 45 mila infrazioni, pari a 740 multe ogni giorno, che partono da 42 euro per arrivare a 500. In certi casi alcune auto avevano superato i 200 chilometri l'ora.
    Una voce certamente importante per il bilancio della città, tant'è che il Comune aveva indicato fra le voci di entrate ben 5 milioni di euro, ma di questi il 50% vanno nelle casse della Città metropolitana e il 41% finiscono nel fondo a copertura di crediti difficilmente esigibili. Ma a conti fatti rimane ancora un milione e 400 mila euro da investire in interventi a favore della sicurezza e della viabilità. «Aspettiamo di leggere la sentenza - si limita a dire il sindaco Luca Salvai- poi decideremo come agire, la vicenda è complessa. Da dirimere la questione se su questa strada, a doppia corsia con un guardrail, al centro, per installare questi sistemi di rilevazione della velocità sia necessaria l'autorizzazione prefettizia. Autorizzazione che per altro abbiamo dal primo gennaio».
    Per alcune settimane lo scorso inverno il velox era stato spento per interventi di taratura. A fare ricorso era stato un automobilista che si era rivolto all'associazione Globoconsumatori. Il presidente Mario Gatto spiega: «Nel caso che abbiamo seguito le immagini non erano chiare, mancavano l'autorizzazione prefettizia e l'omologazione del sistema. Non temo appelli, se è il caso si potrà andare anche in Cassazione. Già in passato abbiamo avuto delle sentenze a nostro favore».
    Il provvedimento del giudice di pace non è isolato, è il secondo in pochi giorni. Ma la questione multe annullate, benché sia una bella grana per l'amministrazione, non dovrebbe mettere a rischio il bilancio comunale. Spiegano in Comune: «Infatti nei prossimi giorni, letta la sentenza, da un lato si potrà correre ai ripari seguendo le indicazioni scritte nel provvedimento giudiziario e dall'altro l'annullamento dei verbali non riguarda tutti gli automobilisti multati in questi mesi, ma solo quelli che nei tempi previsti dalla legge hanno fatto un ricorso al giudice di pace. Inoltre l'autorizzazione prefettizia il Comune ce l'ha in un cassetto da gennaio».
    Battaglie di carte legali a parte, attenzione a non superare i 90 chilometri sulla tangenziale di Pinerolo perché nulla sfugge all'occhio elettronico collocato sui pali sopra la strada. —

 

 

 

 

01.06.22
  1. Il responsabile per la giustizia dell'amministrazione filorussa della Repubblica di Donetsk, dove si trovano i 2.300 prigionieri politici della Azovstal a Mariupol, ha detto che saranno processati e che rischiano la pena di morte.
  2. Il presidente russo Putin ha firmato un decreto sull'acquisizione semplificata della cittadinanza russa per minori ucraini rimasti orfani o lasciati senza cure genitoriali, in particolare nei territori occupati.
  3. «Ho saputo che su ordine di Zelensky è stata presa la decisione di licenziarmi. Al presidente non piace il mio attivismo per la raccolta dei dati sulla violazione dei diritti umani in Ucraina». Lo dice la commissaria Lyudmila Denisova.
  4. GRAVE ED ASSURDO:   Potrebbe sembrare una clamorosa svolta a U. La Germania, il primo paese in Europa a varare un pacchetto per il clima da 100 miliardi nel 2019 e a impegnarsi per l'uscita dall'economia a carbone entro il 2030, ora mette in cantiere una proposta di legge che prevede il contrario: il ritorno ai combustibili fossili nella produzione di energia elettrica per potenziare le riserve energetiche e limitare l'uso del gas. È un "indietro tutta" sul clima? No, è l'effetto del ricatto energetico voluto da Mosca, messo in atto già dalla scorsa estate, quando il colosso energetico russo Gazprom smise di riempire gli impianti di stoccaggio del gas in Germania, lasciando le riserve tedesche ad un minimo storico imbarazzante. Ora la guerra in Ucraina, la politica Ue sulle sanzioni, la provata inaffidabilità di rifornimento russo, unita alla necessità di abbandonare una così pericolosa dipendenza da un unico fornitore di gas e petrolio, lasciano margini d'azione limitati, se si vuole mantenere in funzione l'economia tedesca. La Suddeutsche Zeitung si chiede: «Ci si sta allontanando dal phase-out del carbone?». Naturalmente no, è la risposta che arriva dal ministero dell'Economia guidato dal verde Habeck. «L'obiettivo di completare l'eliminazione del carbone entro il 2030 rimane inalterato, così come gli obiettivi climatici per il settore energetico», fanno sapere. Ma bisogna essere preparati al peggio perché «l'inverno sta arrivando» e il livello di approvvigionamento energetico deve essere garantito. Primum vivere, deinde filosophari, sostiene nei fatti il vicecancelliere verde, ex filosofo.
    La proposta di legge presentata dal ministero dell'Economia incentiva la creazione di riserve di energia prodotte da combustibili fossili (quindi carbone e lignite) per essere preparati all'eventualità peggiore: dover sostituire del tutto il gas proveniente dalla Russia. «L'obiettivo del progetto di legge è mettere a disposizione del mercato elettrico, per un periodo di tempo limitato, capacità di produzione di energia elettrica aggiuntive da combustibili come carbone fossile e lignite e petrolio» si legge nella proposta, che punta anche a ridurre il consumo di gas attraverso una serie di disincentivi. Per aumentare la produzione di energia elettrica dai combustibili fossili si intende lasciare in funzione anche quegli stabilimenti a carbone che sarebbero dovuti uscire di produzione entro i prossimi due anni, prorogandone l'attività fino al 31 marzo 2024. Due anni sono esattamente la durata che il governo tedesco stima sia necessaria per sostituire il gas proveniente dalla Russia. Una tempistica che spiega bene la resistenza tedesca a sanzioni immediate sul gas russo. Dall'inizio della guerra ad oggi la dipendenza dal gas di Mosca è scesa dal 55% a circa il 35%. Ma il resto è difficile da sostituire rapidamente. Si punta sul gas liquefatto e sono già in costruzione due terminal Gnl galleggianti nel mare del Nord da mettere in rete sulla terraferma entro il prossimo inverno. In contemporanea si sono individuati due siti, a Wilhelmshaven e a Brunsbüttel, dove costruire impianti di rigassificazione, mentre altri due sono in programma.
    Se abbandonare il gas russo è laborioso, sostituire il petrolio è più facile ma non agevole, sostiene Patrick Graichen, sottosegretario all'Economia. A Ovest del Paese il problema non si pone, il nodo è a Est, dove la raffineria di Schwedt, al confine con la Polonia, è connessa all'oleodotto Druschba (Amicizia) che trasporta petrolio russo. L'impianto, finora gestito a maggioranza da una società controllata da Rosneft, rifornisce di carburante il Brandeburgo, Berlino, nonché il suo unico aeroporto. Nel caso di un embargo totale del petrolio russo, la produzione non sarebbe la stessa. Il piano di salvataggio prevede di rifornirlo via mare dal porto tedesco di Rostock e da quello polacco di Danzica. Ma così facendo si coprirebbe tra il 60 e il 70% delle prestazioni attuali con costi molto più alti. Se l'accordo sul sesto pacchetto dovesse escludere la pipeline Druschba di sicuro a Berlino si tirerà un sospiro di sollievo.
  5. LA RUSSIA DI PUTIN UN BIS DELLA GERMANIA DI HITLER : «Con l'effetto delle sanzioni, che è molto pesante, la Russia si sta inoltrando in un territorio inesplorato. Per la prima volta nella storia contemporanea, un Paese a reddito medio-alto, e molto grande, finora integrato nelle catene del valore, viene tagliato fuori dal commercio mondiale. Ne seguirà la più grave recessione economica degli ultimi trent'anni…».
    Sergey Guriev noto studioso russo di economia e politica, 50 anni, sarà a Torino stasera al Collegio Carlo Alberto per dialogare con la direttrice dell'Istituto Affari Internazionali Nathalie Tocci. Aveva svolto ruoli importanti a Mosca, ma nove anni fa, dopo una pesantissima intimidazione della polizia, preferì fuggire a Parigi. Lì è stato capo economista della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) e insegna a SciencesPo. Con altri intellettuali, come lo scrittore Boris Akunin, è promotore del movimento dissidente «Russia vera».
    Alcuni qui insistono che le sanzioni non funzionano o che fanno più male a noi. Lei ha il polso della situazione.
    «Va detto che così non bastano a impedire la guerra, casomai a scoraggiare da aggressioni successive. Si potrebbe fare di più. Ha detto bene Mario Draghi, bisognerà scegliere tra la pace e il condizionatore d'aria acceso».
    Allo stato, lei ritiene che né il brusco calo del tenore di vita dei russi, né la forzata regressione tecnologica dei loro prodotti industriali saranno sufficienti a minare il potere di Putin.
    «Non subito, almeno. Putin ha commesso un errore che gli accorcerà la vita politica. Prima o poi il regime cambierà, ma non sono in grado di prevedere né quando né come».
    Già la «sostituzione delle importazioni» annunciata dopo le sanzioni per la Crimea otto anni fa è stata un fallimento…
    «Lo riconoscono anche fonti ufficiali russe. E ora le importazioni, di cui il Cremlino ha smesso di pubblicare le statistiche, dai dati dei Paesi di provenienza risultano cadute almeno del 40 per cento».
    Quanto la Russia potrà recuperare appoggiandosi alla Cina?
    «Solo in parte. E non è detto che Pechino vi si impegni. Le imprese cinesi possono temere sanzioni secondarie».
    Per esempio, non hanno fornito i pezzi di ricambio che mancano agli aerei.
    «Huawei, impresa di fatto statale, ha annunciato che non firmerà nuovi contratti con la Russia».
    Era sbagliata l'idea della Germania, e anche dell'Italia, che una crescente integrazione nei commerci potesse spingere la Russia ad aprirsi politicamente?
    «No, in sé non era affatto un errore, ma Putin ha lasciato cadere la mano tesa. Se la Germania ha sbagliato, è piuttosto a programmare la chiusura delle centrali nucleari, rendendosi troppo dipendente dal gas russo».
    Che cosa non ha funzionato?
    «Durante il primo decennio del secolo la Russia si era integrata sempre più nel mondo, con un aumento dell'export, modernizzazione di molte industrie, progressi anche autonomi nei servizi informatici».
    Dunque, non è vero che tutto il male risale alla transizione al mercato dei primi Anni Novanta, come vorrebbe una narrazione diffusa in Italia?
    «Negli Anni '90 sono stati commessi gravi errori, come le privatizzazioni a favore degli oligarchi. Ma poi molte cose erano migliorate. Nel suo primo periodo al potere, dal 2000 in poi, Putin aveva puntato sul buon andamento dell'economia, e in effetti il tasso di crescita del prodotto aveva raggiunto circa il 7 per cento all'anno. Però intanto sostituiva gli oligarchi dell'era Yeltsin con suoi amici, e rinazionalizzava importanti branche di industria. Una prima svolta è stato l'arresto di Mikhail Khodorkovsky nel 2003».
    Era l'oligarca numero uno, l'uomo più ricco della Russia, banchiere e magnate del petrolio.
    «Poi dalla grande crisi finanziaria del 2008-2009 la Russia non si è saputa riprendere, mentre la corruzione cresceva, i potenti vicini al regime ottenevano rendite di monopolio, le partnership con investitori esteri diventavano sempre più difficili, anche con cause in tribunale. Ancora si poteva sperare nel programma presentato da Putin per farsi rieleggere nel 2012, che prometteva riforme economiche importanti. Ma non è stato attuato per nulla».
    Come mai?
    «Tra il 2011 e il 2012 ci sono state proteste di piazza per la democrazia. Credo sia stato quello il fattore determinante per Putin, che d'altra parte alle riforme non aveva mai davvero creduto. Nel 2013 il tasso di crescita è caduto all'uno per cento appena, il malcontento si allargava. Allora Putin è passato a cercare la popolarità con le azioni di guerra, e l'invasione della Crimea nel 2014 ha funzionato».
    Lei colloca lì il punto di svolta?
    «Non soltanto. Quando di nuovo il consenso è tornato a calare il regime si è trasformato, tornando verso i metodi di "dittatura per mezzo della paura" tipici del XX Secolo. Avevamo presentito questo cambiamento, il politologo Daniel Treisman e io, mentre finivamo di scrivere il nostro libro "Spin Dictators", uscito in inglese da poco, che analizza i sistemi di potere del XXI Secolo fondati sulla manipolazione del consenso, come lo sono ad esempio quello di Orbàn in Ungheria o di Erdogan in Turchia».
    Putin lo stavate mettendo in quella categoria.
    «Ha cambiato strada dopo aver distrutto la capacità dell'economia russa di crescere».
  6. ECCO COME NASCE UNA GUERRA MONDIALE : Un fantasma si aggira nel (terzo) mondo: è antico come è antico il grano, immobilizzato nei silos ucraini dove ogni giorno che passa rischia di marcire inutilmente; rinchiuso nelle stive di mercantili che non possono salpare perché i porti sono in guerra; biondeggia inutilmente nei campi del Donbass, quelli non devastati dalle bombe e dai cingoli dei carri armati, dove forse non c'è nessuno che possa mieterlo in pace come ogni anno. Oppure il grano in altri luoghi c'è, è pronto per essere venduto. Ma chi lo ha immagazzinato, lo commercia, ne fissa ogni anno i prezzi aspetta ben lontano dal fragore della guerra. Aspetta che la carestia ne faccia crescere ancor più il prezzo, fino a trasformarlo in oro. Gli speculatori non hanno bandiere.
    È il fantasma della Grande Fame. In fila davanti ai forni i poveri del pianeta, dall'Africa alla Asia meridionale, osservano, finora con disperata rassegnazione, i prezzi che salgono ogni giorno come noi guardiamo quella dei carburanti alla pompa di benzina. Possiamo definirla la globalizzazione della fame.
    È l'eterno flagello dei conflitti dai tempi in cui gli eserciti quando a primavera (marzo è sempre stato un mese crudele) invadevano il territorio del nemico subito tagliavano il grano ancora in erba o lasciavano che i cavalli pascolassero liberamente nei campi. La fame, ahimè, è sempre stata un'arma efficacissima. Dura nel tempo, appassisce le solidarietà, scatena rivolte.
    Si dirà: se ne parla, si organizzano soccorsi, i capi di governo studiano rimedi, promettono «ristori» universali. Nella infinita galleria delle ipocrisie del Terzo millennio occidentale l'allarme per il Terzo Mondo affamato dovremo collocarlo ai primi posti. Certo, ci sono gli encomiabili della misericordia, i volontari e i professionisti della carità internazionale, eterne cassandre che levano la voce contro l'effetto collaterale della guerra europea ai danni degli umiliati e offesi degli altri continenti. Ma siamo sinceri: l'improvvisa attenzione delle cancellerie per il Terzo Mondo puzza di zolfo e di bugia, il timore che le muove, lasciato cadere con noncuranza, è che le inevitabili rivolte della fame determinino un nuovo 2011 con fughe in massa dai Paesi travolti dalla carestia verso le coste europee. Dopo dieci anni fruttuosamente impiegati per nascondere i migranti sotto il tappeto dei «campi di accoglienza» africani ecco che si ripresenta la peste dei barconi stracarichi, delle invasioni, delle rotte della disperazione da bloccare e presidiare.
    Ma nel Sud del mondo, che in larghissima parte si è rifiutato di allinearsi con gli Stati Uniti, l'Europa e i loro più stretti alleati nella condanna e nelle sanzioni alla Russia, la guerra e la possibile catastrofe incombente vengono letti in modo diverso. La contrapposizione tra democrazie e tirannidi, che costituisce il pensiero unico occidentale per spiegare la guerra ucraina, non seduce e convince presidenti-padroni, raiss e Colonnelli supremi di regimi, quasi tutti autoritari, di questa parte del pianeta. I più audaci la interpretano come un esempio di prepotenza ai danni di un Paese confinante per arraffare territori e cambiare con la forza le frontiere: un tema che costituisce una regola intoccabile in una parte del mondo dove i confini non sono certo storici o naturali, ma tracciati con la matita e il compasso dai vecchi colonialisti (europei). Accettare il principio della loro modificabilità significherebbe l'apocalisse.
    La guerra offre ai padroni del mondo povero una grande occasione politica, una miracolosa acqua della giovinezza. Nello scontro tra i blocchi, Occidente e Eurasia russo cinese, che ormai si delinea come scenario del futuro, possono lucrosamente mercanteggiare il proprio appoggio ora all'uno ora all'altro dei contendenti. Perfino gli alleati più servili fino ad ora dell'America o della Francia potranno alzare il prezzo della loro fedeltà al «mondo libero» minacciando di passare con disinvoltura alle tenebre confortevoli delle autocrazie a cui peraltro assomigliano. Il Mali dei golpisti che hanno cacciato i francesi che erano lì da due secoli con i loro pantofolaio tran tran da neocolonialisti per far posto, negli affari e nella sicurezza, ai russi, è un pioniere da studiare come caso scuola. Nella nuova situazione geopolitica molti sono tentati dall'imitarli.
    Il rischieramento dei Paesi del Terzo Mondo non avverrà più come ai tempi della prima Guerra fredda. Negli anni Sessanta e Settanta, i «non allineati» si legarono al campo del socialismo reale sovietico e cinese in nome di una nuova organizzazione più equa del mondo e dell'opposizione al Nord imperialista. Questa volta sceglieranno in nome dei propri interessi. Nella Seconda Guerra fredda, rubando le parole a lord Gladstone, americani ed europei non avranno più amici e soci permanenti e sicuri ma solo alleati liquidi, perennemente in bilico, a scadenza. Il mondo passato dal defunto Nuovo Ordine americano al caos retto dal diritto del più forte offre al resto del pianeta larghi spazi di manovra.
    Proviamo ora a guardare alla carestia dal punto di vista delle plebi affamate. La rivolta del pane è spesso l'anteprima del meccanismo rivoluzionario. Si saccheggia il supermercato soprattutto in Africa e poi si passa alla caserma di polizia, al palazzo di Giustizia al ministero degli Interni. Sorgono le barricate, i Gavroche lanciano pietre, il vecchio mondo va in pezzi. La rivoluzione è soprattutto un regolamento di conti. La Prima Guerra fredda offrì ghiotte occasioni anche ai rivoluzionari invocati da Fanon, contribuì al crollo definitivo della catapecchia colonialista. Allora esisteva una classe rivoluzionaria, leader che si erano abbeverati al pensiero ribelle alla Sorbona o alla moscovita università Lumumba. C'era già tanfo di caserma e di monopartitismo nel loro pensiero, ma erano rivoluzionari. Oggi la società civile che si oppone con coraggio e tenacia ai regimi africani dall'Algeria al Sudan alla Nigeria è ideologicamente debole, assomiglia agli spontaneisti delle ingenue e sconfitte primavere arabe.
    A trarre profitto dalle rivolte della fame potrebbero essere i rivoluzionari con la bandiera nera dei califfati, gli uomini di al Qaeda e dell'Isis che guardano con golosa soddisfazione alla guerra in cui «i crociati cristiani», russi e occidentali, lottano tra loro aprendo radiose occasioni per il jihad universale. Ad armare le rivolte del pane, a disciplinarle, a offrire parole d'ordine alla disperazione, saranno loro.
  7. MOLINARI IL DI MAIO DELLA LEGA: Per capire il livello dello scontro dentro la Lega non occorre arrivare fino a Mosca, basta restare a Torino. Il viaggio a Mosca è congelato, forse rimandato o persino annullato. Ma pur non essendosi ancora imbarcato per la Russia, l'idea di Matteo Salvini ha fatto esplodere tutte le contraddizioni che nella Lega covavano da anni. Per i governisti le manovre del segretario con piani di pace, incontri segreti, diplomazie parallele e fantomatici consulenti esterni, stanno mettendo a repentaglio il partito. Specie quando si sparge la voce di un incontro con l'ambasciatore russo a Roma Sergey Razov, durante i primi giorni della guerra. Giancarlo Giorgetti si smarca e richiama il segretario: «Bisogna muoversi di concerto con il governo». In evidente difficoltà, i salviniani passano alla controffensiva, insinuando che dietro all'addio al centrodestra comunicato ieri dall'ex candidato sindaco di Torino, Paolo Damilano, ci sia una sorta di operazione del ministro per screditare il leader, tanto più che l'imprenditore parla di «deriva populista» della coalizione. Il fatto non è dimostrato e ha come unico indizio lo stretto legame di amicizia tra Giorgetti e l'imprenditore piemontese, fondatore della lista Torino Bellissima, ma la questione rilevante è l'interpretazione che danno della vicenda torinese i fedelissimi, quelli rimasti, del segretario: l'addio di Damilano infatti, sarebbe l'ennesima mossa dell'ala governista, che lavorerebbe incessantemente per indebolire Salvini, considerato troppo poco incline ai compromessi con Draghi. Il sospetto di Salvini è che queste presunte manovre abbiano come scopo finale quello di mantenere l'attuale schema di governo (con o senza Draghi), anche dopo le elezioni del 2023.
    Accusare Giorgetti quindi, spiegano alcune fonti leghiste, è di fatto un modo per uscire dall'angolo nel quale Salvini si è ritrovato dopo le pubblicazioni dei suoi piani diplomatici autonomi. Ma le perplessità riguardo «l'iniziativa di pace» del segretario vanno molto al di là dei cosiddetti governisti. Il silenzio intorno alla missione del segretario è durato oltre tre giorni, i messaggi di solidarietà sono arrivati solo nella serata di ieri con una batteria di dichiarazioni secche, ma certo non tempestive. Man mano che sono emersi i dettagli della trasferta e leggendo le dichiarazioni del consulente Antonio Capuano, la situazione è peggiorata e qualcuno è anche uscito allo scoperto, seppur con il linguaggio felpato con il quale si critica il leader in un partito leninista come la Lega. Il fatto rilevante è che a esporsi sono due esponenti di peso e considerati un contropotere rispetto a Salvini, il governatore del Veneto Luca Zaia e appunto Giorgetti. Zaia dopo aver esibito la sua totale estraneità alle mosse del segretario, «non ne so nulla, anch'io leggo la stampa, vedremo quali saranno gli sviluppi. Non so assolutamente nulla di più», ha aggiunto, «penso che il percorso di pace debba essere in mano alla diplomazia». Giorgetti va molto in là, giudica il piano della coppia Salvini-Capuano «suggestivo», ma aggiunge che «bisogna muoversi di concerto col governo. Sono questioni di portata mondiale, quindi ciascuno deve dare il suo contributo, ma all'interno di percorsi che sono molto molto complicati». Il ministro dello Sviluppo economico ammette che «in certe situazioni lo scoramento pervade. Dopodiché c'è un senso di responsabilità che fa sì che Draghi si faccia carico di prendere la croce e la porti avanti fino in fondo». Una situazione di cui forse anche il presidente del Consiglio, secondo il ministro, «ne ha piene le scatole». Un'altra prova, ragionano i salviniani, che «Giorgetti ha un altro leader da difendere».
  8. SOLO I DIRITTI DEI PROF MENTRE IL BULLISMO DILAGA SOTTO I LORO OCCHI : «Docente con lo stipendio più basso d'Europa». Questa la definizione scritta sul cartello che Cleo si è attaccata al petto, esponendolo sotto al sole di piazza Santi Apostoli. Ha 36 anni e insegna da 10: spagnolo, in un liceo. Ci tiene a precisare di avere «due lauree, due master, un dottorato, oltre ad aver passato il concorso statale». Ma il suo stipendio è «fermo a 1. 500 euro al mese – spiega – non ne faccio solo una questione economica, vorrei che il mio lavoro venisse valorizzato». Non è andata a scuola, Cleo, e come lei si sono fermati decine di migliaia di docenti, dipendenti Ata e amministrativi in tutta Italia. Da Roma a Torino, da Genova a Bari ci sono stati sit-in, presidi e flash mob in una giornata di sciopero proclamato da Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda.
    Secondo i dati forniti dal Dipartimento della Funzione pubblica, l'adesione alla protesta è stata poco sotto il 16% della platea dei lavoratori interessati. Comunque, come dice lo stesso ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi, «al di là del numero, c'è un significato politico, ho un grandissimo rispetto per i sindacati e i docenti». Poi ammette che per la scuola «è un momento delicato», per questo è rimasto a Roma, intervenendo a distanza a un convegno dell'associazione dei presidi, organizzato a Torino. I dirigenti scolastici, del resto, non hanno sostenuto lo sciopero, ritenendo che questo «non fosse il momento migliore per farlo, alla conclusione di un anno abbastanza travagliato», dice il presidente dell'Anp Antonello Giannelli. In piazza Santi Apostoli, tra i 5-6mila manifestanti, c'è chi polemizza per il no della questura a organizzare il sit-in davanti a Montecitorio e chi denuncia proprio «l'incapacità di muoversi compatti, perché tanti oggi sono andati a lavoro, come se niente fosse», ammette Salvatore, cinquantenne segretario scolastico, arrivato da Napoli. Ha un cartello appeso al collo, con scritto semplicemente «No al decreto 36/2022», che poi è il nocciolo della protesta. Perché il provvedimento, varato un mese fa dal governo e ora in discussione al Senato, interviene su materie che dovrebbero essere oggetto di contrattazione: dalla formazione al reclutamento degli insegnanti.
    Dietro al palco, Maurizio Landini si concede alle foto con alcuni docenti, poi va all'attacco: «Il governo è andato per conto suo, ha fatto un decreto senza discutere con le organizzazioni sindacali – dice a La Stampa il segretario della Cgil – è un grave errore e una riduzione della democrazia. I cambiamenti si devono fare insieme a chi lavora nella scuola, altrimenti è supponenza». I motivi di preoccupazione sono tanti, a cominciare dalle risorse necessarie per il rinnovo del contratto nazionale, scaduto da tre anni, che riguarda un milione e 200 mila persone: «C'è uno stanziamento offensivo, parliamo di 40-50 euro netti pro-capite a fronte di un'inflazione al 7%, che sta impoverendo la gente», avverte Rino Di Meglio, coordinatore del sindacato Gilda. Poi c'è il tema dei precari, «usati come scudo politico», dice Pino Turi della Cisl Scuola, ribadendo la necessità di prevedere una stabilizzazione, che tenga conto degli anni di servizio.
    Il tema dei concorsi sarà terreno di battaglia in Parlamento, promette Giuseppe Conte: «Non possiamo farci prendere in giro – dice il presidente del Movimento 5 stelle – per i concorsi servono test dignitosi, non i quiz. Il progetto di riforma che ci è stato presentato è molto insufficiente». Un altro ex premier come Matteo Renzi se la prende, invece, con il ridimensionamento di una sua creatura, la "Carta del docente", il bonus da 500 euro destinato all'aggiornamento professionale, che potrebbe essere ridotto di un terzo. «Decurtarla è un autogol, ho firmato un emendamento per chiedere al ministro di riconoscere l'errore e tornare indietro», dice il leader di Italia Viva. Quello della formazione è un altro tema di scontro: la creazione della "Scuola di alta formazione" e i bonus da elargire ai docenti ritenuti più meritevoli, saranno finanziati anche con un taglio all'organico di potenziamento, «11.600 cattedre in meno nei prossimi anni», fa notare Ivana Barbacci della Cisl Scuola. La maestra Monica, arrivata da una scuola elementare di Castel Maggiore, Bologna, sintetizza così: «Da una parte ci levano soldi a tutti per pagare i premi in busta paga a pochi, dall'altra penalizzano gli studenti, che continueranno a fare lezione ammassati in classi pollaio».
    Nessuno sembra fidarsi delle rassicurazioni di Bianchi. «Il decreto va letto meglio, non c'è nessuna intenzione di fare tagli o di smantellare la scuola pubblica – dice il ministro nel pomeriggio a SkyTg24 – dal 2021 al 2032 avremo un milione e 400 mila bambini in meno, ma fino al 2026 il numero dei docenti resterà inalterato e tutte le risorse rimarranno nella scuola». Detto ciò, lascia intendere il ministro, non si può pensare di rivoluzionare in Parlamento l'impianto della legge, strettamente connessa ai progetti del Pnrr. Ma, oltre al M5s, tutte le forze di maggioranza, dal Pd alla Lega, chiedono di andare incontro alle istanze di sindacati e lavoratori, che promettono di «dare continuità alla protesta».

 

 

31.05.22
  1. La Russia non crede che le porte per la ripresa del dialogo con l'Occidente siano chiuse. Lo dice il ministro russo degli Esteri Serghei Lavrov in un'intervista con la tv francese Tf1. «Il presidente Vladimir Putin - ha aggiunto il ministro Lavrov - non rifiuta mai contatti con colleghi stranieri». Sul campo, la priorità del Cremlino viene ribadita ancora una volta: «La nostra priorità assoluta è la liberazione delle regioni di Donetsk e Lugansk, che sono ormai riconosciute dalla Russia come Stati indipendenti». E aggiunge: «L'operazione speciale in Ucraina è diventata lunga per non attaccare i civili». Ora si «smilitarizzi» l'Ucraina. Che non cede.
  2. Una nave russa contenente grano, probabilmente rubato in Ucraina, è attraccata nel porto siriano di Latakia. Lo riporta la Cnn partendo da nuove immagini satellitari che mostrano un mercantile russo pieno di grano arrivato nel porto siriano di Latakia. Le immagini via satellite sono state fornite da Maxar Technologies, azienda privata che ha appalti con il governo Usa. Il mercantile coinvolto è la Matros Pozynich, una delle tre navi che caricano grano nel porto di Sebastopoli in Crimea dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina. Si tratta del suo secondo viaggio in quattro settimane. Il cargo è stato visto l'ultima volta a Sebastopoli il 19 maggio (dov'è stato visto attraccare in territorio ucraino accanto a quelli che sembravano essere silos per il grano con il cereale che fuoriusciva dal nastro in una stiva aperta) e successivamente è stato rintracciato mentre transitava nello stretto del Bosforo e lungo la costa turca. Si stima che la nave possa trasportare circa 30 mila tonnellate di grano.
  3. COME GUADAGNARSI L'INFERNO :   «Ti amo Alina. Ti difenderò sempre. Noi non moriremo mai, qualunque cosa accada». Alina Nesterenko ha ricevuto l'ultimo messaggio di Alexander il 17 maggio. Poi, il silenzio nero. La linea si è interrotta e nessuno le dà notizie. I pensieri sono incubi di torture e violenza. Tutto quel che sa di suo marito, un soldato della Brigata Azov di 23 anni, che ha difeso fino alla resa l'acciaieria di Mariupol, è che è in mano ai filorussi. Non è stato deportato oltreconfine, no. Almeno questa informazione è riuscita a strapparla. «Si trova nella regione di Olenivka, nel Donetsk. Ci ha informato la Croce Rossa. Alla tv dicono che danno loro da mangiare e da bere, che non sono stati maltrattati, ma non so se crederci», spiega. E racconta, insieme a Yaroslava che le sta al fianco, gli orrori che i loro uomini hanno vissuto dentro l'Azovstal. A partire dalle bombe al fosforo.
    Alina stringe il peluche di un piccolo coniglio. È giovanissima. Ha lo sguardo vuoto, smarrito, gli occhi scavati dal dolore. Ci parla in video su Whatsapp, di tanto in tanto ha la voce rotta, ma non piange mai. «Ho esaurito le lacrime a marzo – racconta –. Quando io ero scappata da Mariupol e mi nascondevo nel bunker per sfuggire ai bombardamenti: non avevo contatti con Alex da settimane, lui era ancora lì, ero disperata». Poi, la gioia, «quando ho scoperto che il mio amore era vivo, si trovava nell'acciaieria e combatteva per la nostra città».
    Oggi, il filo si è di nuovo spezzato, in un martirio logorante. Forse uno scambio tra prigionieri, o un processo che si annuncia lunghissimo, riporteranno il soldato Azov a casa, chissà quando. La versione a cui vuole credere è che la resa sia stata decisa per il loro bene: «Non avevano più cibo, né acqua - spiega -. Sarebbero morti tutti». Soprattutto Alex, che era uno dei feriti gravi, per questo è uscito prima. «I russi non hanno dato altra scelta, se volevamo salvare le loro vite dovevano arrendersi».
    Si fa forza sul divano, spalla a spalla con Yaroslava Ivontsova, 42 anni, moglie del comandante Nikolai Nikola Ivontsov, compagno di armi di Denis Prokopenko, il leader dei combattenti dell'Azovstal, lui stesso a capo di una piccola squadra. Sono in cinque donne, dentro la casa di campagna nella regione di Kirovohrad, nel cuore del Paese. Il marito dell'amica è stato evacuato da Mariupol il 15 maggio, anche lui era ferito grave: «I russi stavano bombardando in ogni direzione, dal mare e dal cielo, e ci attaccavano con l'artiglieria – dice Yaroslava –. Hanno gettato una bomba al fosforo nella zona in cui si trovava Nikolai. Sono stati bruciati vivi all'istante tanti ragazzi nell'incendio, lui si è salvato perché è riuscito a fuggire». Quanti compagni? «Non mi poteva dire il numero esatto, le comunicazioni erano scarse e non erano più riusciti ad accedere all'area, ma sembra 70 solo quella volta. Nell'acciaieria c'erano oltre 600 feriti, in condizioni disumane».
    La cronaca dell'inferno, che loro conoscono per i tanti dettagli riferiti dai mariti, la fa Alina. «Vivevano in un modo terribile, antisanitario – spiega –. Mio marito dice che quando bombardavano si alzava moltissima polvere che entrava nei sotterranei, e con l'umidità provocava tosse forte e malattie respiratorie».
    Le medicine hanno iniziato a scarseggiare ad aprile, i pochi medici non stavano più dietro alle amputazioni: «Certi feriti erano costretti a scegliere tra la vita e una gamba o una mano. Dovevi farti amputare gli arti colpiti, se volevi sopravvivere. Non c'erano più antibiotici e perfino le garze».
    Anche solo la descrizione degli stenti a cui erano sottoposti i soldati la manda in affanno: «A un certo punto è finita l'acqua e hanno dovuto inventare un sistema per non morire – spiega –. La prendevano dai tubi dell'acciaieria, la cosiddetta acqua tecnica, sporca. La facevano bollire per berla. Gli ultimi giorni mangiavano solo un cucchiaio di kasha, cioè acqua con cereali bolliti, grano, orzo. Per questo li hanno costretti a consegnarsi agli occupanti russi, per non farli morire di fame».
    Alexander è uscito dall'Azovstal, ma non può più camminare. Un pezzo di missile gli ha colpito una gamba e gli ha danneggiato i nervi. Il compagno di Yaroslava, invece, ha ripreso la funzionalità degli arti, ma è molto provato, «anche se lui non si lamenta mai». Si schermiscono di fronte a chi definisce i loro mariti «nazisti». «Loro sono patrioti che proteggevano il nostro territorio», sentenzia la signora. Così hanno fatto nel 2014, quando lei e il marito si sono trasferiti a Mariupol, per difenderla dai separatisti, «e ci sono riusciti».
    Descrive Nikolai come un uomo «dal carattere molto forte», con tanti hobby come «l'amore per gli animali, che ha portato anche dentro l'acciaieria», come su una specie di arca di Noè, e «il collezionismo delle monete». Dice ancora: «Nazisti sono quelli che odiano le altre nazionalità e mettono al primo posto la loro nazionalità, i nostri ragazzi e mariti sono nazionalisti, cioè amano la loro patria, le loro madri, i loro figli e le loro mogli». Alexander, invece, è entrato nel Battaglione Azov «nel 2017 come volontario, ma voleva fare il militare di professione come suo padre, per questo si è addestrato per anni», spiega Alina. «È una persona che ama i bambini, faceva l'allenatore di lotta greco-romana, portava giocattoli ai piccoli e cioccolatini, sarebbe un papà modello».
    Alina e Yaroslava non vogliono commentare nulla «sul personaggio di Putin, finché i nostri mariti saranno prigionieri». Ma una cosa ce l'hanno chiara: «Non sono terroristi, questo no». Pregano Dio ogni giorno: «È quel che mi rimane», dice Yaroslava. Sperano che le organizzazioni internazionali e i governi occidentali invitino Mosca a trattare i combattenti catturati in modo umano. «Devono tornare a casa vivi. A qualunque costo, è l'unica cosa che chiedo a Zelensky. Gli eroi non muoiono mai».
  4. LA FINE DELL'IMPERO DI ELISABETTA  PER BORIS L'INCAPACE :C'è una data che indica quando il Coronavirus è stato riconosciuto nel Regno Unito: il 31 gennaio del 2020 (cioè 2 anni, tre mesi, tre settimane e 4 giorni al 25 maggio 2022, in cui scrivo). Quel giorno, in un albergo della città di York, una coppia di cinesi venuti dalla Cina, si sentirono male, marito e moglie, e dovettero essere ricoverati in ospedale. La diagnosi fu confermata quattro mesi dopo, il 24 maggio del 2020.
    Il resto è noto a tutti e fa parte della Storia: nel Regno Unito ci sono stati 28.716.214 (28 milioni e mezzo) casi confermati, 5 milioni ospedalizzati e 117.955 decessi.
    I malati di Coronavirus rappresentano il 22 per cento della popolazione della Gran Bretagna, che conta quasi 68 milioni di abitanti (67,886,011). Nelle quattro nazioni della Gran Bretagna (Scozia, Irlanda del Nord, Galles e Inghilterra) 31 milioni di persone sono state vaccinate - meno del 50 per cento della popolazione.
    Dunque, i contagi continuano in tutte le età, le classi sociali e le etnie.
    L'intervento del Primo Ministro, il conservatore Boris Johnson è stato intermittente, irrisorio e superficiale. Come è lui. Basta seguire alla tv le sedute del Parlamento a Westminster, per notare che Johnson - uno sbruffone dalla parola facile e un certo charme sessuale da Falstaff, nonostante abbia frequentato le scuole dell'aristocrazia Eton College e Balliol College alla Università di Oxford - è dotato di una notevole memoria, ostenta la parola facile e piace a certe femmine.
    Le sue due ex mogli (la prima, conosciuta a Oxford, è italo-inglese), i figli adulti (non tutti riconosciuti da lui) e gli amici di lunga data sanno che di Boris non ci si può fidare, sia nella vita privata che in quella pubblica: è amorale e bugiardo. Nella sua residenza ufficiale Johnson ha tollerato - se non incoraggiato - festini e riunioni. Dapprima lo aveva negato ma adesso sembra di averlo accettato. Non mi sorprende che sia stato tra i primi personaggi politici a contrarre il Coronavirus.
    Johnson ha voluto la ripresa economica della Gran Bretagna, e ha abolito tutte le precauzioni imposte negli ultimi anni, dall'obbligo di portare la mascherina, a quello di non partecipare a feste e riunioni. Oggi, a Londra e nelle province, giovani e anziani camminano per strada senza mascherina, si fermano in capannelli, chiacchierano, si toccano e si abbracciano; ristoranti, cinema, teatri e negozi sono affollati. Nella metropolitana, l'unico mezzo di trasporto che ha continuato a incoraggiare (ma non imporre - il governo non lo permette) l'uso della mascherina, i vagoni sono sovraffollati.
    E il Coronavirus, seppur indebolito, non desiste dal fare vittime.
    Londra è cambiata enormemente, e così il resto della nazione. I costi della vita sono aumentati, dalle medicine alle verdure, al pane. I medici di base dal 2020 non hanno più visitato i pazienti; attraverso colloqui telefonici, indagano telefonicamente sui loro disturbi - sia giovani che i anziani. Questi medici diagnosticano a distanza sugli anziani, dalle emorroidi alla mancanza di memoria, dalle ferite alle malattie della pelle, dalla sordità all'indebolimento della vista, e mandano alla surgery le prescrizioni mediche che il paziente - malato o febbricitante che sia - deve andare a prendere. Alcuni medici di base impiegano colleghi stranieri - africani, orientali, europei dell'est e sudamericani - che esaminano i pazienti che lo necessitano, faccia a faccia.
    Chi può permetterselo finanziariamente, va da medici privati; alcuni costano un patrimonio.
    Oggi, a Londra e nel resto dell'Inghilterra, i pensionati sentono di essere considerati un peso. Di recente i farmacisti sono diventati mini-medici curanti: basta un breve corso per insegnare a togliere il cerume delle orecchie, controllare i polmoni, le vene varicose e fare altre mini diagnosi. Dieci giorni fa, nello sgabuzzino di una farmacia, mi hanno tolto il cerume dalle orecchie, con il risultato che sento esattamente come prima - cioè le settanta sterline pagate sono andate a vuoto.
    Durante i due anni di Coronavirus, tutti abbiamo sperato che prima o poi le cose sarebbero cambiate per il meglio. Invece no. Adesso c'è rabbia, ci sentiamo impotenti e presi in giro. Non ci fidiamo degli altri.
    In tutte le quattro nazioni del Regno Unito i poveri sono più poveri e meno in salute di prima. Siamo tutti insicuri. Non avevo mai notato tra gli inglesi diffidenza e paura sul futuro, sia tra i miei contemporanei che tra vecchi e giovani. Adesso tutti abbiamo paura, e a ragione.
    Vedo tra la gente tanta aggressione contenuta, tanta rabbia e tanta prepotenza, dapprima sconosciute. La sento anche io, la paura. E sento la paura di tanti altri cittadini, giovani e vecchi, femmine e maschi, neri e bianchi, musulmani, buddisti ebrei e cristiani - che non avevo mai visto o sentito prima - e che aumenta di giorno in giorno.
    I giovani temono il futuro più di tutti. La violenza per strada è aumentata e ha raggiunto punte inimmaginabili. In famiglia e nei condomini, gli abusi sui bambini e sulle persone fragili aumentano, da parte di parenti e di estranei. I giornali ne parlano costantemente. Alcuni degli aggressori sono giovani. I senzatetto, i drogati e i mendicanti un tempo non erano minacciosi. Adesso sì. E colpiscono.
    Famiglie con bambini scappano da Londra e dalla City, vogliono allevare i figli in campagna e lavorare attraverso i computer, è lo smartworking.
    Vivo a Westminster, trenta metri dalla Cattedrale Cattolica e trecento metri da Buckingham Palace, la residenza ufficiale della Regina. Ogni giorno vedo sotto i portici di Victoria Street decine di persone sdraiate contro le vetrine dei negozi: i nuovi mendicanti. Chiedono cibo e denaro dai passanti. Alcuni urlano, e a volte bloccano la strada. La maggior parte sembra intontita - forse sono drogati. Altri hanno con loro un cane; un tempo avrei pensato che fosse per compagnia, per protezione. Adesso temo che possa essere utile nell'aggredire la vittima: il passante.
    I furti per strada sono aumentati visibilmente. Quando esco la sera, sono apprensiva. Quando vado al supermercato, sto attenta alla gente che mi si avvicina, giovani o anziani. Non è inconsueto che qualche mendicante mi chieda di comprare qualcosa per lui, e se non lo faccio mi segue.
    Talvolta ho paura del futuro. La hanno anche tanti inglesi. Non soltanto di quanto è successo e continua a succedere, ma della capacità del popolo britannico di mantenere l'United Kingdom quando sul trono non ci sarà più la regina Elisabetta, una gran donna. —
  5. ASSICURAZIONE SULLA CASA OBBLIGATORIA : «Non dobbiamo abbassare la guardia: ci vedremo sempre più spesso costretti a fare i conti con eventi come l'alluvione del 2020». Fabio Luino, ricercatore e geomorfologo dell'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr di Torino è uno degli studiosi che, insieme a un pool di esperti di Arpa, Regione, Politecnico, Ordine dei geologi e Università di Messina, ha coordinato gli studi sul disastro che ha colpito la nostra regione due anni fa. In un lungo testo, pubblicato su riviste periodiche specializzate, analizza quanto successo e spiega come evitare che ogni situazione simile degeneri in un'emergenza. «Partiamo dal presupposto che nel 2020 l'evento alluvionale è durato 17-18 ore: un aspetto molto insolito per il nostro territorio che ci insegna che negli anni futuri pioverà sempre meno, ma sempre peggio».
    Quanto abbiamo visto, insomma, sarà sempre meno un caso isolato e dovremo correre ai ripari. «Lo faremo. Ma in una situazione che a livello urbanistico si è incancrenita - spiega il ricercatore - Le espansioni edilizie del passato rendono difficile trovare soluzioni strutturali. Spesso e volentieri si spende denaro per mettere in salvaguardia zone che dal punto di vista economico sarebbe meno costoso ricollocare direttamente». In che modo? «Abbattendo quello che c'è e ricostruendo altrove». Nessun sindaco, però, «lo farebbe mai». Quindi quale strada intraprendere? Fabio Luino guarda all'estero. C'è «la necessità che cittadini e aziende stipulino un'assicurazione, come succede da decenni in Usa, Francia, Belgio e Spagna: chi è a rischio deve avere un sistema di garanzia senza che lo Stato debba rifondere ogni volta».
    Ricollocazione e assicurazione, dunque. «Anche se oggi - analizza il ricercatore - si continua a costruire in zone in cui per noi è inconcepibile che si faccia». Luino sottolinea: «Su alcuni edifici la ricollocazione sarebbe comunque opportuna, perché costerebbe di meno prenderli e spostarli. Sono già stati colpiti diverse volte e ora, con il cambiamento climatico, succederà ancora più di frequente». Resta il fatto, però, che su quello ciò che è già edificato si può fare poco. «Si continua a mettere in sicurezza, a costruire opere passive in modo tale che l'acqua non possa raggiungere certe zone. Il ragionamento è sulle alluvioni, ma per le frane è analogo».
    Cosa si può fare? Quantomeno «si può intervenire sul versante della protezione civile. Dove, va detto, negli anni ci sono stati grossi passi in avanti. Nell'alluvione del '94, che è stato il nostro anno zero, abbiamo registrato 70 vittime. Questo non accade più perché il monitoraggio di Regione e Arpa permette di dare l'allarme in modo adeguato». Ma si può migliorare ancora: «Chi vive in certe zone deve sapere quali rischi incombono sul suo centro abitato, e deve essere in condizione, con gli strumenti moderni di comunicazione, di sapere dallo smartphone che c'è un'alluvione e che ha un certo numero di ore per mettersi in salvo».
    I prossimi anni, si diceva, saranno ancora peggiori. «Noi sul cambiamento climatico andiamo con i piedi di piombo, perché continuiamo a dire che abbiamo bisogno di più anni e più dati per creare dei modelli. Ma gli ultimi eventi, come quello del 2020, sono così rapidi che ci hanno messo in guardia». Fabio Luino conclude: «Vedremo sempre più situazioni con quelle caratteristiche».

 

 

30.05.22
  1. Mosca punta ad avere nuove forze belliche a breve. E per farlo ha deciso di elevare le limitazioni per gli aspiranti arruolati. Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge che elimina il limite di età per la firma del primo contratto dei militari professionisti. La nota esplicativa del disegno di legge, prima della sua approvazione da parte della Duma di Stato, affermava che «l'uso di armi di alta precisione, il funzionamento delle armi e dell'hardware militare richiedono specialisti altamente qualificati», che di norma diventano tali all'età di 40-45 anni. L'attuale legislazione prevede invece che il primo contratto di servizio militare possa essere firmato da cittadini di età compresa tra i 18 e i 40 anni e da cittadini stranieri di età compresa tra i 18 e i 30 anni. L'attuazione della legge «incentiverà gli specialisti delle professioni più richieste, in primo luogo quelle relative alle professioni civili (supporto medico, ingegneria, servizi tecnici, funzionamento, comunicazioni, ndr). Il progetto di legge è stato redatto dai deputati di Russia Unita Andrei Kartapolov e Andrei Krasov. La Duma di Stato ha approvato la legge il 25 maggio 2022 e il Consiglio della Federazione l'ha approvata lo stesso giorno.
  2. La guerra fredda pare essere tornata al centro delle discussioni fra Washington e Mosca. Nella giornata di ieri, il ministero della Difesa russo ha annunciato di avere effettuato una nuova missione di prova del missile ipersonico Tsirkon. L'operazione è partita da una nave che si trovava nel mare di Barents, la parte del mare Artico localizzata a nord della Norvegia e della Russia.
    Il lancio da parte della Flotta del Nord della Federazione Russa ha puntato un obiettivo situato nel Mar Bianco, secondo quanto dichiarato dal ministero della Difesa di Mosca. «Secondo i sistemi di monitoraggio e registrazione dal vivo, un missile da crociera ipersonico Tsirkon ha colpito con successo un obiettivo marittimo situato a circa 1.000 chilometri di distanza. Il volo del missile ipersonico ha rispettato i parametri stabiliti», secondo quanto emerge dal Cremlino. Restano elevati, tuttavia, i dubbi sull'effettiva efficacia dei lanci, come sottolineato dall'intelligence statunitense
  3. IL FUTURO INZIA :    Aprile è il più crudele dei mesi scriveva T. S. Eliot, perché mescola memoria e desiderio che qui, in mezzo alla guerra, sono passato e futuro, morte e vita. «Solo all'inizio di aprile abbiamo capito che Mariupol era ridotta in cenere, che non avremmo più avuto un posto in cui tornare, che la nostra memoria, il nostro passato, erano sepolti sotto un mucchio di macerie». Anna, 32 anni, era riuscita a fuggire appena prima che i russi blindassero Mariupol nel feroce assedio iniziato il 2 marzo. Per due mesi ha coordinato gli aiuti, ha organizzato evacuazioni spericolate, ha distribuito cibo e medicine per i rifugiati che riuscivano, in un modo o nell'altro, a uscire dal supplizio della città-martire. Ma una sera d'aprile, il mese che cancella tutte le illusioni, ha capito: «Mi sono resa conto che non torneremo più a casa, che Mariupol non sarà più ucraina semplicemente perché Mariupol non esiste più». La memoria si mescola con il desiderio, il passato diventa futuro: «La ricostruiremo da capo, in un posto sicuro, tutti gli abitanti di Mariupol torneranno a essere gli abitanti di Mariupol».
    Anna, che prima della guerra aveva un'agenzia di viaggi, con Mykhailo Puryshev, proprietario di una discoteca a Mariupol, e Natalia Goncharova, titolare di un negozio di parrucchiere per bambini, hanno già i progetti del primo lotto di mille case – ma puntano a cinquemila -, hanno l'autorizzazione del governo a costruire, parte dei fondi necessari e la concessione per alcuni terreni su cui potrebbe nascere la Nuova Mariupol. «Siamo consapevoli che è un progetto ambizioso, ma siamo sicuri di farcela: la nuova città sarà aperta a ogni mariupolino, ma all'inizio verrà data priorità a donne con bambini, anziani, disabili».
    La località scelta non si può ancora rendere pubblica, ma sarà un «luogo sicuro, ecologico e energeticamente autonomo, in modo che qualsiasi cosa succeda nessuno rimanga senza luce, acqua e calore, come successo a Mariupol». Anna, Misha e Natalia sono in contatto costante con migliaia di mariupolini fuggiti durante l'assedio: «Nei primi giorni della guerra avevamo altre cose a cui pensare, ci occupavamo dell'evacuazione e il nostro primo pensiero era quello di salvare le persone. Non avevamo tempo per pensare alle case». Poi è arrivato aprile, e i video e le foto che uscivano dalla città erano fin troppo eloquenti: «Era chiaro che era rimasta solo cenere. I nostri giardini e gli spazi verdi intorno alle case erano diventati cimiteri. La città che conoscevamo e che amiamo tuttora non c'era più». Così, una sera Anna ha chiamato Misha. Mykhailo Puryshev, 36 anni, per settimane aveva sfidato razzi, bombe e cecchini per portare cibo dentro la città assediata e tirare fuori i civili intrappolati, sempre al volante del suo furgone rosso crivellato dai colpi: in sei viaggi avanti e indietro ha portato in salvo quasi 250 persone. «Quando ho fatto il primo viaggio, l'8 marzo, Mariupol era avvolta da fumo e incendi, l'ultima volta era solo cenere. Quando ero dentro, cercavo di non guardare i corpi a terra, o i resti carbonizzati dentro le auto. Temevo che se avessi visto il corpo di un bambino non ce l'avrei fatta ad andare avanti. Le persone erano state sepolte per strada, vicino a centri commerciali, ai locali notturni e persino nel parco di un asilo. Alcuni cadaverini erano avvolti in tappeti e lasciati sulle panchine».
    Ma dopo settimane passate nella disperazione, nella frenesia di un presente atroce, Anna ha iniziato a guardare oltre: «Non poteva finire così». La nuova Mariupol non assomiglierà alla vecchia, se non per le persone che ci andranno ad abitare. «Ricordiamo ogni angolo della città con affetto – dicono Misha e Anna -, si stava sviluppando molto in fretta e tutti noi avevamo contribuito a questo sviluppo. Sarebbe diventata una cittadina moderna ed europea, ma non potremmo mai ricreare quello che era, la nuova Mariupol non sarà una replica». Quando venivano i turisti dall'Europa, raccontano, chiedevano di vedere gli edifici rimasti dall'Unione Sovietica, «ma Mariupol aveva poco da mostrare in quel senso, e gli spazi grigi tipici dei paesaggi sovietici erano pochi. Era una città che volevi percorrere a piedi, vie verdi, pieni di fiori, il mare, il nuovo lungomare. Sarà così, anche senza mare».
    Ricordare fa male, ma «riunire la famiglia» consola. «Ora tutti gli abitanti di Mariupol sono sparsi per il mondo e sul territorio ucraino, nella nuova città potranno ritrovarsi ed essere capiti. Molti erano vicini di casa, amici, da noi tutti conoscevano tutti, abbiamo bisogno gli uni degli altri».
    Secondo le autorità di Kiev le vittime di Mariupol sono state oltre 20 mila, centomila quelli rimasti nella città che prima della guerra era la casa di 430 mila persone. «La Nuova Mariupol all'inizio sarà piccola, ma già ora è un messaggio per tutti gli ucraini: dobbiamo rimanere insieme, solo l'unione potrà vincere sul male, solo tenendoci per mano potremo ricominciare a vivere»
  4. NONOSTANTE L'ARCH.CATTANEO : Un primo passo, al momento formale ma considerato strategico, tanto da meritare una convocazione straordinaria, la domenica, di tre consigli di amministrazione. Tim e Open Fiber ritentano la strada della rete unica, quasi due anni dopo la firma del progetto originario, finito nel cassetto tra cambi di governo, nuovi assetti azionari e ribaltoni ai vertici. Questo pomeriggio Cassa depositi e prestiti - che avrà un ruolo decisivo e sarà il socio forte -, Open Fiber e l'ex monopolista siglano la lettera di intenti («memorandum of understanding») per arrivare alla fusione dell'infrastruttura di Telecom, una volta scorporata, con quella del gruppo controllato da Cdp. I dettagli arriveranno e ci sarà spazio per trattative. Per ora, però, c'è la volontà di marciare uniti in nome della digitalizzazione del Paese.
    Il dialogo
    Nei giorni scorsi Tim, assistita da Mediobanca e Vitale &Co, ha trovato un'intesa con la Cassa - che ha il 60% Open Fiber oltre al 9,8% di Telecom - superando le discussioni relative al perimetro della futura società di rete, NetCo. Nessun ostacolo, poi, è arrivato dal fondo australiano Macquarie, al 40% di Open Fiber. Infine, si è sbloccato anche il «sì» di Kkr, il fondo americano che ha il 37,5% di FiberCop. Gli americani, che nei mesi scorsi avevano avanzato una manifestazione di interesse per l'intera Tim, per giorni hanno temporeggiato con gli altri protagonisti della vicenda, prima chiedendo ragguagli sull'accordo commerciale tra FiberCop e Open Fiber nelle aree bianche, poi mettendosi di traverso alla decisione di Tim di adeguare all'inflazione i prezzi ultracompetitivi del coinvestimento FiberCop.
    Rispetto al progetto originario, quando al timone di Tim c'era Luigi Gubitosi e in Cassa regnava Fabrizio Palermo, lo scenario è cambiato. Al momento non sarebbe ancora stata definitiva la governance. E aspettando le autorizzazioni, che non si preannunciano semplici, dovranno essere delineati con precisione il perimetro e i valori degli asset che verranno conferiti. Anche il nome – nell'estate del 2020 la società era stata battezzata AccessCo – non è tra i temi che oggi atterrano sui tavoli dei consigli. A rendere la strada meno complicata di allora c'è la decisione di Tim di abbandonare il modello di integrazione verticale che finora aveva reso impossibile il progetto. L'accordo non dovrebbe prevedere una scissione, ma una vendita della rete di Tim a Open Fiber, una mossa che porterebbe l'ex monopolista a ridurre il debito e riconquistare così l'investment grade.
    Nel tempo, la Cdp potrebbe alleggerire il suo peso azionario, restando affiancata dai fondi. Il modello, ragionano gli addetti ai lavori, è quello di Terna, la società quotata in Piazza Affari di cui la Cassa detiene una quota che sfiora il 30 per cento. Gli analisti di Intermonte assegnano all'infrastruttura un enterprise value (capitalizzazione più debito) di 25 miliardi di euro, di cui 16,7 riferibili ad asset di Tim e 8,6 a Open Fiber, con possibili sinergie - secondo indiscrezioni - di 4-5 miliardi. Per assegnare un valore alla Netco di Tim «è cruciale capire le valutazioni degli asset» ma anche «l'ammontare di debito che potrebbe esservi allocato», sottolinea Equita.
    La firma del «memorandum of undestanding» permetterà all'amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, di presentarsi al capital market day del 7 luglio con in tasca un risultato «pesante», ma in linea con il suo piano di rilancio. Una strategia che passa dal superamento del modello verticalmente integrato lungo e della divisione del gruppo in quattro aree di attività di business (rete, consumer, enterprise e Brasile) che, nelle sue intenzioni, dovrebbero essere in grado di far emergere un valore rimasto finora inespresso.

 

 

29.05.22
  1. Quattro deputati regionali russi contestano la guerra in Aula
    Un gruppo di deputati comunisti del Parlamento regionale di Primorye, in Russia, ha contestato l'intervento in Ucraina. "Siamo consci che se il nostro Paese non ferma l'operazione militare ci saranno ancora più orfani nel nostro Paese».
  2. Il Consiglio del Patriarcato della Chiesa Ortodossa ucraina di Mosca (Uoc) ha dichiarato «piena indipendenza» dalla Chiesa ortodossa russa. La Uoc di Mosca ha "condannato la posizione del patriarca di Mosca Kirill e la guerra in sé».
  3. STRAGE INACETTABILE :    Alina pigia una vecchia radio all'orecchio per sentire meglio cosa dice la voce metallica che esce dal suo interno: «Qui Radio Ucraina trasmette per voi 24 ore su 24» si sente dall'apparato. Alina alza il volume per sentire meglio: «Impossibile fare calcoli sugli edifici distrutti nella regione di Lugansk; tredici le vittime tra i civili. Colpito anche L'Hotel Lysychansk e un centro per gli aiuti umanitari di Severodonetsk». Il radiogiornale di Radio Ucraina rompe il silenzio di Siverks, villaggio a ridosso del fronte con le armate russe dove non c'è più fornitura di gas, manca l'elettricità e la connessione internet è un lontano ricordo. L'unico mezzo per poter sapere cosa succede nel resto del Paese è la radio di una contadina di quasi 80 anni che dorme nello scantinato di casa per paura dei bombardamenti. I russi sono a cinque chilometri di distanza e controllano quasi tutta la parte a nord est del fiume Seversky Donets. Quel corso d'acqua è ormai l'unica barriera naturale che divide la fattoria di Alina dall'avanzata dell'esercito di Mosca supportate da reparti ceceni fedeli a Putin: se passassero il fiume, avrebbero campo libero per occupare tutti i villaggi che si trovano nel Donbass ancora in mano agli ucraini. I russi hanno tentato più volte di creare ponti mobili sul Seversky Donets, ma finora i tentativi di Mosca sono sempre stati respinti dai droni di Kiev, che più di una volta hanno affondato mezzi corazzati russi che tentavano di passare il fiume attraverso passerelle costruite nella notte.
    Alina si sistema il foulard mentre passa un carro armato su cui viaggiano decine di soldati che fanno un cenno di saluto con la mano. Subito dopo un fuoristrada guidato da un militare di mezza età si ferma davanti al cancello della proprietà per chiedere se a qualcuno funziona la rete mobile. L'anziana strappa una rosa e sorride: «Senti che profumo, sono appena sbocciate». Nel frattempo la radio lasciata su una sedia continua a raccontare cosa succede in un mondo che sembra lontanissimo, ma che in realtà dista solo 30 chilometri: «Nelle ultime 24 ore sono evacuate dalle zone più calde del conflitto 759 persone».
    Passano altri militari che si fermano lì vicino di ritorno da Lysychansk, una delle città sotto costante fuoco di artiglieria: «Il ponte di Severodonetsk non c'è più, è stato distrutto nella notte» racconta uno di loro. Difficile capire come sia successo, fatto sta che a distanza di pochi giorni dall'abbattimento del ponte principale che portava a Severodonetsk, anche l'ultima arteria che collegava la città sotto assedio al resto dell'Ucraina è stata polverizzata. Secondo Kiev la città è circondata per due terzi, ma resiste. I russi ormai sono entrati nella periferia da giorni e gli approvvigionamenti via terra sono compromessi. Secondo il capo dell'amministrazione militare della città, Oleksandr Stryuk, «i russi hanno cercato di occuparci per una settimana e mezza, ma grazie agli sforzi sovrumani dei soldati ucraini, la città è stata tenuta». Negli ultimi due giorni - ha aggiunto Stryuk - Severodonetsk è stata incendiata dai continui bombardamenti, ci sono vittime tra la popolazione civile e tra i dipendenti della fabbrica Azot». Grazie ai suoi bunker, adesso proprio il grande impianto chimico Azot nella periferia di Severodonetsk potrebbe trasformarsi nella nuova roccaforte dell'esercito di Kiev dentro la città, così com'è stata l'Azovstal di Mariupol. Ma il prezzo è già altissimo. Il sindaco stima in «1500» le vittime finora. Per il presidente Zelensky è in corso «un genocidio».
    Prendiamo l'auto e cerchiamo di proseguire verso Lysychansk, l'ultima città ancora accessibile prima di Severodonetsk. Quando stiamo per uscire da Siverks, l'auto deve fermarsi davanti a un cratere del diametro di almeno 10 metri. A pochi metri di distanza, cade un cornicione di un palazzo semidistrutto. Per passare bisogna cercare strade alternative. Arriviamo In un quartiere fuori dal villaggio, dove un gruppo di persone si è riunito fuori da un condomio. In mezzo c'è un generatore a gasolio portatile e a pochi passi un tavolo con grovigli di cavi e caricabatterie per tenere in vita una decina di cellulari. Uno dei residenti del palazzo attiva un tagliacapelli elettrico e a turno gli uomini presenti si fanno rasare sedendosi su una piccola seggiola. Uno di loro indica la porta del palazzo e ci fa scendere nello scantinato: dopo poche scale nel buio più totale, l'uomo accende una piccola torcia e illumina la carcassa di due missili. «Questi sono caduti nei palazzi di questo quartiere - dice il residente - li conserviamo qui come prova».
    Saliamo di nuovo in auto con direzione Lysychansk, quando all'improvviso si alza un'enorme colonna di fumo che investe la strada: niente da fare, bisogna tornare indietro. Difficile capire da dove arrivasse l'attacco, ma oltre il fiume Seversky Donets, le truppe russe hanno terminato la conquista della città di Lyman, crocevia fondamentale per arrivare negli avamposti ucraini nel Donbass più a ovest. Ormai anche Kiev è costretta ammettere che la situazione stia degenerando con una velocità impensabile fino a 10 giorni fa e ora spera nelle armi a lungo raggio promesseda Biden.
  4. PUTIN IL TALEBANO : «Devo essere onesto, se il Cremlino non è in grado di dirlo: l'operazione militare speciale della Russia in Ucraina è completamente fallita». Chi parla così non è un dissidente, e neanche un critico della guerra di Putin, ma Igor Girkin – ex del Fsb e braccio destro dell'oligarca Konstantin Malofeev, quel Girkin che una osservatrice esperta come Nataliya Vasilyeva, corrispondente dalla Russia del Telegraph, definisce «l'uomo che ha iniziato la guerra nell'Ucraina orientale nel 2014». Girkin ha scritto una valutazione pubblica tremenda, per Mosca, della situazione militare on the ground. Nonostante i tangibili avanzamenti d'attrito dell'esercito russo nelle aree di Severodonetsk e Lysychansk, Girkin vede un fallimento in atto. E bisogna ascoltarlo. Non una defezione, ma certo, sapore di disfattismo nel cuore stesso del Cremlino. Non è un sentimento isolato, anzi. Per varie ragioni, e con diverse motivazioni, in tanti si sganciano dalla guerra putiniana.
    Giovedì, parlando con Julia Ioffe, Boris Bondarev – il diplomatico russo a Ginevra che si è dimesso dalla rappresentanza russa alle Nazioni Unite in polemica con Putin e la sua criminale guerra – ha detto due cose interessanti. La prima è che ci sono molti diplomatici che la pensano come lui, anche se non hanno il coraggio di dirlo. La seconda è che tanti altri diplomatici russi chiacchierano invece spensieratamente di armi nucleari da lanciare in Occidente, perché pensano che America e Occidente siano «codardi» e non farebbero «ritorsione» lanciando missili nucleari sulla Russia.
    Tra defezioni e estremismi nucleari, il quadro che ne esce della situazione attuale dentro il regime del Cremlino - al di là della propaganda – è fosco. Bondarev è solo l'ultimo caso, dopo tante defezioni in Gazprom. La più celebre è stata quella di Igor Volobuev, ex vicedirettore, addetto alla comunicazione di Gazprombank, che ha colpito molto i media, anche per la sua denuncia pubblica, e per il fatto che fosse scisso tra appartenenza alla Russia e origini ucraine. Ma il suo caso non è stato neanche il più importante, che forse è quello di Ruslan Dostovalov. Il 31 marzo il direttore esecutivo di Gazprombank si è dimesso per protesta contro la guerra della Russia e la propaganda di odio di Ntv e Tnt, società del conglomerato Gazprom-Media. Dostovalov ha dichiarato di non poter più lavorare con il ceo Alexei Miller. «Ormai non puoi più sperare nel tuo Paese, essere associato alla Russia, parlare contro la guerra, fare progetti, pensare di avere un figlio qui. È impossibile essere orgogliosi della guerra. È una macchia che non si laverà via». Prima, erano fuggiti dalla Russia personaggi come la ceo di Yandex Elena Bunina, l'ex vicepresidente di Sberbank, Lev Khasis, il vice ceo di Aeroflot, Andrei Panov. Sarà forse per questo che il presidente della Russia, negli ultimi due giorni, ha introdotto o fatto introdurre dalla Duma una legislazione che equipara la «defezione dalla parte del nemico durante le ostilità attive» con l'alto tradimento, punibile fino a venti anni di galera.—

 

 

28.05.22
  1. A Mariupol cancellate le vacanze estive "Gli alunni dovranno studiare il russo"
    La procuratrice di Kiev: indaghiamo su 14.000 casi di crimini di guerra
    La procuratrice capo dell'Ucraina Iryna Venediktova ha detto che sta indagando su 14.000 casi di presunti crimini di guerra da parte dei russi. Parlando a Londra, Iryna ha affermato che ogni giorno vengono alla luce tra i 100 e i 200 casi.
  2. SOFFERENZA DIFFFICILE DA SUPERARE :  Dal cielo oggi piovono razzi e acqua, sono i temporali della primavera di Mykolaiv. Oltre il cielo grigio e spesso si sentono i tuoni, sempre più vicini, sempre più forti. È il fragore dell'artiglieria russa che, incessante, si accanisce sulla città dal primo giorno della guerra. Sparano al mattino, poi il silenzio. Riprendono la notte. Ogni notte, dal 24 febbraio. Novantadue giorni, uno stillicidio di morti, feriti, palazzi distrutti, la paura che fa scoppiare il cuore. La guerra di attrito non è «meno» guerra. È sopravvivere pensando che ogni scoppio potrebbe essere il tuo.
    La prima notte di bombardamenti su Mykolaiv Svetlana è corsa in un rifugio ricavato da un garage. Ha preso per mano le figlie, Alina e Cristina, si è stretta al marito Yuri, e ha aspettato che finisse. Ma non è mai finita. E da quel garage sotterraneo non sono più usciti. Loro, come altre decine di famiglie, hanno lasciato in fretta le loro case e, da 92 giorni, vivono come sepolti vivi in un cubo di cemento armato. Pian piano, notte dopo notte, la vita del palazzo si è trasferita di sotto. Sono stati trasportati letti, fornellini di campo, tavoli da campeggio, lampade e giocattoli per i bambini. A parte la luce, l'aria e il cielo nelle case-bunker c'è tutto.
    Tutti i garage della piccola stradina sterrata sono occupati, alcuni vengono destinati alle scorte di viveri, altri agli «ospiti» di passaggio, come una famiglia di Kherson riuscita miracolosamente a fuggire dall'occupazione, gli altri sono le nuove case di questa piccola città sotterranea. Non ci sono regole, se non quella della condivisione. Yuri, veterano del 2014, prima della guerra lavorava all'aeroporto, subito bombardato e distrutto. Così ha continuato quello che già faceva nel tempo libero, il volontario. Oggi, con il suo furgone bianco, gira i villaggi dell'Oblast di Mykolaiv per consegnare pacchi di viveri a chi è rimasto isolato, agli anziani tagliati fuori dal mondo, a chi vive sulla linea dal fronte, ai soldati della prima linea. Mostra sul telefono la mappa che usa per evitare l'artiglieria. Guarda Svetlana, che mentre abbraccia la figlia Alina sembra un quadro rinascimentale. «Ogni volta che le bombe ci danno una tregua salgo a casa per lavarmi e vedere se il gatto e il pappagallo stanno bene», dice con un sorriso che dimentica gli occhi. Lei, che «prima» si occupava di organizzare feste per i bambini e matrimoni ride sempre più raramente: «È chiaro che i miei palloncini ora non servono più a nessuno». Vede le figlie crescere senza amici, senza scuola, «non riescono neanche più a dire cosa vorranno fare da grandi». «Da grande voglio fare la pace», interviene Cristina, 12 anni, ma poi ride imbarazzata, forse pensa che non sia la risposta giusta.
    Da 92 giorni sono come animali legati alla catena. Una catena che parte dal garage, e quando non bombardano, permette i pochi passi che li separano dalla loro casa, quella vera. Il tempo di lavarsi, prendere abiti puliti, controllare che le finestre siano ancora intere. «Qui sotto ci sentiamo un po' più al sicuro. Se un missile colpisce il nostro palazzo – spiega Yuri - c'è il rischio di un crollo, qui al massimo cade un panello di isolante. Forse è solo autoconvinzione, ma è importante credere a qualcosa. Qui trema tutto, ma siamo al sicuro. Almeno, lo eravamo fino a quando ci colpivano con i Grad, ora che hanno iniziato usare i missili guidati lanciati dalle navi neanche questo bunker può reggere. Speriamo in bene». Dalla casa-garage accanto arrivano i nonni, erano andati in visita. Spunta un piatto con pane, formaggio e salame, si scalda l'acqua per il tè. «Ma abbiamo anche il microonde», dice Svetlana e aggiunge biscotti al banchetto.
    Dal buco nel pavimento arrivano le risate di Alina e Cristina, sono sotto che giocano con i peluche, e immaginano mondi proibiti agli adulti. Hanno smesso di chiedere quando potranno ritornare a casa. «Le bambine hanno paura dei botti», dice Svetlana. Il sottinteso è «quindi restiamo qui». La sensazione è che potrebbero stare qui per sempre. A meno che Mosca non decida che anche Mykolaiv deve essere russa. «Non succederà mai – giura Yuri-. Nessuno era preparato a questa guerra, i soldati della difesa territoriale stavano ai posti di blocco in jeans e maglietta, mancavano armi, protezioni…». Ora è diverso ripete quest'omone in mimetica, convinto che la guerra sarà lunga, ma Mykolaiv sarà sempre ucraina: «All'inizio i russi hanno potuto avanzare velocemente, ora le città sono pronte, e l'offensiva qui si è fermata. Mykolaiv ha ricevuto lo status della città eroica assieme a Bucha, Irpin e Okhtyrka. Perché i russi non riescono a prenderla».
    Qui, in questo microcosmo sotterraneo, arrivano le notizie dalla prima linea – «oggi l'esercito ucraino ha respinto un attacco alla periferia di Mykolaiv», da Kherson, da Oleksandrivka, un villaggio occupato dai russi dove vivono ancora i genitori di Svetlana: «Quando i russi sono entrati hanno chiesto di togliere la bandiera che c'era sopra il teatro per evitare conflitti, tolta la bandiera sembrava che fosse tutto okay, ma non era tutto okay». Due settimane dopo sono arrivati altri russi e hanno cominciato a entrare in ogni casa, «cercavano uomini in età per essere arruolati… sacco sulla testa, mani legate, sono stati portati nella piazza nel centro del paese, vi uccideremo tutti dicevano. Hanno picchiato il padrino delle mie figlie con il fucile perché ha cercato di parlarci». Anche per questo, per queste storie, «Mykolaiv non sarà mai presa», dice Yuri, mentre guarda fisso davanti a sé. Sa benissimo che a Nord, nel Donbass, l'assedio ha raggiunto un picco di intensità altissimo, ma sa anche che è con la fiducia che si vince e si sopravvive: «La controffensiva è già iniziata, riporteremo a casa tutti».
  3. FERITE INFERNALI: L'otto febbraio, durante una conferenza stampa che rimarrà nella storia, Putin ha dichiarato guerra all'Ucraina paragonandola a una donna morta, sottoposta a uno stupro. Per farlo, ha usato alcuni versi agghiaccianti della canzone russa «La bella addormentata», un inno rap allo stupro e alla necrofilia. «Che ti piaccia o no è il tuo dovere bellezza mia».
    Una frase che, riascoltata oggi, alla luce del novantunesimo giorno di guerra, risulta premonitrice e allude all'intento genocida del dittatore russo.
    Le donne ucraine hanno subito compreso il significato di quelle parole e hanno fondato una chat sui social riguardante gli stupri da parte dei soldati russi. La giornalista Olga Tokariuk mi ha raccontato telefonicamente che, su varie chat e social media, molte donne in Ucraina raccontano di essersi attivate per l'uso della spirale, così da non rimanere incinte in caso di stupro.
    Le parole di Putin erano un codice militare, un ordine ai soldati di incominciare la compagna di stupri di massa, a danno delle donne ucraine. Infatti, tre mesi dopo l'inizio dell'invasione le autorità ucraine hanno raccolto centinaia di testimonianze di donne e ragazze catturate e violentate dei soldati russi.
    Nelle telefonate intercettate di alcuni soldati russi, in molti si vantano e ammettono di aver abusato sessualmente di donne e bambini, nonostante il Cremlino continui a smentire.
    La commissaria ucraina per i diritti umani ha raccolto testimonianze delle vittime e ha stilato un rapporto che denuncia stupri di bambini, violentati dai soldati russi davanti alle loro madri. Il rapporto dettagliato descrive lesioni genitali gravissime di una bambina di nove mesi violentata con una candela, e di un altro bambino di un anno violentato con un fucile da ben due soldati russi e deceduto in seguito alla brutalizzazione. E di una terza bambina di due anni, sempre stuprata da due soldati russi. Bambini sodomizzati e torturati da un gruppo di soldati mentre un secondo gruppo stuprava le madri davanti a loro.
    Anche donne e uomini anziani ucraini hanno testimoniato di essere stati abusati dai soldati invasori russi. Dopo il massacro di Bucha furono ritrovate venticinque bambine e ragazze, catturate e trattenute in schiavitù sessuale, per ben tre settimane.
    Il rapporto conclude che quello che sta accadendo in Ucraina è a tutti gli effetti un genocidio.
    Gli stupri di massa sono un'arma di guerra che insieme ai bombardamenti a tappeto, ai massacri, alle fosse comuni, alle torture e alle deportazioni mirano a distruggere le identità di un popolo sovrano.
    Gli stupri sistematici di massa sono diventati il simbolo del genocidio sia in Bosnia ed Erzegovina sia in Rwanda. Centinaia di migliaia di donne furono stuprate in questi due Paesi. In Bosnia, i criminali di guerra Milosevic e Mladic istituirono veri e propri campi di stupro. Questo accadde nel cuore dell'Europa negli anni Novanta. La comunità internazionale dovette attendere la fine di queste due guerre per approvare il riconoscimento dello stupro come arma di guerra; questo fu il motore dietro al quale nacque la dottrina della responsabilità di proteggere. Oggi siamo davanti a migliaia di testimonianze, prove inconfutabili e segnalazioni documentate, molto simili a quelle già viste nei due esempi precedentemente menzionati.
    I leader politici di destra e gli opinionisti che sostengono che la sottomissione e la cessione di una fetta del territorio ucraino a Putin porterebbe alla pace dovrebbero sapere che questo equivale a dire che non ci interessano i diritti umani e non ci interessa il numero di cittadini ucraini torturati, deportati, stuprati e uccisi dalle milizie russe.
    È un fallimento morale e politico chiedere all'Ucraina di accettare quello che nessuno Stato sovrano accetterebbe. Lo stupro è uno degli aspetti di questo conflitto che continua ad essere totalmente ignorato. Questa è una guerra feroce voluta da un uomo, un dittatore che ha già dimostrato, negli ultimi vent'anni al potere, che nessuna trattativa, dialogo, o accordo può fermare la sua sete di conquiste imperialistiche. Conquiste per le quali è disposto a usare qualsiasi arma.
    «Non mi sono mai vergognato così tanto del mio Paese» sarà lo slogan di questa guerra: sono le parole di un diplomatico russo che coraggiosamente si è dimesso in protesta contro questa invasione e Putin.
    Le giornaliste ucraine che hanno vinto il premio Pulitzer e che denunciano su tutte le televisioni mondiali i crimini di guerra russi hanno dichiarato in un'intervista al giornale statunitense più influente «Politico» che con tristezza rinunciano e condannano il giornalismo televisivo in Italia. Queste donne coraggiose, che rischiano la vita ogni giorno raccontando gli orrori di questa guerra, si sono trovate costrette a rinunciare ad apparire nei programmi televisivi italiani a causa della ormai dilagata propaganda russa e al numero allarmante di talk show che prediligono gli share e la spettacolarizzazione della guerra alla verità e che concedono colpevolmente spazio a opinioni o teorie palesemente illogiche, contraddittorie o persino ipocrite. Questa è una denuncia grave che dovrebbe farci riflettere e che pone un interrogativo importante: davanti a tutti questi crimini di guerra orchestrati e ordinati da Putin chi siamo noi e fin quando continueremo ad accettare lo stupro semplicemente come uno dei danni collaterali di questa guerra? Specialmente dopo aver assistito alla premiazione dei soldati che portano avanti questi atti brutali. L'ennesima dimostrazione che Putin sta esportando la sua natura con le bombe, con gli stupri, con il ricatto energetico e alimentare con la propaganda e la corruzione.
    Coloro che continuano ad ignorare le atrocità e il menù di barbarie che i russi stanno imponendo al popolo ucraino stanno abdicando alla loro responsabilità morale, barattando la democrazia, sottomettendosi al regime autocratico di Mosca che mira a convincerci che l'Italia dei diritti è una causa persa.
  4. PERCHE' PSA HA PAGATO LA FIAT META' DI QUELLO CHE CHIEDEVA JAKY : La controversia fra le autorità statunitensi e Stellantis relativa alle emissioni dei motori 3.0 V6 diesel (qui per saperne di più) dovrebbe chiudersi definitivamente. Secondo quando riporta Automotive News, infatti, la filiale americana del costruttore dovrebbe patteggiare per una cifra pari a 300 milioni di euro, dichiarandosi colpevole e mettendo fine al procedimento penale in cui si era resa protagonista l’allora FCA. La causa è legata all’alterazione dei parametri di emissione di ossido d’azoto dei propulsori a 6 cilindri a gasolio. La vicenda nacque dalle accuse dell'ente per la protezione ambientale degli Stati Uniti (EPA), che accusò il costruttore della falsificazione dei dati inquinanti dei propulsori grazie all’utilizzo di software.

    LA CAUSA CIVILE - Tra il 2014 e il 2016 circa 100.000 veicoli FCA (la Jeep Grand Cherokee e la Ram 1500) equipaggiati con il 3.0 V6 diesel furono “pizzicati” dall’EPA per emissioni di anidride carbonica oltre i limiti di legge. Le vetture secondo l’ente ambientale erano dotate di un software in grado di alterare la diffusione di ossido d’azoto dallo scarico in alcuni frangenti di guida, superando quindi le soglie imposte dalle norme antinquinamento. La causa civile relativa alla vicenda si chiuse nel 2019 a fronte di un pagamento di 800 milioni di dollari senza ammissione di colpa da parte della Stellantis.

    I PROCEDIMENTI PENALI - Dopo il patteggiamento della causa civile e la sua colossale transazione, la Stellantis dovrebbe chiudere definitivamente la vicenda anche sul fronte penale, versando al dipartimento di giustizia degli Stati Uniti 300 milioni di dollari. La società che ha negoziato la controversia è la FCA US. Nel caso si resero protagonisti anche tre manager, accusati dalla magistratura americana della manipolazione dei parametri dei motori: uno di questi sta proprio affrontando un procedimento (sempre penale) perché accusato di frode e cospirazione nei confronti degli Stati Uniti.

 

 

27.05.22
  1. IL VERO POTERE CHE DISGUSTA:   Ovviamente, lo sapevano tutti com'era Jacques Bouthier. Uno degli uomini più ricchi di Francia, 75 anni, una fortuna creata dal niente nell'assicurazione, era «un porco» con le donne, sottolineano oggi tanti dei suoi dipendenti (anonimi) ai media. «Quando lo incrociavi, per una donna, meglio non essere giovane e carina – ricorda oggi una dirigente di Assu 2000, il suo gruppo, ribattezzato Vilavi nel gennaio scorso -. Era incapace di stare zitto, t'infliggeva riflessioni pesanti e oscene. E come rideva il codazzo dei suoi collaboratori…». Insomma, lo scandalo sorprende fino a un certo punto, anche se nessuno arrivava a immaginare che pagasse «schiave del sesso» minorenni, a sua disposizione in un appartamento a Parigi.
    Bouthier è in carcere da sabato, accusato di una serie di capi d'accusa, tra cui «violenza e aggressione sessuale su minori» e «tratta di esseri umani». E dire che, fino a quel momento, agli occhi del francese medio, l'uomo era solo il prototipo del self-made man, che nel 1975, nel giardino davanti a casa, a Noisy-le-Sec, periferia popolare di Parigi, aveva messo su un bungalow in legno, dove aveva iniziato a vendere polizze assicurative. Oggi Vilavi ne gestisce 720mila, ha 1800 dipendenti e un patrimonio personale stimato a 160 milioni di euro. Senza laurea, ma intraprendente e chiacchierone, il baby-boomer Bouthier è stato sempre uno sportivo, da giovane campione di salto con l'asta, quando faceva il militare. Ha fatto costruire una palestra all'avanguardia per i lavoratori nella sede del gruppo.
    Nel marzo scorso a un commissariato parigino si è presentata Kenza, 22 anni, nata in Marocco, che su Bouthier ha raccontato un'altra storia. Aveva sedici anni quando, giunta da poco in Francia, l'imprenditore cominciò ad avere rapporti sessuali retribuiti con lei, che fece poi trasferire in un suo appartamento. Lì sostituì un'altra ragazza, sulla ventina, troppo vecchia ormai.... Kenza ha libertà di movimento, ma per anni deve sottoporsi agli appetiti sessuali dell'uomo, che la porta perfino in club di scambisti oppure a fare sesso nel suo ufficio e nella famosa palestra aziendale. All'inizio dell'anno, Bouthier, a cui piacciono giovani, molto giovani, ha chiesto a Kenza di finirla lì, affidandole un'ultima missione: trovare una sostituta.
    Sarà ancora una ragazza psicologicamente fragile, come lei, strappata alla strada, di 14 anni e di nazionalità rumena. Kenza, però, realizza un video compromettente del primo incontro con l'anziano signore e poi comincia a ricattarlo. E Bouthier, a sua volta, la minaccia pesantemente. Kenza ha paura e lo denuncia alla polizia, che per più di due mesi ha messo sotto controllo il suo telefono. Al di là della pedofilia, è emersa una storia ancora più incredibile.
    Preso dal panico, Bouthier ha contattato un piccolo imprenditore delle costruzioni, suo fornitore, per chiedergli di procurarsi il video e di sequestrare Kenza e portarla di forza all'estero. Quest'uomo si è associato a un dipendente di Vilavi e anche a un ex poliziotto delle forze speciali del Gign. I tre non sono riusciti nell'intento, ma hanno inventato una storia per spillare soldi a Bouthier: la polizia sa tutto, ma se paghiamo un milione d'euro, lasceranno stare. È la moglie dell'imprenditore, al corrente della sua doppia vita, ad accertarsi che il bonifico sia effettuato. Alla fine, nei giorni scorsi, è scattato il blitz e tutti questi personaggi sono finiti in carcere, compresa la consorte di Bouthier. Secondo fonti vicino all'inchiesta, citate da diversi media francesi, avrebbero confermato il grosso dei fatti. Intanto, scorre il fiume di dichiarazioni anonime di chi sapeva che Bouthier era «un porco» e che ci provava con le ragazzine. E intorno a lui ridevano tutti.
  2. PERCHE' MANCA IL LATTE IN POLVERE IN USA ? Le madri di tutto il paese si trovano di fronte a scaffali vuoti dove un tempo c'era il latte artificiale. Stanno ricorrendo a tutte le opzioni per nutrire i loro bambini affamati, dalla produzione di latte artificiale alla diluizione e al razionamento del poco che gli è rimasto, il che può avere esiti pericolosi per i loro bambini.

    Mercoledì scorso, nel tentativo di fornire sollievo alle famiglie del Commonwealth e della nazione, ho introdotto il Freedom to Import Infant Formula Act per rimuovere permanentemente le tariffe sugli alimenti per bambini e vietare alla dogana e alla protezione delle frontiere statunitensi di sequestrare o applicare restrizioni all'importazione di formule da paesi con standard elevati simili. Ciò allevierà le attuali carenze di latte artificiale negli Stati Uniti e taglierà in modo permanente le normative arbitrarie stabilite dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense.

    Questa è una soluzione di buon senso - qualcosa che l'amministrazione Biden non sembra mai prendere in considerazione per risolvere la sua moltitudine di crisi - che deregolamenterà l'industria del latte artificiale, ridurrà i costi per le famiglie e aumenterà l'offerta nei negozi negli Stati Uniti.
  3. GLI USA VOGLIONO SPENDERE SOLDI CHE NON HANNO : La scorsa settimana, nelll'aula del Senato USA e' stato presentato un disegno di legge di per la spesa in'Ucraina da 40 miliardi di dollari e un altro disegno di legge per il salvataggio del COVID di 48 miliardi di dollari.

    Gli Stati Uniti non possono continuare a spendere soldi che non hanno.
    Il debito degli Stati Uniti è ora di oltre $ 30 trilioni di dollari. Solo negli ultimi due anni, ha aggiunto quasi $ 6 trilioni di dollari di nuovo debito. L'inflazione ruggisce attraverso la terra. Le bollette della spesa stanno punendo la classe operaia e i poveri poiché i prezzi della benzina si avvicinano a $ 5 al gallone.

    Anche prima dei salvataggi pandemici, gli USA registravano un deficit annuale di trilioni di dollari solo per pagare i suoi impegni di routine.

    La maggior parte del Congresso non sembra preoccuparsi del debito .

 

26.05.22
  1. ALLEANZA MILITARE RUSSIA CINA ? A Tokyo, gli Stati Uniti puntano a blindare la geometria di alleanze nell'Indo-Pacifico attraverso la formula del «Quad», incassando una convergenza con l'India, ma Cina e Russia rispondono con manovre congiunte dei bombardieri strategici a ridosso delle acque del Giappone. Una prova muscolare preparata per tempo da Pechino e Mosca in risposta a quella che percepiscono come una minaccia ai propri piani di influenza nella regione. Sei gli apparecchi coinvolti nelle manovre congiunte che Tokyo ha definito «un atto dimostrativo» contro il vertice. Durante il quale i leader i leader di Giappone, Usa, Australia e India condannavano qualsiasi cambio di status quo nell'Indo-Pacifico con l'uso della forza e il presidente Joe Biden argomentava la guerra in Ucraina come «un problema globale». Un tempismo straordinario quello del partenariato sino-russo da cui è partito l'ordine ai jet di alzarsi in quota sorvolando in maniera prolungata mar del Giappone, mar Cinese orientale e Pacifico. Pochi minuti prima, il «Quad» annunciava un investimento di 50 miliardi di dollari in infrastrutture nell'Indo-Pacifico. I premier nipponico Fumio Kishida, indiano Narendra Modi e australiano Anthony Albanese, e il presidente Biden hanno affermato «il coordinamento per promuovere un Indo-Pacifico libero e aperto», a favore di una visione di contrasto al crescente peso della Cina che, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, potrebbe essere incoraggiata a mosse assertive su Taiwan, centro cruciale per la produzione mondiale dei microprocessori, e altri punti di crisi nella regione. I leader del quartetto si sono trattenuti, nella dichiarazione finale, dalla condanna unanime della Russia e dalla chiamata in causa di Pechino sull'isola che considera parte del suo territorio da riunificare anche con la forza, se necessario. La Cina ha tuonato contro i commenti del presidente americano che lunedì aveva detto che gli Usa sarebbero intervenuti militarmente a difesa di Taiwan se attaccata. Biden, ha precisato oggi che la linea americana non è cambiata, ma da Pechino è arrivato un altro durissimo monito. «Non c'è forza al mondo, compresi gli Usa, che possa salvare il destino delle forze indipendentiste di Taiwan dal fallimento», ha detto il portavoce del ministero Esteri cinese Wang Wenbin. Il dettagliato comunicato congiunto dei premier dei quattro Paesi non menziona tuttavia esplicitamente la crescente presenza militare cinese nell'area, pur non lasciando margine a dubbi sull'origine delle preoccupazioni: «Ci opponiamo fermamente a ogni azione coercitiva, provocatoria e unilaterale che tenda a modificare lo status quo e ad aumentare la tensione nell'area, come la militarizzazione di alcune zone, l'uso allarmante di imbarcazioni della guardia costiera e della marina militare e i chiari tentativi di impedire le attività offshore di altri Paesi». Oltre alle mire di Pechino, il quadro regionale vede anche allargarsi la minaccia dei test missilistici e nucleari dalla Corea del Nord, la disputa territoriale di lunga data con la Russia, la crisi in Myanmar e il terrorismo. A preoccupare il quartetto è anche la prossima visita dal 26 maggio al 4 giugno, in otto Paesi regionali, di cui 7 del Pacifico meridionale, a partire dalle Isole Salomone, con cui Pechino ha stretto ad aprile un accordo sulla sicurezza che dia la possibilità al Dragone di costruire basi militari a soli duemila chilometri dalle coste dell'Australia che ospiterà il vertice nello stesso formato nel 2023. Pur non essendo una alleanza formale, il «Quad» è una spina nel fianco per Pechino, che la considera «una banda minore» che punta all'egemonia regionale come una «Nato del Pacifico». Il documento finale cita il conflitto in Ucraina, ma con l'implicita intenzione di non aprire uno scontro con l'India, il solo Paese membro che non ha condannato apertamente Mosca, evita di esprimere una posizione precisa contro la Russia, oltre a mantenere un comportamento non collaborativo sul nodo del petrolio russo e delle esportazioni di grano sospese da Nuova Deli nonostante il rischio globale in termini di sicurezza alimentare, con il blocco dei porti sul Mar nero e dell'export di grano ucraino. Un modo per agevolare il buon esito del bilaterale tra Modi e Biden, a margine del summit. «Un incontro cordiale e produttivo», viene definito nella nota che aggiunge come l'incontro «abbia prodotto risultati sostanziali che permetteranno di approfondire la partnership bilaterale». I due leader hanno espresso soddisfazione per l'accordo di incentivazione agli investimenti, firmato ieri, e hanno lanciato l'Iniziativa India-Usa sulle tecnologie critiche ed emergenti (iCet). Modi e Biden si sono confrontati sulle modalità per rafforzare la cooperazione in tema di difesa e sicurezza, pilastro dell'agenda bilaterale. Il dialogo tra i due Paesi, insomma, appare tutt'altro che compromesso. —
  2. GESTIONE RUSSA : Li hanno scoperti mentre rimuovevano le macerie di un grattacielo nella «città nera», simbolo della distruzione e dell'accanimento della guerra di Mosca, Mariupol. Erano 200 corpi morti, in avanzato stato di decomposizione. «Il loro odore ha invaso un intero quartiere, man mano che venivano tirati fuori», ha spiegato il consigliere del sindaco, Petro Andriushchenko. Si affida come sempre a Telegram. Denuncia che non hanno avuto sepoltura e non si sa semmai l'avranno: i residenti si sono rifiutati di portare i loro corpi all'obitorio, secondo una procedura ritenuta umiliante imposta dai soldati filorussi.
    È il nuovo orrore scoperto nel porto del Sudest, dopo il massacro delle bombe che per tre mesi non hanno dato tregua. Dei duecento non si sa nulla, se non che sono rimasti intrappolati nel rifugio di un palazzo in via Myru (pace). Dissotterrati dai detriti che li ricoprivano e ammassati in un cimitero improvvisato per strada, rinchiusi in sacchi neri e abbandonati lì. Per la tumulazione ufficiale, secondo le nuove regole dei filorussi, infatti, è necessario portare da sé i morti all'obitorio, oppure registrare un video in cui si dichiara che il defunto è stato eliminato dalle forze ucraine, secondo quanto trapela dalle cronache di Kiev. Molti residenti si sono opposti, e allora il seppellimento è toccato ai russi. Questa carneficina è sono solo l'ultimo atto, in ordine di tempo, di uno sterminato elenco di vittime dei pesanti bombardamenti su Mariupol. Che avrebbero causato fino a 20 mila morti in novanta giorni di guerra, spiegano le autorità locali ucraine. Almeno 4 mila per le Nazioni Unite.
    La caduta dell'acciaieria Azovstal ha segnato la svolta. Quello che una volta era un ricco centro produttivo sul mare, è oggi un fantasma di edifici anneriti, distrutti e rasi al suolo che i russi stanno iniziando a trasformare. Il ministero della Difesa di Mosca ha annunciato di aver completato lo sminamento del porto, con il disinnesco di 12 mila esplosivi. «I canali di avvicinamento e le acque interne sono state liberate dalle navi affondate e da altri ostacoli alla navigazione», fa sapere in una nota. Da stamane alle 8, la Russia aprirà un «corridoio umanitario» lungo 115 miglia e largo 2 miglia in direzione del Mar Nero, per consentire alle navi straniere di lasciare lo scalo portuale. In città, invece, è iniziata la «russificazione» dell'informazione: maxi schermi mobili trasmettono i telegiornali di Mosca in tutti i quartieri, spiega l'ucraina Ukrinform. Su Telegram corrono anche le immagini. Gli ucraini la chiamano «Zombie Tv», e contestano l'iniziativa. Denunciano quella che vivono come l'estrema offesa: «Non si può dare in pasto alla nostra gente questa propaganda», sono i commenti sotto i post ufficiali ucraini sul social.
    E poi c'è il processo ai combattenti della Brigata Azov, costretti ad arrendersi e catturati. Per loro, «nazisti nemici numero uno», Mosca deve preparare una punizione esemplare, da mostrare ai suoi e al mondo. Si terrà in più fasi, una delle prime sarà proprio simbolicamente a Mariupol, come tiene a precisare il capo dell'autoproclamata Repubblica di Donetsk (Dpr), Denis Pushilin. «Penso che non dovremmo ritardare con il processo – dice trionfale in un video -, e un certo numero di quelli (combattenti, ndr) intermedi dovrebbe comparire davanti al tribunale principale, come è stato dopo la Grande Guerra Patriottica. Prima di Norimberga, c'erano i tribunali di Kiev e Kharkov e un certo numero di altri. Apparentemente, uno dei primi sarà il Tribunale di Mariupol». È prevista anche la presenza di rappresentanti di Paesi stranieri, «compresi quelli occidentali», per assistere in diretta alla caduta degli Azovstal. Il porto del Sud deve diventare, nella narrazione russa, un'appendice ucraina del Cremlino: è per questo che ieri circolavano informazioni secondo cui il governatore di San Pietroburgo, Oleksandr Beglov, sognerebbe per Mariupol un grande gemellaggio. E ne avrebbe già discusso al telefono con Pushilin, oltre che con l'autoproclamato sindaco della nuova Mariupol russa, Kostyantyn Ivashchenko. «Oggi Mariupol sta attraversando una fase difficile e noi siamo pronti a contribuire alla sua seconda vita», ha spiegato Beglov. Tutto pronto per la «rinascita»: «Dobbiamo stabilire legami industriali, nei settori dell'edilizia, della sanità, dell'istruzione, della cultura. L'assedio di Leningrado e l'occupazione di Mariupol, con la sua eroica liberazione dagli invasori fascisti durante la Grande Guerra Patriottica, hanno lasciato un segno profondo nel destino delle persone». Come dire, il passato sono solo macerie di cui Mosca vorrebbe cancellare la memoria.
  3. GESTIONE PUTIN : Confermata la condanna a Navalny: "Putin folle ladro"
    Il tribunale di Mosca ha confermato in appello la condanna a nove anni inflitta a marzo ad Alexei Navalny: una sentenza considerata palesemente di matrice politica e che giunge in un momento storico in cui il Cremlino sta inasprendo sempre di più la repressione contro ogni forma di dissenso. Ma prima che la corte chiudesse l'udienza, il rivale numero uno di Putin ha preso la parola per denunciare fermamente l'invasione dell'Ucraina e la brutalità della guerra ordinata da Vladimir Putin: una guerra che in Russia è persino vietato chiamare col suo vero nome e per la quale le autorità di Mosca esigono che si parli di «operazione militare speciale».
    «Questa è una stupida guerra, che il vostro Putin ha cominciato». «È una guerra costruita sulle menzogne», ha detto Navalny, che parlando in collegamento video dal centro di detenzione a cento chilometri da Mosca in cui è rinchiuso ha paragonato le falsità sulla guerra a quelle su cui si basano le accuse in tribunale contro di lui. «Un matto ha messo i suoi artigli sull'Ucraina e non so cosa ne voglia fare, questo folle ladro», ha dichiarato l'oppositore riferendosi evidentemente al presidente russo e definendo poi «senza senso» il processo contro di lui.
    Navalny è il più conosciuto tra i dissidenti russi e per anni è stato il trascinatore delle proteste anti-Putin. È in carcere dal gennaio del 2021, quando è stato arrestato non appena ha rimesso piede in Russia dalla Germania, dove era in cura per un avvelenamento con una micidiale neurotossina che ha fatto a lungo temere per la sua vita e per il quale si sospettano gli 007 di Mosca. Dopo una condanna a due anni e mezzo di evidente matrice politica, lo scorso marzo Navalny ha subito un'altra condanna, questa volta a nove anni, con l'accusa di essersi appropriato indebitamente di denaro donato alle sue organizzazioni politiche: ma si tratta di un altro caso ritenuto inventato dalle autorità russe per colpire il principale avversario di Putin.
    L'avvocata Olga Mikhailova ha definito la sentenza «ingiusta» e «in contraddizione col diritto internazionale» e ha fatto sapere che intende impugnarla. Alexey Navalny dopo la sentenza di ieri - criticata aspramente da Usa e Ue - dovrebbe essere trasferito in un centro detentivo a «regime severo», e questo preoccupa molto i suoi sostenitori. La portavoce dell'oppositore, Kira Yarmish, ha dichiarato che il carcere dove sarà trasferito Navalny è «famigerato» per le «torture». A inizio maggio, Navalny aveva scritto su Telegram di aver sentito dire che potrebbe essere trasferito nella colonia penale numero 6 di Melekhovo.
  4. 2 MORTI TANTE BUGIE: «Non lo voglio vedere come atto ostile alla libertà di stampa, ma certo la modalità dell'intervento, firmato peraltro tre giorni prima della messa in onda, fa molto riflettere sul rischio della tutela delle fonti che danneggiano il pluralismo libero e il giornalismo d'inchiesta».
    Sigfrido Ranucci, conduttore di Report su Rai 3, sta aspettando che la Procura di Caltanissetta decida se sequestrare il computer e il telefonino del giornalista Paolo Mondani, dopo aver perquisito la sua abitazione e la redazione per lo scoop sulla presenza dell'estremista di destra Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale, a Capaci dove venne ucciso Giovanni Falcone insieme alla moglie e alla scorta.
    L'informazione libera è sotto attacco?
    «Mi limito a leggere i fatti: alle 7 del mattino hanno perquisito l'appartamento di Paolo, poi la redazione di Report in via Teulada e probabilmente non hanno sequestrato il materiale informatico solo per il can can che si è sollevato. Noi siamo collaborativi, ma ribadiamo l'importanza del nostro lavoro. Ritengo sia fondamentale tutelare le fonti e invece qui siamo di fonte al tentativo di delegittimarle. La stampa libera è fondamentale per la difesa della democrazia».
    La procura però in una nota precisa che la «perquisizione non riguarda in alcun modo l'attività di informazione svolta dal giornalista, benché la stessa sia presumibilmente susseguente ad una macroscopica fuga di notizie».
    «L'effetto di questa perquisizione non sarà certo positivo, perché se esiste qualcuno che in base alle nuove rivelazioni che abbiamo fornito volesse contribuire alla ricerca della verità, ora ci penserà due volte prima di farlo, per evitare di finire nel tritacarne dei magistrati».
    I magistrati insistono sul fatto che non esistono intercettazioni sulla presenza del "signore nero" dell'eversione Stefano Delle Chiaie sul luogo della strage di Capaci.
    «Basterebbe leggere l'informativa delle forze dell'ordine riguardo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero agli investigatori e ai pm. Anche la sua compagna Maria Romeo parla di Delle Chiaie. Credo che scavando si possa scoprire una cosa enorme».
    Ma allora la Procura di Caltanissetta non ha fatto abbastanza?
    «Da 30 anni sta indagando sui mandanti esterni della strage di Capaci. Che cosa ha trovato finora? Zero. Ogni volta sentiamo dire che sono coinvolti soggetti esterni alla mafia, ma mai nessuno che faccia i nomi. Io mi chiedo quali siano realmente le indagini in piedi su mandanti esterni alla mafia».
    Dopo 30 anni ci sono dunque ancora molti misteri da svelare?
    «Moltissimi. L'ho detto anche a fine trasmissione, concludendo con una citazione di George Orwell: "Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato"».
    Ci sono responsabilità anche nel mondo politico di 30 anni fa, magari con ripercussioni su quello attuale?
    «Ci sono centri occulti di potere che rimangono ancora un segreto. Nel 1987, durante una perquisizione a Stefano Delle Chiaie in Venezuela, vennero ritrovati dei documenti su un piano di disinformazione basato su due strategie. La prima puntava a far passare in Parlamento una linea per scagionare l'estrema destra dalle stragi del passato. La seconda mirava a intossicare l'informazione con un "Centro neutro", così era definito, formato da missini, Comunione e liberazione, socialisti. L'elenco con i nomi è stato secretato. Nel nostro Paese, purtroppo, su ogni strage, da quella di piazza Fontana a quella di Bologna, sono stati messi in atto depistaggi».
    Da chi?
    «Spesso da cani sciolti della destra eversiva e servizi segreti deviati».
    Voi continuerete ad andare avanti con il vostro lavoro?
    «Ci proveremo e andremo avanti sempre con il nostro giornalismo d'inchiesta».

 

 

25.05.22
  1. FINALMENTE :     «Mi chiamo Boris Bondarev, in vent'anni di carriera diplomatica ho assistito a diverse svolte della politica estera, ma non mi sono mai vergognato del mio Paese quanto il 24 febbraio di quest'anno». La lettera di dimissioni del consigliere della missione russa all'ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra esplode come una bomba nelle stanze della diplomazia di Mosca, con la defezione più altolocata e pubblica finora di un funzionario del governo, e nel grattacielo staliniano in piazza Smolenskaya rimangono a tal punto spiazzati da non riuscire a produrre una reazione immediata. Il testo – scritto in ottimo inglese – viene pubblicato in rete, e anche sui profili social del diplomatico, ma è talmente esplicito e accusatorio nei confronti del governo che Bondarev rappresentava da far dubitare a molti della sua autenticità. Sembrava quasi incredibile che un sottoposto di Sergey Lavrov potesse lanciare al regime russo accuse che avrebbero potuto uscire dalla penna di Alexey Navalny: «Chi ha deciso questa guerra voleva soltanto una cosa: restare al potere per sempre, abitare pomposi palazzi di cattivo gusto, navigare yacht che costano quanto l'intera marina russa, godere di un potere illimitato e di un'impunità totale. Sono pronti a sacrificare qualunque numero di vite per questo scopo. Migliaia di russi e ucraini sono già morti in nome di questo obiettivo».
    Parole che molti esponenti dell'opposizione e intellettuali critici hanno pronunciato, ma che finora pochi esponenti dello Stato avevano condiviso, almeno non pubblicamente. Fin dall'inizio della «operazione militare speciale» contro l'Ucraina si era vociferato di interi uffici in stato di choc, e di numerose defezioni di funzionari ministeriali, manager di grandi società e giornalisti delle televisioni di regime che si dimettevano, per scappare in Occidente. Pochi però hanno reso la loro fuga un atto di ribellione pubblica: «La guerra aggressiva scatenata da Putin contro l'Ucraina, di fatto contro l'intero mondo occidentale, non è soltanto un crimine contro il popolo ucraino, ma anche il crimine più grave che avesse potuto commettere contro il popolo russo, con la grande Z a cancellare tutte le nostre speranze e prospettive di una società libera e prospera», scrive Bondarev. Nessuna indicazione sui tempi e le modalità di questa scelta, anche se appare scontato che il diplomatico si trovi al sicuro all'estero, e che chiederà asilo in Occidente, senza la possibilità di rientrare in Russia. Anche perché Bondarev non ha risparmiato critiche ai colleghi e soprattutto al suo ex principale: «In 18 anni, da professionista e intellettuale colto, stimato da molti colleghi, è diventato una persona che trasmette dichiarazioni contrastanti e minaccia il mondo (e quindi anche la Russia) con armi nucleari!».
    Il consigliere ribelle è entrato nel ministero nel 2002, e ora denuncia il ventennio putiniano come quello che ha visto la trasformazione della diplomazia russa in una antenna della propaganda più aggressiva. Una degenerazione sottovalutata perfino da molti colleghi europei. Bondarev lamenta la sostituizione di un sistema che opera con «informazioni non prevenute, analisi imparziali e pronostici prudenti» con una una macchina «finalizzata a ingannare se stessa», con la portavoce Maria Zakharova che a colpi di «cliche della propaganda nello spirito dei giornali sovietici degli anni 30» è diventata uno dei volti più odiosi del regime. «Oggi il ministero non fa diplomazia, diffonde inni alla guerra, menzogne e odio», conclude Bondarev, che ha anche invitato i suoi colleghi del servizio diplomatico a seguire il suo esempio.
    In realtà, già alcuni diplomatici avevano dato le dimissioni per dissociarsi dalla guerra, e il console generale della Russia a Edimburgo l'aveva pure messo sui social (il ministero aveva parlato di account "hackerato"). E a Mosca girano liste sempre più lunghe di funzionari e giornalisti di regime che si sono allontanati dal loro posto di lavoro e dal loro Paese, prevalentemente senza particolare clamore. Soltanto negli ultimi giorni si è parlato delle dimissioni di quattro top manager di Rosneft, il gigante petrolifero statale, responsabili di settori cruciali come la logistica. Molti sono stranieri e hanno abbandonato i loro impieghi prestigiosi per evitare problemi internazionali, ma altri, come diversi dirigenti della banca monopolista Sberbank e della compagnia aerea di bandiera Aeroflot sono russi, così come gli oligarchi che hanno condannato la guerra dopo essere stati flagellati dalle sanzioni. Il vicepresidente di un'altra banca importante, quella Gazprombank dalla quale passano i pagamenti per il gas russo, Igor Volobuev, non solo si è dimesso, ma è passato dall'altra parte, arruolandosi nell'esercito ucraino. Quanti altri stanno aspettando di capire da quale parte girerà il vento, non è possibile saperlo, ma l'ex deputato d'opposizione Dmitry Gudkov li esorta da tempo a farsi avanti: «Gli ultimi a saltare giù dalla barca non avranno nessun vantaggio»
  2. IL POTERE MAFIOSO EUROPEO : «Non mi piacciono le parate istituzionali e come tanti cittadini non sopporto lo sterile esercizio di una stucchevole retorica di Stato». Nino Di Matteo ha disertato le manifestazioni ufficiali «in cui mi pare si sia data una lettura minimalista e rassicurante della strage di Capaci, come se la vendetta dei macellai corleonesi fosse il movente prevalente se non esclusivo, tralasciando due aspetti. Il primo è il ruolo di leadership in termini di politica giudiziaria che Falcone aveva assunto al ministero: aveva portato in politica la lotta alla mafia - altro che porte girevoli! – e nella sua rozzezza Riina l'aveva capito. Secondo: la contestualizzazione dell'eccidio tra l'assassinio eccellente di Salvo Lima e la stagione delle altre sei stragi successive» anche nel continente.
    A due isolati da casa Falcone, Di Matteo confida il suo disagio nel retropalco del teatro Golden, dove la rivista Antimafia Duemila ha radunato anche l'ex procuratore palermitano Roberto Scarpinato, il consigliere del Csm Sebastiano Ardita, il procuratore calabrese Giuseppe Lombardo (autore del processo sulle connessioni stragiste tra cosa nostra e ‘ndrangheta) e quello fiorentino Luca Tescaroli (che indaga sulle stragi del '93). Lo slogan «Fuori la mafia dallo Stato» scandito dalla platea e il titolo Traditi, uccisi, dimenticati configura a tutti gli effetti il convegno come una contromanifestazione che denuncia (Scarpinato dixit, commosso) «una falconeide sedativa da corriere dei piccoli».
    Di Matteo legge in parallelo l'Italia di oggi con quella del 1992. «Falcone è stato tradito e ucciso da quelle istituzioni che in queste ore hanno partecipato al gran gioco delle finte commemorazioni e domani, tornate a Roma, riprenderanno a lavorare per smantellare pezzo dopo pezzo le leggi antimafia da lui ispirate, 41 bis ed ergastolo ostativo; voteranno una riforma che crea un modello di magistrato-burocrate antitetico al suo; introdurranno una legge elettorale del Csm che aumenterà il correntismo, perché la politica non ha alcun interesse a debellare un sistema di cui si nutre e da cui trae vantaggio».
    Quando cita tra gli applausi, Andreotti, Berlusconi e Dell'Utri si riferisce anche alle imminenti elezioni palermitane: «Il problema non è che un condannato, espiata la pena, dica la sua. Mi preoccupa che qualcuno chieda la sua intermediazione per ottenere la candidatura o per aumentare i consensi», come accaduto nel centrodestra sia al Comune che alla Regione.
    Ma anche nella magistratura «vedo troppi segnali negativi. I magistrati che continuano coraggiosamente a occuparsi delle stragi sono sempre meno e sempre più ostracizzati. Trattati come i giapponesi che combattono una battaglia finita. Anche gli investigatori sono sempre meno, al punto che mi domando se non ci siano direttive gerarchiche che spingono a fare indagini più semplici e con risultati spendibili nelle statistiche». L'esatto contrario di quelle sulle stragi, dove non ci sono droga o villette da sequestrare.
    No, al teatro Golden non si celebra un trentennale a lieto fine.
  3. ALTRA SPECULAZIONE IL LATTE IN POLVERE : Sono arrivate domenica a Indianapolis provenienti dalla Germania: 35 tonnellate corrispondenti a 132 bancali di latte in polvere. Trasportate in via del tutto eccezionale da un aereo militare decollato dalla base di Ramstein. Proveniente da Zurigo, la preziosa polvere bianca che costituisce il nutrimento per decine di migliaia di infanti americani che non vengono allattati al seno o che hanno bisogno di un'integrazione (in Usa solo il 75% dei neonati ha una qualche forma di allattamento al seno alla nascita, contro il 91% dell'Italia secondo l'organizzazione Save The Children) è stata prima trasportata in Germania, dove è stata caricata sul cargo C-17 e poi portata in volo negli Stati Uniti. Altri cargo decolleranno nei prossimi giorni, come ha dichiarato il segretario alla Difesa Lloyd Austin. La Casa Bianca ha affermato che «la quantità totale in arrivo nel primo round» è l'equivalente di 1,5 milioni di dosi di bottiglie da otto once. Si chiama Operazione Fly Formula, la soluzione che l'amministrazione Biden ha messo in atto per sopperire alla drammatica carenza nazionale di latte in polvere che va avanti da qualche settimana, ma che è iniziata molto prima, addirittura a febbraio, quando la Abbott Laboratories ha volontariamente richiamato alcuni dei suoi prodotti più popolari e ha chiuso il suo stabilimento a Sturgis, nel Michigan, dopo che quattro bambini si erano ammalati a causa di infezioni batteriche e due erano addirittura morti. I problemi alla catena di approvvigionamento legati alla pandemia e la carenza di ingredienti hanno fatto il resto, creando una tempesta perfetta. Già ad aprile, Datasembly aveva affermato che circa il 31% dei prodotti era esaurito in tutto il Paese. In sette Stati – Connecticut, Delaware, Montana, New Jersey, Rhode Island, Texas e Washington – il tasso era anche peggiore, del 40%. Oggi è al 43%. Genitori disperati in questi mesi hanno dovuto fare ore di macchina per trovare il tipo di latte in polvere giusto, mentre altri si sono affidati al mercato online, dove le scatole sono vendute per centinaia di dollari, mentre le grosse catene di distribuzione come CVS o Walgreen ancora oggi limitano a tre il numero di scatole acquistabili da ciascun cliente in modo da evitare l'effetto accumulo. Chi ha provato a fare da sé diluendo con l'acqua o affidandosi ad altre tipologie di latte ha messo a rischio la salute dei bambini: i medici della Medical University of South Carolina Shawn Jenkins Children's Hospital di Charleston hanno riferito alla CNN che almeno quattro bambini sono finiti in ospedale per complicazioni legate alla carenza e che tre dei quattro sono stati ricoverati a causa dell'intolleranza al latte in polvere che i genitori hanno dovuto usare in sostituzione di quello abituale.
  4. GLI INCENERITORI UCCIDONO MA CHIUDIAMO OCCHI E CERVELLO: Ogni «volta che si è ventilata la possibilità di costruire un termovalorizzatore per produrre energia e calore da rifiuti che non possono essere valorizzati in altro modo si sono registrate solo levate di scudi - e il caso della costruzione dell'impianto di Roma è solo l'ultimo caso - con la conseguenza di favorire da un lato l'esportazione dei rifiuti in altre regioni o all'estero e dall'altro le ecomafie, che della cronica mancanza di impianti traggono profitti inusitati». Alessandro Battaglino da venerdì scorso è il presidente di Trm, la società controllata di Iren che da dieci anni gestisce l'inceneritore del Gerbido. Battaglino che in passato ha diretto Barricala e adesso è il direttore della società di raccolta rifiuti del comune di Novara è stato indicato dal sindaco, Stefano lo Russo, che conosce la tesi sul fatto che «la migliore energia alternativa sia il risparmio» e che per far fronte al caro bolletta che l'invasione russa dell'Ucraina ha aggravato sia necessario «prima di rigenerare centrali a carbone o aprire un nuovo dibattito sul nucleare ci dovremmo rendere conto che abbiamo un tesoro nascosto, cioè i rifiuti che ogni giorno produciamo e che ci piaccia o meno, continueremo a produrre».
    Battaglino serve un nuovo inceneritore in Piemonte?
    «È una decisione che deve prendere la Regione partendo dai numeri e senza farsi condizionare dall'ostracismo ideologico».
    Partiamo dai numeri...
    «La mancata produzione di energia generabile da rifiuti che non vengono trattati in Italia perché esportati (vale la pena ricordare che ogni giorno da Roma partono verso termovalorizzatori austriaci o olandesi circa 100 tonnellate di indifferenziato raccolto e stabilizzato) vale circa 300 mila MWh all'anno che per un paese come l'Italia che importa energia dall'estero (nel 2020 abbiamo importato il 73,4% del nostro fabbisogno pari a 143,5 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) si traduce in un costo di circa 30 miliardi di euro all'anno».
    E per il Piemonte?
    «In Piemonte ci sono 800 mila tonnellate di rifiuti che necessitano di essere smaltiti. L'Impianto del Gerbido ne tratta 550 mila di cui 140 mila provenienti dai rifiuti speciali. Già oggi ci sono province che inviano i loro rifiuti in Lombardia. Il Piemonte, così come l'Italia, deve decidere se puntare sull'auto sufficienza e sulla produzione di energia. Tenendo conto del fatto che anche applicando tutti i principi dell'economia circolare ci sarà sempre una quota di scarti, soprattutto quelli nocivi, da smaltire».
    Dunque, sì al secondo inceneritore?
    «La scelta, come detto, spetta alla Regione. Trattare quelle 250 mila tonnellate di rifiuti permetterebbe di rifornire altre 30 mila famiglie con evidenti risparmi».
    Che fare, allora?
    «In Francia ci sono 126 inceneritori mentre in Germania se ne contano 96. In Tutta Italia sono 37, 13 dei quali localizzati in Lombardia. Il Piemonte deve decidere se continuare ad alimentare gli impianti di altre regioni oppure puntare all'autosufficienza. Se si vuole intervenire per colmare questo gap ci sono due strade: costruire una nuova linea di trattamento al Gerbido oppure realizzare un secondo inceneritore. In questo caso Torino e la sua area metropolitana sarebbero escluse. Va detto che dei 37 valorizzatori italiani, 13 sono in Lombardia. E poi non bisogna dimenticare che in Francia ci sono 126 inceneritori e 96 in Germania».
    Addio alla politica di rifiuti zero?
    «Io credo nella politica zero sprechi. I dati Ispra dicono che anche quando il Pil cala i rifiuti non calano proporzionalmente. Anzi i rifiuti speciali aumentano. Aumentare la raccolta differenziata è un dovere ma anche evitare di sprecare la possibilità di usare i rifiuti per produrre energia. I 5,5 milioni di rifiuti bruciati oggi in Italia servono 2,8 milioni di famiglie».
    Già, ma la salute dei cittadini?
    «Secondo il libro bianco di Utilitalia i 37 inceneritori italiani contribuiscono allo 0,03% della la produzione di pm10, contro il 53,8% delle combustioni commerciali e residenziali. Per gli idrocarburi policiclici aromatici siamo allo 0,007% (78,1% di commercio e residenze) mentre per le diossine siamo allo 0,2% a fronte di un 37,5%».
    E i dati del Gerbido?
    «In linea con quelli nazionali. E poi Trm ha posizionato due alveari nell'area del termovalorizzatore con 120 mila api che saranno responsabili di un biomonitoraggio sulla qualità dell'aria e produrranno circa 20 chili di miele all'anno».
  5. DOPO LE TANGENTI AL GRATTACIELO DELLA REGIONE CI SARANNO QUELLE AL PARCO DELLA SALUTE DIMOSTRA UNA POLITICA PIEMONTESE CORROTTA: Come talora capita, la parte più interessante del dossier si trova alla fine. Parliamo della sintesi del cronoprogramma del Parco della Salute di Torino, fotografato nel presente, che comincia a sfumare: così come stanno sfumando i costi iniziali, da ultimo sempre più corposi.
    L'avvio dei lavori potrebbe avvenire «presumibilmente» entro il primo quadrimestre del 2023. E non, sempre «presumibilmente», entro fine 2022. Questa la sintesi della sintesi. Prospettiva che, a sua volta, dipende da un altro fattore: la proroga richiesta ai concorrenti di presentare i progetti definitivi e l'offerta entro fine agosto 2022, invece che entro la fine di questo mese. Ipotesi, quella della proroga, definita nella "road map" del Parco come «possibile» ma ormai data per buona dalla Regione.
    A fare la differenza tra i due scenari, e tra le relative date, non è la ridda di ipotesi su cosa dovrà contenere il futuro polo sanitario: alla fine dovrebbe restare fuori solo l'ospedale Regina Margherita. E nemmeno il dibattito, ormai stanco, sull'adeguatezza dell'area dove costruirlo, o sul numero dei posti letto. Temi questi, (ri)trattati ieri nella quarta Commissione Sanità del Consiglio regionale.
    Il vero convitato di pietra sono i costi di una maxi-opera che, alla pari di quelle ancora da venire, è ipotecata dall'impennata dei rincari energetici e delle materie prime innescata dal conflitto Russia-Ucraina. In base al prezziario attuale, il costo è già salito di circa 40 milioni: figurarsi cosa accadrà se la guerra dovesse proseguire.
    Non a caso, la Regione e l'azienda ospedaliera Città della Salute di Torino, che del Parco è la stazione appaltante, si stanno muovendo con Anac per chiedere l'introduzione di clausole di revisione dei prezzi nella documentazione di gara: vale per la componente edilizia ed impiantistica del polo sanitario-ospedaliero, il primo in ordine di arrivo, e per quello della ricerca. Il tutto sulla base di un emendamento nazionale condiviso dalle Regioni, ciascuna delle quali ha in casa propria un progetto che traballa.
    Il governo ha già approvato un decreto con misure urgenti connesse all'emergenza Covid e per il contenimento degli aumenti dei prezzi nel settore elettrico: fino al 31 gennaio 2023 impone l'inserimento di una clausola di revisione prezzi nei contratti. Peccato che la norma non si applichi alle procedure di affidamento indette prima del 27 gennaio 2022. Inoltre, precisano dalla Regione, ci sono situazioni nelle quali il bando che ha dato avvio alla procedura risale ad anni prima, pur essendo la gara ancora in corso e non essendo ancora scaduto il termine di presentazione dell'offerta. E ancora: la norma si applica ai contratti di appalto, ma non è esplicitamente prevista l'applicazione alle procedure di partenariato pubblico privato. Come quella per il Parco. La strada per evitare che la gara vada deserta, prospettiva alla quale nessuno vuole pensare, ma evocata dai fatti, passa dalla soluzione di questo rebus.
  6. BENE ERA ORA : Diversificare le fonti energetiche è diventata una priorità e il Piemonte si candida a diventare una delle Hydrogen valley europee. Ricerca, produzione, consumo, trasporti e approvvigionamento sono i cinque pilastri della strategia con cui la Regione intende trasformare il Piemonte nel punto di riferimento italiano ed europeo sull'idrogeno e in particolare idrogeno verde. Per farlo, si mira ad attrarre i fondi europei del Pnrr e in particolare 70 milioni di euro attraverso le diverse linee di finanziamento Ue che guardano proprio all'idrogeno e alle fonti rinnovabili. Una strategia che passa anche dalla riconversione delle aree dismesse che possono essere utilizzate per la produzione di questa fonte energetica. Per ora è stata avviata una consultazione pubblica per costruire insieme a enti locali, università, centri di ricerca e oltre 100 aziende il piano regionale che in autunno verrà presentato a Bruxelles. Ventotto i siti industriali dismessi che si sono candidati a diventare centri di produzione di idrogeno nell'ambito del Censimento avviato nei mesi scorsi: 12 a Torino, 8 a Novara, 4 a Cuneo, 3 nel Vco e 1 a Vercelli.
    Si stima che le filiere dell'idrogeno potranno generare in Italia un valore della produzione totale (diretto, indiretto e indotto) di 4,5 miliardi al 2030 e di 21 miliardi al 2050, raggiungendo un valore cumulato nel periodo 2020-2050 di 285 miliardi (pari ad esempio a quello atteso dall'industria tessile italiana). Grazie all'attivazione delle filiere di fornitura e subfornitura e all'effetto indotto sui consumi, la catena del valore dell'idrogeno potrà contribuire all'occupazione nazionale con 70.000 posti di lavoro al 2030 e 320.000 nuovi posti al 2050.
    «L'obiettivo non è soltanto produrre idrogeno, ma farlo ad un costo contenuto rispetto a quello attuale per renderlo alla portata di tutti», sottolinea il presidente della Regione, Alberto Cirio. Una potenzialità è l'ecosistema industriale di imprese interessate a riconvertire il proprio consumo energetico in chiave ibrida e maggiormente sostenibile, abbinando alle fonti tradizionali l'uso dell'idrogeno. C'è poi il fronte dei trasporti, con la possibilità di sperimentarlo sul trasporto locale stradale e ferroviario, rinnovando il parco flotte con bus e treni verdi. Il Piemonte, inoltre, ha una posizione geografica strategica per il traffico merci su gomma per installare i punti di ricarica e approvvigionamento per i tir in arrivo dal Nord Europa.
    Le maggiori aziende al momento impegnate sui progetti sono sei: Fpt, società del gruppo Cnh Industrial, che è in fase avanzata nello sviluppo di propulsori a idrogeno per truck e autobus; Alstom che sta consegnando treni a idrogeno, Punch che ha una divisione Hydrocells che sta collaborando proprio sulle propulsioni per i veicoli; Iren che ha avviato un progetto di produzione e distribuzione di green H2 per la mobilità; Cubogas per le stazioni di rifornimento; Ge Avio - Leonardo e Thales Alenia che si stanno sperimentando questa alimentazione per l'aeronautica e l'aerospazio. Mentre Solvay è una delle poche aziende europee che si occupa dello sviluppo di materiali per le speciali membrane necessarie per le pile a combustibile. A queste si aggiungono Pmi che possono entrare nella filiera producendo dagli scambiatori di calore alle valvole, ai compressori. «L'idea dell'idrogeno - conclude l'assessore regionale all'Ambiente e all'Innovazione, Matteo Marnati - era nell'aria dal 2006, ma non si è mai concretizzata. Oggi ci sono tanti incentivi per farlo e come pubblica amministrazione diamo la scintilla».

 

24.05.22
  1. IL MINISTRO CINGOLANI CONSULENTE DI LEONARDO PRODUTTORE DI CENTRALI NUCLEARI ?
  2. PERCHE' NON E' STATA DATA NESSUNA RISPOSTA A CHI HA PROPOSTO DI INSTALLARE 6O GIGA ? https://www.rai.it/dl/doc/1652803972432_Blowing%20in%20the%20wind%20-%20di%20Giorgio%20Mottola.pdf
  3. PERCHE' CINGOLANI MENTE SAPENDO DI MENTIRE A REPORT ?
  4. L'ITALIA DELLE TANGENTI BLOCCA LE RINNOVABILI NELLA TOLLERANZA TOTALE :    Tutti volevano l'energia pulita già prima della guerra, inseguendo la transizione ecologica. Tutti ancor di più la vogliono oggi, sognando l'indipendenza dalla Russia e da Vladimir Putin. «Servono diciotto-ventiquattro mesi» ha scandito più volte il ministro Roberto Cingolani. Il problema è che sentir parlare di tempistica fa venire l'orticaria a chi in impianti green ci investe davvero. E va inesorabilmente a sbattere contro la burocrazia, contro il sindaco di un comune di montagna che alza il dito e blocca tutto, contro un parere tecnico che manca e manda tutto all'aria. Per l'autorizzazione di un impianto eolico, secondo le stime di Legambiente, in Italia servono cinque anni, contro i sei mesi previsti dalla normativa.
    Uno studio di Althesys dice che un impianto verde mediamente ne richiede sette e così il 50% dei progetti finisce nel cassetto, perché ad un certo punto conviene rinunciare e cambiare strada.
    La storia
    «Noi non vogliamo mollare, ma la situazione è assurda» sbotta Alberto Balocco, industriale dei biscotti. La sua avventura nelle rinnovabili è un paradigma surreale. A Trinità, nel Cuneese, sede di un polo logistico del gruppo esteso su 16mila metri quadrati, aveva già pannelli solari per 0,6 megawatt, sufficienti per il proprio fabbisogno energetico. Lo scorso anno ha deciso di triplicare: da 0,6 a 1,8 megawatt, per mettere in rete l'energia in più e monetizzare, in attesa che magari in futuro, con l'espansione del sito, quell'elettricità non possa servire al gruppo. Balocco mette sul piatto un milione e mezzo di euro. Un investimento? «Sì, ma soprattutto l'inizio di una via crucis» dice all'uscita dall'ennesima conferenza di servizi con gli enti locali. E' tutto pronto da otto mesi e non si parte perché di traverso ci sono due Comuni: per far passare i cavi e allacciare l'impianto alla rete nazionale bisogna bucare l'asfalto appena rifatto e al Comune di Fossano sembra un peccato, quindi chiede di rifare il progetto; traliccio e cavi dovrebbero passare anche sopra il fiume Stura, e alla commissione paesaggistica del Comune di Trinità pare uno scempio. Tutto fermo, tutto da rifare. Congelati 1,2 megawatt di energia elettrica, cioè il fabbisogno di circa 500 famiglie. «Tutto per non bucare un po' di asfalto e per qualche cavo aereo di impatto minimo, è una situazione assurda - si sfoga Balocco -. Noi non molliamo e anzi facciamo un altro investimento da 1,8 milioni di euro nel nostro stabilimento di Fossano, ma la verità è che quando si parla di sburocratizzazione si fa solo demagogia, ci sono centinaia di casi come il nostro. E oltre al danno subiamo pure la beffa di dover pagare una multa di 25mila euro al provider a cui ci eravamo impegnati a fornire l'energia: l'impianto era pronto, sembrava non dovessero esserci più ostacoli».
    Il tappo
    Gli impianti in coda erano centinaia già gli anni scorsi, una quantità pressoché incalcolabile, persi nella miriade degli enti autorizzatori e di norme che cambiano di regione in regione. Poi se ne sono aggiunti 50 per produrre biometano dai rifiuti, bloccati da un improvviso cambio normativo. Di certo ora a complicare le cose c'è la grande sete di energia. Nell'ultimo anno - ha spiegato in Parlamento la direttrice generale del Ministero dei Beni Culturali Federica Galloni, che ha una delega specifica all'attivazione del Pnrr e del Piano integrato per energia e clima - le richieste di autorizzazione sono schizzate da 84 a 575: 170 per l'eolico e 405 per il fotovoltaico. Senza un corrispondente potenziamento degli uffici, l'imbuto è presto spiegato. Il governo è corso ai ripari con il Dl Semplificazioni prima e poi con il dl Energia con una serie di interventi che, nelle intenzioni, dovrebbero accorciare i tempi di un quinto «e già nei primi mesi dell'anno abbiamo avuto effetti visibili» ha detto Cingolani commentando le misure dell'esecutivo. Per le imprese non basta: «Ogni misura di semplificazione della burocrazia delle rinnovabili è positiva, ma servono una riforma più ampia dei processi organizzativi e una programmazione energetica complessiva» dice Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura, l'associazione nata dalla fusione tra Assoelettrica e assoRinnovabili e che mette insieme oltre 500 aziende del settore. «Con il DL Energia - prosegue Re Rebaudengo - sono state ampliate le aree da considerare sicuramente idonee allo sviluppo delle rinnovabili. Ma le Regioni procrastinano le autorizzazioni. In generale, il punto è che, benché sicuramente ora faremo meglio come Paese, il confronto è con il poco o niente che abbiamo fatto negli ultimi 5 anni, e certamente non riusciremo a realizzare le rinnovabili necessarie a tagliare il 20% delle importazioni di gas. Non si vede ancora per le rinnovabili la stessa fretta, la stessa urgenza, che si applicano ai rigassificatori e all'inceneritore nel Lazio»
  5. DA EVITARE :    Lo mostrano le immagini satellitari; lo confermano le indiscrezioni d'intelligence: almeno 10 mila soldati russi sono in marcia verso ciò che resta del Lugansk ucraino, quel fazzoletto di terra da cui partirà l'assalto finale moscovita. Sulle scrivanie del Cremlino le mappe di Severodonetsk e Lysychansk sono studiate giorno e notte. Le due città gemelle dell'Est sono tutto ciò che resta in mano ucraina. Saranno il trampolino di lancio per quello che tutti gli analisti internazionali definiscono «l'accerchiamento del Donbass». È la priorità per Mosca; tutti gli occhi del mondo sono puntati in questo Sud-Est ucraino in fiamme. «In Donbass gli occupanti stanno tentando di aumentare la pressione sull'esercito ucraino - ha dichiarato Zelensky via Telegram -. La situazione è estremamente difficile. I nostri soldati difendono il Paese con 50-100 morti al giorno». Per questo ha ribadito il divieto di lasciare il Paese per tutti gli uomini fra i 18 e i 60 anni.
    Le truppe russe hanno tentato di entrare a Severodonetsk «da quattro distinte direzioni», ha confermato Serhiy Haidai, governatore ucraino dell'Oblast di Luhansk. «Le forze di difesa sono riuscite a respingere l'avanzata; i bombardamenti russi non si sono interrotti». Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa russo ha rivendicato invece il lancio di «missili ad alta precisione da bombardieri» che «hanno colpito, in un giorno, tre posti di comando e 13 aree con mezzi e truppe ucraine».
    Severodonetsk è l'ultima città ucraina del Lugansk. Steppa urbana alla mercé dell'artiglieria russa da più di due settimane. Bombardata dai Sukhoi giorno e notte, vede già alla periferia di nord est gli incursori russi difendere le prime posizioni conquistate. «Sono rimasti meno di 10 mila civili in una città che ne contava quasi 150 mila». Racconta Philip, ucraino nato in Inghilterra e rientrato in patria per coordinare gli aiuti umanitari nella città natale dei genitori. «Negli ultimi giorni abbiamo dovuto ridurre al minimo le evacuazioni. Sospenderle per ore - aggiunge -. Sono state colpite colonne umanitarie e civili in fuga, ormai l'intensità degli attacchi russi non garantisce più nessun margine di sicurezza». La memoria di Philip va a qualche giorno fa quando un proiettile d'artiglieria ha colpito una vettura zeppa di rifugiati. Tra i feriti più gravi un ragazzo di 17 anni ora ricoverato all'ospedale di Kramatorsk. Per arrivare in ospedale ha dovuto attraversare il Seversky Donets, fiume che giorno dopo giorno vede i ponti cadere sotto il fuoco di russi ed ucraini. Gli artiglieri di Putin hanno fatto crollare a Lysychansk quello attraversato dalle linee di rifornimento ucraine; i guastatori di Zelensky, invece, hanno fatto brillare le cariche posizionate alla base del gemello che porta verso Rubizhne. Lysychansk è retroguardia ucraina; Rubizhne è occupata e difesa dai russi.
    La tregua di Mariupol è finita, dopo la resa del battaglione Azov i generali di Putin hanno rischierato le truppe e la sete di conquista conferma l'ossessione dello Zar per il Sud-Est ucraino; per ciò che resta d'ucraino in Donbass. Kramatorsk, la capitale dell'Oblast, è il centro di comando delle operazioni ucraine dell'area. Eppure l'accerchiamento russo pare non poter essere arrestato facilmente. A Sud è stata conquistata Popasna e da lì gli uomini di Mosca stanno avanzando almeno con tre battaglioni. Tre linee d'avanzamento che puntano al cuore dell'Oblast. Se ci si sposta di 100 chilometri verso nord la situazione è simile: Izyum è in mano russa, occupata e difesa, e da lì si snoda un serpente di trincee e postazioni d'artiglieria che punta proprio verso Kramatorsk. Ormai in Dombass si lotta villaggio per villaggio.
    Difendere è una necessità per gli ucraini; assaltare un imperativo arrivato direttamente dalle élite militari russe. Conferma che arriva da Oleg Sinegubov, amministratore regionale di Kharkiv. Sinegubov guarda ad Izyum e denuncia: «I russi si preparano a riprendere l'offensiva e stanno bombardando gli insediamenti di Vernopil, Dibrivne e Dovgenke».
    Non a caso i 155 americani, i cannoni ad alto potenziale inviati nelle ultime settimane dal Pentagono, sono già posizionati lungo questa linea di difesa. Lavorano in combinazione con i radar anti artiglieria: dispositivi capaci di individuare obici e cannoni russi in pochi secondi. Anche i russi stanno spostando nell'area il meglio della loro macchina bellica. I T-90, carri armati di ultima generazione, sono già sul campo di battaglia a sostegno dell'avanzata. Al loro fianco, stando a ciò che fanno trapelare i servizi segreti inglesi, anche i Bmp-T Terminator, mezzi ibridi capaci di colpire aerei e postazioni terrestri.
  6. IL SOLITO DOPPIO GIOCO ASSURDO: Sul campo la situazione non smette di essere preoccupante, e per molti versi confusa. I negoziati sono evidentemente in stallo: da parte ucraina si succedono ogni giorno messaggi che alternano aperture e rivendicazioni, volontà di dialogare e condizioni unilaterali. Il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak ha ribadito che Kiev non accetterà un cessate il fuoco che comporti «cessioni territoriali» a Mosca. La Russia tace, e l'informazione ufficiale ignora con sistematica precisione qualsiasi invito o accusa provenga dal presidente di Kiev. E però, a tratti, si guarda al futuro, come ieri al parlamento ucraino, dove il presidente polacco Andrzej Duda è intervenuto – primo leader straniero a farlo – e in un discorso che gli è valso una lunga standing ovation finale, ha promesso che farà di tutto perché l'Ucraina diventi europea al più presto possibile.
    Ora, come ha detto il presidente Zelensky, «La situazione nel Donbass è estremamente difficile», poiché la Russia ha intensificato gli attacchi a Sloviansk e Severodonetsk negli ultimi giorni: «Le forze armate ucraine stanno frenando questa offensiva. Ogni giorno che i nostri difensori ostacolano i piani offensivi della Russia, interrompendoli, è un contributo concreto all'avvicinarsi del giorno che tutti noi non vediamo l'ora arrivi e per cui lottiamo: il Giorno della Vittoria». Il presidente polacco Duda ha preso atto della situazione sul terreno, ha ricordato come la Polonia resterà sempre al fianco dell'Ucraina, sia sul fronte dell'accoglienza dei profughi che del sostegno militare: «Dopo Borodyanka e Mariupol – ha detto - il mondo non dovrebbe mantenere con la Russia una politica come se nulla fosse». Impossibile, in altre parole, immaginare un ritorno al "business as usual" con Mosca, e importante, invece, allargare lo spazio europeo all'Ucraina.
    Su questo però, il presidente francese Macron è stato piuttosto chiaro: impossibile prevedere un'adesione di Kiev prima di dieci o venti anni. La notizia – riportata con una certa enfasi dall'agenzia russa Tass – era già stata contestata dallo stesso Zelensky, e lascia intravedere una prossima spaccatura all'interno dell'Unione Europea. Da una parte i sostenitori di un ingresso veloce – in prima fila appunto i polacchi e le repubbliche baltiche – dall'altra chi pensa che le tappe di adesione debbano essere uguali per tutti, senza eccezioni. La Francia lo ha detto chiaramente, ieri di nuovo ribadita da Clément Beaune, ministro per l'Europa appena riconfermato, con altri lo direbbero se qualcuno glielo chiedesse – Olanda e Danimarca. La Germania, proprio ieri, si è ufficialmente allineata con la Francia: «È anche un fatto di equità nei confronti dei sei Paesi dei Balcani occidentali che sono candidati all'adesione all'Ue da molti anni, e Kosovo e Bosnia-Erzegovina che vogliono candidarsi», ha detto il cancelliere Scholz in un'intervista alla Faz. Altri ancora, come Spagna e Italia, preferiscono non parlarne ma lo pensano.
    Macron, che in questa fase sta faticosamente cercando di riallacciare un dialogo con Mosca, si trova nella situazione di dover allo stesso tempo rassicurare gli alleati occidentali e non spezzare l'esile filo della conversazione con Putin. Ieri, per esempio, ha avuto una telefonata con la vicepresidente americana Kamala Harris, in cui ha ripetuto il suo sostegno al popolo ucraino di fronte all'invasione russa «ingiustificata e non provocata». E in un video alla 75esima assemblea dell'Oms ha chiesto di sostenere la risoluzione presentata dall'Ucraina che condanna l'aggressione russa: «Condanniamo con la più grande fermezza l'aggressione militare della Russia, con la complicità colpevole della Bielorussia. Le conseguenze di questa crisi sono devastanti, sul piano sanitario, per quanto riguarda le popolazioni, le strutture e il personale sanitario che sono presi di mira. Chiedo a tutti i membri dell'Oms di sostenere la risoluzione presentata dall'Ucraina», ha detto. «Questa guerra – ha aggiunto - non ci deve comunque far dimenticare le altre emergenze tra le quali la pandemia». Il presidente francese, tra i più decisi sostenitori della linea dialogante, è stato definito da alcuni analisti americani "il poliziotto buono" rispetto a quello "cattivo" impersonato dagli Stati Uniti. Ma come osservavano anche Oltreoceano, «il poliziotto buono è pur sempre un poliziotto».
  7. ECCO PER CHI HA LAVORATO SPERANZA CON L'AUTORIZZAZIONE DI DRAGHI : La pandemia ha acuito le diseguaglianze, con il risultato che l'1% più ricco lo è ancora di più. A dirlo è la ong Oxfam, che ha mappato il flusso della ricchezza globale e chiede iniziative dedicate alle riduzione dei divari. In un report pubblicato all'apertura del World economic forum di Davos, Oxfam rimarca come il Covid-19 abbia fatto schizzare la ricchezza dei miliardari al 13,9% del Pil mondiale, una quota più che triplicata rispetto al 4,4% del 2000. Inoltre, è anche aumentato il numero assoluto dei miliardari, che sono 573 in più negli ultimi due anni, uno ogni 30 ore. Cifre che stridono coi 263 milioni di persone che rischiano la povertà estrema.
    I settori che hanno generato i maggiori ritorni per top manager e azionisti sono energia, farmaceutica e alimentari. Dall'inizio della pandemia, lo stock delle risorse nel portafogli dei miliardari è salito di 453 miliardi di dollari, al ritmo di 1 miliardo di dollari ogni due giorni. Ne deriva che oggi, 2.668 miliardari - 573 in più rispetto al 2020 - possiedono una ricchezza netta pari a 12.700 miliardi di dollari, con un incremento pandemico, in termini reali, di 3.780 miliardi di dollari. Un esempio è stato dalle cinque sorelle dell'energia (BP, Shell, Total Energies, Exxon e Chevron) che fanno 2.600 dollari di profitto al secondo. Nel settore alimentare, la pandemia ha prodotto 62 nuovi miliardari. Insieme ad altre tre imprese, la famiglia Cargill controlla il 70% del mercato agricolo globale, e ha realizzato l'anno scorso il più grande profitto nella sua storia (5 miliardi di dollari di utile netto), record che potrebbe essere battuto nel 2022, anche in virtù delle fiammate dell'inflazione. La stessa famiglia conta ora 12 miliardari, rispetto agli 8 di prima della pandemia. Analoga dinamica per il settore farmaceutico, i cui profitti sono stati spinti alle stelle dalla pandemia, ci sono ben 40 paperoni in più. Società come Moderna e Pfizer hanno realizzato 1.000 dollari di profitto al secondo grazie al solo vaccino. Troppo, secondo Oxfam

 

 

 

23.05.22
  1. La Cina accelera la produzione di carbone in quattro mesi balzo del 10,5 per cento
    La produzione cinese di carbone ha registrato una crescita del 10,5% nei primi quattro mesi del 2022. Lo riferisce Pechino. Nel periodo, le importazioni di carbone del paese sono diminuite del 24,% a 51,81 milioni di tonnellate
  2. IGNOBILE:     Separata dai compagni, presa a bottigliate in testa e maltrattata da chi avrebbe dovuto "sostenerla". Un'insegnate di sostegno e un'assistente sono finite agli arresti domiciliari su ordine del gip per maltrattamenti pluriaggravato nei confronti di un'alunna minorenne autistica al termine di un'indagine condotta dai carabinieri di Macerata e Tolentino, coordinate dal Pm di Macerata, Rita Barbieri.
    A far partire le indagini questa volta non sono stati i genitori della ragazzina ma un'insegnante e la dirigente dell'istituto che hanno segnalato il caso a marzo. Da testimonianze, intercettazioni ambientali e immagine riprese da video telecamere nascoste è emerso senza nessuna possibilità di fraintendimenti come l'alunna veniva trattata dai "suoi" insegnanti. Insulti, urla, minacce, schiaffi ma anche continue umiliazioni ai danni della piccola alunna.
    I carabinieri hanno potuto ricostruire vari episodi di gravi maltrattamenti nel periodo che va da novembre del 2021 fino all'aprile del 2022. La ragazzina invece di seguire le lezioni con i suoi compagni di classe veniva portata in un'aula dove restava sola con la professoressa e l'assistente. Inizialmente ignorata quando cercava di richiamare la loro attenzione, le due la ricoprivano di offese e bestemmie, anche in dialetto. In più di una occasione le avrebbero detto che la sua presenza a scuola era inutile. Secondo i carabinieri ci sarebbero state anche minacce di non farle fare merenda o di gettarle dalla finestra il diario e la gomma da cancellare. Tante le punizioni: l'obbligo di scrivere la stessa frase fino a riempire una pagina, che poi finiva nel cestino; la costrizione a rimanere in aula quando chiedeva di andare in bagno.
  3. IL FUTURO TARGATO H2:  Sfruttare la potenza della fotosintesi per produrre bioidrogeno dalla alghe in vivo. Questo l’obiettivo di un gruppo di scienziati del Center for Bioenergy, presso l’Arizona State University (USA). I ricercatori hanno messo mano ad una delle strutture fondamentali del processo fotosintetico in maniera tale da trasformare i microrganismi algali in bio fabbriche ad alta efficienza.

    Attualmente l’idrogeno costituisce un prodotto essenziale per diversi settori industriali. Ogni anno se ne producono a livello mondiale oltre 60 milioni di tonnellate; tuttavia, oltre il 95 per cento è ottenuto dal trattamento dei combustibili fossili (steam reforming), processo energivoro che rilascia anidride carbonica. Ecco perché, al dil là delle necessità della transizione energetica, da anni si lavora su modalità alternative per ottenere idrogeno verde o rinnovabile. Una di queste sfrutta la via biologica o, più precisamente, la capacità di alcuni organismi fotosintetici di sintetizzare, in particolari condizioni, bioidrogeno.

    L’approccio, però, presenta ancora diversi problemi tecnici, tra cui la cattura competitiva da parte dell’ossigeno degli elettroni necessari alla sintesi di idrogeno. Il lavoro del Center for Bioenergy è intervenuto esattamente a questo livello, aumentando l’efficienza complessiva. “Quello che abbiamo fatto è mostrare che è possibile intercettare gli elettroni ad alta energia dalla fotosintesi e usarli per guidare la chimica alternativa, in una cellula vivente”, ha spiegato il professor Kevin Redding.

    Le alghe, così come le piante o i cianobatteri, possiedono due complessi pigmento-proteici che dirigono le reazioni fotosintetiche: il fotosistema I (plastocianina-ferredossina ossidoreduttasi – PSI) e il fotosistema II (acqua-plastochinone ossidoreduttasi – PSII). Il PSII scinde le molecole d’acqua in ossigeno e ioni idrogeno per ricavarne elettroni, il PSI fornisce gli elettroni alla formazione di ATP e NADPH.

    Nel caso delle alghe (in questo lavoro, la Chlamydomonas reinhardtii) l’enzima idrogenasi è in grado di utilizzare gli elettroni, che ottiene dalla proteina ferredossina, per combinarli con ioni idrogeno e produrre idrogeno gassoso. Il problema principale è che questo enzima viene rapidamente e irreversibilmente inattivato dall’ossigeno prodotto dalla PSII
  4. H2 PRONTO AL VOLO :  Nel mondo dell’aviazione c’è chi ha scommesso fortemente sull‘idrogeno come strategia di decarbonizzazione. Realtà come Airbus oggi impegnata a realizzare velivoli alimentati con il prezioso vettore. La società è fermamente convinta che questo carburante abbia il potenziale per dimezzare le emissioni di CO2 dell’aviazione nel medio termine. Ma gli aerei sono solo una parte dell’equazione. Per ottenere dei risultati significativi l’approccio deve essere integrale, coinvolgendo anche le infrastrutture aeroportuali.

    Ecco perché, accanto all’evoluzione tecnologica lato propulsione, Airbus sta inserendo una serie di accordi di collaborazione finalizzati a promuovere l’utilizzo dell’idrogeno. Intese che guardano da vicino anche il Belpaese. Nel giro di appena due giorni, infatti, il costruttore europeo ha siglato due “Memorandum of Understanding” con altrettanti gestori aeroportuali italiani.

    Il primo è quello che vede coinvolto il Gruppo SEA, gestore degli scali di Milano Linate e Malpensa. L’accordo unirà le rispettive competenze per individuare le opportunità offerte dal vettore al comparto aeronautico. Ciò si tradurrà in studi di fattibilità finalizzati, nel breve periodo, allo sviluppo di un hub per il rifornimento di H2 per un impiego a terra nei due aeroporti italiani. In una seconda fase le aziende valuteranno la possibilità di sviluppare infrastrutture per usare il vettore anche a bordo degli aerei.

    “Con questa firma facciamo un concreto passo avanti nell’individuare soluzioni importanti per la decarbonizzazione degli aeroporti e di tutto il settore – ha dichiarato Armando Brunini, CEO di SEA – Stiamo vivendo una transizione importante e abbiamo scelto di esserne protagonisti insieme ai nostri partner. Il trasporto aereo ha nel suo DNA l’innovazione e grazie ad Airbus sta correndo verso una trasformazione che fino a qualche anno fa non era nemmeno immaginabile”.

    Lo stesso entusiasmo ha contagiato anche il secondo accordo, siglato con SAVE, il gestore dello scalo Marco Polo di Venezia, e Snam. In questo caso la collaborazione si articolerà su più ambiti. I partner studieranno opzioni tecnologiche e fabbisogni futuri del settore per individuare soluzioni tecniche e realizzative da sperimentare attraverso progetti pilota. Il successo dei test determinerà il passaggio ad una seconda fase su larga scala.
  5. DA BREXIT A ITALEXIT : DEMENZIALE :  All'inizio ci sono i dettagli. Per chi – come me - fa la spesa allo stesso supermercato e compra ogni settimana le stesse cose, l'inflazione non è un dato macroeconomico, ma un piccolo dettaglio. Da gennaio la confezione di ricotta da 250 grammi che per anni ho pagato una sterlina è passata a 1,10£ quindi a 1,20 £ e ora costa 1,30 £. Non so perché ho memorizzato proprio il prezzo della ricotta, tra i tanti possibili. Però l'ho fatto e senza dubbio si è impennato.
    Poi ci sono le sensazioni: e queste sono impalpabili, ma la sensazione è che la gente stia peggio. I ristoranti sono pieni (ma ai ristoranti ci vanno i ricchi), i raider dei vari Deliveroo e UberEat sfrecciano come durante la pandemia, ma tanti piccoli locali indipendenti non hanno più riaperto dopo la chiusura del Covid e anche i brand di catena fanno fatica: una mattina sono spariti i tavolini sul marciapiede del Costa Coffee davanti a cui passo quando vado al supermercato, il giorno dopo hanno caricato su un furgone bianco anche gli arredi interni e hanno chiuso bottega. A Londra è normale, aprono e chiudono locali in continuazione, ma la vetrina vuota dell'ex Costa Coffee si è riempita velocemente di volantini pubblicitari, avvisi, locandine attaccate con lo scotch. Nessuno li ha rimossi ed è apparso un cartello Affittasi spazio commerciale. Per adesso nessuno l'ha affittato, brutto segno in una zona di passaggio così: in condizioni normali avrebbero fatto a botte per accaparrarsi quei due piccoli locali con angolo bar.
    Ma queste non sono condizioni normali e a confermarlo arrivano i dati economici e le proiezioni della Bank of England, che non sono dettagli e non sono sensazioni, ma numeri certi e pesanti, vere e proprie martellate. Il tasso d'inflazione ad aprile è al 9 per cento, gli alimentari sono aumentati del 6 per cento (la mia ricotta costa il 30 per cento in più, ma forse è un dettaglio), la fiducia dei consumatori britannici in maggio è crollata agli stessi livelli del 2008 (- 40 per cento), anno della crisi finanziaria globale di Lehmann Brothers. L'energia elettrica e il gas ad aprile hanno registrato un più 54 per cento. Bollette pesanti, che potrebbero aumentare ancora il prossimo ottobre (mal comune mezzo gaudio non è una consolazione) e un sondaggio Ipsos rivela che un inglese su quattro ha tagliato un pasto al giorno per risparmiare e che sei su dieci hanno tenuto il riscaldamento spento.
    La retorica bellicistica di Boris Johnson non incanta nessuno. I riflessi della guerra in Ucraina in Inghilterra si fanno già sentire e l'effetto si somma ai danni provocati da pandemia e Brexit. Ci vorrà tempo per capire cosa pesa di più, ma il mix di questi fattori micidiali sta portando la Gran Bretagna sull'orlo della recessione. Gli economisti parlano di stagflazione, uno scenario brutto in cui cresce l'inflazione ma non il Pil. Ma non ci addentreremo certo qui in analisi economiche, che raramente le azzeccano anche gli esperti.
    Quel che è certo è un comune senso di stanchezza e di sfiducia, forse comune a tutta l'Europa, ma nell'Inghilterra che ha chiuso le porte all'Unione Europea per navigare libera e gioconda nel gurgite vasto del mondo globale, la delusione e il risveglio dal sogno imperiale fa ancora più male. Lo slogan «più liberi fuori dai legacci di Bruxelles» si è risolto in più soli, più mesti e più arrabbiati. In crisi sono anche due istituzioni il cui sostantivo si accoppia sempre con l'aggettivo «glorioso». Parliamo della Bbc e del Nhs (National Health Service). La gloriosa Bbc è in caduta libera nell'indice di credibilità (troppo appiattita sulle tesi Brexit prima e ora su quella governative del demagogo Boris) mentre il glorioso Nhs è ormai ridotto allo scheletro di quello che era il primo servizio sanitario al mondo gratuito per ogni cittadino del regno. Privatizzazioni e tagli selvaggi lasciano le fasce più deboli della popolazione senza paracadute: i primi a soffrire sono gli anziani (tagliati molti servizi di assistenza di base), i disabili e le persone affette da problemi psicologici, in preoccupante e pericoloso aumento. Il Mental Health Service ha registrato una fuga di massa di psicologi e psichiatri verso il settore privato e il pubblico non è in grado di far fronte neppure alle basilari chiamate di soccorso di chi minaccia di suicidarsi. Manca personale in tutti i settori: infermieri, guidatori di bus e treni, autotrasportatori. Ovunque è pieno di cartelli di offerte di lavoro per baristi, camerieri, aiuti cuochi, parrucchieri, estetiste, commessi. Muratori, idraulici e falegnami sono merce rara. La maggior parte della mano d'opera poco qualificata veniva dai Paesi europei; molti se ne sono andati durante i lockdown e molti (quelli senza il settle o il pre-settle status, una sorta di visto temporaneo) con le nuove regole di Brexit non possono più tornare. Dicono i dati che per la prima volta nella storia il numero dei posti vacanti ha superato il numero di disoccupati. C'è troppo lavoro e troppo pochi lavoratori.
    Un Paese a due facce, contraddittorio e straniante. Mentre Londra apparentemente è ancora in grande spolvero, sempre più città per cervelli in fuga e per ricchi, con le gru delle imprese di costruzioni che continuano a svettare laboriose in tutte le aree in espansione, soprattutto nell'Est London e a Sud del Tamigi, dove i nuovi palazzi di appartamenti super moderni per i nuovi ricchi crescono come funghi. Difficile capire dove porterà la traiettoria. Improbabile che risalga al culmine del 2012, la sfavillante città delle Olimpiadi delle mille scintille. Più probabile un declino triste e solitario, verso una nuova Svizzera per elusori fiscali, che lascia ai poveri le briciole.

 

22.05.22
  1. Gli Stati Uniti manterranno una presenza di 100 mila militari in Europa di fronte alla minaccia rappresentata dalla Russia dopo l'invasione dell'Ucraina. Prima della guerra, i soldati Usa sul fianco orientale della Nato erano circa 60 mila.
  2. Patron, Jack Russell che in Ucraina ha conquistato le luci della ribalta per aver scoperto centinaia di ordigni esplosivi, diventa il logo di un'app lanciata dal governo di Kiev per segnalare bombe. L'app si chiama «Demining of Ukraine».
  3. Diritti negati e ambiguità con Putin la Turchia non può restare nella Nato
    Tutti i Paesi membri appartenenti all'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord hanno accolto la Finlandia e la Svezia con entusiasmo, fuorché uno: la Turchia mercoledì ha ostacolato un primo voto per dare inizio ai colloqui preliminari per l'adesione dei due Paesi. Per motivi che sono politici, di parte, e irrilevanti ai fini della decisione, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha scelto la linea dura nelle sue iniziative miranti a far deragliare il processo di adesione degli aspiranti nuovi membri. Ciò dovrebbe portare a chiedersi se sotto la leadership di Erdogan la Turchia possa far parte sul serio dell'Alleanza.
    Parimenti, i membri della Nato hanno dato prova di essere molto determinati da quando è iniziata l'invasione dell'Ucraina da parte di Vladimir Putin, a eccezione della Turchia. A parte autorizzare la vendita di droni da combattimento all'Ucraina, in base a un accordo firmato tra Kiev e il produttore privato per la Difesa Baykar Makina prima del conflitto, Ankara ha offerto poco più di una chiassosa operazione diplomatica. Erdogan ha cercato di presentarsi come mediatore di pace tra Ucraina e Russia, ripetendo ciò che si era offerto di fare in precedenza e che si era rivelato altrettanto inefficace nei negoziati con i taleban durante il ritiro dell'anno scorso delle forze armate degli Stati Uniti.
    Questo atteggiamento da mediatore di pace è servito a coprire un modus operandi di stretta collaborazione con Mosca, comprendente l'acquisto dalla Russia da parte della Turchia nel 2017 del sistema difensivo missilistico S-400. Da quando è iniziata l'invasione della Russia, Erdogan si è rifiutato di inviare quel sistema difensivo all'Ucraina, ha opposto resistenze e non ha aderito alle sanzioni volute dai membri della Nato contro la Russia. Inoltre, ha permesso al suo Paese di diventare una sorta di rifugio d'elezione per gli oligarchi russi, i loro conti correnti bancari e i loro investimenti.
    La pessima gestione dell'economia turca ha messo Erdogan nella posizione di dover dipendere dagli aiuti economici russi. Mentre i comuni cittadini turchi si trovano alle prese con brusche impennate dei prezzi di prodotti e beni di prima necessità, Erdogan continua a distribuire pantagruelici contratti pubblici ai suoi alleati più stretti, di solito tramite gare d'appalto senza concorrenti e spesso per iniziative pretestuose di facciata. Il sostegno dei russi di fatto tiene in piedi il regime di Erdogan e fornisce al presidente turco una sorta di alleato antidemocratico.
    Sotto il regime di Erdogan, in Turchia la libertà e la trasparenza hanno subito forti contraccolpi sotto tutti i punti di vista. Nell'Indice globale di percezione della corruzione del 2021, la Turchia si è classificata al 96esimo posto rispetto al 77esimo che occupava quando Erdogan è diventato primo ministro. Nell'Indice democratico globale dello stesso anno la Turchia si posizionava al 103esimo posto rispetto all'88esimo del 2006. Finlandia e Svezia, per contro, figurano rispettivamente al primo e secondo posto nell'Indice globale di percezione della corruzione del 2021, e al sesto e al quarto dell'Indice democratico globale.
    Gli oligarchi vicini a Erdogan hanno messo sistematicamente le mani sui mezzi di informazione e comunicazione turchi, mentre il governo incarcerava molti giornalisti dell'opposizione, trasformando una stampa interna un tempo vivace e multiforme in organi di propaganda. I media internazionali sono stati vessati dalle autorità di Stato per le trasmissioni. Le minoranze etnico religiose ogni giorno devono affrontare vere e proprie persecuzioni. I diritti delle donne sono stati calpestati.
    La politica delle porte aperte della Nato prevede che l'adesione sia accessibile a qualsiasi Paese europeo in grado di contribuire alla sicurezza della regione euro-atlantica, purché soddisfi alcuni requisiti democratici. Se si esclude Ergodan, nessun membro dell'Alleanza ha messo in discussione il fatto che i due Paesi nordici che aspirano a entrarvi rispettano in pieno i criteri previsti. Che dire però della Turchia, che entrò nella Nato nel 1952? Oggi rispetta gli standard previsti?
    Il più colossale errore strategico della Nato degli ultimi vent'anni è stato quello di minimizzare le malefiche intenzioni di Putin e al tempo stesso di sottovalutare la capacità dei suoi membri di cooperare compatti. L'Alleanza adesso corre il rischio di ripetere lo stesso errore nei confronti di Erdogan.
    La Turchia è membro della Nato, ma con Erdogan non soddisfa più i requisiti previsti dai valori alla base di questa grande alleanza. L'Articolo 13 della carta del Trattato dell'Atlantico del Nord prevede un meccanismo per permettere agli Stati membri di revocare la loro adesione. Forse, è arrivato il momento di emendare l'Articolo 13 e di prevedere una procedura che consenta di espellere una nazione che ne fa parte e che non soddisfa né i requisiti di principio né quelli pratici previsti.
    Lieberman è stato il candidato democratico alla vicepresidenza nel 2000 e senatore per lo stato del Connecticut dal 1989 al 2013. Wallace ha servito in qualità di ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite per la gestione e le riforme durante l'Amministrazione del presidente George W. Bush. Sono rispettivamente membri del consiglio di consulenza e amministratore delegato del Turkish Democracy Project.
  4. UNA REALTA' CONSOLIDATA E SOTTOVALUTATA : Con l'operazione della Dia eseguita giovedì, Chivasso si è risvegliata con l'incubo ‘Ndrangheta. Siamo a un mese dalle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale e proprio nelle carte dell'inchiesta Platinum Dia dalla quale è scaturito il sequestro preventivo di hotel, bar, tabaccheria, ristorante e quote societarie dei fratelli Giuseppe e Mario Vazzana ma riconducibili anche ai familiari, si leggono i nomi di alcuni protagonisti dell'attuale campagna elettorale. -Il processo si aprirà ad ottobre e i Comuni di Chivasso e Volpiano si sono costituiti parte civile.
    In particolare nelle indagini coordinate dal Pm Valerio Longi, Giuseppe Vazzana, residente a Chivasso, cinque anni fa avrebbe fatto da intermediario proprio con la politica. A comparire nelle carte era il sindaco uscente e candidato alle elezioni per il Partito democratico, Claudio Castello. E Matteo Doria all'epoca candidato a sindaco per il centrodestra e oggi capolista della civica "Amo Chivasso e le sue frazioni" che appoggia la candidata a sindaca di centro destra, Clara Marta. Né Castello né Doria - va detto - sono indagati nel processo.
    Vazzana a Chivasso è noto, anche perché padre di Francesca (Bela Tolera nel 2013) titolare con la mamma Anna Ida D'Erchie e il fratello Stefano del Bar Nimbus, inaugurato il 1 marzo 2018 e ora nell'elenco delle proprietà che la Dia ha sequestrato preventivamente. Neppure Francesca, il fratello e la mamma sono indagati.
    Tra le attività sequestrate a Chivasso c'è anche la tabaccheria Nimbus Play nella galleria del centro commerciale Bennet. «Le vicende che hanno portato all'acquisizione del Bar Nimbus - si legge nelle carte - assumono rilievo sia per l'entità dell'investimento economico che per il ruolo svolto da Claudio Castello, il quale si è molto prodigato, affinché la Bennet S.p.a., nell'ambito di un centro commerciale in via di realizzazione nel Comune di Chivasso, assegnasse a Giuseppe Vazzana l'unico spazio con destinazione d'uso l'esercizio dell'attività di bar, cui, in un secondo momento, si aggiungeva anche la licenza per la vendita di tabacchi».
    E sull'influenza di Giuseppe Vazzana nei confronti della politica locale, si legge ancora nell'ordinanza che «alla vigilia delle score elezioni tali circostanze avevano indotto Giuseppe Vazzana ad appoggiare concretamente la coalizione di centro-destra, capeggiata dal candidato sindaco Matteo Doria. Tuttavia Giuseppe Vazzana, durante la campagna elettorale, ha mantenuto rapporti anche con il candidato sindaco di estrazione politica opposta, Castello, lasciandogli intendere - prima e dopo la consultazione - di essersi fattivamente adoperato per la sua vittoria».
    Nel frattempo, ieri, il bar Nimbus di via Peppino Impastato a Chivasso e l'Hotel a Volpiano erano riaperti in attesa di un eventuale ricorso, ma gestiti da un curatore nominato dal Tribunale.
  5. UNA STRADA CHE L'ITALIA NON VEDE : Trasformare il Mare del Nord in una gigantesca centrale elettrica verde con cui contribuire sia alla neutralità climatica che alla sicurezza energetica dell’Europa. Questo l’obiettivo alla base del nuovo accordo siglato ieri da Germania, Belgio, Paesi Bassi e Danimarca. I rispettivi ministri dell’Energia si sono incontrati nella città danese di Esberg per mettere nero su bianco l’impegno di cooperazione.

    Nel dettaglio le nazioni lavoreranno assieme sullo sviluppo di eolico offshore, idrogeno pulito e le relative reti. “L’accordo odierno – spiega il ministro tedesco dell’Economia e vice cancelliere Robert Habeck – rappresenta un’importante pietra miliare nella cooperazione transfrontaliera. È la base per le prime vere centrali elettriche europee, che generano energia delle rinnovabili. Insieme ai nostri paesi partner, possiamo espandere l’energia eolica offshore nella regione del Mare del Nord in modo ancora più rapido ed efficiente e aprire un nuovo potenziale per l’idrogeno verde. In tal modo, stiamo riducendo ulteriormente la nostra dipendenza dalle importazioni di gas”.

    Sulla carta i target sono ambiziosi: l’accordo prevede di installare entro il 2050 almeno 150 GW di eolico in mare. In altre parole, metà della potenza rinnovabile offshore richiesta dalla Commissione europea per la metà del secolo. E pari ad un aumento di dieci volte della capacità di generazione odierna. La Danimarca, che creerà anche la prima isola energetica multifase del mondo, contribuirà all’obiettivo con 35 GW mentre la Germania ha già pianificato oltre 70 GW. L’obiettivo ultimo è trasformare la regione del Mare del Nord nella “centrale elettrica verde d’Europa”.

    “Ciò – si legge nella dichiarazione – contribuirà alla produzione onshore e offshore su larga scala di idrogeno verde. Abbiamo fissato obiettivi combinati di circa 20 GW di capacità produttiva già entro il 2030 e cercheremo di espandere ulteriormente la nostra produzione per il 2050″. I ministri si sono anche impegnati a rispettare le regole del mercato elettrico a livello dell’UE per consentire un’efficace integrazione dell’energia eolica in rete, con un’equa ripartizione costi-benefici dei progetti realizzati.
  6. IL FUTURO ENERGICO GRAZIE ALLE ASSURDITA' DI PUTIN: Vale 300 miliardi di euro – 225 in finanziamenti e sovvenzioni, 75 come prestiti – il piano Repower EU con cui l’UE prova a dire addio alle fonti fossili importate dalla Russia nel giro di 5 anni. In tre mosse più una. Cambiare fornitori per il gas (e dotarsi dell’infrastruttura necessaria), crescita più veloce delle rinnovabili con obiettivo alzato di 5 punti al 45% entro il 2030, più impegno sul fronte del risparmio energetico. A cui si aggiunge una nuova strategia solare.

    Sono le misure chiave del piano con cui la Commissione risponde all’invasione russa dell’Ucraina e prova a usare la crisi per accelerare la transizione. Prendendo provvedimenti per evitare un colpo troppo duro all’economia se Mosca dovesse decidere di chiudere all’improvviso i rubinetti.

    Presentato nelle sue linee essenziali l’8 marzo, il piano Repower EU definitivo è composto da un ventaglio di misure – tra nuove iniziative legislative, schemi non vincolanti e raccomandazioni dell’esecutivo europeo ai paesi membri – che mirano a portare a zero la dipendenza energetica dalla Russia entro il 2027, abbattendo già di 2/3 le importazioni di gas da Mosca entro la fine di quest’anno.

    Del totale degli investimenti previsti – sono 210 i nuovi mld di euro, che si aggiungono a quelli del Fit for 55 – “il 95% andrà a finanziare la transizione energetica europea”, assicura la presidente della Commissione Ursula von der Leyen in conferenza stampa, provando a spegnere sul nascere le polemiche per il denaro che finirà a nuove infrastrutture gasiere.
    Più risparmio energetico

    Aumentare gli energy savings e ridurre la domanda di energia sono le misure che possono contribuire di più a potenziare la sicurezza energetica europea. Le misura di lungo termine più importante presa dall’UE è l’aumento dei target di efficienza energetica dal 9% al 13% con un emendamento della direttiva EED – ancora in discussione – nell’ambito del pacchetto Fit for 55. Ai nuovi obiettivi contribuiranno anche modifiche alla direttiva EPBD sull’efficienza energetica degli edifici (anche questa in discussione) e l’iniziativa legislativa su ecodesign e etichettatura energetica.

    Nel breve termine, invece, i tagli alla domanda previsti arrivano sotto forma di una comunicazione della Commissione: sono indicazioni sui comportamenti da seguire per industria e famiglie e dovrebbero tagliare il 5% della dipendenza europea da gas e petrolio russi. I suggerimenti spaziano dal tenere i riscaldamenti più bassi ad abbassare la temperatura dei boiler fino a 60°C, dal ridurre i limiti di velocità in autostrada al supporto per la micro-mobilità e la mobilità dolce.

    In più, la Commissione si impegna a preparare un’iniziativa legislativa per aumentare la quota di veicoli a zero emissioni nelle flotte di veicoli pubbliche e aziendali di una certa consistenza, e a presentare un pacchetto di leggi per rendere più sostenibile il trasporto commerciale.
    Diversificare via dalla Russia

    Per quanto riguarda il gas, il veicolo chiave per la diversificazione delle forniture sarà la EU Energy Platform. Si tratta di un meccanismo volontario per mettere in comune la domanda, coordinare l’uso delle infrastrutture di importazione, stoccaggio e trasporto e negoziare con i partner internazionali per facilitare gli acquisti comuni di gas, Gnl e idrogeno. A breve questa piattaforma sarà affiancata da un meccanismo per facilitare gli acquisti comuni di gas. Il tutto per evitare una concorrenza interna che rallenterebbe il processo di diversificazione.

    Tra gli investimenti chiave sulle nuove infrastrutture ricordati nel piano Repower EU – per un totale di 10 miliardi di euro – viene evidenziato il potenziamento del Corridoio Sud fino a 20 bcm, verosimilmente tramite il raddoppio del TAP. Altri 1,5-2 miliardi sono previsti per gli adeguamenti necessari nei paesi che dipendono dall’import di petrolio russo via pipeline. Si tratta principalmente di raffinerie da calibrare su nuove qualità di greggio: è il nodo che sta bloccando le sanzioni sul petrolio alla Russia per l’opposizione dell’Ungheria.
    Il piano Repower EU accelera sulle rinnovabili

    Una nutrita serie di misure del piano Repower EU riguarda direttamente lo sviluppo delle rinnovabili. Con la nuova EU Solar Strategy l’Unione punta a sfruttare l’altissimo potenziale dei tetti fotovoltaici – per alcune stime, fino al 25% della domanda europea – introducendo un obbligo di installazione. Non per tutti: entro il 2026 saranno soggetti tutti i nuovi edifici commerciali e pubblici con un’area utile maggiore di 250 m2, mentre l’anno successivo scatterà l’obbligo anche per gli edifici già esistenti. Tutti i nuovi edifici residenziali dovranno avere tetti solari dal 2029. Questa iniziativa, la EU Solar Rooftops Initiative, dovrebbe aggiungere 19 TWh di energia entro 1 anno e 58 TWh entro il 2025 (il doppio di quanto previsto dal Fit for 55).

    Nel complesso, la strategia solare raddoppiare la capacità fotovoltaica europea entro il 2025 e installerà 600 nuovi GW entro fine decennio. Con una raccomandazione, la Commissione taglia i tempi delle autorizzazioni, tassello fondamentale per dare gambe all’intero piano e renderlo credibile. La maggior parte degli impianti dovrà ricevere l’ok entro 1 anno al massimo, contro la media attuale di 6-9 anni. Ogni paese dovrà indicare delle go-to areas ovvero delle zone per cui il permitting ha un iter accelerato. Aspetto altrettanto fondamentale è un emendamento alla RED II con cui si dichiara che installare nuova capacità rinnovabile è “un interesse pubblico prevalente”.

    E ancora: raddoppiati i target al 2030 per la produzione domestica di idrogeno, indicazioni su come promuovere i contratti PPA e facilitare la partecipazione dei cittadini prosumer attraverso la diffusione di comunità energetiche rinnovabili. Infine, la Commissione pubblica un piano per potenziare la produzione di biometano fino a 35 bcm entro il 2030, anche attraverso la Pac.
  7. PROTEZIONE DELL'AMBIENTE :Uno studio dell’Università di Limerick ha sviluppato un nuovo materiale in grado di catturare inquinanti tossici nell’aria. L’indagine, finanziata dal Consiglio Europeo della ricerca e dalla Science Foundation Ireland, ha individuato il modo per rimuovere tracce di benzene dall’aria. Per farlo ha sviluppato un materiale poroso, simile alla spugna, che impiega molta meno energia dei sistemi tradizionali.

    La ricerca è stata condotta da un team coordinato dal professor Michael Zaworotko, che ha lavorato con la dottoressa Xiang-Jing Kong del Dipartimento di Scienze Chimiche di UL e un gruppo di ricercatori delle principali università cinesi e pubblicata sulla rivista Nature Materials.

    Il materiale sviluppato ha una forte affinità per il benzene, pertanto è in grado di catturarlo anche quando è presente nell’aria in percentuali minime, fino a 1 parte su 100.000.

    Nelle sue ricerche precedenti, Zaworotko si era concentrato su composti sviluppati per catturare carbonio e per la raccolta dell’acqua. La sua nuova ricerca è invece per un materiale in grado di catturare inquinanti dall’aria, in particolare il benzene, con un’efficacia a tutto tondo. “Questi materiali – ha affermato lo scienziato – potrebbero essere rigenerati facilmente sotto il riscaldamento mite, rendendoli candidati per la purificazione dell’aria e la bonifica ambientale”.
    Un processo per catturare inquinanti e impiegare meno energia

    I composti volatili, tra cui il benzene, determinano gravi problematiche ambientali. “Rompere le miscele di gas è difficile. Questo è particolarmente vero per i componenti minori che comprendono l’aria, che includono l’anidride carbonica e l’acqua. Le proprietà del nostro nuovo materiale dimostrano che la rottura non è più difficile per il benzene”, ha spiegato Zaworotko. Fino a questo momento non era però stato possibile sviluppare tecnologie in grado di catturare questi inquinanti con un basso impatto energetico. Il processo adesso studiato va in questa direzione, perché si basa su legami fisici e non chimici. L’impronta energetica, di conseguenza, è nettamente inferiore a quella dei materiali di precedente generazione.
    Una nuova generazione di materiali porosi per catturare gli inquinanti

    “Sulla base di un design intelligente, – ha aggiunto Xiang-Jing Kong – i nostri materiali fanno bene ad affrontare le sfide di rilevanza sia tecnica che sociale, come la rimozione di tracce di benzene dall’aria. Questo è difficile per i materiali convenzionali, e quindi mette in evidenza il fascino dei materiali porosi.”

    Le caratteristiche indagate e i risultati incoraggianti indirizzano la ricerca verso lo sviluppo di una nuova generazione di materiali porosi, che potrà consentire la cattura delle sostanze tossiche dall’aria. “Gli isomeri aromatici sono difficili da separare nelle loro miscele con metodi tradizionali, che sono sempre ad alta intensità energetica. Questa ricerca ha aperto la possibilità di progettare materiali porosi per la separazione efficiente di queste sostanze chimiche a basso consumo energetico, nonché la rimozione di altre tracce inquinanti dall’aria”.
  8. UNA METODOLOGIA PER IL DISINQUINAMENTO CHE HO PROPOSTO PER TORINO 20 ANNI FA , INUTILMENTE : Un rapporto di “vicinato” vecchio quanto il tempo, dal quale potrebbe scaturire una fonte inaspettata di energia elettrica. Secondo quanto scoperto dagli scienziati dell’Università di Wageningen, in Olanda, la naturale interazione tra le radici delle piante e i batteri che si trovano nel suolo riuscirebbe a generare energia elettrica in maniera assolutamente pulita. Con il processo di fotosintesi, infatti, la pianta produce del materiale organico che per il 70% viene espulso dalle radici e attaccato dai batteri circostanti che, decomponendolo, danno luogo a una fonte d’energia; attraverso il posizionamento strategico di un elettrodo, gli scienziati hanno potuto assorbire gli elettroni dai batteri e sfruttare la differenza di potenziale creata per generare elettricità.
    La cella a combustibile microbica messa a punto è in grado attualmente di generare 0,4 Watt per metro quadrato di piante coltivate, aggiudicandosi un sorpasso sulle performance della biomassa, ma gli scienziati sono convinti che, una volta a regime, il sistema possa arrivare a produrre fino a 3,2 watt per metro quadrato che, su una piantagione di 100 mq, significa soddisfare un fabbisogno energetico medio annuo di 2.800 kWh, quello sufficiente per una famiglia. Brevettato nel 2007, il sistema ha delle ottime potenzialità applicative, ma non è ancora pienamente sviluppato. La sfida è riuscire a sistemare gli elettrodi nella posizione ottimale per aumentare e rendere più efficiente la produzione di energia. Gli scienziati dell’università tedesca di Lipsia hanno isolato un nuovo enzima mangia-plastica che è capace di degradare il PET in tempi record. Battendo anche il campione in carica, l’enzima LCC scoperto 10 anni fa in Giappone e considerato ad oggi il migliore tra i candidati possibili. Dei 7 candidati testati dai ricercatori tedeschi, PHL7 si è dimostrato particolarmente efficiente, con prestazioni significativamente sopra la media.

    PHL7 è stato prelevato da un cumulo di compost che si trovava a Südfriedhof, un cimitero di Lipsia. Messo in una soluzione acquosa insieme a del PET, questo enzima mangia-plastica ha battuto in modo evidente il suo competitor LCC. Il risultato? Nell’arco di 16 ore, PHL7 ha decomposto il PET al 90%, mentre il suo rivale si è fermato appena a un livello di degrado del 45%. In 24 ore ha decomposto un intero cestino di plastica.

    “Quindi il nostro enzima è il doppio più attivo del gold standard tra gli idrolasi per la rimozione del poliestere”, commenta Christian Sonnendecker dell’università di Lipsia, che lavora a questa ricerca nell’ambito dei progetti europei MIPLACE e ENZYCLE. Appurato che le prestazioni dell’enzima mangia-plastica sono eccezionali, il team di Sonnendecker è andato alla ricerca del perché. Trovando la risposta in un singolo blocco della catena di amminoacidi che costituisce le proteine di PHL7: rispetto ad altri enzimi simili noti, al posto di un residuo di fenilalanina ha la leucina.

    “L’enzima scoperto a Lipsia può dare un importante contributo alla creazione di processi alternativi di riciclaggio della plastica a risparmio energetico”, sostiene Wolfgang Zimmermann dell’università di Lipsia. “Il biocatalizzatore ora sviluppato a Lipsia ha dimostrato di essere altamente efficace nella rapida decomposizione degli imballaggi alimentari in PET usati ed è adatto all’uso in un processo di riciclaggio ecologico in cui è possibile produrre nuova plastica dai prodotti della decomposizione”.
  9. UN FUTURO ENERGETICO : Le finestre fotovoltaiche trasparenti “made in Italy” accorciano le distanze con la produzione industriale. L’innovazione tecnologica brevettata da Glass to Power, spinoff dell’Università Bicocca, è al centro di un nuovo progetto che coinvolge da vicino la provincia autonoma di Trento. L’amministrazione trentina ha firmato ieri un accordo negoziale con la giovane società e le rappresentanze sindacali di Cgil, Cisl, Uil per l’implementazione della prima “NanoFarm”. Di che si tratta? Di un innovativo impianto per la fabbricazione di nanoparticelle in silicio da impiegare nelle finestre fotovoltaiche trasparenti.

    COME FUNZIONANO? – La soluzione messa a punto da Glass to Power si basa sull’impiego dei concentratori solari luminescenti (LSC), lastre di plastica nelle quali sono incorporati materiali otticamente attivi su scala nanometrica. Gli LSC catturano parte della radiazione solare (i raggi infrarossi) che li attraversa e la concentrano sui bordi: qui una sottile striscia di tradizionali celle fotovoltaiche trasforma l’energia solare in elettricità. Il vantaggio di questi sistemi consiste nella possibilità d’essere integrata nelle vetrocamere a doppio o triplo vetro che normalmente equipaggiano gli infissi convertendo così comuni finestre in pannelli solari semitrasparenti. Cuore della tecnologia sono i semiconduttori otticamente attivi, nanoparticelle in silicio e in disolfuro di indio e rame appositamente ingegnerizzate dai ricercatori dell’Università Bicocca affinché, oltre che assorbire la luce solare, si comportino come perfetti emettitori.

    I risultati dei test di laboratorio hanno dato ragione ai ricercatori e ora le finestre fotovoltaiche trasparenti cercano il mercato.

    IL PROGETTO – Il nuovo progetto “NanoFarm” ha l’obiettivo di sviluppare un sistema di produzione di nanoparticelle in quantità elevate. Nella realizzazione saranno coinvolte l’Università di Trento e la Bicocca e, in una seconda fase, anche le fondazioni Fbk e Fem e il polo della Meccatronica con il Green Building Council Italia. In base all’accordo, Glass to Power “s’impegna a svolgere in provincia di Trento attività produttiva di beni o servizi connessa alla ricerca agevolata per cinque anni dal termine del progetto di ricerca”, assumendo sedici unità lavorative. Entro il 2021 verranno coinvolti almeno tre fornitori locali mediante la stipula di accordi specifici e sarà organizzato un convegno a livello locale per promuovere i vetri fotovoltaici trasparenti.La direttiva europea NZEB ha posto precisi obblighi a suoi stati membri: che entro la fine del 2021 tutti gli edifici di nuova costruzione siano a energia quasi zero o Near Zero Energy Building (da cui l’acronimo). Rispettare il provvedimento significherà migliorare la prestazione energetica degli immobili, dotandoli anche di una serie di impianti di produzione energetica integrati nell’architettura dell’edificio. Come, ad esempio, le innovative finestre fotovoltaiche di Glass to Power, spin off Università di Milano-Bicocca.



    Finestre fotovoltaiche made in ItalyFrutto dell’evoluzione intelligente del Building-Integrated Photovoltaic, questa sorta di infissi 3.0 nascono con un semplice obiettivo: garantire al proprietario di casa comfort abitativo e autoproduzione energetica in un colpo solo. Nella versione declinata Glass to Power, la tecnologia cuore del prodotto è quella dei Concentratori Solari Luminescenti (LSC). Si tratta di lastre di materiale trasparente (solitamente plastica o vetro) nelle quali sono incorporate speciali nanoparticelle fluorescenti che catturano e concentrano la luce solare riemettendone una parte all’interno della lastra medesima. Quindi, piccole celle solari poste lungo il perimetro della finestra raccolgono la luce intrappolata, convertendola in elettricità.



    La tecnologia ha diversi pro che l’hanno resa fin da subito appetibile. A differenza dei tradizionali sistemi fotovoltaici, i sistemi di questo tipo funzionano bene anche in condizioni di scarsa illuminazione diretta, proprio in virtù del fatto che la concentrazione della radiazione migliora l’efficienza di conversione delle celle solari disposte ai bordi. Inoltre non continente sostanze tossiche come cadmio o altri metalli e i pannelli sono incolori, superando così uno dei limiti più grandi per l’applicazione in edilizia civile, ovvero l’impatto estetico.



    I Concentratori Solari Luminescenti nati in Bicocca, sono stati messi a punto grazie all’uso di quantum dot, particelle di semiconduttori su scala nanometrica, le cui proprietà optoelettroniche cambiano in funzione delle dimensioni e forma. A realizzarli, un team di ricerca del Dipartimento di Scienza dei Materiali dell’ateneo milanese, coordinato dai professori Francesco Meinardi e Sergio Brovelli, in collaborazione con il gruppo guidato da Victor I. Klimov del Los Alamos National Laboratory (U.S.A.) e con Hunter McDaniel dell’azienda UbiQD. A poco più di un anno dalla pubblicazione del loro lavoro su Nature Nanotechnology, Meinardi e Brovelli hanno deciso di dar vita a Glass To Power, in partnership con la società di consulenza tecnologica Management Innovation. L’obiettivo? Portare sul mercato le loro finestre fotovoltaiche a LSC.
  10. IL FUTURO DELL'INDIA:  Il Governo di Delhi si appresta a rilasciare la nuova politica solare territoriale. L’amministrazione ha fatto sapere in questi giorni di aver avviato il processo consultivo con le parti interessate per definire la nuova strategia. L’obiettivo è ambizioso: portare l’energia solare al 50% della domanda entro la fine del decennio. Rendendo l’area metropolitana la capitale indiana dei tetti fotovoltaici. Per un territorio che ospita quasi 30 milioni di persone si tratta di una vera e propria sfida, soprattutto alla luce dei piccoli risultati raggiunti sino ad oggi.

    Non è la prima volta, infatti, che il Governo di Delhi si confronta con un obiettivo simile. La National Solar Mission lanciata a giugno 2025 le avevo assegnato un target di 2,7 GW fotovoltaici da installare entro il 2022. Ma nonostante sussidi e incentivi mirati, le installazioni non sono riuscite a superare i 230 MW. Meno di un decimo di quanto prestabilito. Ecco perché il Governo è pronto a lanciare, definendo nuovi strumenti e rendendo obbligatorio per tutti gli edifici pubblici l’installazione di un tetto fotovoltaico.

    leggi anche 1 TW di fotovoltaico UE al 2030, la richiesta di 5 Paesi a Bruxelles

    Il nuovo obiettivo, annunciato dal vice ministro di Delhi Manish Sisodia fissa a 2,5 GW la nuova capacità solare per i prossimi cinque anni. “Ciò dovrebbe contribuire al 10% della domanda annuale di energia di Delhi”, ha affermato Sisodia durante il suo discorso sul bilancio il mese scorso, aggiungendo che che il piano porterebbe alla creazione di 40.000 nuovi posti di lavoro.

    Il ministro all’Energia di Delhi, Satyendra Jain, ha affermato che le consultazioni politiche hanno consentito al governo di raccogliere preziosi feedback dalle parti interessate, aiutando gli amministratori a redigere formulare una nuova politica solare “efficace, esemplare e solida”. “Attraverso l’installazione di tetti fotovoltaici – ha commentato Jain – il governo della città esplorerà meccanismi innovativi per gestire efficacemente il carico di punta, che è anche complementare alla crescita dei veicoli elettrici in città”.
  11. SOLO LE TANGENTI GIUSTIFICANO TUTTI I  NUCLEARI : Rendere il fotovoltaico capace di produrre energia pulita anche di notte è uno dei grandi traguardi che si è imposta la ricerca di settore. Impossibile? Non secondo chi lavora con il raffrescamento radiativo notturno, fenomeno con cui un corpo – favorito da determinate condizioni ambientali – “espelle” calore sotto forma di luce infrarossa. Questo flusso termico può essere sfruttato direttamente per generare elettricità.

    Un concetto caro anche agli scienziati dell’University of New South Wales (UNSW), che hanno voluto ritagliarsi uno spazio nella generazione dell’energia solare “notturna“. Nel dettaglio il team della School of Photovoltaic and Renewable Energy Engineering ha creato un dispositivo a semiconduttore – chiamato diodo termoradiativo – capace di produrre elettricità dall’emissione di luce infrarossa.

    “Abbiamo dimostrato inequivocabilmente la produzione elettrica da un diodo termoradiativo”, ha affermato il professore associato Ned Ekins-Daukes, a capo del gruppo. Il professore afferma che il processo sta ancora sfruttando l’energia solare che colpisce la Terra durante il giorno e che viene reimmessa nello spazio profondo durante le ore buie. “Allo stesso modo in cui una cella solare può generare elettricità assorbendo la luce emessa da un sole molto caldo, il diodo termoradiativo genera elettricità emettendo luce infrarossa in un ambiente più freddo. In entrambi i casi è la differenza di temperatura che ci permette di generare elettricità”, ha spiegato la dott.ssa Phoebe Pearce, coautrice della ricerca.

    Una soluzione che permetterebbe al fotovoltaico tradizionale di continuare a funzionare anche dopo il tramonto. Tuttavia risultati per ora sono molto contenuti. Il solare notturno dell’UNSW offre una potenza di picco di 2,26 mW/m2 con una differenza di temperatura di 12,5 °C e un’efficienza radiativa stimata dell’1,8 per cento.

    Ma il team non si lascia scoraggiare, ricordando come la prima cella fotovoltaica al silicio vantasse un’efficienza di appena il 2 per cento. “In questo momento, abbiamo una potenza relativamente molto bassa”, ha aggiunto Ekins-Daukes. “Ma la teoria dice che è possibile che questa tecnologia produca alla fine circa 1/10 della potenza di una cella solare […] Direi che c’è ancora circa un decennio di ricerca universitaria da fare. Ma se l’industria riesce a intravedere i vantaggi, il progresso potrà essere estremamente veloce.

 

21.05.22
  1. SALVINI HA CHIUSO :   La convocazione arriva improvvisa: «Consiglio dei ministri straordinario alle 18». Sulla chat dei ministri nessuno ne sa niente, «cosa vorrà dirci Draghi?». Uno dei pochi che avrebbe potuto rispondere alla domanda è Paolo Barelli, capogruppo di Forza Italia alla Camera: il premier è pronto a minacciare la crisi se non si risolve la questione dei balneari.
    Finita la seduta a Montecitorio Draghi avvicina Barelli, i due si conoscono per aver condotto la complicata trattativa sul catasto, finita con un accordo che stavolta sembra lontano. La mattinata tutto sommato è andata più liscia del previsto, ma il presidente del Consiglio ha un altro cruccio che riversa all'interlocutore: «Sono molto preoccupato per il ddl Concorrenza, sono trascorsi mesi e non si è risolto niente». La conversazione comincia in Aula, ma si forma un capannello e allora Barelli e Draghi si isolano e continuano a parlare, prima nelle stanze del governo dietro al Transatlantico e poi nell'ascensore che porta al piano sotterraneo che conduce a Palazzo Chigi. Il dirigente berlusconiano, sebbene non segua direttamente il dossier dei balneari (l'imbuto si è creato al Senato) tenta di rassicurare il premier: «Le soluzioni si sono sempre trovate e si troveranno anche stavolta, serve buona volontà, ma è importante che ce la mettano tutti». Sottinteso, anche il governo. Parole che Draghi ascolta con attenzione, ma che non bastano a rassicurarlo, tanto che dopo qualche ora arriva la convocazione del Consiglio dei ministri.
    Che fosse una giornata complicata tra governo e maggioranza, specie con i partiti del centrodestra, lo si poteva immaginare già di prima mattina. Alle 8 a Palazzo Chigi va in scena un incontro, tra i relatori del ddl Concorrenza (Paolo Ripamonti e Stefano Collina), gli esponenti del governo (i ministri Massimo Garavaglia, Federico D'Incà, la sottosegretaria Caterina Bini e il viceministro Gilberto Pichetto) e il sotto segretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli. La proposta leghista di spostare le gare per le spiagge al 31 dicembre e di aumentare gli indennizzi per i concessionari uscenti viene respinta: «Sarebbe una spesa enorme per lo Stato», dice Garofoli. Lo stallo è certificato e le posizioni si radicalizzano. Il governo chiede che la commissione industria del Senato cominci a votare le parti meno controverse del ddl concorrenza, lasciando per ultima la questione dei balneari in attesa di un accordo. Una proposta respinta dal centrodestra. La tensione sale quando Anna Maria Bernini e Massimiliano Romeo, i capigruppo di Forza Italia e Lega in Senato, diffondono una nota: «Sul tema delle concessioni balneari sono necessari ulteriori approfondimenti per arrivare a un testo condivisibile e quindi condiviso». Uno stop che irrita il presidente del Consiglio che a quel punto convoca i ministri, in forma urgente. Ai colleghi Garavaglia racconta che nel corso della mattinata aveva avvisato Massimiliano Romeo, il capogruppo della Lega (il suo partito), «Draghi si è stufato», chiedendo di abbassare la tensione. Un consiglio che rimane inascoltato.
    Il treno ormai è in corsa e il premier non ha intenzione di fermarlo. Anzi, sceglie di drammatizzare. Quando si trova i ministri davanti, saluta, apre la seduta e si limita a leggere freddamente un testo, il cui senso è: si trovi un accordo in commissione industria, oppure il governo metterà la fiducia sul testo base del 3 dicembre, che gran parte della Lega e delle associazioni di categoria ritiene inaccettabile. Draghi indica anche una scadenza precisa: 31 maggio. Ci sono dieci giorni per trovare un accordo, poi se le cose dovessero andar male, un minuto dopo il premier sarebbe pronto a salire al Colle. Lo stesso ministro del Turismo interviene per fotografare la situazione. Il ricorso alla fiducia va approvato dai membri del governo e nessuno fa obiezioni, nemmeno il capodelegazione Giancarlo Giorgetti si mette di traverso.
    Si apre così un nuovo fronte nel Carroccio che poi è sempre lo stesso: da una parte i ministri e dall'altra Matteo Salvini. Il segretario pur evitando gli ultimatum utilizzati nel corso della trattativa sul catasto, quando arrivò a minacciare apertamente la crisi, non può cedere sui balneari, non solo per la pressione delle associazioni (che la Lega ha rappresentato da sempre), ma anche per la costante minaccia rappresentata da Giorgia Meloni. Fratelli d'Italia, infatti, è pronta a utilizzare l'argomento in una campagna elettorale nella quale ha messo la Lega nel mirino. Salvini avrebbe quindi bisogno di una sponda da Palazzo Chigi, ma stavolta rimane isolato. Nemmeno i suoi ministri lo seguono. Una situazione non diversa da quella vissuta da Forza Italia. Da una parte Maurizio Gasparri e Anna Maria Bernini danno battaglia al Senato, dall'altra, Maria Stella Gelmini dice: «Bene aver ascoltato le categorie, bene aver accolto diverse proposte dei balneari, ma ora bisogna correre per rispettare gli impegni del Pnrr».
    Oggi si apre a Napoli la convention di Forza Italia, l'aria da resa dei conti interna rischia di far passare in secondo piano quello che doveva essere l'evento: il ritorno di Silvio Berlusconi sotto al Vesuvio
  2. IL DOPO DRAGHI : Agire sulla riduzione di debito e deficit in maniera significativa, seppur graduale. E questo, in sintesi, il monito rivolto all'Italia dal Fmi. «Ampie riforme ristrutturali sono necessarie per aumentare la produttività» e la crescita del Pil, mette in evidenza il Fondo diretto da Christine Lagarde nel comunicato finale della missione per l'Article IV del 2022.
    «L'economia italiana si trova ad affrontare venti contrari, dalla guerra all'aumento dell'inflazione. Nonostante i segnali di resilienza, la crescita è attesa rallentare e presenta rischi al ribasso» afferma il Fmi. «Come i suoi partner europei, l'Italia si trova ad affrontare formidabili nuove sfide economiche».
    In questo senso appare essenziale secondo l'istituzione di Washington «la completa e tempestiva attuazione del Pnrr per aumentare la produttività e il potenziale di crescita».
    Il Fmi afferma che la migliorata condizione delle banche dovrebbe consentire loro di operare in modo efficace nonostante la guerra. In ogni caso affrontare il nodo delle banche deboli, quelle che hanno una redditività e modelli di business più sensibili a eventuali difficoltà causate da una crisi, è una priorità. Infine da Washington arriva un accenno sulla questione energetica: «Trovare un equilibrio fra sicurezza energetica, costi accessibili e decarbonizzazione è più difficile di fronte al forte aumento dei prezzi dell'energia e ai rischi alle forniture».
  3. INFEZIONE STRUMENTALE ? La raccomandazione ad essere prudenti nei rapporti sessuali, il riferimento alla diffusione nella comunità gay, la trasmissione del virus partita dai primati. Il riferimento un po' sinistro all'Aids c'è, ma il "vaiolo delle scimmie", sbarcato ieri ufficialmente in Italia, non è nuovo e, almeno per il momento, non minaccia di diventare la nuova peste del duemila. Il giovane proveniente dalla Canarie risultato positivo al "Monkeypox virus" è in isolamento ma in buone condizioni generali, mentre il ministero della Salute annuncia altri due casi sospetti.
    La regione Lazio ha messo in moto i suoi cacciatori di virus per individuare con il massimo rispetto della privacy eventuali contatti stretti, mentre l'Oms parla di «situazione in rapida evoluzione», perché i casi sarebbero più di una ventina, concentrati soprattutto in Gran Bretagna, Spagna e Portogallo, mentre 13 ne segnala il Canada, uno gli Usa. Ma di ora in ora il numero dei casi sospetti aumenta. «I sintomi sono vari ma in genere lievi, come febbre, dolori muscolari, cefalea, rigonfiamento dei linfonodi, stanchezza. Una caratteristica sono anche le manifestazioni cutanee, come vescicole o piccole pustole, anche sugli organi sessuali», spiega Anna Palamara, direttrice del dipartimento malattie infettive dell'Iss. Che intanto ha messo in allerta su tutto il territorio nazionale le reti sentinella dei centri per le infezioni sessualmente trasmissibili. «La malattia - aggiunge - evolve in genere spontaneamente e senza bisogno di farmaci».
    Niente a che vedere con il vaiolo originale, eradicato nel lontano 1980 e che aveva un tasso di mortalità del 30%. «Ma non è una passeggiata - spiega il virologo dell'Università di Milano, Fabrizio Pregliasco - perché alcuni ceppi del vaiolo delle scimmie, che in realtà ha creato dei serbatoi nei ratti, possono arrivare a provocare un decesso ogni dieci casi, soprattutto dove non ci sono adeguati livelli di assistenza sanitaria».
    Il vaccino contro il vaiolo "originale" sembrerebbe proteggere all'80% dal contagio, ma come ricorda il direttore delle Malattie infettive al San Martino di Genova, Matteo Bassetti, questo vaccino non si fa più dal 1971 e quindi una parte importante della popolazione potrebbe essere scoperta: «Ora è un problema europeo, e globale, dobbiamo fare bene il tracciamento e far si che si fermi il focolaio». Mentre il Ministro Speranza dal G7 "Salute" di Berlino annuncia che il livello di attenzione verrà tenuto alto, «grazie alla nostra rete di sorveglianza europea e nazionale».
    Il virus però non è una novità, perché è endemico nel Congo, c'è già stato un cluster negli Usa nel 2003 e diversi casi sono stati segnalati negli ultimi anni in Sudafrica. Ma di nuovo c'è che questa volta nella maggior parte dei casi le persone contagiate non sono transitati recentemente in Paesi dove il virus è endemico. Dei 9 casi accertati nel Regno Unito, ad esempio, soltanto uno era rientrato da poco dalla Nigeria. Due casi e uno in fase di accertamento sarebbero legati a un unico nucleo familiare, gli altri hanno riguardato uomini omosessuali o bisessuali. Fatto rimarcato ieri anche dall'Oms, mentre l'Iss invita alla prudenza, «soprattutto nei contatti stretti o sessuali». «In realtà la trasmissione non avviene attraverso il liquido seminale, ma dalla rottura delle vescicole o con la respirazione a distanza molto ravvicinata. Situazioni comuni in qualsiasi rapporto intimo ma che nulla hanno a che vedere con l'orientamento sessuale delle persone», specifica però Pregliasco.
    Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha intanto consigliato «la vaccinazione dei contatto stretti ad alto rischio» di persone già infettate. Suggerendo per i casi più gravi il trattamento con un antivirale registrato. Che sarebbero poi tre: l'antivaiolo tecovirimat e i farmaci contro il citomegalovirus cidofovir e brinidofovir, mentre il vaccino per il Monkeypox virus si chiama Jynneos e ha un'efficacia dell'85% nel prevenire il contagio.
  4. PER LA CIOCCOLATA PIEMONTESE :Venti milioni di investimenti in 4 anni e una produzione che cresce dell'80%. Questo è il futuro che la multinazionale Lindt & Sprüngli prevede per lo stabilimento ex Caffarel di Luserna San Giovanni nel piano industriale che è stato presentato ieri pomeriggio ai sindacati. L'obiettivo è di fare del complesso di via Gianavello un polo di tostatura delle nocciole e valorizzare la capacità di lavorarle assieme al cioccolato.
    Un disegno ambizioso, per il periodo 2022-2025, che dovrà fare i conti con le difficoltà a livello globale, ma per i sindacati è un segnale importante: «La prima impressione è che si tratti di un buon piano che dà sostanza alle promesse di valorizzare lo stabilimento di Luserna e farne un polo di eccellenza – commenta Alessandro Stella della Flai Cgil –. L'azienda ci ha anche comunicato che, se il piano andrà a buon fine, ci saranno una trentina di posti di lavoro in più». Con i primi investimenti programmati, la Flai ne calcola una quindicina. L'impegno della multinazionale è di spendere 5 milioni di euro l'anno. Le novità più significative sono la chiusura della produzione di caramelle per far spazio a un reparto tostatura nocciole con due tostatrici, che serviranno anche la fabbrica di Induno Olona nel Varesotto e alcune in Francia. Inoltre verrà adeguata una linea per produrre uova per il mercato internazionale. E sarà introdotta una nuova che dovrebbe essere installata nella primavera 2023.
    «L'azienda ha riconosciuto le competenze del personale nel lavorare il cioccolato e le nocciole e vuole valorizzarle nell'ambito del gruppo» indica Stella. Solo lo scorso giugno si parlava di 90 esuberi equivalenti a tempo pieno, per un'azienda che impiegava circa 330 persone, poi la svolta con Lindt & Sprüngli che ha deciso di fondere Caffarel, per incorporazione, in Lindt & Sprüngli spa, dal primo gennaio 2022, dando una nuova prospettiva allo stabilimento lusernese e fissando la crescita del cioccolato lavorato dalle attuali 5mila tonnellate alle 9 mila del 2025.

 

20.05.22
  1. QUANDO ELON MUSK CEDERA' TESLA ?    l sospetto è che Elon Musk si diverta a usare Twitter soprattutto per capitalizzare i propri investimenti. Di certo la pensa così la Sec, l'authority che controlla i mercati finanziari americani, che più volte ha provato a silenziare il miliardario sudafricano primo azionista di Tesla - e che ora vorrebbe mettere la mani sul sito di microblogging.
    A colpi di tweet, Musk sposta letteralmente i mercati. Anche per questo la Sec ha imposto nel 2018 che tutte le sue incursioni su Twitter aventi oggetto Tesla - o che la coinvolgessero - passassero al vaglio degli avvocati.
    Musk ha anche presentato un ricorso contro l'ordinanza, ma il 27 aprile scorso la sua mozione è stata respinta.

    Il numero uno dell'azienda resta quindi sottoposto a una sorta di libertà "vigilata" sui social dopo aver patteggiato con l'authority di Borsa una multa di 20 milioni, l'addio alla presidenza e la supervisione dei cinguettii dopo che aveva annunciato urbi et orbi l'idea - mai realizzata - di offrire 420 dollari per azione per "delistare" Tesla.
    Peraltro secondo la Sec, gli avvocati non avrebbero verificato le uscite di Musk in almeno due occasioni: in una sosteneva che il prezzo del titolo fosse troppo alto. E adesso c'è chi inizia a sospettare che con Twitter stia portando in scena lo stesso copione. D'altra parte l'annuncio dell'accordo per rilevare la società ha "regalato" a Musk 1,5 miliardi di dollari.

    L'imprenditore ha comprato, a partire dal 28 gennaio, poco più di 73 milioni di azioni a un prezzo medio di circa 35 dollari: con 2,5 miliardi ha messo le mani sul 9,6% della società diventandone il primo azionista. Quando ha comunicato alla Sec - a inizio aprile - la sua posizione il titolo è iniziato a salire accelerando a ogni spiffero: prima con l'ingresso di Musk nel consiglio d'amministrazione, poi con la sua rinuncia per non aver vincoli che gli impedissero il lancio di un'Opa ostile, poi l'intesa per rilevare tutta la società a 54,20 dollari. Un'offerta che, appunto, valorizza la sua quota quasi quattro miliardi di dollari.
    Abbastanza perché l'improvvisa e inattesa marcia indietro sollevasse più di un dubbio. La frenata ha provocato il crollo delle azioni che sono tornate sui livelli di fine gennaio. Di certo a guadagnarci sarebbe sempre Musk che potrebbe continuare a rastrellare titoli di Twitter a forte sconto rispetto a quella che era la sua valutazione.

    Nel frattempo, lo stesso Musk ha chiesto alla Sec di indagare sul numero di utenti reali di Twitter: «Il 20% degli account sono falsi o spam - ha cinguettato - ma quattro volte Twitter ha sostenuto che il numero potrebbe essere molto più alto».

    E poi: «La mia offerta era basata sull'assunzione che la documentazione depositata alla Sec fosse accurata, ma ieri il Ceo di Twitter si è rifiutato pubblicamente di dare prova che gli utenti falsi fossero meno del 5%. L'operazione non proseguirà finché non lo farà».

    D'altra parte si tratta di un dato molto sensibile in considerazione del fatto che gli utenti attivi monetizzabili - ovvero quelli che interazioni sufficienti da diventare un targer per gli investitori pubblicitari - sono dichiarati in 229 milioni, se fossero molti meno, però, il valore della piattaforma dovrebbe essere rivisto al ribasso.
    Certo, Musk continua a rassicurare i suoi follower di essere ancora impegnato e interessato all'acquisizione di Twitter. Quindi è probabile che in attesa di una verifica sui numeri prosegua a incrementare la propria quota azionaria. E d'altra parte non avendo ruoli all'interno dell'azienda, non ha alcun vincolo da rispettare.
  2. FINALMENTE : In un insolito biasimo nei confronti di Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase & Co (JPM.N), martedì gli azionisti hanno chiaramente disapprovato il premio speciale di 52,6 milioni di dollari in stock option che gli amministratori gli hanno concesso l'anno scorso per rimanere in servizio per almeno altri cinque anni.
    In un referendum consultivo sulle retribuzioni, solo il 31% dei voti espressi ha approvato i pagamenti dei dirigenti di JPMorgan per il 2021, secondo un conteggio preliminare annunciato durante l'assemblea annuale della società – riporta Reuters. In otto degli ultimi 12 anni JPMorgan aveva ottenuto l'approvazione di oltre il 90% dei voti espressi nelle sue votazioni annuali sui compensi.

    Dimon, 66 anni, manterrà il premio, ma queste votazioni sono molto seguite in quanto testano l'atteggiamento degli investitori nei confronti delle retribuzioni dei dirigenti e di quali compensi sono disposti a tollerare.
    Secondo la società di consulenza Semler Brossy, il sostegno medio ai pacchetti retributivi delle società S&P 500 è stato dell'88,3% nel 2021, in calo rispetto all'89,6% del 2020 e al 90% del 2019.

    In risposta al voto, i direttori di JPMorgan hanno sottolineato attraverso un portavoce che il premio speciale era estremamente raro e il primo per Dimon in più di un decennio.

    Prima del voto, gli amministratori hanno dichiarato che il premio speciale "riflette il desiderio del consiglio di amministrazione che Dimon continui a guidare l'azienda per un altro numero significativo di anni".
    Prima della votazione, il Consiglio ha dichiarato di aver assegnato il premio in considerazione delle prestazioni di Dimon, della sua leadership dal 2005 e della "pianificazione della successione manageriale in un panorama altamente competitivo per i talenti della leadership esecutiva".
    Se Dimon, un miliardario, continuerà a lavorare nella banca per cinque anni, le stock option matureranno, anche se potrebbe continuare a riceverle se lascia la banca per lavorare per il governo o per candidarsi a una carica pubblica.
    Le azioni derivanti dalle opzioni devono essere detenute fino a 10 anni dopo la loro concessione. Il premio è stato separato dal consueto pacchetto retributivo annuale di Dimon, che è aumentato del 10% a 34,5 milioni di dollari per il 2021.
    A causa del premio speciale, quest'anno due importanti società di consulenza, da cui gli investitori prendono spunto per il voto, avevano raccomandato di non votare sulla retribuzione.
    Il consiglio ha prevalso nelle sue raccomandazioni su tutte le altre questioni. Tutti gli amministratori, compreso Dimon, sono stati rieletti con oltre il 92% dei voti espressi, secondo i dati preliminari.
    Due proposte degli azionisti sul finanziamento dei combustibili fossili hanno ricevuto solo l'11% e il 15% dei voti espressi, in linea con il debole sostegno che hanno ricevuto di recente le iniziative di Bank of America (BAC.N), Citigroup (C.N) e Wells Fargo (WFC.N), oltre che delle grandi compagnie petrolifere. I maxi stipendi sono un ricordo nel mondo post Covid. Questo è il messaggio che stanno dando gli azionisti. Dall'Europa a Wall Street, crescono i casi di malcontento contro le remunerazioni dei top manager: l'ultima protesta, la più fragorosa, riguarda Jamie Dimon, numero uno di J.P. Morgan. Solo il 31% dei soci della banca statunitense ha promosso il pacchetto salariale previsto per il 2021 per i vertici, nel totale 201,8 milioni di dollari, comprensivo di un bonus una tantum da 50 milioni per Dimon. È la prima volta che avviene nella storia di JPM. Ma da Apple a Ibm, negli ultimi due anni, si stanno moltiplicando i casi di revisione al ribasso dei bonus. La nuova normalità, per Wall Street, è già presente. E a richiederla sono gli stessi azionisti.
    La scelta di Bofa
    Solo uno dei top manager delle banche statunitensi ha riscontrato una flessione nella sua paga del 2021 rispetto all'anno in cui la pandemia ha fatto la sua comparsa. Si tratta di Brian Moynihan, patron di Bank of America, che ha ricevuto un compenso di 23,73 milioni di dollari per il 2021, in flessione del 9% rispetto a quanto preso nel 2020 pandemico. In questa speciale classifica, stilata da MyLogIQ, spicca il nome di Jamie Dimon, +167% rispetto al 2020, con 84,43 milioni di dollari di remunerazione. A seguire David Solomon di Goldman Sachs, 39,55 milioni per il 2021, con un incremento del 65%, e James Gorman, Ceo di Morgan Stanley. Per lui un salario da 34,94 milioni e un aumento del 18% sul 2020. Medaglia di legno per Larry Fink, patron di BlackRock, con all'attivo 32,59 milioni nel 2021.
    L'esempio norvegese
    Il fenomeno delle rivolte contro i maxi compensi non è nuovo, ma cresce. Il fondo sovrano norvegese, uno dei più grandi al mondo con una potenza di fuoco da 1300 miliardi, si è dato come missione un equo ritorno degli investimenti. Anche sotto il profilo dell'uguaglianza salariale. Pertanto si è opposto al piano di remunerazione dei dirigenti di Apple, che includeva il pacchetto retributivo di 99 milioni di dollari assegnato lo scorso anno all'ad Tim Cook, votando no all'assemblea degli azionisti. «Benché solo consultivo – come spiegato da fonti di Norges che hanno chiesto l'anonimato – si tratta di un passaggio importante, anche in termini di sostenibilità».
    La politica
    Uno degli obiettivi dell'attivismo degli azionisti è la ricerca di una «coerenza» negli investimenti. Ora che il mercato Esg (Environment, social, governance), legato agli investimenti verdi e sostenibili, ha raggiunto una relativa maturità sul fronte ambientale, investitori e risparmiatori chiedono maggiore responsabilità sociale. Le richieste in tal senso si stanno moltiplicando. Il mese scorso, in piena campagna elettorale, il presidente francese Emmanuel Macron ha definito ««offensivo» il compenso 2021 dell'ad di Stellantis, Carlos Tavares attaccando i 19 milioni di euro previsti dalla casa automobilistica. La risposta non si è fatta attendere: «In linea di principio, un'azienda non fa commenti sul campo politico. Stellantis ricorda che sotto la guida di Carlos Tavares, in meno di 8 anni, il gruppo Psa è passato da una situazione di quasi fallimento al rango di azienda leader nel suo settore su scala mondiale con Stellantis, di cui ha portato avanti il progetto», ha spiegato la società. Il tema interessa anche l' Italia. Come dimostra la querelle intorno allo stipendio dell'ad di UniCredit, Andrea Orcel.
    Eppure, nonostante le campagne, la concentrazione delle remunerazioni non ha smesso di aumentare. Nel 2021, negli Usa, nove amministratori delegati hanno ricevuto pacchetti salariali per un valore di almeno 50 milioni di dollari rispetto ai sette nel 2020 e uno nel 2016. E gli incrementi sono stati costanti per un decennio. Fino ad arrivare a un nuovo record lo scorso anno, visto che in media sono stati pari a 14,7 milioni, con un incremento di almeno il 12% su base annua. Nell'economia post Covid, l'impressione generale degli analisti è che un ridimensionamento sarà necessario.

 

 

19.05.22
  1. Distrutta la banca semi di Kharkiv era fra le più grandi al mondo
    Il vice premier russo in visita a Kherson "La vita qui è relativamente pacifica"
    La Corte penale internazionale manda 42 investigatori in Ucraina
    In uno dei bombardamenti russi di Kharkiv è stata distrutta la banca dei semi ucraina, una delle più ricche del mondo, con i semi di 160 mila varietà e ibridi di piante coltivabili. Era una risorsa per gli specialisti da tutto il mondo, Russia inclusa.
  2. INCREDIBILE 1  I pronto soccorso hanno già alzato bandiera bianca, gli altri reparti li seguiranno a ruota perché, tra malati Covid ancora da gestire e pazienti che reclamano un letto dopo essersi tenuti alla larga dalle corsie per paura del virus, i nostri ospedali sono prossimi al collasso. Colpa dei posti letto tagliati con l'accetta, 40 mila negli ultimi dieci anni. Ma la prima causa è la carenza di medici. Per questo al ministero della Salute si sta studiando un piano per ripopolare i reparti. L'idea è assumere in pianta stabile gli specializzandi del terzo, quarto e quinto anno, «strappandoli» alle Università, che ovviamente fanno muro. Una forza lavoro di 15 mila giovani camici bianchi che potrebbe tappare più di una falla.
    «Per anni abbiamo avuto poche borse di studio per gli specializzandi ma ora ne abbiamo finanziate 30 mila in 24 mesi, il triplo di tre anni fa», ha ricordato il ministro Roberto Speranza ai medici dell'emergenza e urgenza di Simeu, la società scientifica